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martedì 11 giugno 2024

BABEL - UNA STORIA ARCANA, di R. F. Kuang

Recensione "Babel - Una storia arcana" di R. F. Kuang
Titolo originale:
 BABEL Or the Necessity of violence: an Arcane History of the Oxford translators' revolution
Autore: R.F. Kuang
Traduzione: G. Scocchera
Edizione: Mondadori
Pagine: 777 (versione kindle)
Anno: 2023


BABEL, o “Dalla Cina con Furore”

“Non c’è cattivo più cattivo di un buono che diventa cattivo”, diceva un saggio. O, nel caso di Babel: “Non c’è storia più cattiva di una buona storia che diventa cattiva”. Ora, naturalmente la mia vuole essere una provocazione: Babel è un romanzo solidissimo al limite del pachidermico quando vuole parlare di lingua ed etimologia, una storia dagli intenti nobili, intelligente con alle spalle un lavoro mastodontico, un’opera in cui i fan della dark academia o delle storie un po’ più corpose della media degli YA non mancheranno di trovare quelle atmosfere stimolanti con cui sentirsi delle piccole figlie di Rory Gilmore e Mercoledì Addams.
Brava R.F. Kuang, gloria a te.
Aggiungo che nonostante le mie note riserve col genere fantasy e la mia idiosincrasia con i tomi dalla mole importante la prima parte di questo romanzo, con quel piglio da Oliver Twist mischato all’Ars Grammatica, mi è volata e mi stavo davvero entusiasmando. Poi dalla seconda metà in poi anche alla Harper Voyager deve essere girato un sacco di Oppio. Per scopi medici, si capisce…
Ma bando alle ciance e cominciamo a farci odiare.

DUE RIGHE DI TRAMA

Siamo nel XIX secolo, attorno agli anni 30 dell’Ottocento. L’Impero britannico tiene per i coglioni il mondo dalle colonie dell’ovest fino all’estremo oriente, non (solo) grazie alla superiorità tecnologica e militare ma soprattutto grazie all’argento e alla magia. 
Dramatization: l'Impero Britannico si
appresta a civilizzare i barbari
L’argento infatti nel mondo della Kuang viene impiegato per forgiare delle tavolette su cui vengono incise coppie di parole che rappresentano in qualche modo l’una la traduzione dell’altra.
E, si sa, tradurre è un po’ tradire, ovvero c’è sempre qualcosa che va inevitabilmente a perdersi nel processo di traslitterazione da una lingua all’altra. Ed è questa energia in eccesso liberata dalla parola e dal suo corrispettivo che va a trasformarsi in un incantesimo. Va da sé che essendo la natura delle parole sfuggevole e imprecisa l’effetto magico non è sempre facile da prevedere, destreggiarvisi può rappresentare un pericolo, e un ruolo di fondamentale importanza è quindi assunto dai traduttori.

In questo background si muove il nostro protagonista, un ragazzo di origini anglo-cinesi il cui vero nome non ci è dato modo di sapere (non ce lo dirà mai perché a suo dire impronunciabile per gli inglesi, una bella riflessione sulla perdita dell’identità, che però tocca farsi da soli perché l’autrice non la approfondisce): prenderà il nome di Robin Swift (dall’autore de I viaggi di Gulliver, il suo libro preferito dell’infanzia). Robin vive a Canton insieme alla sua famiglia, persone di origini benestanti ma ridotte alla povertà a causa di uno zio drogato (sic!). Avviato allo studio della lingua inglese grazie a una bambinaia bianca e ai pochi libri che riceve in dono da un misterioso papà Gambalunga, Robin è un ragazzo intelligente, gentile e curioso (per ora, poi va in Inghilterra e diventa Batman) che come ogni principessa Disney che si rispetti sogna grandi avventure in mondi lontani.
Robin si eccita a palpare l'argento
Ora, visto che il padreterno è stronzo verso i 9 anni il suo desiderio viene esaudito con un’epidemia di colera che gli stermina la famiglia.
Lui, l’unico sopravvissuto, viene tratto in salvo per il rotto della cuffia da un distinto signore inglese, tal Richard Lovell, professore ordinario di Oxford, che lo porta con sé al suo paese recidendo qualsiasi legame identitario con la sua patria tranne quello linguistico (e anche qui solo parzialmente dal momento che Robin studierà il cinese mandarino mentre lui arrivando da Canton parlerebbe in teoria il cantonese).

In UK con una robusta dieta a base di studio, cucina grassa e colpi educativi con l'attizzatoio (sic!) questo sensibile pedagogo lo libererà dalla pigrizia tipica della sua razza (sic!!) e lo preparerà all’ingresso al Royal Institute of Translation di Oxford, chiamato anche Babel, con ovvi riferimenti alla mitica torre della Bibbia. Ironico in questo senso che all’interno del romanzo non compaia nemmeno un personaggio di origini ebraiche. La Kuang forse cerca di levarsi d’impiccio spiegandoci in una delle prime scene ambientate a Babel che una delle poche proibizioni della magia riguarda il tentare di tradurre la parola di Dio (rendendo quindi di fatto inutile cercare di tradurre le Scritture, a differenza di quanto accadrà con le “superstizioni” haitiane), ma non è che se sei ebreo hai sempre lo Yahweh in bocca.
Personalmente parlando poi trovo problematico anche che in un testo che tratta di lingua e magia non compaia un fetente di studente proveniente dalla zona di Praga visto che là è dal 1300 che se lo menano con l’esoterismo.

Vabbè. A Babel comincerà la nuova vita senza ebrei e slavi di Robin, una vita completamente isolata dal mondo fatta di studio e conoscenza, ma soprattutto di insperate opportunità per chi come lui fuori da quelle mura viene impiegato al più come domestico o minatore, con la prospettiva di far parte, anche se mai totalmente perso com’è tra due culture così diverse, di qualcosa di più grande e meraviglioso.
Babel è soprattutto il luogo in cui finalmente potrà farsi degli amici etnicamente variopinti stile spot Benetton (ma questa cosa la giustifico col fatto che Babel, nel suo desiderio di coprire quante più lingue possibili col minimo sforzo visto quanto costa il mantenimento di un borsista di traduzione, mira ad avere un solo esponente di ogni lingua nel suo panierino): abbiamo Ramiz "Ramy" Rafi Mirza, la quota India e musulmana, Victoire Desgraves originaria delle colonie di Haiti che ha vissuto a lungo in Francia, e Laetitia “Letty” Price, quella brutta e cattiva che al massimo si tollera alzando gli occhi al cielo perché è bianca, inglese, arriva da una famiglia benestante e quindi non capisce mai un cazzo di niente.

IMPRESSIONI SPARSE

(con copiosi spoiler)

Ribadisco, prima di passare da hater rancorosa che come Letty non capisce un cazzo dei temi profondi del romanzo, che trovo splendida la prima parte di Babel. Mi piace il ritmo lento, il modo vivido in cui passeggiamo prima per Canton e poi per le strade di Oxford, le stimolanti e appassionate parentesi linguistiche. Mi piacciono questi ragazzi; la loro brama di conoscenza, quella spinta ad eccellere dovuta sì a un amore per la cultura ma anche e soprattutto alla consapevolezza che la loro presenza a Oxford, un'occasione più unica che rara per quelli come loro, è appesa a un filo.
Toglietemi tutto ma non il mio Lord
Sono stranieri, non europei, addirittura donne (va bene un po’ tutto purché ci si converta all’anglicanesimo una volta varcate le porte dell’università), reietti che fuori da Babel non hanno nulla. Ragazzi prelevati a forza alle famiglie a cui non viene insegnato altro che latino e greco (di modo tale che se a Babel non dovesse andare non avrebbero in mano nemmeno un mestiere), che a Babel vengono accettati perché sono utili.

In questa prima parte insomma il razzismo si percepisce in maniera potente ma con intelligenza ed eleganza, senza sovrastare la trama. Dalla seconda parte in poi invece gli equilibri si rovesciano: se all'inizio al massimo questi ragazzi si ubriacavano e davano gli esami dopo viaggiano fino a Canton, si drogano, scatenano una guerra, ammazzano gente, occultano cadaveri, mettono in scena mezzo “So cos’hai fatto l’estate scorsa”, organizzano la rivoluzione più scema della storia, si tradiscono poi forse si amano o sono gay e viceversa, saltano in aria, vengono torturati, spiegano agli operai disoccupati cos’è l’etica e la giustizia (e poi gli ciulano le coperte e i cuscini), vanno in berserk e distruggono mezza città. Il tutto sotto una gragnola di interminabili predicozzi che sembrano rivolti a dei lettori deficienti su quanto è brutto il razzismo e il colonialismo e quanto qualsiasi persona bianca faccia un po’ cagare.
A parte una che boh, non si sa cosa ci faccia lì, fa presenza.
Kuang, lo dirò molto spesso anche al tuo protagonista: ANCHE MENO.

*

Dal punto di vista delle atmosfere da Dark Academia nulla da dire: ai fan del genere parrà proprio di camminare lungo le strade di Oxford insieme ai protagonisti della storia, se non fosse che gli studenti inglesi passano per un branco di alcolizzati sempre attaccati al fiasco del vinello anche quando è in corso una rivoluzione, tipo una confraternita da college americano (l'unico esente dall'alcolismo ovviamente è Ramy, ma solo per motivi religiosi). Da quello linguistico ed etimologico a Babel non si può dire nulla, se non che si ha l’impressione che la Kuang (che Oxford l’ha frequentata davvero per laurearsi in Sinologia e dal 2020 frequenta l’università di Yale per conseguire un dottorato in lettere e culture straniere), proprio come il suo personaggio di Yellowface Athena Liu, cannibalizzi tutto quello che studia per monetizzarci (ma questo non è un crimine e se il risultato è buono non è nemmeno un difetto – anche se a volte quando i personaggi parlano di etimologie linguistiche ok, è interessante, ma si ha un pochino l’impressione che la storia venga messa in pausa e che l'autrice abbia fatto un copia e incolla di una lezione universitaria).

Una delle più grosse delusioni di questo romanzo invece è stato il LATO UMANO della storia, ovvero i rapporti interpersonali e le costruzioni caratteriali di questi ragazzi, che nonostante le premesse interessanti e qualche spunto intrigante qui e lì hanno finito per diventare pagina dopo pagina degli slogan elettorali con le gambe, con buona pace dell’immedesimazione.
E della pazienza.
Per spiegarmi meglio, anche se non sono una grandissima fan di quella saga, vorrei fare un paragone con Harry Potter, dove pure ci ritroviamo a leggere dell’amicizia di un gruppo di ragazzi abbastanza diversi tra loro e un po’ outsider (e ora che abbiamo scoperto che Hermioine è sempre stata nera possiamo farne la nostra Victoire). Harry Potter ha tanti difetti ma di pagina in pagina noi diventiamo testimoni della nascita e della crescita della loro amicizia nel bene e nel male, tra litigi, giornate di studio, varie strunzate da adolescenti, quindi quando alla fine quando questi tre stronzi passano il tempo a sacrificarsi gli uni per gli altri noi ci crediamo perché li abbiamo visti diventare grandi amici nel corso di 7 anni di vita scolastica.

"René, io non sento l'amicizia!"
In Babel io non ci credo nemmeno per un secondo che questi sono amici per la pelle e a fine romanzo se non ci pensassero da soli a togliersi dal cazzo butterei tutti glù dalle scale dell’ottavo piano a calci nel culo. Le scene con loro che parlano o studiano sono asettiche, ripetitive, sembra di sentir parlare il signor Spock di Star Trek. L'intenzione di farci capire quanto diventino alienanti delle giornate fatte di matto e disperatissimo studio fallisce miseramente perché quello che vediamo sono quattro stronzi che sparano lemmi, mangiano merda, condividono biscotti e ogni tanto si incazzano, solitamente con quella bianca.

Anche le caratterizzazioni del singolo personaggio rimangono abbastanza superficiali: a Robin piace leggere romanzi d’appendice, così come a Victoire (che preferisce quelli romantici a quelli d’avventura), poi arriva la pubertà e Robin diventa un kamikaze ringhiante mentre Victoire abbraccia la santità. Ovviamente entrambi hanno a cuore le questioni razziali e mal tollerano il bullismo e il razzismo che subiscono a Babel, e graziarcazzo.

La Kuang poi se ne sbatte proprio i coglioni delle sfumature più intriganti e delle zone grigie di questi personaggi (il cui background è relegato a quattro risicati siparietti in vari punti del romanzo). Robin è quello che più di tutti soffre di questo suo essere in bilico tra due mondi ed è quello che ha più da perdere dal mettersi contro lo status quo dal momento che essendo per metà inglese se non si fa attenzione può quasi essere scambiato per un caucasico (a differenza di Ramy e Victoire che non possono nascondere la pelle scura sotto uno strato di fondotinta color changing, e Letty che a una certa dovrà smetterla di vestirsi da uomo perché non ci crederà più nessuno). Da metà romanzo in poi diventa Highlander e tutti i suoi dubbi sono volati via come la mia speranza di trovare uno YA che possa appassionarmi come Sei di corvi.
Il suo rapporto con Griffin (il suo fratellastro e porta d'ingresso per il mondo della ribellione allo status quo) o quello Lovell (suo tutore e, scopriremo, patrigno) è lasciato a ringhi, sarcasmo, ghigni da Joker o abbracci impacciati (scene che servono come un culo senza il buco), senza che si vada mai a fondo di nulla, lasciandoci continuamente in pieno feeling-blocking perché l'autrice è troppo impegnata a farci vedere che ha fatto i compiti e sa quando hanno inventato la macchina fotografica o la storia etimologica della parola sciopero.
Abbiamo capito Kuang, sei Corvonero.

Ramy era partito benissimo e rischiava seriamente di diventare il mio personaggio preferito: divertente e affabulatore, per sopravvivere all’interno di un mondo ostile in cui non può mimetizzarsi come Robin asseconda con simpatia i pregiudizi dei dominatori inglesi anche se questo ruolo da “scimmietta” gli va stretto a causa del suo orgoglio.
Poi vediamo che il suo essere musulmano serve solo a farlo parlare di Allah e a farlo lagnare del fatto che nessuno pensa agli indiani musulmani. Tra parentesi, questa degli indiani musulmani è una questione che per ovvi motivi a lui sta molto a cuore, ma tra lui e Robin, che dovrebbe essere tipo il miglior amico e unico confidente a scuola bffb (best friend forever di Babel, con forse addirittura un accenno di queerbaiting sul finale? Boh…) non ci sarà mai un dialogo approfondito in merito. Ma Robin non è in grado di controargomentare nemmeno il menù del pranzo, quindi...

Victoire semplicemente è la femmina del gruppo quindi di base rappresenterà il grillo parlante che deve tenere a bada i bollenti spiriti di quei bombaroli dei suoi amici col testosterone, con buona pace delle sue affascinantissime origini haitiane (tra le altre cose si scalda tanto per i testi sacri di Haiti ma della sua dimensione religiosa non si dirà mezza parola)

Tra questi tre c’è un’amicizia talmente solida che non parleranno mai, se non quando si fanno scoprire come dei fessi, del fatto di essere stati precettati tutti da Hermes, una società segreta terroristica di scappati di casa, talmente segreta che la conoscono tutti pure a Oxford, talmente organizzata che devono farsi aprire la porta dagli studenti, non si informano sui sistemi di sicurezza della torre, tengono un elenco dei membri ancora attivi con relativo indirizzo su dei fogli di carta e in caso si cambi idea si può disertare a piacere.
Chissà come mai in tanti anni di attività non hanno risolto nulla, che mistero...

Fa specie, tra parentesi, che in un libro che parla di comunicazione sia l’incomunicabilità a farla da padrone, un tema che se ben sviluppato invece di essere sommerso dai pipponi sarebbe stato interessantissimo: proprio come nel passo biblico, Babel diventa la culla dell’incapacità di capirsi l’un l’altro. Specialmente con i bianchi non si comunica, perché come recita un antico detto: se vedi un bianco menagli forte, lui non sa il perché perché tanto anche se glielo spieghi non capisce, ma tu sì.

Lascio ultima ma non ultima la questione Letty.
Di base Letty è il quarto membro di questo ameno gruppetto di fogli di carta velina. Lei è la Fleur Delacour acquistata su Shein: bianca, bionda, inglese, bellissima, di buona famiglia. Ovviamente è la più privilegiata del gruppo e ovviamente la condizione di persone non bianche non la potrà mai capire fino in fondo non vivendola sulla propria pelle (potrebbe aiutare spiegarglielo un po’ per volta invece di lanciarle direttamente una bomba a fine romanzo aspettandosi che capisca, un po’ come se foste amici che si vedono tutti i giorni a scuola), ma essendo questo un romanzo-slogan contro il razzismo Letty, che in quanto donna inglese dell’Ottocento non è che se la passi proprio come la Ferragni pre-Pandorogate, è bianca, quindi non è soltato privilegiata ma è direttamente l’origine dei mali del mondo.

Ora, non per perorare la causa della donna bianca (non sono un reale inglese in visita in Africa) ma alle donne inglesi del tempo, anche se fighe, esattamente come accadeva alle persone di colore era precluso l’accesso alla cultura alta: la stessa Letty racconterà di essere stata praticamente diseredata dal padre (che non la trova simpatica per aver ucciso sua madre nascendo, e meno male che non sa dell'alterco avuto col fratello prima che finisse sotto una carrozza), a causa della sua voglia di studiare. Il rifiuto di pagare gli studi a un utero particolarmente brillante unito al fatto che essendo morto suo fratello in famiglia manca un erede maschio, ci fa togliere il praticamente di poc'anzi: Letty non potendo ereditare un centesimo dei soldi del papy, si attaccherà a 'sta ceppa potendo eventualmente contare solo su una dote matrimoniale, che comunque non sarà mai gestita da lei. Letty insomma, a modo suo, è un altro scherzo della natura accolto a Babel.

Esattamente come Robin, Victoire e Ramy, si rende perfettamente conto che la possibilità di studiare lì è un privilegio che apre porte altrimenti inaccessibili a quelli come lei, e a differenza loro essendo nata in una buona famiglia inglese ha avuto accesso diretto al privilegio sprecato (suo fratello, che ha buttato via la sua occasione a Babel, ma anche la sua cerchia sociale a Oxford, una pletora di cliché che passa il tempo a bere, farsi le seghe pensando al marito di Mary Shelley e dire cagate visto che per stare lì non hanno dovuto lavorare duramente), quindi più di tutti forse avverte la paura di perdere quell’occasione (logico, più ti avvicini alla parte dominante più ti brucia il culo rimanere fuori, è lo stesso identico problema che porta Robin a non prendere posizione per anni). Letty, come Victoire, è una donna quindi deve comunque mascherarsi da uomo per non subire abusi e offese.
Sempre in quanto donna che cerca di farsi strada in un mondo di uomini bianchi col papillon dovrà lavorare dieci volte tanto per rompere il soffitto di cristallo, e le poche donne che si troverà di fronte come la professoressa Craft le saranno apertamente ostili rinnegando il loro essere un'eccezione miracolosa e affermando con una certa spocchia di occupare quel posto solo per merito.
Letty poi subirà insieme a Victoire una vera e propria molestia di gruppo al ballo di fine anno. Lo stesso professor Lovell ci renderà edotti su quello che gli inglesi del periodo pensano delle donne, davanti a Robin che lo accusa di aver lasciato morire sua madre: “Santo dio, era soltanto una donna.”

Normale interazione tra Letty e Ramy.
Letty è costantemente trattata con sufficienza perché essendo bianca non può capire quello che provano loro in quanto persone di colore, anche se da un certo punto di vista non mi sento di contraddirli sul fatto che non sia la più sveglia della cucciolata in casa Price dal momento che non si accorge nemmeno che per tre anni la sua compagna di stanza e best friend ha dovuto cagare fuori casa come i cani perché la padrona di casa i neri sul suo water non li voleva.
La si apostrofa con stizza quando dicce una vaccata dovuta al suo privilegio o le rivolgono occhiate di traverso (senza che però le si dica nulla di esplicito), si alzano gli occhi al cielo, le si tengono nascoste cose importanti da ben prima di Hermes perché di lei non ci si fida mai, con lei non ci si confida. La stessa Victoire ammetterà di non aver MAI parlato con lei di questioni di razzismo prima di esplodere in un giga pippone a fine romanzo, quando le chiedono in ordine di capire la questione del razzismo in UK, coprire l’omicidio di un professore e rovesciare lo status quo dell’Impero.
Strano le vengano i dubbi...

Letty come fa sbaglia.
Non può lamentarsi dell'essere stata diseredata perché è nata in una famiglia ricca (quando non mi risulta che Ramy facesse il bagno nel Gange o che a Robin e Victoire sia mai mancato da mangiare e un tetto sulla testa, comunque); qualsiasi riferimento a un cazzo di fratello morto (un fratello che scopriremo essere morto dopo un feroce litigio con lei che gli aveva augurato di non tornare – di nuovo, nessun bisogno di analizzare il fatto che lei ha praticamente calpestato il cadavere fumante di suo fratello per entrare in quella scuola) secondo gli amici è un tentativo bieco di manipolarli; Letty non cerca mai consigli o uno sfogo amicale ma attenzioni; il suo desiderio di stare in loro compagnia è un peso e un fastidio, quindi la ignorano, quindi lei che non è scema chiede spiegazioni sul loro strano comportamento e a quel punto le viene risposto “Eravamo solo stufi di sentire la tua voce.”
Viene assalita insieme a Victoire a una festa e la colpa ovviamente è sua che ha insistito per farli andare lì (e non degli assalitori, o degli stronzi degli altri studenti coloured che non li hanno avvisati di una festa alternativa dove quelli come loro si sarebbero sentiti al sicuro); avere a che fare con lei e sopportarla è un lavoro a tempo pieno. Quando le spiegano cose che farebbero uscire di testa anche una persona del XXI secolo che vota Vannacci lei piange perché è turbata per non aver capito nulla del dolore provato dalla sua migliore amica, e a loro rode il culo perché la scena è finita con loro che consolano lei.
A una certa viene da chiedersi cosa se la tengano a fare nel gruppo. ... Ah, già, è la più brava in inglese e nelle lingue classiche, quindi gli corregge i compiti.

Non paga di ciò, inspiegabilmente, non sarà pronta ad accogliere con gioviale buonumore l’assassinio brutale di un professore: piangerà per giorni, avrà crisi di nervi improvvisi, sarà invasa dall’angoscia, e a quel punto Robin commenterà stizzito che quell’atteggiamento “non aiutava di certo la causa femminista, votata a dimostrare che le donne non erano creature nervose, isteriche e senza cervello”. Non come lui, che due pagine prima ha singhiozzato virilmente sul petto della sua tata e a pagina 530 si farà un altro piantino di commozione davanti alla gente di Hermes perché si sente a casa.
Se alla fine di tutto questo Letty decide che il gioco non vale la candela, che bisogna avvertire le autorità prima che i suoi amici si rovinino la vita con queste idee sovversive (e qui sì che si avverte una punta di razzismo paternalistico, la faccia buona della stessa merda, quando Letty dice che i suoi amici non sono cattivi ma malguidati da Hermes) è una traditrice senza appello, e noi lo sapevamo da sempre che era stronza. Se spara alla prima cosa che si muove con la pistola che tiene tra le mani che tremano (tipico atteggiamento di chi, come dice Robin, è abituato a sparare perché figlio di un militare) l’ha fatto apposta. Si decide senza darle la possibilità di negare o confermare (ma a questo punto anche chi se ne frega) che in realtà non ha mai amato Ramy.
Perché sì, amava quello che la mandava sempre a cagare.
Deve essere il masochismo tipico della donna bianca che ama troppo.

Qualsiasi cosa facca Letty sbaglia perché, ovviamente, non vive quelle situazioni sulla propria pelle avendo il privilegio dell’etnia, ma al tempo stesso non vale la pena spiegarle in cosa sbaglia, tanto non capisce, è una causa persa come tutti i bianchi. E se nemmeno una persona con cui hai condiviso tutto, dai biscotti all'omicidio, riesce a capire quello che provi e non ti spalleggerà mai, e nel momento del bisogno te lo ficcherà in culo, la situazione è senza speranza, e se è senza speranza non ha senso fare la rivoluzione appellandosi alla giustizia, fare i volantini cercando la simpatia della gente, allearsi coi luddisti e gli operai disoccupati, così come non ha senso far ragionare il governo inglese per CONVINCERLO AD ABBANDONARE LA MENTALITA’ IMPERIALISTA E A NON RUBARE PIU' LE RISORSE ALLE COLONIE (sic!!!). Visto che il libro si intitola pure "Babel o DELLA NECESSITA' DELLA VIOLENZA" inizia direttamente una guerra contro i bianchi, distruggi tutta l'Inghilterra senza dare ultimatum di sorta e vafangulo.

A fronte di tutto questo rido nel momento in cui a pagina 490, quando Letty come al solito non riesce a capire un cazzo di quello che le accade intorno e gli altri si innervosiscono perché non capisce l'ovvio leggo: “In effetti non c’era altro da dire, se non la verità: ovvero che non potevano fidarsi di lei. Perché nonostante tutto quello che avevano condiviso, nonostante i giuramenti di eterna amicizia, non potevano sapere da che parte si sarebbe schierata”

1. Ma che cazzo hanno condiviso a parte i predicozzi e il rancore?
2. Ma è stronza Letty che poi effettivamente li tradirà o sono deficienti loro che NON POSSONO FIDARSI DI LEI e nonostante questo se la portano dietro nella sede supersegreta di Hermes, le chiedono di scrivere al padre perché perori la loro causa (ma avete capito che questo non voleva manco che una femmina studiasse e ora state pretendendo che appoggi dei bombaroli? Ma ce la fate?) e la fanno uscire liberamente in strada per “prendere un po’ d’aria fresca”?

*

Essendo un romanzo lungo e corposo, la Kuang non può trascorrere tutto il tempo a parlare di etimologie e lemmi linguistici, perché altrimenti davvero la gente prende e va a leggersi un saggio di grammatica, quindi si rende necessario condire la trama di azione e colpi di scena, e qui nascono i problemi.

Perché la trama diventa delirante nel momento in cui si abbandonano le sicure pareti di Babel e si entra nel mondo reale a toccare con mano l’ingiustizia e l’iniquità ai danni della gente delle colonie (mondo reale di cui fino a 5 minuti prima non sapevano una ciolla) e i COLPI DI SCENA sono espedienti telefonati da telenovela argentina, con gente morta, parenti ritrovati, drama esagerato sull’ovvio con tanto di zoom dal piglio cinematografico su occhiate guardinghe e faccette basite. Pensavo fosse Babel e sono finita in Boris.
Faccio alcuni esempi:

Griffin Lovell
E’ il fratellastro di Robin, spunta fuori durante un furto a Babel ad opera di Hermes in cui questi cretini devono farsi aiutare da un passante ad attivare una tavoletta d’argento per diventare invisibili. Già lì ti rendi conto che questa società segreta è meglio che si estingua.
Se devi fare la rivoluzione, prendi gente sveglia.
Questa rivelazione, insieme a quella (ovvia visto il cognome) che vede entrambi come figli bastardi del loro tutore, il professor Lovell, non lascia sconvolti quanto si potrebbe pensare dal momento che è dall’inizio del libro che praticamente tutti i personaggi che mettono piede nel salotto del professore notano quanto sembri bianco Robin e quanto gli somigli Robin. Addirittura uno di questi ospiti fa notare al buon Richard quanto Robin “gli somigli più dell’ultimo”.
Questo ci porta a capire immediatamente due cose, e siamo solo a inizio romanzo:

1. Robin ha un fratello
2. Griffin non è l’altro ma l’ultimo, quindi capiamo immediatamente che ci sono altri fratelli (è quello il senso del biglietto che lascia a Robin prima di lasciarci le penne) e che Lovell tra una traduzione e un complotto ai danni dei cinesi è andato in giro a scoparsi mezzo Impero del grande Qing.

Tra l’altro come se tutto questo non bastasse a farci capire immediatamente che da qualche parte in quel di Oxford c'è un parente di Robin quella maestra del sotterfugio della Kuang rende Griffin praticamente il suo gemello. Anche meno indizi, Kuang, guarda che ci arriviamo.

Griffin poi soffre della stessa sindrome di tutti i personaggi di questo libro: è profondo come una pozzanghera nonostante le premesse interessanti (vivere ai margini della società con la consapevolezza di essere un “esperimento educativo fallito” nelle mani di Lovell, che ha perfezionato la tecnica con Robin), e finisce per diventare un altro robot spara slogan.
Il suo ruolo è quello del cane rabbioso che sbuffa, ringhia, risponde da bulletto del cazzo e ha trovato nella violenza l’unica risposta possibile all’oppressione. Che a questo punto è la posizione più logica da tenere visto che tutti i bianchi fanno schifo, ma tutti lo trattano lo stesso come lo zio ubriaco ai cenoni di natale che ti tocca assecondare anche se passa il tempo a palpare i culi delle nipoti e a fare il nostalgico del ventennio. Non si va mai oltre la bava alla bocca, gli occhi da pazzo e il fetish erotico per la polvere da sparo.
Le interazioni con Robin (l’unica famiglia che gli è rimasta) si dividono in paternalismo, sarcasmo, disgusto e slogan bombaroli. Sono la prima a trovare Robin gradevole come il cazzo di un gatto, ma visto che Griffin di base lo cerca perché senza l’aiuto di uno studente di Babel questa società segreta di sveglioni nella torre non riesce nemmeno a entrare (e non sa nemmeno nascondersi, ricordo), e non è colpa di tuo fratello se il professor Lovell da piccolo ti sputava nel porridge, magari sii un po’ più gentile, testa di merda.

Anthony Ribben
Ad un certo punto, durante una specie di tirocinio militare obbligatorio che si fa al terzo anno, giunge la notizia della morte di un compagno di scuola più grande del nostro quartetto di slogan elettorali, che ovviamente anche se non lo conoscevano bene (a parte Victoire, che era la più amica dell’altra comparsa nera con un minimo di importanza della storia) restano turbati dalla cosa. Sempre ovviamente non è morto per davvero, ma ha deciso di fingere la propria morte per unirsi alle file di Hermes (che si ritrova tra i coglioni un altro furbone che nella torre non ci può più entrare).
Perché ovviamente?
Perché la grande rivelazione della sua finta morte per defilarsi da Oxford e agire in seno ad Hermes a tempo pieno è preceduta da tutta una serie di scene in cui non appena si nomina Anthony davanti a personaggi in qualche modo molto vicini a lui o legati a Hermes la reazione è distogliere lo sguardo, “sussultare e dopo un rapido battito di ciglia fare di tutto per cambiare argomento”, abbandonarsi a un’indignazione “fin troppo teatrale e fastidiosa” (tra l’altro fuori tema visto che Victoire si indigna perché Anthony era uno schiavo in America e non perché è morto e in facoltà il cordoglio è durato due secondi) e fare spallucce come se non fosse successo niente di che. Tutte cose per nulla sospette.
In una scena addirittura Robin incontra in libreria un sosia perfetto di Anthony che appena lo vede scappa.

La risonanza
A pagina 279 Robin e il professor Chakravarti, professore ordinario di cinese (sarebbe stato carino sapere un po’ del suo background dal momento che è l’unico professore non bianco di questa cazzo di scuola), sono a spasso per il quartiere come i rappresentanti BoFrost per fare la revisione delle tavolette d’argento, e ovviamente si approfitta della scena per parlare di quanto siano finti e poco cinesi i giardini zen e quanto siano razzisti gli inglesi che si trovano davanti un indiano e un cinese e non vogliono lasciarli entrare, e non di quanto ad esempio siano stupidi gli accademici di Oxford a non pensare a un modo per far riconoscere un loro accademico di colore a vista. A un certo punto una di queste tavolette sembra avere un problema legato al malfunzionamento della risonanza.
“Cos’è la risonanza?” chiede giustamente Robin.
Meno giustamente Chakravarti molla tutto così de botto per tornare di corsa alla torre perché “non c’è altro modo per spiegarglielo” e il ragazzino deve vederlo per forza anche se sono “informazioni per pochi eletti”. Praticamente abbiamo già capito tre cose:

1. La risonanza avrà un ruolo fondamentale nella risoluzione della situa
2. Chakravarti ha qualcosa da nascondere
3. Oxford non sceglie i professori per l'acume visto che non sa spiegare a parole un sistema di canne che vibrano all’unisono e creano una sorta di rete di collegamento con le tavolette più lontane e meno pregiate che senza questo sistema non funzionerebbero.

Morti varie
Questo libro è un boost all’autostima, perché o io sono supergeniale o la Kuang non sa scrivere le trame a impostazione giallo/mistery dal momento che i flashforward sono così espliciti che già a pagina 133 si sospetta una fine alla Guardiani della Galassia vol. 3.

*

Più su ho detto che l’idea del SISTEMA MAGICO legato a coppia di lemmi lost in translation è la cosa più intrigante e originale del romanzo, e lo penso sinceramente. Questo non vuol dire che questro sistema (così come il sistema scolastico) non presenti comunque, a mio personalissimo avviso, delle criticità di base, inefficienze, forzature e punti che lasciano perplessi, e non si può giustificare tutto col fatto che l’inghilterra basta che fa i soldi e chi se ne frega. Perché l’inefficienza costa denaro, e se agli inglesi interessa il denaro interesserà l’efficienza.
Se no perché automatizzare le fabbriche per mandare a casa gli operai, perché i padroni si fanno le seghe sui macchinari come in Chobits delle CLAMP?

La prima cosa che mi sembra problematica è quella legata all’impossibilità di trovare persone di madrelingua cinese che possano insegnare la lingua agli occidentali, questo perché “L’imperatore ha emanato una legge che prevede la morte per chi insegna il cinese a uno straniero”.
Poi però vediamo che a pagina 22, Robin manco ha lasciato Canton ma sta al porto con Lovell pronto a imbarcarsi, si parla di contratti di viaggio molto comuni che servivano a far viaggiare i cinesi verso occidente per fungere da manodopera servile legale in tempi in cui era diventato difficile commerciare legalmente schiavi neri. Lo stesso Lovell non ha nessuna difficoltà a portare in Inghilterra in qualità di semplice tutore un figliastro mai riconosciuto (quindi tecnicamente un cittadino cinese, e la Cina non è una colonia inglese come l’India non hanno nessuna autorità se non il potere di corrompere qualche burocrate).
Quindi dove minchia sarebbe questa difficoltà a trovare i cinesi?
Poi, chiaro che non puoi farti insegnare la lingua dal pesciaiuolo di Chang’an, ma dai ricordi di Robin veniamo anche a conoscenza del fatto che ci sono molte famiglie di una certa levatura cadute in disgrazia per varie ragioni (inglesi, politica interna, droga…), persone acculturate ma povere a cui si potrebbe fare uno di questi contratti, per dire.
Dopo mi vogliono convincere che se non si portano i cinesi a Babel è perché i cinesi sono pigri, umili e incivili (a differenza di Robin che è stato educato da inglese). Ma deve conversare e insegnare un po’ di grammatica e fare conversation, mica spicconare in miniera, che cazzo dici scemo? E se sono così pigri perché l’imperatore cinese ha dovuto emanare una legge per impedirgli di insegnare il mandarino agli stranieri? Tra l’altro la presenza di cinesi madrelingua specializzati ma non troppo all’interno dell’università, per esempio nel settore della manutenzione, permetterebbe di contenere i costi ed evitare che i professori ordinari e gli studenti passino i pomeriggi a girare per il quartiere come quelli che controllano i contatori invece di, non so, fare ricerca. 
O lezione, la butto lì.

Personalmente poi non trovo molto efficiente o razionale nemmeno il sistema di studio delle lingue.
Agli studenti di Babel è richiesto di arrivare già studiati in latino, greco e inglese che rappresentano le basi (e fin qui va bene, anche se a un cinese non frega un cazzo del greco o del latino la giustifico perché siamo nell’Ottocento e la supremazia del classicismo e l’europeismo generano questo tipo di mostri), più la propria lingua d’origine che verrà sviscerata fino al vomito nel corso dei vari anni accademici mentre al secondo anno sarà previsto l’affiancamento di una lingua secondaria che faccia da mera ancella alla prima (sanscrito per il cinese, protoindoeuropeo per l’hindi, eccetera). 
Se questa iperspecializzazione è anche logica, perché cogliere tutte le varie sfumature di una lingua è condizione imprescindibile per trovare nuove e potenti combinazioni magiche:

1. Come fanno dei non madrelingua a specializzare a tal punto un madrelingua? Passi Robin che almeno interagisce con qualcuno che il cinese lo sa, ma Victoire praticamente deve tradurre lei la roba per il prof che non è in grado e sulla lingua ancella le tocca scegliere lo spagnolo perché nessuno a Babel ha modo di insegnarle i dialetti africani. A questo punto aveva più senso prendere due haitiani, chiuderli in una stanza e farli studiare da soli in modo più efficiente, col professore in un ruolo di supporto, dialogo e organizzazione dello studio.
2. A pagina 526 scopriamo che Babel non è l’unico centro di traduzione ma solo quello attualmente più importante. Dice, mi pare, Anthony: “Sono stati i francesi ad avere il ruolo di protagonisti per gran parte del XVIII secolo, e poi i romantici tedeschi hanno avuto per un po’ il loro periodo di splendore. Ora la differenza è che noi abbiamo argento a palate e loro no.”
E allora perché le basi per accedere a Babel non prevedono almeno francese e tedesco, per prendere il testimone degli studi precedenti (gli studi, anche se alla Kuang piace convincerci del contrario, non sono a tenuta stagna, gli intellettuali non sono incatenati alle scrivanie e possono essere pagati per andare in un’altra università), o anche solo per avere una conoscenza più approfondita delle etimologie linguistiche con cui vi fate le pippe tutti i giorni? Come minchia si fa a sviscerare un lemma inglese senza conoscere il francese o il tedesco? Una lingua non è a tenuta stagna, e non si è passati magicamente dal latino all’inglese, dio bonino.
3. A che serve al terzo anno mandare tutti a Canton come tirocinio formativo, se l’unico che parla cinese è Robin e gli altri passano il tempo a grattarselo contro il bambù come i panda? Non era più utile e formativo spedire lo studente a calci nel culo su qualche mercantile o nave militare diretta verso il luogo in cui si parlava la sua cazzo di lingua? Bastava prevedere un accompagnatore, uno dei famosi madrelingua non specializzati o qualche ex studente che ha fatto carriera nel commercio o nell’esercito.
Spoiler: è solo una forzatura che serve all’autrice per avere tutti lì in un momento chiave.

Ultimo ma non ultimo, la Kuang in Babel cerca di unire storia e fantastico legando a doppio filo la magia con la tecnologia di quegli anni (macchine fotografiche, spolette volanti, telegrafi), ma questo porta a dei problemi, perché da un lato abbiamo le stesse identiche invenzioni tecnologiche del nostro mondo, e dall’altro la magia ha un sacco di criticità: ha bisogno di argento purissimo altrimenti si rompe subito, anche in presenza di argento superpuro la tavoletta può deformarsi o spaccarsi, la scritta può ossidarsi o scheggiarsi, può servire della semplice manutenzione (cosa che renderebbe necessaria la presenza di un traduttore in campo, ma ci viene detto che pochi SCELGONO quella carriera perché devono viaggiare e faticare – viene da chiedersi perché non li obblighino, allora).
Insomma, più che un valore aggiunto mi sembra giusto un lieve miglioramento di prestazioni a fronte di parecchi contro, il che rende a dir poco peculiare farne il perno dell’impero britannico.

*

Se nella prima parte del libro possiamo riassumere gran parte delle mie perplessità come voglia di fare la punta al cazzo, la seconda è puro delirio e non c’è amore per il genere fantasy che tenga.
Dopo essere giunto a Canton, aver fumato oppio per vedere cosa provava lo zio drogato (sic!), scatenato una guerra nel pieno delle tensioni tra Cina e Britannia per il commercio dell’oppio in 5 minuti e aver scoperto che l’imperialismo è brutto e i bianchi sono razzisti (cioè lo sapeva anche prima, ma se ne fotteva), a Robin sale il capitan Harlock e ammazza il professor Lovell con una tavoletta d’argento che in passato aveva già ucciso una studentessa e che gli aveva dato lui per memento.
Ma complimenti a Oxford per la scelta dei docenti.
Dramatization: il professor Lovell poco prima
di morire, perché ci devono far capire
che è proprio cattivo
Seguono occultamento di cadavere di gruppo, roba uscita da un episodio del Tenente Colombo, scene da “So cos’hai fatto l’estate scorsa”, fuga dall’università in cui sembra stiano andando al Conad a comprare le zucchine, incontro con membri di Hermes che anche se non sanno aprire le porte ci tengono una lezione di scienze politiche e ci spiegano come pilotare le elezioni del Parlamento in un giorno per fermare la guerra contro la Cina e far prendere all'Impero britannico posizioni più eque ed etiche sul colonialismo imperiale. 
E’ una roba talmente senza senso che persino Letty ne ha abbastanza, millanta un bisogno di aria fresca che rende necessario andare a fare una passeggiata in strada: "Ah sì guarda, ci si passa tranquillamente dal cortile qua a fianco", le rispondono (tipica logistica di un covo supersegreto, anche la Batcaverna ha l'ingresso blindato e poi l'uscita diretta per il Conad di Gotham perché non si sa mai, un languorino notturno...).
Letty li tradisce e gli manda a casa la pula per salvarli.
Infatti tipo dieci pagine dopo i membri di Hermes sono tutti morti trucidati e Letty ha sparato a Ramy che invaso dallo spirito di un clichè di Hollywood si è lanciato contro un proiettile indirizzato a un altro. Robin, che ormai è Wolverine, sfodera gli artigli in adamantio e si lancia addosso di peso ai poliziotti per gambizzare Letty, Ma stranamente viene catturato insieme a Victoire. E’ Griffin a salvarli, ma perde la vita durante la fuga, dopo la gara a chi ha il pisello più lungo più brutta della letteratura.
Addio Griffin, insegna agli angeli a eccitarsi sessualmente con le bombe carta.
Rimasti da soli Emiliano Zapata e Victoire, due persone che per loro stessa ammissione hanno sempre dedicato la loro vita allo studio e non hanno mai nemmeno letto un giornale perché il mondo esterno non era di loro interesse, decidono di ideare UNA RIVOLUZIONE VIOLENTA e di ASSALTARE BABEL IN DUE, armati di pistola e coltello.
Tanto sono studiosi mica militari, dice Robin, che ci vuole? 
Studiosi che preparano tavolette magiche che uccidono male i trasgressori e che l’esercito usa per vincere le guerre, ma dettagli. Per quanto sembri incredibile il piano funziona: perché El Chapo signore della droga e Victoire entrano a Babel armati non solo di pistola ma di un super pippozzo moralista di quarto livello: il colonialismo è brutto e iniquo, l’Inghilterra vende la droga ai cinesi, la polizia ha ucciso gente che credevate morta ma ora è morta veramente, dovete fare la cosa giusta e mettere Babel in sciopero di modo che il Parlamento capisca le nostre ragioni e abbatta le ingiustizie dell’imperialismo.

Nota da rompina: è tutto il libro che mi si rompe i coglioni col fatto che i bianchi sono avidi, capiscono solo le ragioni economiche, se li si vuole irretire e portare dalla propria parte devi parlare al portafoglio, ora stai cercando di convincere una platea di bianchi a perorare la tua causa rivoluzionaria e non ti salta in mente di fare appello, per dire, al fatto che l’impero sfrutta e sottopaga pure gli studenti di Babel, non versando nemmeno i diritti d’autore per le loro scoperte?

Nella sala inspiegabilmente cala il dubbio almeno finché John Wick, che si deve veramente dare una calmata, non minaccia tutti con una pistola e non ferisce un professore particolarmente bianco e imperialista che aveva protestato in maniera troppo accalorata. A quel punto si lascia ai presenti la SCELTA di restare a fare la rivoluzione o andarsene.
La Kuang ci tiene a specificare che i primi a defilarsi sono i bianchi e gli studiosi di lingue europee (e quando te sbagli?), mentre a restare sono uno sparuto gruppetto di comparse coloured (“Facce di colore, facce che venivano dalle colonie”) e la quota caucasica, forse perché alla casa editrice hanno detto alla Kuang di smetterla di fare Malcolm X, una professoressa bianca che crede a due ragazzini armati e balbettanti perché, cito: “le bugie servono sempre interessi personali. Questa storia invece non va a vantaggio di nessuno. Certamente non di questi due. E inoltre è coerente”
Coerente come lasciar andare via come se niente fosse della gente che conosce a menadito le difese della torre, oltre che il numero e l’identità dei rivoltosi. Tra l’altro, sarebbe anche potuta rimanere qualche talpa che poteva fingere di perorare la loro causa per poi tradirli alla prima distrazione se in questo libro ci fosse una persona in grado di mettere in modo quella ruota da criceti che hanno nel cranio.

Visto che i due non pensavano di arrivare fino a questo punto (sic!!!!), le ultime 150 pagine sono una specie di lungo e tedioso girarsi i pollici: non sanno come contattare i membri di Hermes (né se ci sono dei superstiti), scrivono a mano 100 volantini che contengono un po’ le idee volemosebbene di Anthony e un po’ quelle bombarole di Griffin (in pratica un recap per quelli disattenti) da lanciare dal tetto in cui di nuovo si fa appello prima all’etica e poi, con calma perché non è come se tu stessi parlando a persone che ritieni interessate solo al lato economico, ai diritti dei lavoratori inglesi che a causa dell’automazione hanno perso il lavoro, viene loro in mente di far crollare gli edifici tenuti insieme e tagliare i servizi essenziali con la magia giusto perché la Magdalene Tower crolla per caso. Il giorno della rivoluzione avrebbero dovuto fare manutenzione alla tavoletta che la teneva in piedi e nessuno se l'è ricordato (sic!).
Fortunatamente arrivano gli ex operai dei cotonifici a dargli man forte.
“Anche noi odiamo l’impero perché con le sue politiche scellerate di automazione magica ci ha tolto il lavoro, per quello protestavamo davanti alla torre a inizio libro, vi lanciavamo le uova e mendicavamo per le vostre strade”, spiega loro pazientemente (a differenza di quanto fatto da loro con Letty) il loro portavoce, tal Abel Goodfellow.
“Ah sì?” risponde Victoire incuriosita.
Perché le famiglie che muoiono di fame sono una curiosità.
D’altronde poche pagine dopo Robin chiederà a Victoire cosa sono le dieci piaghe d’Egitto perché “è da un po’ che non prende più in mano la Bibbia” e non se lo ricorda. Ma è una parodia, dai…

*

Nonostante all’inizio mi avesse fatto una gran tenerezza ho trovato Robin un PROTAGONISTA INSOPPORTABILE: inizialmente, proprio come Letty, sa di essere stato ammesso all’interno di un sistema iniquo in cui riesce a inserirsi abbastanza bene solo perché sembra più bianco di Ramy e perché a differenza di Victoire e Letty è uomo, ma trova molto più vantaggioso e conveniente adagiarsi nello status quo, visto che lui ce l’ha fatta.
Un pensiero infame quanto si vuole, ma umanissimo.
Poi quando lui ha deciso che non va più bene a nessuno è permesso pensarla così.
Robin poi è uno studioso, persegue la vita intellettuale e gli interessano solo i libri e le parole: per sua ammissione non ha mai aperto un giornale né si è mai curato delle cose del mondo (ha perlomeno il buongusto di vergognarsi nel momento in cui a inizio romanzo gli fanno notare che la gente licenziata dai cotonifici rischia di morire di fame visto che non cagano i soldi, perché “non ci aveva pensato”. Minchia, ma pensa se eri stupido!) o alla guerra. Non sa nemmeno cosa succede nel suo paese natale finché non va a drogarsi a Canton e ambasciatori, missionari e capi di compagnie commerciali non confabulano come villain degli anime in sua presenza, figurarsi in Afghanistan. Robin insomma è un vaso vuoto che coerentemente verrà riempito dai pipponi degli altri.
Non ha un’idea che sia sua: gli imboccano in continuazione ragionamenti e riflessioni, mai che arrivi da solo a una conclusione che non derivi da un discorso che ha appena sentito o dal suo piccolissimo vissuto personale (comunque privilegiato rispetto a quello di molti altri, compresa Victoire), mai che controbatta né ai deliri bombaroli del fratello né agli slogan razzisti del patrigno. Però quando diventa Pancho Villa guai a fermarlo, diventa un kamikaze pazzo in culo che vuole gambizzare Letty e prendere a spallate i poliziotti. Addirittura durante un assedio scalcagnato di civili e studenti di Babel che vogliono dar fuoco a una torre di pietra l'Incredibile Hulk “si concentrò sul sangue che gli pulsava nelle vene. Voleva lo scontro. Voleva saltare giù e MACIULLARE quelle facce a suon di pugni. Voleva che lo conoscessero per chi era veramente…”
Un coglione?
Ah no.
“Il loro peggior incubo: disumano, brutale, violento.”

Soprattutto, Robin a un certo punto ha un gran desiderio di morire dal momento che non ha più nessuno, o un motivo per vivere (da qui il mio dubbio che potesse esserci una specie di rapporto omosessuale tra lui e Ramy, perché nonostante la questione salti fuori ogni tanto a partire da Canton è solo con la morte di Ramy che pare concretizzarsi per davvero questa disperazione), al punto che tutto il piano della presa della torre sembra votato al suicidio, a conti fatti, perché in effetti che cazzo si poteva fare una volta entrati là dentro e distrutta mezza città, uscire e chiedere scusa?
Ora, non metto bocca nei motivi che possano spingere una persona a togliersi la vita, non sto questionando su se sia giusto o meno per Robin sacrificarsi perché tanto non ha niente da perdere, come se i suoi ideali fossero un mezzo per farla finita e non un fine nobile. A darmi ai nervi è che Robin ha anni per riflettere sull’idea, prepararsi, ragionare e infine decidere di farla finita nel modo che ritiene più opportuno, facendo crollare Babel e distruggendo il suo prezioso argento. Ma visto che “non può farcela da solo” a buttare giù un edificio di 8 piani chiede aiuto a dei volontari che si sacrifichino insieme a lui. In pratica lui sceglie di suicidarsi fin dall'inizio ideando un piano che può portare solo alla morte, ma la gente che si è portato dietro ha due secondi di tempo per pensare se ha ancora qualcosa per cui vivere o meno.
Per forza poi troveremo motivazioni deliranti come quella della professoressa Craft, che decide di sacrificarsi con lui insieme a un altro paio di comparse (mentre Victoire giustamente lo sfancula perché suicidati da solo, testa di minchia) perché non troverà mai un altro lavoro da nessuna parte. Cioè, i giornali non hanno mai nominato la donna bianca tra i terroristi (esattamente come negli articoli sulla morte di Lovell non è mai stato riportato il nome di Letty), veniamo a sapere qualche capitolo prima che le altre università ucciderebbero per accaparrarsi uno studioso di Babel (ma al tempo stesso vogliono farci credere che a nessuno venga in mente di pagarli meglio di quanto non vengano pagati a Babel per farli andare da loro a condividere la loro conoscenza), ma la tua vita è finita?Anche la mia speranza di trovare una persona sveglia in questo romanzo sulle persone sveglie è finita, ma non mi ammazzo per questo.

IN CONCLUSIONE. . .

Babel è un libro dalle ottime premesse in cui la morale antirazzista e anticolonialista tanto cara alla Kuang (una morale fin troppo moderna per dei personaggi che si muovono nel 1800, spesso e volentieri, cade il velo e si vede che i protagonisti non stanno parlando agli interlocutori ma a noi lettori) finisce per fagocitare tutto, anche la trama, con risultati demenziali. Si percepisce molto l’amore che l’autrice ha per la lingua e le parole, anche troppo quando vengono sparati lemmi a caso nei momenti meno opportuni, tipo quando la lezione di etimologia interrompe l’azione o toglie il pathos a una scena importante.

Non si scampa dai cliché da telenovela argentina, dalla costruzione alla Disney in cui si è buoni e nobili (di colore) o stronzi in culo (bianchi) né dagli espedienti dei disaster movie brutti in cui gli scienziologi specialisti in disastro imminente si spiegano le cose tra loro semplificandole a misura di spettatore (in questo caso lettore) stupido, perché quando a un certo punto uno studente di Babel spiega a un altro studente (che dovrebbe saperlo benissimo) la parola paraetimologia magari il lettore è troppo stupido per andarselo a cercare su Google.

Trovo inoltre fastidioso, ma questa è una mia idiosincrasia personale, questo sfoggio orgoglioso di una vita intellettuale fine a se stessa, in cui ci si disinteressa del mondo a meno che la cosa non vada a cagare nel tuo orticello. Una persona che dice di amare la conoscenza e poi non si interessa del mondo che lo circonda è un poser e anche un po’ stronzo.

Infine onestamente, ma è sempre una mia percezione personalissima, quasi 800 pagine a farmi spiegare quanto tutti i bianchi siano stronzi e quanto volerci bene sia una guerra persa in partenza perché tanto non capiamo un cazzo me le sarei risparmiate volentieri.

Complimenti a chi ha avuto la forza di arrivare fino a qui.

Giudizio finale:

PS: A pagina 343 forse c’è un piccolo errore di traduzione (senza nulla togliere all'ottimo lavoro svolto), o così pare. Quando Letty e Victoire hanno appena subito un assalto di gruppo da parte degli stronzi della fratellanza ariana di Babel, Letty afferma che un certo Thornill era curioso di sapere se il colore del loro… sì hai capito… combaciasse, “per interesse biologico”. Ora, l’unica cosa che mi viene in mente che volessero vedere era la zona delle tette, e al momento della festa Letty e Victoire erano vestite in abiti femminili, abiti che avranno previsto una scollatura di qualche tipo che il seno lo lasciava intravvedere. Visto e considerato che tipo due righe dopo pronunciano la parola seno senza problemi presumo che Thornill volesse guardar loro il colore dei capezzoli e che quindi la parola dovesse essere declinata al plurale.

mercoledì 18 gennaio 2023

[Recensione] PACHINKO - LA MOGLIE COREANA, di Min Jin Lee

Titolo originale:
 Pachinko
Autore: Min Jin Lee 
Traduzione: F. Merani
Edizione: Pickwick
Pagine: 587
Anno: 2017

Premesse:
Prima piacevole scoperta di questo sfigatissimo (dal punto di vista delle letture e delle visioni a schermo) 2023, Pachinko è l'opera seconda della scrittrice e giornalista sudcoreana (naturalizzata US) Min Jin Lee.
Il romanzo, ambientato nel Novecento, va ad abbracciare quasi un secolo di vicende e 4 generazioni di una famiglia coreana costretta ad abbandonare il proprio paese per cercare una vita migliore in Giappone.
Interessante che la Lee, proprio come uno dei personaggi di questo romanzo, dopo aver trascorso quasi tutta la sua vita in America abbia vissuto in Giappone per un breve periodo della sua vita di ragazza occidentalizzata, dal 2007 al 2011, e che quindi probabilmente abbia vissuto sulla propria pelle lo stesso shock culturale provato da Phoebe, quel senso di estraneità avvertito in presenza di altri coreani "giapponesizzati", e che abbia subito sulla propria pelle quel disprezzo e rifiuto nei confronti del diverso (per quanto questo diverso sia "arrivato", economicamente o culturalmente) che rappresenta uno dei temi principali di Pachinko.
Che parla anche di Pachinko, tranquilli.

*

TRAMA

Il Primo Libro abbraccia un periodo che va dal 1910 al 1933.
I primi personaggi che incontriamo sono i nonni di quella che sarà la "moglie coreana" che compare nel titolo nostrano e che sarà la nostra figura femminile di riferimento, anche se non la protagonista come saremmo portati erroneamente a pensare. In questo, plaudo la scelta della nuova edizione economica di tornare al titolo originale Pachinko e di usare il vecchio titolo italiano solo come sottotitolo. Ci si aspettasse un qualcosa alla Memorie di una geisha si resterebbe delusi, insomma.
Nel mio caso tiro un sospiro di sollievo.

Nel piccolo villaggio di pescatori di Yeongdo (a un tiro di traghetto da Busan) una coppia di anziani pescatori decide di arrotondare i magri guadagni convertendo la propria abitazione in locanda, un piccolo rifugio per quegli uomini troppo poveri per sperare di trovare moglie ma che non vogliano rifiutare quel tocco di comodità muliebre: pasti caldi, abiti puliti e rammendati, buona compagnia. I due hanno tre figli maschi ma solo uno, Hoonie, nato con delle vistose malformazioni (un labbro leporino e un piede storpio), arriva all'età adulta.
Per via del suo aspetto trovargli moglie sembra un'impresa disperata ma "per fortuna" nel 1910, quando il nostro Hoonie ha 27 anni, il Giappone annette la Corea e molte famiglie un tempo anche benestanti sono ridotte così alla fame che ora come marito va bene chiunque. 

Parentesina storichina:
The MOAR you know
Il trattato di annessione nippo-coreano (chiamato in Corea "trattato forzato dell'annessione coreana al Giappone") del 1910 venne stipulato tra Corea e Giappone, e prevedeva che l'imperatore della Corea cedesse al Giappone la sovranità sull'intero paese, che dal 1905 era già un protettorato nipponico.
Il valore legale del trattato nel corso della storia venne più volte messo in discussione sia dal governo coreano in esilio che dalle forze alleate che occuparono il Giappone alla fine della II guerra mondiale dal momento che portava sì il sigillo nazionale dell'impero coreano ma non la firma dell'imperatore Sunjong come avrebbe previsto la legge, il quale si rifiutò di sottoscrivere quell'umiliazione, bensì quella del primo ministro Lee Wan-Yong.

La Corea, al tempo paese povero e arretrato, subì uno sviluppo economico frettoloso e male organizzato da parte del Giappone al fine di rientrare nei gravosi costi d'annessione e fare del paese un bacino per materie prime e prodotti agricoli: le terre vennero espropriate ai proprietari (incapaci di pagare le tasse gravose che vengono loro imposte dai nuovi padroni) per garantire una produzione a ciclo annuale, più massiccia ed efficiente, che potesse garantire di sfamare una popolazione interna in rapida crescita e di esportarne l'eccedenza. Venne istituta la banca coloniale di Corea che in quegli anni impose una moneta unica, lo yen coreano, e dagli anni '30 avvennero massicci trasferimenti di zaibatsu (industrie a partecipazione mista) nel territorio al fine di industrializzare il paese e sfruttare masse di disperati come manodopera a basso costo. Alla vigilia della seconda guerra mondiale il 20% della produzione industriale giapponese arrivava dalla Corea.
Le ribellioni interne causate dagli abusi dei dominatori e dal peggioramento delle condizioni di vita causarono come ovvia reazione l'inasprirsi delle repressioni. Come conseguenza negli anni '20 furono molti i Coreani che si trasferirono in Giappone in cerca di una vita migliore: lì furono bersaglio di violente discriminazioni razziali da parte dei nipponici, che ancora oggi non hanno un'opinione molto positiva dei coreani residenti in Giappone, o di chiunque non sia Giapponese che risiede in Giappone se è per quello.
*Fine parentesina storichina*

La famiglia di Hoonie grazie ai proventi della locanda riesce a mantenere un certo grado di morigerato benessere, riuscendo in questo modo a combinare il matrimonio del figlio con Yangjin, una giovane modesta proveniente da una famiglia ridotta sul lastrico e con tre figlie da sistemare, e quindi priva di dote. Pur essendo un matrimonio combinato, tra i due si sviluppa un tenero e sincero sentimento, una placida serenità casalinga coronata qualche anno dopo dalla nascita di una bambina, Sunja. Sunja sarà la gioia e l'orgoglio di suo padre fino alla sua morte, 13 anni più tardi.
Dramatization
Sarà Yangjin a crescere da sola la bambina, che col trascorrere degli anni si fa donna. Una ragazza semplice, lavoratrice, molto devota alla madre e alla memoria dell'amato padre, che attirerà le attenzioni di un uomo molto più grande di lei, Koh Hansu, un ricco commerciante di pesce della zona, di cui col trascorrere dei giorni si innamorerà perdutamente. 
Rimasta incinta dell'uomo farà un'amara scoperta: Koh Hansu non può renderla una donna onesta perché ha già moglie e 3 figlie in Giappone, e di divorziare non se ne parla dal momento che la donna a cui è legato è la figlia del suo capo, colui a cui deve la sua fortuna. Si offre, da galantuomo qual è, di fare di Sunja la sua "moglie coreana": di comprarle un appartamento e di provvedere ad ogni bisogno economico suo e del bambino in arrivo. Sunja, col cuore spezzato, l'onore gettato ai porci e destinata ormai a una vita da donna perduta, non solo rifiuta ma per quanto lo ami ancora con passione tronca all'istante la sua relazione con Koh Hansu.
Il suo destino sarebbe segnato e noi ci ritroveremmo di fronte un mattone alla Lettera Scarlatta - Korea Edition se non facesse la sua comparsa Baek Isak, un giovane e avvenente ministro protestante in viaggio alla volta del Giappone per questioni di lavoro che deve fermarsi alla locanda per più tempo di quanto avesse preventivato a causa di un attacco di tubercolosi, aggravato dalla sua salute cagionevole.
Venuto a conoscenza della situazione, Isak a differenza di quello che ci aspetteremmo da un cristiano non offre preghiere e altre cazzate inutili ma di sposare Sunja e riconoscere come suo il bambino in arrivo (in fondo i suoi insistono da anni perché trovi moglie). I due si sposano senza particolari impedimenti a parte l'atteggiamento sassy di un vecchio prete di merda e partono alla volta del Giappone, a Osaka, dove li aspetta il fratello di Isak, Yoseb, insieme alla moglie di lui Kyunghee.
Ci aspetteremmo a questo punto, noi navigati lettori di drammoni al femminile, rancori e gelosie senza esclusioni di colpi tra la nuova arrivata di bassi natali feconda che subisce le molestie con gioviale buonumore e la nobile e bellissima signora senza figli invece no: come al solito Min Jin Lee non esagera col drama e tra le cognate nasce un'immediata simpatia.

*

Il Secondo Libro abbraccia un periodo che va dal 1939 al 1962.
Sunja, sempre ospite in casa degli amorevoli cognati, cresce insieme al marito che presta servizio nella chiesa vicina per pochi yen al mese i due figli, Noa (il figlio di Hansu) e Mozasu (figlio di Isak). Se Noa fisicamente è il ritratto di Hansu, nel carattere è mite e studioso come Isak.
Mozasu è appena neonato.
Quando Isak viene incarcerato perché considerato un coreano sedizioso (e tutti possono tranquillamente metterci una pietra sopra visto che i coreani vengono trattati a merda da liberi, figurarsi in prigione), nonostante le vive proteste di un uomo vecchio stampo come Yoseb Sunja e Kyunghee sono costrette a lavorare al mercato, dando il via a un piccolo ma abbastanza redditizio smercio di kimchi fatto in casa e, quando mancano le verdure, di caramelle.
All'arrivo della seconda guerra mondiale però le materie prime cominciano a scarseggiare: ci aspetteremmo la carestia a casa Baek, gente che mangia la terra, Mozasu che muore di stenti perché è il più piccolo e sacrificabile del branco, invece Sunja viene contattata da Kim Changho, proprietario di un ristorante della zona, con un'offerta da leccarsi le orecchie. Darà alle due le materie prime di cui hanno bisogno per produrre kimchi (recuperate ovviamente con mezzi poco leciti, tramite mercato nero), ma in via esclusiva per il suo locale e in cambio di un lauto stipendio. Un discreto salto di qualità per le due donne, che dopo aver vinto a fatica le rimostranze del solito Yoseb (anche perché insieme le due donne avrebbero guadagnato più di lui in fabbrica) cominciano la loro avventura nel mondo di Masterchef.

Con l'avanzare della guerra però le cose cominciano a farsi difficili anche al ristorante e Kim Chango è costretto a chiudere. E' a questo punto che Sunja viene avvicinata da Hansu, che si rivela essere il vero proprietario del ristorante, il quale le dice di aver sempre vegliato sulla sua famiglia dal momento del suo arrivo in Giappone.
First reaction: Shock.
Da uomo d'affari invischiato col crimine qual è, Hansu è in possesso di informazioni riservate che vanno oltre la propaganda governativa, e sa che il Giappone sta perdendo la guerra nonostante lo neghino con la consueta testardagine. Bisogna aspettarsi da un momento all'altro i bombardamenti alleati. Convince qundi Sunja e la cognata a trasferirsi con i bambini in una fattoria fuori città (dove riuscirà a portare anche la madre di Sunja), mentre Yoseb viene "promosso" con un incarico di responsabile di fabbrica e meccanico a Nagasaki.
Sopravvissuto all'esplosione, resterà menomato a vita. 

Parentesina storichina 2:
Questo è anche un luogo
di cultura.
Zitti e imparate, bastardi.
Sempre più industrializzata e dedita a un'agricoltura intensiva per adempiere al suo ruolo di granaio dell'impero, la Corea viveva in funzione delle esportazioni a scopo bellico. Nel 1938 venivano coltivati 6 milioni di ettari di terreno, principalmente a riso data la miglior resa calorica, ma il riso bianco (più pregiato e nutriente) era molto costoso e quindi riservato ai soli giapponesi.
Si assistette a un esodo di massa verso le città, che unito a un aumento demografico malthusiano (da 14 milioni del 1910 a 25 nel 1944) portò a un rifornimento pressoché illimitato di forza lavoro a basso costo nelle fabbriche giapponesi. 
Negli anni della guerra molti uomini vennero deportati in Giappone per essere impiegati nelle fabbriche e nell'esercito, e le coreane usate come "donne di conforto" in appositi bordelli per soldati (figure dimenticate dalla storia e passate agli onori della cronaca solo a partire dagli anni '90), il tutto in linea con una "politica di assimilazione totale" che mirava a rendere Corea e Giappone una cosa sola ma sempre nell'ottica della superiorità giapponese.
Diceva all'epoca il governatore generale Minami:
"I coreani sono, in base alla visione del mondo, ai rapporti umani, agli usi e alla lingua, un popolo completamente diverso. Perciò il governo giapponese deve pianificare la politica coloniale nella piena consapevolezza di questo fatto. I giapponesi, ai quali i coreani hanno guardato ogni volta, devono essere sempre qualche passo avanti. Allora i giapponesi sono chiamati a istruire e guidare sempre i coreani, e questi devono seguire con riconoscenza ed obbedienza i Giapponesi che marciano avanti.
A partire dal 1938 venne vietato l'uso anche privato della lingua coreana, e venne bandito l'hanbok
Dal 1940 i nomi coreani vennero convertiti in giapponesi (pratica a cui i residenti in Giappone erano costretti al momento dell'ingresso nel paese), senza il quale non si poteva lavorare, ricevere sussidi o recapiti postali.

Nel frattempo sul fronte cinese con la collaborazione degli Stati Uniti furono addestrate unità speciali di combattenti coreani allo scopo di riconquistare e liberare la Corea (ma al momento di passare dalle parole ai fatti di indipendenza della Corea non si parlerà manco per sbaglio) al fianco degli Alleati, a cui si unirono emigranti e disertori.

Il giorno della capitolazione del Giappone, che pose fine al periodo coloniale, circa 2 milioni e mezzo di Coreani vivevano in Giappone: più del 30% delle vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki furono lavoratori forzati: 40.000 su 140.000 morti e 30.000 vittime delle radiazioni.
Le principali compagnie giapponesi ad aver usufruito di questi immigrati, Kajima Gumi, Naji-Fujikoshi, Mistubishi e Nippon Steel Corporation, non solo non riconobbero mai i loro crimini verso i coreani ma furono addirittura risarcite dal governo per la perdita di manodopera subita dopo la partenza dei coreani alla fine della guerra.
*Fine parentesina storichina 2*

La famiglia Baek torna a Osaka, dove Noa e Mozasu riprendono gli studi: pur lavorando come contabile a tempo pieno e senza lasciarsi scoraggiare da un primo fallimento Noa supera l'esame di ammissione alla prestigiosa università Waseda a Tokyo mentre Mozasu, per il quale la scuola è più un peso che altro, finisce a lavorare per Goro, un uomo allegro e onesto che gestisce una sala pachinko vicino alla bancarella di Sunja. Si innamorerà di Yumi, una sartina di umili origini che sogna di abbandonare un paese che non sente casa e andare a vivere in America.
I due si sposano e hanno un figlio, Solomon.
Dopo qualche anno Yumi muore, investita da un pirata della strada.
Noa nel frattempo vive il tempo delle rivelazioni inaspettate: scopre infatti non solo di essere il figlio di Hansu, ma essendo un universitario studioso e molto arguto scopre anche che Hansu è un coreano che ha tanti soldi perché è invischiato con la yakuza.
Big shock.
L'idea di non essere figlio di un uomo perbene ma di avere in corpo il sangue sporco di un delinquente e di essere destinato a diventare uno di quei coreani brutti, puzzolenti e criminali tanto odiati dai giapponesi, lo sconvolge al punto da abbandonare l'università e far perdere le proprie tracce alla famiglia.

Nel Terzo Libro (1962-1989), l'ultimo, dove le cose cominciano ad avvicinarsi all'inevitabile epilogo, a farla da padrone è la generazione di Noa, che ha trovato rifugio a Nagano dove ha cominciato a farsi strada nel mondo del Pachinko e ha rinnegato le proprie origini coreane fingendosi un giapponese che lavora in un'azienda che assume solo onesti lavoratori giapponesi, trovando una bella e brava moglie giapponese che gli ha dato tre pucciosi figlioli giapponesi. Mozasu, che nel mondo del Pachinko ha fatto i soldi veri, frequenta Etsuko, una donna giapponese divorziata con un passato da accompagnatrice, e può dare a Solomon la migliore educazione possibile, una che lo porti lontano da quel paese, magari in America come desiderava sua madre, tra gente più aperta di mente.
La guerra è ormai alle spalle, ma non per i Baek.
Non per i coreani.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Pachinko è un libro che normalmente considererei una di quelle crudeli e infinite martellate alle parti basse, che di solito nel mio caso fanno il giro e diventano una comica. Se poi la "comica" che fa da contorno al drammone patetico è un tragico avvenimento storico reale se mi vede sghignazzare la gente la prende a male e mi sfancula perché crede stia ridendo della tragedia storica.
Spoiler: non mi serve un giorno dedicato o il film triste del cazzo per ricordarmi che c'è stata la tragedia storica X per cui essere triste, e non sto ridendo della tragedia storica.
Parrebbe scontato, e invece no.

Ora, fortunatamente tanto per cambiare non è questo il caso, anche se non ci troviamo nemmeno di fronte alle cose tragicomiche che di solito, visto che sono fatta a rovescio, mi scatenano la lacrima prepotente. 
Pachinko è un drama fatto e finito in cui l'infelicità regna sovrana (ma nella sigla dell'omonima serie tv tutti ridono e ballano, forse per dare una gioia allo spettatore, ma soprattutto agli attori che altrimenti si dimenticherebbero cos'è la felicità).
Ma anche se questa famiglia dovrebbe andare in pellegrinaggio a Lourdes e il rischio di esagerare con le sfighe e passare dal drama storico alla soap opera è a un passo, il grande talento di Min Jin Lee per quel che min riguarda è non superare mai quella linea. E' impietosa con i suoi personaggi (perché è la Storia ad essere impietosa con gli esuli di qualsiasi tempo ed etnia) ma mai in modo gratuito, esagerato o crudele; con un piglio alla Jane Austen la voce narrante resta sullo sfondo con una delicatezza rara, non prendendo mai posizione né giudicando i personaggi, per quanto ai nostri occhi possano comportarsi in modo più o meno abietto, amorale o essere crudeli e ingiusti.
Tranne Isak, perché Isak ha l'asticella ad altezza "odore di santità".

La narrazione è cruda ma non indulge mai nel morboso.
Anzi, a più riprese si ferma proprio al momento pruriginoso che di solito fa fare i seghini ai sensibiloni amanti del drama soap operistico lasciando al lettore il compito di tappare i buchi e di dar voce ai non detti, non lesinando lunghi e frustranti balzi temporali.
Qualcuno potrebbe trovarlo irritante.
A me piace essere trattata da essere senziente e non da bambino poco sveglio da tenere per mano per tutto il tempo spiegandogli le cose per filo e per segno.

Un altro talento dell'autrice per quel che mi riguarda è quello di riuscire a scrivere una saga familiare di quasi 600 pagine (che scivolano che è una bellezza, come Homer oleoso 👉), inzepparla di decine di personaggi, e renderli tutti indimenticabili. 
Io che sono notoriamente una persona che fatica molto a seguire i romanzi zeppi di personaggi al punto da dovermi tirar giù degli schemini per ricordare chi minchia è chi mi sono ritrovata nella felicissima situazione di ricordare da sola, senza consultare Wikipedia o maledire divinità a caso, personaggi apparsi anche 50 pagine prima.

Oltre ad essere indimenticabili, quelli tratteggiati dalla sapiente penna di Min Jin Lee sono anche personaggi a cui è estremamente facile affezionarsi. Figure umane, fallibili, né buone né cattive, animate dal desiderio di sopravvivere e di trovare un posto nel mondo, ma soprattutto di trovare un'identità, sballottati come sono tra un Giappone che li rifiuta e li tratta da stranieri nonostante alcuni come Noa, Mozasu o Solomon siano nati e cresciuti lì, e una Corea che non è più casa.
Una Corea che nemmeno esiste più.
Per quanto poi risulti difficile capire le posizioni o il modo di pensare di certi personaggi con la nostra sensibilità di lettori occidentali del XXI secolo, questa sensazione non sfocia mai nell'idea di avere davanti una macchietta desueta o ridicola, o una figura esageratamente spiacevole messa lì solo per far risaltare in positivo il protagonista di turno. Semmai mano a mano che arriviamo a conoscere il personaggio che inizialmente ci sembra odioso o scostante o testa di merda, a farla da padrone sarà un moto di profonda empatia.

Se Yoseb può risultare (e in effetti è) l'archetipo della scimmia alfa specie in confronto con quel santo di suo fratello, uno di quegli uomini che preferirebbe mantenere l'orgoglio di maschio che avere cibo in tavola, non manchiamo mai di avvertire il profondo affetto che lo lega a tutti i membri della sua famiglia (compresa la cognata Sunja e quel nipote che sa non essere figlio di suo fratello).
Ed è l'amore ad averla sempre vinta sull'orgoglio.
Mai una volta dimenticherà che la sua priorità è la felicità e il benessere della sua famiglia, ma soprattutto della sua compagna, nemmeno nei momenti di maggior abbruttimento quando sarebbe facile per l'autore indulgere in scene melodrammatiche da telenovela argentina (momenti da cui Min Jin Lee ci tiene alla larga con la consueta delicatezza). Sbuffa, si arrabbia, ma alla fine cede il passo senza mai imporre la sua autorità di capofamiglia. E quando sentiamo dire a Kyungee che brav'uomo sia suo marito e quanto l'abbia amata (lei, una donna che non è riuscita a dargli dei figli e avrebbe avuto tutto il diritto di ripudiare), non possiamo fare altro che crederle.

Dramatization
Se Hansu è un uomo della malavita che ha costruito la sua fortuna con mezzi poco leciti e incarna lo stereotipo nipponico del coreano piantagrane e disonesto, se è in effetti un marito di merda che corrompe una giovane innocente e che lo venera senza curarsi minimamente del doppio standard morale previsto per una donna perduta e un uomo "farfallone", è anche una persona piuttosto onesta con i suoi collaboratori e spinta per la maggior parte del tempo da sentimenti sinceri verso le persone che stima.
Tra lui e Sunja si sviluppa un rapporto complesso.
Sunja non dimenticherà mai il suo primo amore, ma resterà sempre fedele a Isak, l'uomo che l'ha salvata da un destino di donna perduta peggiore della morte. Hansu è un uomo sicuro di sé, pieno di risorse, autoritario ma paziente, intelligente, verso il quale una popolana di provincia non può che provare rispetto, ma al tempo stesso è una bomba pronta a esplodere sulla serenità della sua famiglia, una spada di Damocle che pende sulla sua testa ma soprattutto su quella del giovane Noa.
Dal canto suo Hansu è affascinato da Sunja, che condivide con lui un passato di privazioni e incarna tempi più poveri, forse, ma più semplici e mostra un'orgoglio e una rettitudine morale che ammira. Di sicuro prova affetto e orgoglio per Noa, il suo unico figlio maschio, un ragazzo intelligente, onesto e lavoratore. Nel corso di tutta la sua vita smuoverà mari e monti per proteggere la sua famiglia coreana e fare in modo che non manchino di nulla, rivelandosi solo quando strettamente necessario. Ma possiamo parlare di amore nel senso drama e romanzesco del termine? Vai a sapere.
Hansu è una figura a dir poco imperscrutabile.
E Min Jin Lee non è così indelicata da farci entrare così tanto nel suo cuore.

Hansu aiuterà Sanju e Noa ma anche Yoseb, Kyungee e Mozasu. Arriverà a far giungere dalla Corea la madre di Sunja durante la guerra (e sappiamo quanto costi un viaggio dalla Corea al Giappone, Yoseb aveva dovuto rivolgersi a degli strozzini per pagare il biglietto per suo fratello e la novella sposa). L'unico che non sarà oggetto dei suoi piani salvifici è proprio Isak, che guarda caso è l'incomodo: viene da chiedersi, a una certa, se con i suoi potenti mezzi avrebbe potuto tirarlo fuori dagli impicci e se non sia stata una scelta meschina e consapevole quella di farlo morire tra gli stenti in una prigione giapponese.
Difficile dare una risposta, anche in questo caso. Dove poteva arrivare la sua influenza di fronte alle autorità giapponesi, quanto poteva tirare la corda un uomo della Yakuza? Quanto lontano poteva portarlo il desiderio di proteggere Sunja e Noa? 
Mica Hansu è santo come Isak.
Di nuovo, con Hansu ci troviamo di fronte un personaggio non sempre facile da comprendere, ma complesso e affascinante. Specie a confronto con Isak, che però proprio nel suo essere un uomo sinceramente devoto e dotato di una grande forza e generosità non mi fa schifo al cazzo come la maggior parte dei personaggi buoni come il pane.

C'è poi Noa, che per onore e un cieco senso del sacrificio che lo ha guidato per tutta la vita, proprio nel momento in cui scopre di non essere figlio del pio Isak ma di un uomo di malaffare è pronto a lasciarsi alle spalle tutto, a smetterla di lottare ed eccellere perché i giapponesi finalmente lo valutino come un essere umano, e a sparire per diventare il giapponese Nobuo Boku. In questo insieme a Solomon rappresenta forse il personaggio più giapponese del romanzo. Ma, è proprio questo il punto, in quanto stranieri né lui né (come vedremo) Solomon saranno mai percepiti come giapponesi.
O come persone perbene.

Pachinko è un romanzo che non parla solo di famiglia ma anche e soprattutto di identità, di chi non ha patria e cerca un posto da chiamare casa.
Se per Noa la via dell'integrazione passa per il comportarsi due volte meglio dei giapponesi e lavorare tre volte tanto (fino a che la percezione della futilità di quegli sforzi non finisce per spezzarlo), per Mozasu, che diventa un imprenditore di successo nel settore del pachinko, l'integrazione passa per denaro e potere e conduce fuori dal Giappone.
Ritiene, proprio come Noa, che il Giappone sia irrecuperabile e la loro percezione dei coreani non cambierà mai: ma se i coreani della sua generazione non possono lasciarsi alle spalle l'unico paese che possano chiamare casa né tornare in una patria che li considera altrettanto stranieri, auspica che la strada per la felicità e l'autentica integrazione di suo figlio risieda a Occidente. Solomon brilla negli studi, frequenta le migliori scuole internazionali in Giappone, frequenta la Ivy league in America, si fidanza con una coreana nata in America, ottiene la laurea con ottimi voti e trova un posto onorevole e ben retribuito nella sezione Giapponese della British Bank, settore acquisizioni.
Ma persino tra gli stranieri resta un coreano.

Il messaggio finale però, pur non apertamente ottimistico, non è nemmeno privo di speranza. Solomon a differenza di suo zio, di suo padre e della sua fidanzata americana che non capisce perché si ostini a difendere questi stronzi di giapponesi, si rifiuta di arrendersi all'odio e al pregiudizio.
"E poi tutta quella storia che il Giappone era il male. Era pieno di stronzi, certo, ma gli stronzi c'erano dappertutto. Kazu era un fetente, e allora? Era una brutta persona ed era giapponese. Ma forse lo era diventato proprio frequentando l'università in America. Anche se su cento giapponesi cattivi ce ne fosse stato uno solo buono, Solomon si rifiutava di generalizzare. Etsuko era come una madre per lui; il suo primo amore era Hana; e anche Totoyama era come uno zio per lui. Erano giapponesi tutti e tre eppure erano brave persone.
In un certo senso pure lui era giapponese, anche se i giapponesi non lo consideravano tale. Phoebe questo non lo capiva. L'identità di una persona non dipende solo dal sangue."
In cosa credere allora? A cosa aggrapparsi se tutti perseguono i propri interessi (in tempo di guerra come in pace) e l'identità è un concetto fumoso e sfuggente, se nemmeno all'interno della propria gente o fuori dal Giappone si ha la certezza di essere al sicuro?
Alla famiglia. Al pachinko.
Il pachinko diventa, oltre che l'unica cosa concreta e via di riscatto sociale nella vita dei Baek e un fattore di identità familiare, l'unico legame concreto tra padre e figlio, una metafora della vita: una sala piena di macchinette in cui i proprietari piantano dei chiodini in grado di deviare la traiettoria delle palline a loro piacimento. In tutta la sala ci sono solo un pugno di macchinette che permettono al giocatore di vincere, e tutto sta nel ritrovarsi davanti per caso quella giusta.

Nonostante Pachinko sia un romanzo storico la Storia (quella con la s maiuscola) scorre sullo sfondo, come un fiume tranquillo, senza mai toccare i protagonisti se non di sponda (persino all'esplosione atomica di Nagasaki vengono dedicate poche righe distratte). 
A differenza di quanto accade in altri romanzetti del cazzo in cui l'autore si affanna a fare la pagina Wikipedia (quello è il mio compito) o a far interagire i suoi personaggi (di qualunque estrazione sociale essi siano) con tizio famoso di turno per far vedere che a scuola stava attento, i protagonisti di Min Jin Lee sono emeriti signori nessuno, e com'è giusto che sia a nessun personaggio storico di spicco frega nulla di loro.
Lo scopo dell'autrice è andare oltre la Storia e indagare i sentimenti umani, dando spazio all'amore, che fa da collante in un mondo allo sbando, il tutto con rispetto e delicatezza rari. Menzione di merito a questo proposito per i suoi personaggi femminili, di cui ammiriamo sempre la forza anche se relegati in ruoli secondari e posizioni sottomesse.
Donne non solo votate al sacrificio ma che solidarizzano.
Donne che sbagliano ma non vengono per forza punite dal destino (aka, dalla penna di un autore bigotto che vuole insegnare al lettore che se vai in giro a darla via non sei figlia di Maria), o di contro donne irrimediabilmente perdute ma comunque meritevoli d'amore che pagano lo scotto dei loro errori e lo accettano con pacata rassegnazione senza che l'autrice neanche per un momento ne minimizzi, giudichi o di contro santifichi con piglio paternalistico la sofferenza.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Pachinko è stata un'esperienza straordinaria, e una piacevole uscita dalla mia zona di confort. Un dramma che non è una martellata alle parti basse e non scade nel becero, un romanzo storico che non diventa un bignami del liceo e non si scatena con le forzature e le stronzate, una finestra sul razzismo che non è discalica, retorica e stronza ma nemmeno permeata di quel cinismo superficiale del cazzo che oggi vende.
C'è speranza per il futuro ma non cieco ottimismo.
E anche noi, proprio come i personaggi del romanzo, ci barcameniamo senza meta alla ricerca di un'identità (che non per forza corrisponde al sangue o alla nazione che ci ha dato i natali), ci sforziamo senza che per forza le nostre fatiche vengano ripagate o che la nostra fiducia venga ricambiata e possiamo sperare al massimo che le nostre scelte ci portino davanti alla macchinetta del pachinko vincente.

Giudizio finale: