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domenica 9 aprile 2023

[Recensione] FEBBRE, di Ling Ma

Titolo originale:
 Severance
Autore: Ling Ma
Traduzione: A. Mioni
Edizione: Codice edizioni
Pagine: 348
Anno: 2019

Premesse:
Da ben prima della pandemia vengo colta a intervalli regolari dalla (termine mai come in questo caso appropriato) febbre del post-apocalittico, con una particolare predilezione verso la figura dello Zombie. Nello specifico lo zombie di Romero che si fa metafora della massa acefala e famelica figlia del capitalismo (visione resa ancor più esplicita dai "morti che non muoiono" di Jarmush che persino da infetti non rinunciano ai loro feticci risultando più ridicoli che minacciosi, immagine che mi è subito saltata alla mente nel corso della lettura di questo romanzo che il film lo precede di appena un anno. Coincidenza divertente), non quei cazzo di centometristi portati su schermo da Snyder.
Ho sviluppato insomma un gusto per il post apocalittico metaforico, quello che usa il tema della fine della civiltà come espediente per criticare il quotidiano alienante dell'epoca moderna. Gusto che la cino-americana Ling Ma bontà sua asseconda con il suo romanzo d'esordio, con l'aggiunta di un punto di vista un po' particolare, quello di un'immigrata cinese in America, che è (ammicco ammicco) la morte sua. In questo, magari chi a differenza mia preferisce il post apocalittico più ignorantello dove suore e avvocati devono resistere alle orde bestiali o dove l'apocalisse zombie diventa una scusa per fare le corna al marito e poi si piange potrebbe non apprezzare.
Nel caso, rispetto democraticamente la nostra
divergenza di opinioni

DUE RIGHE DI TRAMA

Candace Chen è figlia di immigrati cinesi espatriati grazie a un permesso di studio nel periodo di "Riforma e apertura". L'autrice non la butta in politica: la cornice storica è vaga, con giusto un paio di riferimenti agli scontri di piazza Tiananmen e al successivo periodo di benessere del paese, fatti vissuti solo alla lontana da una famiglia che ha troncato i legami con il suo paese d'origine, se si escludono viaggi sporadici e cartoline di natale.
Specie Candace, che è arrivata in America a 6 anni e della Cina non ha che vaghi ricordi. Candace cresce ed esaudisce le aspettative genitoriali: laureata in una buona università si ritrova in giovane età a lavorare a Manhattan presso una grossa casa editrice, la Spectra.
Responsabile del settore Bibbie, è molto apprezzata dai piani alti per la serietà, la dedizione al lavoro, la bravura nel gestire le emergenze e la capacità di interagire coi fornitori (ovviamente tutti situati in area asiatica per abbattere i costi di produzione). E' solo questione di tempo, le dicono, e sarà trasferita nel settore Arte, il più ambito della Spectra.
Un sogno per chi come lei ha studiato fotografia e moda.

Ma il sogno di questa self made china girl viene infranto dall'arrivo della Febbre di Shen, un ceppo aggressivo di infezione fungina originatosi nella regione di Shenzen, in Cina (zona che Candace, come vedremo, ha visitato spesso per lavoro).
Come si manifesta?
"Nelle sue fasi iniziali la febbre di Shen è difficile da individuare. I primi sintomi includono mal di testa, respiro faticoso e spossatezza. Poichè questi sintomi sono spesso scambiati per un raffreddore comune, di rado i pazienti sono consapevoli di aver contratto la febbre di Shen. A volte possono sembrare produttivi e sono ancora in grado di eseguire le normali attività quotidiane. Tuttavia, ben presto i sintomi iniziali peggiorano.
I sintomi avanzati comprendono segni di malnutrizione, scarsa igiene personale, lividi e problemi di coordinazione. I movimenti del paziente possono sembrare goffi e faticosi. Alla fine, la febbre di Shen conduce a una perdita di coscienza fatale. Dal momento in cui la si contrae, i sintomi possono svilupparsi in un arco di tempo compreso tra una e quattro settimane, a seconda dello stato del sistema immunitario del paziente."

Considerato inizialmente come un mero focolaio, qualcosa di facilmente contenibile grazie a politiche di isolamento dei contagiati (complici i bollettini governativi cinesi che minimizzano la situazione del paese - e il senso di deja vu' pizzica), la febbre di Shen si espande a livello globale determinando il crollo della civiltà.
Ma Candace, schiava della propria routine casa-lavoro (esattamente come gli "zombie" malati di febbre sono schiavi della stessa identica routine che li porta a compiere gesti per loro significativi in loop ossessivo, finché il corpo non cede) ma soprattutto abbagliata dalla prospettiva che possa esserci ancora un post-emergenza in cui i suoi sforzi per tenere in piedi la Spectra verranno ricompensati dai piani alti dell'azienda, resta a New York assistendo alla morte lenta e inesorabile di una città che, da straniera senza famiglia e senza radici, non avverte come casa.
Solo quando ormai è troppo tardi, ma soprattutto quando il suo contratto con la Spectra giunge al termine, Candace si decide ad abbandonare la città, decidendo di unirsi per necessità a un gruppo di sopravvissuti miracolati quanto lei guidati da un certo Bob: ragazzi diretti verso la Struttura, un luogo in cui potranno cominciare a ricostruire le basi della civiltà.
Parrebbe l'inizio di una stagione di The Walking Dead, e invece no.

IMPRESSIONI SPARSE

Febbre è un romanzo che porta avanti il tropo del dead man walking come metafora di un'umanità alienata e schiava del consumo oltre che del lavoro: non a caso Dawn of the dead di Romero era ambientato in un centro commerciale. Sempre non a caso la Struttura verso cui Bob sta guidando il suo gruppo di sopravvissuti altro non è che un centro commerciale. Un centro commerciale di cui tra l'altro Bob possiede una quota societaria.
A guidare Bob verso la meta finale del viaggio non sono quindi motivazioni logistiche (il centro commerciale non è particolarmente sicuro e non è ricco di risorse come si pensava - anzi, i mobili per le loro abitazioni improvvisate in negozi di tendenza devono andare a prenderli nel corso di un raid nel vicino Ikea - le provviste sono poche e razionate, non sembrano esserci altri insediamenti umani nelle vicinanze a cui unirsi) o altre motivazioni razionali. E' più che altro il bisogno di tenere sott'occhio il proprio investimento, oltre che la sterile nostalgia verso tempi passati in cui Bob trascorreva i pomeriggi a bighellonare proprio in quel centro commerciale.
Anche la cosiddetta ricostruzione della civiltà attuata dal gruppo di sopravvissuti si riduce a una serie di regole arbitrarie dettate da Bob, che custodisce le chiavi delle automobili e delle risorse, decide i compiti per la giornata, premia e punisce, toglie o restituisce il privilegio di far parte del gruppo, e costringe tutti gli altri a seguire una serie di sterili ritualità (impossibile in quest'ultimo caso non cogliere il parallelismo con la ritualità ossessiva dei morti). Il resto del gruppo, sopravvissuti come Candace a una società che chiedeva di essere loro performanti e devoti all'azienda, pur non stimando Bob si accapigliano per i suoi favori e temono la sua ira, obbedendogli ciecamente.
Si è persa, sembrerebbe, la voglia di lottare.
Di nuovo, emblematico il parallelismo coi malati. La massa dei non morti non è aggressiva né ostile, al contrario sono i vivi ad aggredirli, mettendo pietosamente fine alle loro sofferenze (a decidere che il gesto di ucciderli è pietoso dal momento che il malato non può dare il consenso ovviamente è il solo Bob, che in maniera piuttosto ipocrita usa l'omicidio come una sorta di rito di iniziazione): si limita a ripetere i rituali importanti, come radunarsi attorno alla tavola per una cena in famiglia, mandare e-mail di lavoro su progetti chiusi mesi o anni prima, piegare magliette in una boutique. Se lo zombie pur essendo il corpo clinicamente morto si aggrappa alla vita e segue i bisogni biologici primari di nutrirsi e moltiplicarsi (il morso "dà vita" a un nuovo non morto), il malato di febbre, proprio come i vivi che seguono Bob e la stessa Candace, annulla se stesso in una ritualità sterile fino alla morte.

Manca un senso.
Mancano direzione e scopo, sia a livello individuale che sociale: non ha senso il solitario peregrinare senza meta di Candace che inizia tra le strade di New York e termina tra quelle di Chicago; non ha senso la sterile ritualità cui Bob costringe il gruppo; non ha senso che un'umanità al collasso si preoccupi di tenere aperte le aziende e organizzare settimane della moda, o che vengano garantiti i servizi di trasporto pubblico, taxi e igienizzazione in una città deserta. Solo distrattamente lo sguardo di Candace si posa su queste persone, che sono (e quando te sbagli) immigrati, ex soldati, e altri disperati senza radici che restano a tenere il forte mentre le alte dirigenze si sono già messe al sicuro ai primi segnali di pericolo.
Eppure, quanto sa di già vista tutta questa insensatezza.

Se sappiamo che questo ceppo fungino mortale nasce in aree in cui gli operai col beneplacito delle aziende occidentali 
(e nel caso della Spectra parliamo di una casa editrice che produce Bibbie - l'ironia è palpabile) sono sfruttati all'osso e vivono in condizioni igieniche e di lavoro malsane, cosa che porta al proliferare di agenti patogeni potenzialmente mortali (un pericolo tutt'altro che lontano - in questo, ovviamente il romanzo si può leggere anche in chiave di critica al neoliberismo selvaggio), non sappiamo in che modo ci si possa difendere dal contagio.
A nulla valgono quarantene, controlli agli aereoporti, disinfestazioni, evitare il contatto umano, indossare le mascherine FPP3. Non ci sono regole da seguire come nei film di zombie, non c'è salvezza, non c'è modo di scamparla: si può fare tutto per bene, stare attenti, prendere precauzioni e ammalarsi, o si può essere totalmente incuranti, bazzicare ambienti umidi e malsani e sopravvivere. Con buona pace delle teorie di predestinazione divina portate avanti da quel pirla di Bob.

Ad un altro livello Febbre è anche un romanzo che parla di casa e identità.
Candace ne è priva: immigrata in terra straniera, ha perso il legame con la sua terra d'origine, l'uso della sua lingua madre, i suoi genitori. La sua stessa madre ha dovuto rinunciare a tutto per seguire il marito oltreoceano e garantire alla sua famiglia migliori opportunità, e questo l'ha portata a riversare sulla figlia tutte le proprie ambizioni frustrate.
Allo stesso tempo, smarrita in uno stile di vita vuoto e alienante in una città che tende a dimenticarsi di te (non a caso il titolo originale è Severance, ovvero separazione), Candace non è stata in grado di costruire nulla di nuovo che potesse compensare la sua perdita identitaria. Candance è la realizzazione dell'american dream, ma scavando appena sotto la superficie quello che ne deriva è un guscio vuoto.
Candace è letteralmente il suo lavoro.
Non ha amici ma colleghi di lavoro. Il suo (ex) ragazzo Jonathan è un uomo che vive dello stretto indispensabile (a costo di continue rinunce e sacrifici però, pensa Candace che quelle privazioni le ha vissute per via della propria condizione di immigrata) e che rifugge il sistema capitalistico della Grande Mela a cui lei non confiderà nemmeno di essere incinta. Dei suoi hobbies conosciamo solo un'ossessione per la skin care e per i prodotti di lusso (il romanzo, in linea con questa critica ad un capitalismo schizofrenico, è zeppo di riferimenti a brand di lusso), ma sono più che altro ossessioni ereditate da sua madre.
Proprio come i malati di febbre di Shen (e proprio come i suoi compagni di viaggio), Candace è definita da una routine alienante scandita dal tragitto casa-ufficio.
Mi alzai. Andai a lavorare al mattino.
E' un incipit che cadenza l'inizio di molti capitoli del romanzo.
La routine di Candace non si interrompe neppure in piena pandemia, mentre la città le muore intorno. E quando raggiungere il lavoro diventerà troppo disagevole causa mancanza di servizi e manutenzione, la scelta di Candace sarà andare a vivere negli uffici deserti della Spectra per non venir meno agli impegni aziendali dal momento che, come dirà lei stessa, non ha nessun posto dove andare né una famiglia da cui attingere consolazione e protezione.

IN CONCLUSIONE. . .

In Febbre si intrecciano con eleganza ed estremo equilibrio capitoli pre e post collasso, la storia personale di Candace e quella, forse ancor più paradossale e tragicomica, della fine del mondo, filoni narrativi accomunati dal punto di vista estraneo (e non solo perché esotico, che rappresenta il vero punto di forza del romanzo dal momento che la metafora dell'apocalisse come critica al capitalismo come abbiamo visto non ha nulla di nuovo) di una protagonista peculiare, che assiste al crollo della civiltà (arrivando a scattare foto di quanto la colpisce della pandemia per postarle sul suo blog come sorta di memento funebre a uso e consumo di quelle comunità in cui la febbre di Shen ha colpito meno) come se questa non la riguardasse.
La narrazione scorre liscia, senza annoiare.
Occorre però un po' di presenza mentale per destreggiarsi tra le linee narrative.
Il romanzo colpisce, e colpisce duro, facendosi sia finestra critica sul presente che sorta di diario intimista (impossibile non cogliere dei parallelismi tra Candace e Ling Ma). Manca, e la cosa per quel che mi riguarda è un punto a favore del romanzo dal momento che odio i finali a cazzo di cane alla "e trovarono una cura/e ricostruirono la civiltà grazie ai nostri coraggiosi ragazzi in divisa", un finale consolatorio, almeno per quel che riguarda il destino dell'umanità. La società perfetta di Bob collassa, le strade di Chicago sono abbandonate quanto quelle di New York, dando a intendere che gli Stati Uniti siano ormai terra morta e che Candace possa essere l'unica sopravvissuta alla pandemia. Nelle ultime pagine del romanzo però la troveremo cresciuta: più umana, più consapevole di sé e finalmente desiderosa di creare un legame con qualcun altro. Nello specifico con Luna, la bimba che porta in grembo e di cui solo negli ultimi momenti trascorsi sotto la protezione di Bob ha riconosciuto come individuo, dandole un nome.

Giudizio finale:

mercoledì 18 gennaio 2023

[Recensione] PACHINKO - LA MOGLIE COREANA, di Min Jin Lee

Titolo originale:
 Pachinko
Autore: Min Jin Lee 
Traduzione: F. Merani
Edizione: Pickwick
Pagine: 587
Anno: 2017

Premesse:
Prima piacevole scoperta di questo sfigatissimo (dal punto di vista delle letture e delle visioni a schermo) 2023, Pachinko è l'opera seconda della scrittrice e giornalista sudcoreana (naturalizzata US) Min Jin Lee.
Il romanzo, ambientato nel Novecento, va ad abbracciare quasi un secolo di vicende e 4 generazioni di una famiglia coreana costretta ad abbandonare il proprio paese per cercare una vita migliore in Giappone.
Interessante che la Lee, proprio come uno dei personaggi di questo romanzo, dopo aver trascorso quasi tutta la sua vita in America abbia vissuto in Giappone per un breve periodo della sua vita di ragazza occidentalizzata, dal 2007 al 2011, e che quindi probabilmente abbia vissuto sulla propria pelle lo stesso shock culturale provato da Phoebe, quel senso di estraneità avvertito in presenza di altri coreani "giapponesizzati", e che abbia subito sulla propria pelle quel disprezzo e rifiuto nei confronti del diverso (per quanto questo diverso sia "arrivato", economicamente o culturalmente) che rappresenta uno dei temi principali di Pachinko.
Che parla anche di Pachinko, tranquilli.

*

TRAMA

Il Primo Libro abbraccia un periodo che va dal 1910 al 1933.
I primi personaggi che incontriamo sono i nonni di quella che sarà la "moglie coreana" che compare nel titolo nostrano e che sarà la nostra figura femminile di riferimento, anche se non la protagonista come saremmo portati erroneamente a pensare. In questo, plaudo la scelta della nuova edizione economica di tornare al titolo originale Pachinko e di usare il vecchio titolo italiano solo come sottotitolo. Ci si aspettasse un qualcosa alla Memorie di una geisha si resterebbe delusi, insomma.
Nel mio caso tiro un sospiro di sollievo.

Nel piccolo villaggio di pescatori di Yeongdo (a un tiro di traghetto da Busan) una coppia di anziani pescatori decide di arrotondare i magri guadagni convertendo la propria abitazione in locanda, un piccolo rifugio per quegli uomini troppo poveri per sperare di trovare moglie ma che non vogliano rifiutare quel tocco di comodità muliebre: pasti caldi, abiti puliti e rammendati, buona compagnia. I due hanno tre figli maschi ma solo uno, Hoonie, nato con delle vistose malformazioni (un labbro leporino e un piede storpio), arriva all'età adulta.
Per via del suo aspetto trovargli moglie sembra un'impresa disperata ma "per fortuna" nel 1910, quando il nostro Hoonie ha 27 anni, il Giappone annette la Corea e molte famiglie un tempo anche benestanti sono ridotte così alla fame che ora come marito va bene chiunque. 

Parentesina storichina:
The MOAR you know
Il trattato di annessione nippo-coreano (chiamato in Corea "trattato forzato dell'annessione coreana al Giappone") del 1910 venne stipulato tra Corea e Giappone, e prevedeva che l'imperatore della Corea cedesse al Giappone la sovranità sull'intero paese, che dal 1905 era già un protettorato nipponico.
Il valore legale del trattato nel corso della storia venne più volte messo in discussione sia dal governo coreano in esilio che dalle forze alleate che occuparono il Giappone alla fine della II guerra mondiale dal momento che portava sì il sigillo nazionale dell'impero coreano ma non la firma dell'imperatore Sunjong come avrebbe previsto la legge, il quale si rifiutò di sottoscrivere quell'umiliazione, bensì quella del primo ministro Lee Wan-Yong.

La Corea, al tempo paese povero e arretrato, subì uno sviluppo economico frettoloso e male organizzato da parte del Giappone al fine di rientrare nei gravosi costi d'annessione e fare del paese un bacino per materie prime e prodotti agricoli: le terre vennero espropriate ai proprietari (incapaci di pagare le tasse gravose che vengono loro imposte dai nuovi padroni) per garantire una produzione a ciclo annuale, più massiccia ed efficiente, che potesse garantire di sfamare una popolazione interna in rapida crescita e di esportarne l'eccedenza. Venne istituta la banca coloniale di Corea che in quegli anni impose una moneta unica, lo yen coreano, e dagli anni '30 avvennero massicci trasferimenti di zaibatsu (industrie a partecipazione mista) nel territorio al fine di industrializzare il paese e sfruttare masse di disperati come manodopera a basso costo. Alla vigilia della seconda guerra mondiale il 20% della produzione industriale giapponese arrivava dalla Corea.
Le ribellioni interne causate dagli abusi dei dominatori e dal peggioramento delle condizioni di vita causarono come ovvia reazione l'inasprirsi delle repressioni. Come conseguenza negli anni '20 furono molti i Coreani che si trasferirono in Giappone in cerca di una vita migliore: lì furono bersaglio di violente discriminazioni razziali da parte dei nipponici, che ancora oggi non hanno un'opinione molto positiva dei coreani residenti in Giappone, o di chiunque non sia Giapponese che risiede in Giappone se è per quello.
*Fine parentesina storichina*

La famiglia di Hoonie grazie ai proventi della locanda riesce a mantenere un certo grado di morigerato benessere, riuscendo in questo modo a combinare il matrimonio del figlio con Yangjin, una giovane modesta proveniente da una famiglia ridotta sul lastrico e con tre figlie da sistemare, e quindi priva di dote. Pur essendo un matrimonio combinato, tra i due si sviluppa un tenero e sincero sentimento, una placida serenità casalinga coronata qualche anno dopo dalla nascita di una bambina, Sunja. Sunja sarà la gioia e l'orgoglio di suo padre fino alla sua morte, 13 anni più tardi.
Dramatization
Sarà Yangjin a crescere da sola la bambina, che col trascorrere degli anni si fa donna. Una ragazza semplice, lavoratrice, molto devota alla madre e alla memoria dell'amato padre, che attirerà le attenzioni di un uomo molto più grande di lei, Koh Hansu, un ricco commerciante di pesce della zona, di cui col trascorrere dei giorni si innamorerà perdutamente. 
Rimasta incinta dell'uomo farà un'amara scoperta: Koh Hansu non può renderla una donna onesta perché ha già moglie e 3 figlie in Giappone, e di divorziare non se ne parla dal momento che la donna a cui è legato è la figlia del suo capo, colui a cui deve la sua fortuna. Si offre, da galantuomo qual è, di fare di Sunja la sua "moglie coreana": di comprarle un appartamento e di provvedere ad ogni bisogno economico suo e del bambino in arrivo. Sunja, col cuore spezzato, l'onore gettato ai porci e destinata ormai a una vita da donna perduta, non solo rifiuta ma per quanto lo ami ancora con passione tronca all'istante la sua relazione con Koh Hansu.
Il suo destino sarebbe segnato e noi ci ritroveremmo di fronte un mattone alla Lettera Scarlatta - Korea Edition se non facesse la sua comparsa Baek Isak, un giovane e avvenente ministro protestante in viaggio alla volta del Giappone per questioni di lavoro che deve fermarsi alla locanda per più tempo di quanto avesse preventivato a causa di un attacco di tubercolosi, aggravato dalla sua salute cagionevole.
Venuto a conoscenza della situazione, Isak a differenza di quello che ci aspetteremmo da un cristiano non offre preghiere e altre cazzate inutili ma di sposare Sunja e riconoscere come suo il bambino in arrivo (in fondo i suoi insistono da anni perché trovi moglie). I due si sposano senza particolari impedimenti a parte l'atteggiamento sassy di un vecchio prete di merda e partono alla volta del Giappone, a Osaka, dove li aspetta il fratello di Isak, Yoseb, insieme alla moglie di lui Kyunghee.
Ci aspetteremmo a questo punto, noi navigati lettori di drammoni al femminile, rancori e gelosie senza esclusioni di colpi tra la nuova arrivata di bassi natali feconda che subisce le molestie con gioviale buonumore e la nobile e bellissima signora senza figli invece no: come al solito Min Jin Lee non esagera col drama e tra le cognate nasce un'immediata simpatia.

*

Il Secondo Libro abbraccia un periodo che va dal 1939 al 1962.
Sunja, sempre ospite in casa degli amorevoli cognati, cresce insieme al marito che presta servizio nella chiesa vicina per pochi yen al mese i due figli, Noa (il figlio di Hansu) e Mozasu (figlio di Isak). Se Noa fisicamente è il ritratto di Hansu, nel carattere è mite e studioso come Isak.
Mozasu è appena neonato.
Quando Isak viene incarcerato perché considerato un coreano sedizioso (e tutti possono tranquillamente metterci una pietra sopra visto che i coreani vengono trattati a merda da liberi, figurarsi in prigione), nonostante le vive proteste di un uomo vecchio stampo come Yoseb Sunja e Kyunghee sono costrette a lavorare al mercato, dando il via a un piccolo ma abbastanza redditizio smercio di kimchi fatto in casa e, quando mancano le verdure, di caramelle.
All'arrivo della seconda guerra mondiale però le materie prime cominciano a scarseggiare: ci aspetteremmo la carestia a casa Baek, gente che mangia la terra, Mozasu che muore di stenti perché è il più piccolo e sacrificabile del branco, invece Sunja viene contattata da Kim Changho, proprietario di un ristorante della zona, con un'offerta da leccarsi le orecchie. Darà alle due le materie prime di cui hanno bisogno per produrre kimchi (recuperate ovviamente con mezzi poco leciti, tramite mercato nero), ma in via esclusiva per il suo locale e in cambio di un lauto stipendio. Un discreto salto di qualità per le due donne, che dopo aver vinto a fatica le rimostranze del solito Yoseb (anche perché insieme le due donne avrebbero guadagnato più di lui in fabbrica) cominciano la loro avventura nel mondo di Masterchef.

Con l'avanzare della guerra però le cose cominciano a farsi difficili anche al ristorante e Kim Chango è costretto a chiudere. E' a questo punto che Sunja viene avvicinata da Hansu, che si rivela essere il vero proprietario del ristorante, il quale le dice di aver sempre vegliato sulla sua famiglia dal momento del suo arrivo in Giappone.
First reaction: Shock.
Da uomo d'affari invischiato col crimine qual è, Hansu è in possesso di informazioni riservate che vanno oltre la propaganda governativa, e sa che il Giappone sta perdendo la guerra nonostante lo neghino con la consueta testardagine. Bisogna aspettarsi da un momento all'altro i bombardamenti alleati. Convince qundi Sunja e la cognata a trasferirsi con i bambini in una fattoria fuori città (dove riuscirà a portare anche la madre di Sunja), mentre Yoseb viene "promosso" con un incarico di responsabile di fabbrica e meccanico a Nagasaki.
Sopravvissuto all'esplosione, resterà menomato a vita. 

Parentesina storichina 2:
Questo è anche un luogo
di cultura.
Zitti e imparate, bastardi.
Sempre più industrializzata e dedita a un'agricoltura intensiva per adempiere al suo ruolo di granaio dell'impero, la Corea viveva in funzione delle esportazioni a scopo bellico. Nel 1938 venivano coltivati 6 milioni di ettari di terreno, principalmente a riso data la miglior resa calorica, ma il riso bianco (più pregiato e nutriente) era molto costoso e quindi riservato ai soli giapponesi.
Si assistette a un esodo di massa verso le città, che unito a un aumento demografico malthusiano (da 14 milioni del 1910 a 25 nel 1944) portò a un rifornimento pressoché illimitato di forza lavoro a basso costo nelle fabbriche giapponesi. 
Negli anni della guerra molti uomini vennero deportati in Giappone per essere impiegati nelle fabbriche e nell'esercito, e le coreane usate come "donne di conforto" in appositi bordelli per soldati (figure dimenticate dalla storia e passate agli onori della cronaca solo a partire dagli anni '90), il tutto in linea con una "politica di assimilazione totale" che mirava a rendere Corea e Giappone una cosa sola ma sempre nell'ottica della superiorità giapponese.
Diceva all'epoca il governatore generale Minami:
"I coreani sono, in base alla visione del mondo, ai rapporti umani, agli usi e alla lingua, un popolo completamente diverso. Perciò il governo giapponese deve pianificare la politica coloniale nella piena consapevolezza di questo fatto. I giapponesi, ai quali i coreani hanno guardato ogni volta, devono essere sempre qualche passo avanti. Allora i giapponesi sono chiamati a istruire e guidare sempre i coreani, e questi devono seguire con riconoscenza ed obbedienza i Giapponesi che marciano avanti.
A partire dal 1938 venne vietato l'uso anche privato della lingua coreana, e venne bandito l'hanbok
Dal 1940 i nomi coreani vennero convertiti in giapponesi (pratica a cui i residenti in Giappone erano costretti al momento dell'ingresso nel paese), senza il quale non si poteva lavorare, ricevere sussidi o recapiti postali.

Nel frattempo sul fronte cinese con la collaborazione degli Stati Uniti furono addestrate unità speciali di combattenti coreani allo scopo di riconquistare e liberare la Corea (ma al momento di passare dalle parole ai fatti di indipendenza della Corea non si parlerà manco per sbaglio) al fianco degli Alleati, a cui si unirono emigranti e disertori.

Il giorno della capitolazione del Giappone, che pose fine al periodo coloniale, circa 2 milioni e mezzo di Coreani vivevano in Giappone: più del 30% delle vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki furono lavoratori forzati: 40.000 su 140.000 morti e 30.000 vittime delle radiazioni.
Le principali compagnie giapponesi ad aver usufruito di questi immigrati, Kajima Gumi, Naji-Fujikoshi, Mistubishi e Nippon Steel Corporation, non solo non riconobbero mai i loro crimini verso i coreani ma furono addirittura risarcite dal governo per la perdita di manodopera subita dopo la partenza dei coreani alla fine della guerra.
*Fine parentesina storichina 2*

La famiglia Baek torna a Osaka, dove Noa e Mozasu riprendono gli studi: pur lavorando come contabile a tempo pieno e senza lasciarsi scoraggiare da un primo fallimento Noa supera l'esame di ammissione alla prestigiosa università Waseda a Tokyo mentre Mozasu, per il quale la scuola è più un peso che altro, finisce a lavorare per Goro, un uomo allegro e onesto che gestisce una sala pachinko vicino alla bancarella di Sunja. Si innamorerà di Yumi, una sartina di umili origini che sogna di abbandonare un paese che non sente casa e andare a vivere in America.
I due si sposano e hanno un figlio, Solomon.
Dopo qualche anno Yumi muore, investita da un pirata della strada.
Noa nel frattempo vive il tempo delle rivelazioni inaspettate: scopre infatti non solo di essere il figlio di Hansu, ma essendo un universitario studioso e molto arguto scopre anche che Hansu è un coreano che ha tanti soldi perché è invischiato con la yakuza.
Big shock.
L'idea di non essere figlio di un uomo perbene ma di avere in corpo il sangue sporco di un delinquente e di essere destinato a diventare uno di quei coreani brutti, puzzolenti e criminali tanto odiati dai giapponesi, lo sconvolge al punto da abbandonare l'università e far perdere le proprie tracce alla famiglia.

Nel Terzo Libro (1962-1989), l'ultimo, dove le cose cominciano ad avvicinarsi all'inevitabile epilogo, a farla da padrone è la generazione di Noa, che ha trovato rifugio a Nagano dove ha cominciato a farsi strada nel mondo del Pachinko e ha rinnegato le proprie origini coreane fingendosi un giapponese che lavora in un'azienda che assume solo onesti lavoratori giapponesi, trovando una bella e brava moglie giapponese che gli ha dato tre pucciosi figlioli giapponesi. Mozasu, che nel mondo del Pachinko ha fatto i soldi veri, frequenta Etsuko, una donna giapponese divorziata con un passato da accompagnatrice, e può dare a Solomon la migliore educazione possibile, una che lo porti lontano da quel paese, magari in America come desiderava sua madre, tra gente più aperta di mente.
La guerra è ormai alle spalle, ma non per i Baek.
Non per i coreani.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Pachinko è un libro che normalmente considererei una di quelle crudeli e infinite martellate alle parti basse, che di solito nel mio caso fanno il giro e diventano una comica. Se poi la "comica" che fa da contorno al drammone patetico è un tragico avvenimento storico reale se mi vede sghignazzare la gente la prende a male e mi sfancula perché crede stia ridendo della tragedia storica.
Spoiler: non mi serve un giorno dedicato o il film triste del cazzo per ricordarmi che c'è stata la tragedia storica X per cui essere triste, e non sto ridendo della tragedia storica.
Parrebbe scontato, e invece no.

Ora, fortunatamente tanto per cambiare non è questo il caso, anche se non ci troviamo nemmeno di fronte alle cose tragicomiche che di solito, visto che sono fatta a rovescio, mi scatenano la lacrima prepotente. 
Pachinko è un drama fatto e finito in cui l'infelicità regna sovrana (ma nella sigla dell'omonima serie tv tutti ridono e ballano, forse per dare una gioia allo spettatore, ma soprattutto agli attori che altrimenti si dimenticherebbero cos'è la felicità).
Ma anche se questa famiglia dovrebbe andare in pellegrinaggio a Lourdes e il rischio di esagerare con le sfighe e passare dal drama storico alla soap opera è a un passo, il grande talento di Min Jin Lee per quel che min riguarda è non superare mai quella linea. E' impietosa con i suoi personaggi (perché è la Storia ad essere impietosa con gli esuli di qualsiasi tempo ed etnia) ma mai in modo gratuito, esagerato o crudele; con un piglio alla Jane Austen la voce narrante resta sullo sfondo con una delicatezza rara, non prendendo mai posizione né giudicando i personaggi, per quanto ai nostri occhi possano comportarsi in modo più o meno abietto, amorale o essere crudeli e ingiusti.
Tranne Isak, perché Isak ha l'asticella ad altezza "odore di santità".

La narrazione è cruda ma non indulge mai nel morboso.
Anzi, a più riprese si ferma proprio al momento pruriginoso che di solito fa fare i seghini ai sensibiloni amanti del drama soap operistico lasciando al lettore il compito di tappare i buchi e di dar voce ai non detti, non lesinando lunghi e frustranti balzi temporali.
Qualcuno potrebbe trovarlo irritante.
A me piace essere trattata da essere senziente e non da bambino poco sveglio da tenere per mano per tutto il tempo spiegandogli le cose per filo e per segno.

Un altro talento dell'autrice per quel che mi riguarda è quello di riuscire a scrivere una saga familiare di quasi 600 pagine (che scivolano che è una bellezza, come Homer oleoso 👉), inzepparla di decine di personaggi, e renderli tutti indimenticabili. 
Io che sono notoriamente una persona che fatica molto a seguire i romanzi zeppi di personaggi al punto da dovermi tirar giù degli schemini per ricordare chi minchia è chi mi sono ritrovata nella felicissima situazione di ricordare da sola, senza consultare Wikipedia o maledire divinità a caso, personaggi apparsi anche 50 pagine prima.

Oltre ad essere indimenticabili, quelli tratteggiati dalla sapiente penna di Min Jin Lee sono anche personaggi a cui è estremamente facile affezionarsi. Figure umane, fallibili, né buone né cattive, animate dal desiderio di sopravvivere e di trovare un posto nel mondo, ma soprattutto di trovare un'identità, sballottati come sono tra un Giappone che li rifiuta e li tratta da stranieri nonostante alcuni come Noa, Mozasu o Solomon siano nati e cresciuti lì, e una Corea che non è più casa.
Una Corea che nemmeno esiste più.
Per quanto poi risulti difficile capire le posizioni o il modo di pensare di certi personaggi con la nostra sensibilità di lettori occidentali del XXI secolo, questa sensazione non sfocia mai nell'idea di avere davanti una macchietta desueta o ridicola, o una figura esageratamente spiacevole messa lì solo per far risaltare in positivo il protagonista di turno. Semmai mano a mano che arriviamo a conoscere il personaggio che inizialmente ci sembra odioso o scostante o testa di merda, a farla da padrone sarà un moto di profonda empatia.

Se Yoseb può risultare (e in effetti è) l'archetipo della scimmia alfa specie in confronto con quel santo di suo fratello, uno di quegli uomini che preferirebbe mantenere l'orgoglio di maschio che avere cibo in tavola, non manchiamo mai di avvertire il profondo affetto che lo lega a tutti i membri della sua famiglia (compresa la cognata Sunja e quel nipote che sa non essere figlio di suo fratello).
Ed è l'amore ad averla sempre vinta sull'orgoglio.
Mai una volta dimenticherà che la sua priorità è la felicità e il benessere della sua famiglia, ma soprattutto della sua compagna, nemmeno nei momenti di maggior abbruttimento quando sarebbe facile per l'autore indulgere in scene melodrammatiche da telenovela argentina (momenti da cui Min Jin Lee ci tiene alla larga con la consueta delicatezza). Sbuffa, si arrabbia, ma alla fine cede il passo senza mai imporre la sua autorità di capofamiglia. E quando sentiamo dire a Kyungee che brav'uomo sia suo marito e quanto l'abbia amata (lei, una donna che non è riuscita a dargli dei figli e avrebbe avuto tutto il diritto di ripudiare), non possiamo fare altro che crederle.

Dramatization
Se Hansu è un uomo della malavita che ha costruito la sua fortuna con mezzi poco leciti e incarna lo stereotipo nipponico del coreano piantagrane e disonesto, se è in effetti un marito di merda che corrompe una giovane innocente e che lo venera senza curarsi minimamente del doppio standard morale previsto per una donna perduta e un uomo "farfallone", è anche una persona piuttosto onesta con i suoi collaboratori e spinta per la maggior parte del tempo da sentimenti sinceri verso le persone che stima.
Tra lui e Sunja si sviluppa un rapporto complesso.
Sunja non dimenticherà mai il suo primo amore, ma resterà sempre fedele a Isak, l'uomo che l'ha salvata da un destino di donna perduta peggiore della morte. Hansu è un uomo sicuro di sé, pieno di risorse, autoritario ma paziente, intelligente, verso il quale una popolana di provincia non può che provare rispetto, ma al tempo stesso è una bomba pronta a esplodere sulla serenità della sua famiglia, una spada di Damocle che pende sulla sua testa ma soprattutto su quella del giovane Noa.
Dal canto suo Hansu è affascinato da Sunja, che condivide con lui un passato di privazioni e incarna tempi più poveri, forse, ma più semplici e mostra un'orgoglio e una rettitudine morale che ammira. Di sicuro prova affetto e orgoglio per Noa, il suo unico figlio maschio, un ragazzo intelligente, onesto e lavoratore. Nel corso di tutta la sua vita smuoverà mari e monti per proteggere la sua famiglia coreana e fare in modo che non manchino di nulla, rivelandosi solo quando strettamente necessario. Ma possiamo parlare di amore nel senso drama e romanzesco del termine? Vai a sapere.
Hansu è una figura a dir poco imperscrutabile.
E Min Jin Lee non è così indelicata da farci entrare così tanto nel suo cuore.

Hansu aiuterà Sanju e Noa ma anche Yoseb, Kyungee e Mozasu. Arriverà a far giungere dalla Corea la madre di Sunja durante la guerra (e sappiamo quanto costi un viaggio dalla Corea al Giappone, Yoseb aveva dovuto rivolgersi a degli strozzini per pagare il biglietto per suo fratello e la novella sposa). L'unico che non sarà oggetto dei suoi piani salvifici è proprio Isak, che guarda caso è l'incomodo: viene da chiedersi, a una certa, se con i suoi potenti mezzi avrebbe potuto tirarlo fuori dagli impicci e se non sia stata una scelta meschina e consapevole quella di farlo morire tra gli stenti in una prigione giapponese.
Difficile dare una risposta, anche in questo caso. Dove poteva arrivare la sua influenza di fronte alle autorità giapponesi, quanto poteva tirare la corda un uomo della Yakuza? Quanto lontano poteva portarlo il desiderio di proteggere Sunja e Noa? 
Mica Hansu è santo come Isak.
Di nuovo, con Hansu ci troviamo di fronte un personaggio non sempre facile da comprendere, ma complesso e affascinante. Specie a confronto con Isak, che però proprio nel suo essere un uomo sinceramente devoto e dotato di una grande forza e generosità non mi fa schifo al cazzo come la maggior parte dei personaggi buoni come il pane.

C'è poi Noa, che per onore e un cieco senso del sacrificio che lo ha guidato per tutta la vita, proprio nel momento in cui scopre di non essere figlio del pio Isak ma di un uomo di malaffare è pronto a lasciarsi alle spalle tutto, a smetterla di lottare ed eccellere perché i giapponesi finalmente lo valutino come un essere umano, e a sparire per diventare il giapponese Nobuo Boku. In questo insieme a Solomon rappresenta forse il personaggio più giapponese del romanzo. Ma, è proprio questo il punto, in quanto stranieri né lui né (come vedremo) Solomon saranno mai percepiti come giapponesi.
O come persone perbene.

Pachinko è un romanzo che non parla solo di famiglia ma anche e soprattutto di identità, di chi non ha patria e cerca un posto da chiamare casa.
Se per Noa la via dell'integrazione passa per il comportarsi due volte meglio dei giapponesi e lavorare tre volte tanto (fino a che la percezione della futilità di quegli sforzi non finisce per spezzarlo), per Mozasu, che diventa un imprenditore di successo nel settore del pachinko, l'integrazione passa per denaro e potere e conduce fuori dal Giappone.
Ritiene, proprio come Noa, che il Giappone sia irrecuperabile e la loro percezione dei coreani non cambierà mai: ma se i coreani della sua generazione non possono lasciarsi alle spalle l'unico paese che possano chiamare casa né tornare in una patria che li considera altrettanto stranieri, auspica che la strada per la felicità e l'autentica integrazione di suo figlio risieda a Occidente. Solomon brilla negli studi, frequenta le migliori scuole internazionali in Giappone, frequenta la Ivy league in America, si fidanza con una coreana nata in America, ottiene la laurea con ottimi voti e trova un posto onorevole e ben retribuito nella sezione Giapponese della British Bank, settore acquisizioni.
Ma persino tra gli stranieri resta un coreano.

Il messaggio finale però, pur non apertamente ottimistico, non è nemmeno privo di speranza. Solomon a differenza di suo zio, di suo padre e della sua fidanzata americana che non capisce perché si ostini a difendere questi stronzi di giapponesi, si rifiuta di arrendersi all'odio e al pregiudizio.
"E poi tutta quella storia che il Giappone era il male. Era pieno di stronzi, certo, ma gli stronzi c'erano dappertutto. Kazu era un fetente, e allora? Era una brutta persona ed era giapponese. Ma forse lo era diventato proprio frequentando l'università in America. Anche se su cento giapponesi cattivi ce ne fosse stato uno solo buono, Solomon si rifiutava di generalizzare. Etsuko era come una madre per lui; il suo primo amore era Hana; e anche Totoyama era come uno zio per lui. Erano giapponesi tutti e tre eppure erano brave persone.
In un certo senso pure lui era giapponese, anche se i giapponesi non lo consideravano tale. Phoebe questo non lo capiva. L'identità di una persona non dipende solo dal sangue."
In cosa credere allora? A cosa aggrapparsi se tutti perseguono i propri interessi (in tempo di guerra come in pace) e l'identità è un concetto fumoso e sfuggente, se nemmeno all'interno della propria gente o fuori dal Giappone si ha la certezza di essere al sicuro?
Alla famiglia. Al pachinko.
Il pachinko diventa, oltre che l'unica cosa concreta e via di riscatto sociale nella vita dei Baek e un fattore di identità familiare, l'unico legame concreto tra padre e figlio, una metafora della vita: una sala piena di macchinette in cui i proprietari piantano dei chiodini in grado di deviare la traiettoria delle palline a loro piacimento. In tutta la sala ci sono solo un pugno di macchinette che permettono al giocatore di vincere, e tutto sta nel ritrovarsi davanti per caso quella giusta.

Nonostante Pachinko sia un romanzo storico la Storia (quella con la s maiuscola) scorre sullo sfondo, come un fiume tranquillo, senza mai toccare i protagonisti se non di sponda (persino all'esplosione atomica di Nagasaki vengono dedicate poche righe distratte). 
A differenza di quanto accade in altri romanzetti del cazzo in cui l'autore si affanna a fare la pagina Wikipedia (quello è il mio compito) o a far interagire i suoi personaggi (di qualunque estrazione sociale essi siano) con tizio famoso di turno per far vedere che a scuola stava attento, i protagonisti di Min Jin Lee sono emeriti signori nessuno, e com'è giusto che sia a nessun personaggio storico di spicco frega nulla di loro.
Lo scopo dell'autrice è andare oltre la Storia e indagare i sentimenti umani, dando spazio all'amore, che fa da collante in un mondo allo sbando, il tutto con rispetto e delicatezza rari. Menzione di merito a questo proposito per i suoi personaggi femminili, di cui ammiriamo sempre la forza anche se relegati in ruoli secondari e posizioni sottomesse.
Donne non solo votate al sacrificio ma che solidarizzano.
Donne che sbagliano ma non vengono per forza punite dal destino (aka, dalla penna di un autore bigotto che vuole insegnare al lettore che se vai in giro a darla via non sei figlia di Maria), o di contro donne irrimediabilmente perdute ma comunque meritevoli d'amore che pagano lo scotto dei loro errori e lo accettano con pacata rassegnazione senza che l'autrice neanche per un momento ne minimizzi, giudichi o di contro santifichi con piglio paternalistico la sofferenza.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Pachinko è stata un'esperienza straordinaria, e una piacevole uscita dalla mia zona di confort. Un dramma che non è una martellata alle parti basse e non scade nel becero, un romanzo storico che non diventa un bignami del liceo e non si scatena con le forzature e le stronzate, una finestra sul razzismo che non è discalica, retorica e stronza ma nemmeno permeata di quel cinismo superficiale del cazzo che oggi vende.
C'è speranza per il futuro ma non cieco ottimismo.
E anche noi, proprio come i personaggi del romanzo, ci barcameniamo senza meta alla ricerca di un'identità (che non per forza corrisponde al sangue o alla nazione che ci ha dato i natali), ci sforziamo senza che per forza le nostre fatiche vengano ripagate o che la nostra fiducia venga ricambiata e possiamo sperare al massimo che le nostre scelte ci portino davanti alla macchinetta del pachinko vincente.

Giudizio finale:

martedì 17 maggio 2022

[Recensione] PASTORALE AMERICANA, di Philip Roth

Titolo originale:
 American Pastoral
Autore: Philip Roth 
Traduzione: V. Mantovani
Edizione: Einaudi tascabile, copertina flessibile
Pagine: 462
Anno: 2013
Euro: 14,00 | Ebook: 7,99 

Pastorale americana è un romanzo scritto nel 1997 che è valso al suo autore il premio Pulitzer per la narrativa, riuscendo in questo modo nel doppio miracolo di farmi amare non solo un libro premiato da una cricca di intellettuali della Columbia ma un libro premiato da una cricca di intellettuali in cui per 400 e rotte pagine non succede proprio nulla.
Letteralmente.

A fare da cornice alla vicenda principale è il ritrovo degli ex alunni di un liceo di Newark a 45 anni dal diploma, nel corso del quale l'alter ego dell'autore, lo scrittore Nathan Zuckerman, incontra il suo vecchio amico Jerry, fratello minore di Seymour "Lo Svedese" Levov. Proprio Seymour, incontrato di recente da Zuckerman in due diverse occasioni, diventa il principale argomento di conversazione tra i due.
In un lungo excursus introduttivo scopriamo che Seymour è stato l'eroe d'infanzia non solo di Nathan ma di tutta Newark, un ragazzo semplice e onesto, intelligente, patriottico, di sani principi e dalle eccezionali doti atletiche destinato a fare grandi cose.
Terribili sì, ma grandi...
Immigrato di terza generazione, fin da ragazzo Seymour ha brillato sia negli studi che negli sport più americani che ci siano (baseball, football e basket), ha servito il suo paese non appena gli è stato permesso come un vero yankee, e sempre come un vero americano ha creduto nel culto capitalista del self made man e, succeduto a suo padre Lou nella piccola azienda di famiglia, la Newark Maid, si è dedicato anima e corpo al lavoro di guantaio facendo prosperare l'attività con l'impegno e il duro lavoro arrivando ad aprire nuove succursali a Portorico, dove la manodopera costa meno ma è comunque in America, mica come quegli imprenditori brutti e cattivi che la produzione la spostano all'estero nelle Filippine per pagare gli operai due spicci.
Perché Seymour ama profondamente l'America.
Poco ci manca che si faccia i seghini sulla bandiera a stelle e strisce.
Anche a me sale il crimine di fronte a
questa stucchevolezza, ti capisco
Merry
Non pago del suo successo professionale anche la vita privata di Seymour sembra il coronamento di un sogno, con tre figli di cui va molto orgoglioso e una bella moglie di 30 anni più giovane di lui con una bella carriera nella pubblicità.
E' Jerry a rivelarci che non tutto è così idilliaco e irritante come sembra: dal primo matrimonio dello Svedese con Dawn Dwyer, una cattolica di origini irlandesi ex Miss New Jersey, è nata una figlia di nome Merry, che nel febbraio del 1968 ha fatto esplodere l'ufficio postale del suo paese uccidendo una persona.
Risolto il problema della guerra in Vietnam e dei diritti civili con questo ardimentoso atto di coraggio la piccola pantera bianca si dà alla fuga, lasciando a chi resta il compito di raccogliere i cocci.

Il racconto di Jerry finisce qui, ma le rivelazioni sullo Svedese lasciano una profonda impressione su Zuckerman, che basandosi sui suoi ricordi, sul racconto di Jerry, i due brevi incontri avuti con Seymour e qualche vecchio ritaglio di giornale decide di scrivere una biografia immaginaria del suo eroe d'infanzia, biografia che va a ricoprire l'arco di tempo del matrimonio con Dawn (nel corso di quegli anni Sessanta sconvolti dalle tensioni razziali e dalla guerra in Vietnam) e si interrompe bruscamente nel 1974, quando in America infuria la bufera dello scandalo Watergate e il primo matrimonio di Seymour va definitivamente in pezzi nel corso di una cena tra amici.
Per quanto plausibile e frutto di una ricerca rigorosa, quindi, nulla di quanto si legge qui riguardo la vita dello Svedese e la sua famiglia è reale ma parto della fantasia di uno scrittore di professione: lo stesso Seymour non può né confermare né confutare quello che leggiamo, dal momento che al momento della stesura del romanzo è morto e suo fratello Jerry non offrirebbe comunque un feedback obiettivo.
Tocca fidarsi, insomma.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Pastorale americana, con la sua profonda critica al mito del sogno americano (qui inteso addirittura in senso idilliaco, come una pastorale) e della vulgata dell'uomo che si fa da sé e può trionfare sulle avversità con l'impegno, l'intuizione e il duro lavoro è un pugno allo stomaco per me che non sono nemmeno figlia dello zio Sam, figurarsi per chi tutte le mattine a scuola deve alzarsi in piedi per prestare giuramento alla bandiera nella speranza che in aula non irrompa un pazzo armato di fucile.
Perché Seymour nel sogno americano ci ha creduto.
Ha costruito la sua intera vita e il suo intero modo di pensare attorno all'onorare con un fervore quasi religioso il paese che ha accolto la sua famiglia da tre generazioni, e vivere in prima persona quello che gli avevano detto essere il coronamento di un sogno: e infatti vista da fuori la vita dello Svedese è un'utopia che richiama ai tempi più semplici e onesti delle cittadine di provincia (proprio come nelle poesie pastorali il tema portante era l'idealizzazione della vita bucolica): una genetica WASP che ha cancellato totalmente le origini ebraiche dai suoi lineamenti, un passato da sportivo e pure eccellenza accademica per accontentare anche la sua comunità (a cui dei meriti sportivi frega il giusto), l'impegno militare, imprenditore di successo, una moglie ex reginetta di bellezza con cui costruire la famiglia dei sogni. 
Dramatization
Per arrivare a ciò (lui come molti altri immigrati) ha ripudiato se stesso, le sue origini, le sue abitudini, la sua stessa identità al punto che noi di Seymour non sappiamo davvero nulla di concreto. Un po' perché a parlare non è lui ma Zuckerman, che ne sta scrivendo delle memorie romanzate, un po' perché, come insinuerà anche suo fratello, Lo svedese è una maschera.
"Contrariamente a tutti i nostri sogni a occhi aperti sull'effetto di un'adulazione così assoluta, acritica e idolatra, pareva che l'amore prodigato per lo Svedese in realtà lo svuotasse di ogni sentimento. In questo ragazzo abbracciato  da tanta gente come simbolo di speranza - come l'incarnazione della forza, della decisione e del valore baldanzoso che alla fine avrebbero avuto la meglio, permettendo ai ragazzi della nostra scuola che erano sotto le armi di tornare a casa illesi - pareva non esistere una goccia di spirito o d'ironia che interferisse col dono prezioso della sua responsabilità.
Ma lo spirito o l'ironia, per un ragazzo come lo Svedese, sono solo intoppi al suo passo spedito: l'ironia è una consolazione della quale non hai proprio bisogno quando tutti ti considerano un dio."
Seymour è il promotore di un melting pot da pro loco di Newark.
Una persona solida e quadrata come l'attrezzo ginnico che porta il suo nome che ha organizzato la propria esistenza in modo da rendere omaggio nella maniera che per una vita gli hanno detto essere più corretta con un amore cieco e totalizzante che ha travalicato persino quello per la sua famiglia e per i suoi conoscenti. 
L'America gli ha dato tutto, e lui ha dato tutto all'America.
Per tutta risposta l'America gli ha ficcato nel sedere un palo di due metri.

E che succede quando una forza inarrestabile incontra un oggetto inamovibile?
Che l'oggetto inamovibile dai e dai si scheggia.
Lo Svedese quasi settantenne che incontriamo per caso a inizio racconto, nel 1995, è un guscio vuoto che snocciola banalità sui successi dei suoi tre figli adolescenti e della sua bella e giovane moglie che lavora come responsabile marketing di un settimanale.
Zuckerman però non resta impressionato:
"Rimasi colpito, mentre mangiavamo, da come sembrava sicuro di tutti i luoghi comuni che diceva e da come tutto quello che diceva fosse pieno di buon cuore. Continuavo ad aspettare che dicesse qualcosa in più di queste ineccepibili banalità ma tutte quelle che venivano a galla erano altre superficialità. Al posto dell'anima, pensavo, ha l'affabilità: quest'uomo la irradia da ogni poro. Per se stesso ha ideato un incognito, e l'incognito è diventato lui. [...] Finché cominciai a domandarmi se il problema non fosse un altro: non era in incognito, era pazzo.
Sopra di lui c'era qualcosa che gli aveva intimato l'alt. Qualcosa lo aveva trasformato in un'insulsaggine umana. Qualcosa lo aveva messo in guardia: non opporti a nulla."
Quel qualcosa lo scopriremo in corso di lettura.
Ma non si tratta solo della figlia bombarola, della moglie depressa, delle corna o di questi maledetti diritti civili che hanno reso i lavoratori neri e portoricani costosi, pigri e svogliati.
E' l'America ad averlo tradito mettendogli contro sia gli affetti più cari che quei dipendenti (in larga parte di colore) a cui per anni la sua famiglia ha dato caritatevolmente un lavoro, si presume a prezzi inferiori rispetto a quanto avrebbe pagato manodopera caucasica anche se questa informazione resterà un segreto tra Levov, il buon deeo e il suo commercialista. Ma lo svedese, educato alla piattezza e costruito per il conformismo, non sa come rispondere a questi colpi crudeli se non facendo quello che ha fatto per tutta la vita. Incassare, abbozzare, rassegnarsi, nascondere lo sporco sotto al tappeto relegando quanto subito a un vago shock senza nome che si perde nel tempo, per poi ricominciare daccapo nell'unico modo che conosce.
Con un'altra moglie bella, giovane e realizzata.
Con altri figli dal futuro brillante che possano incarnare il sogno americano.

A livello tematico il romanzo si muove non su un doppio binario in cui micro e macrostoria si fondono con eleganza rara e costruito su un lavoro di ricerca certosino (Roth arriva addirittura a recarsi a Gloversville, New York, a informarsi sull'industria dei guanti e a fare lunghe chiacchierate con Yolande Fox, miss America 1951, per il personaggio di Dawn): Roth affronta la caduta intima e personale di un uomo e la disgregazione della sua famiglia, che diventa metafora degli sconvolgimenti politici e ideologici che a partire dagli anni '60 del secolo scorso vanno a infrangere nelle fondamenta il mito americano, proprio come Merry ha distrutto la sua famiglia con il suo agire violento.
Ed ecco spuntar fuori le rivolte razziali di Newark del luglio 1967, i movimenti terroristici di sinistra radicale (I Weathermen, le Black Panther, Angela Davis) e quelli pacifisti, l'acceso dibattito attorno all'intervento in Vietnam, lo scandalo Watergate, il decadimento morale, l'avvento di questa imperscrutabile e impaziente generazione dei teenager rabbiosi, avvenimenti che portano al progressivo e inevitabile abbandono di quel compromesso intergenerazionale che ha fatto grande il paese proprio perché ognuno conosceva e accettava obbedientemente il proprio posto nel mondo. Ma una vita obbediente ha un costo altissimo, come sa bene lo Svedese, un costo che chi sta ai margini non è più disposto a pagare per il benessere di pochi.
Ora tutto intorno c'è solo caos, futilità e follia.

*

Pastorale americana non ha un finale soddisfacente, men che meno consolatorio. Soprattutto non ha un finale chiaro, tanto che se ne potrebbe restare addirittura delusi. Lasciamo l'America sul baratro dello scandalo Watergate mentre il primo matrimonio dello Svedese crolla definitivamente su se stesso, il giorno stesso in cui la figlia rientra improvvisamente nella sua vita come fantasma di se stessa dopo anni di latitanza, riversa su un pavimento lurido a pochi chilometri dalla casa natia, la rabbia contro il mondo accantonata per lasciare posto a una filosofia ascetica di stampo naturalista, il giainismo.
Dramatization
Merry nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza ha odiato qualsiasi figura d'autorità che le impedisse di essere libera, ha riversato questa rabbia contro il padre e il mondo in senso distruttivo avvertendolo come l'unico modo di farsi ascoltare e dar voce al suo malessere, ma poi non ha saputo cosa farci, con questa libertà.
Quindi si è rifugiata in una fede che pratica la pace assoluta. Ma, come dirà la stessa Merry a suo padre, poiché la natura è di per sé prevaricazione e sopraffazione, questo atteggiamento portato alla sua forma più pura non può che portare alla morte di chi la pratica. Di lei non sapremo più nulla, se non che non c'è più da anni. Seymour non riuscirà mai a capire perché li ha tanto odiati se per lei hanno voluto solo il meglio.
Perché ha odiato un paese che ha fatto tanto per i Levov.
Ma soprattutto che senso abbia avuto tutto quel rancore, alla fine dei giochi.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Ci sono poche cose che alla fine della lettura di Pastorale americana acquisiranno un senso, ma questo senso di straniamento e profonda inutilità fa parte del suo fascino. Non sapremo nulla della fine del matrimonio di Seymour e Dawn, niente sulla nascita del suo secondo matrimonio o di eventuali zone d'ombra (anche ci fossero, lo Svedese non le lascerebbe certo trasparire). Non c'è un singolo personaggio che il lettore arrivi a comprendere anche solo per sbaglio per quanti fiumi di parole si sprechino su ognuno di essi, perché ogni volta che ci sembra di afferrarne le motivazioni o la psicologia ecco che arriva il capitolo successivo a mescolare le carte in tavola e a metterci di fronte al fatto di avere di fronte un narratore decisamente inattendibile.
Dawn è una donna forte e infelice che passa la vita a combattere contro i pregiudizi legati alla sua bellezza o una ex reginetta piena di rimpianti proiettati sull'unica figlia angosciata dall'idea di invecchiare e imbruttire? Merry è una delle tante vittime del sogno americano o una manipolatrice dalla forza irresistibile? E fino a che punto Seymour Levov può considerarsi meritevole della nostra compassione?
"Volevi Miss America? Beh, l'hai avuta, altroché: è tua figlia! Volevi essere un vero campione americano, un vero marine americano, un vero magnate americano con una bella pupattola cristiana appesa al braccio? Volevi appartenere come tutti gli altri agli Stati Uniti d'America? Beh, ora gli appartieni, ragazzone, grazie a tua figlia. Ce l'hai nel culo, adesso, la realtà di questo paese."
Jerry best personaggio.
Alla fine Roth lascia al lettore il compito ingrato di trovare un senso alla storia e trarre tutte le conclusioni da quello che ha letto, mentre Zuckerman svela esplicitamente la sua finzione dando al finale un piglio teatrale alla Dio del Massacro: una cena tra amici nel 1973 che si trasforma in una tragicommedia quando molti nodi vengono al pettine e la realtà delle cose viene svelata in tutte le sue buffe e crudeli ipocrisie.
Sembra che tutto sia sul punto di collassare, almeno finché non ci ricordiamo che 20 anni dopo questa scena da circo, col padre di Seymour che si prende una forchettata nell'occhio da una tizia alcolizzata, lo spettro emaciato di Merry che potrebbe varcare la soglia di quella casa da un momento all'altro, la miracolosa rinascita della moglie dopo anni di depressione dovuta non alla vicinanza del marito ma a una relazione adulterina e l'amara scoperta che ad aiutare la figlia nella sua lunga latitanza al tempo fu la sua amante, Sheila, non è cambiato assolutamente un piffero.
L'America resta un paese incazzato e ingiusto.
I privilegiati e i corrotti fanno ancora il bello e il cattivo tempo.
E lo Svedese ha semplicemente deciso di ricominciare daccapo nella speranza che facendo le stesse identiche cose per la seconda volta con una donna diversa e in un luogo diverso la sua pastorale americana avrebbe finalmente trovato la degna conclusione.
Un romanzo inutile, insomma?
Di nuovo, Roth preferisce che sia il lettore a deciderlo in autonomia.

Per quel che mi riguarda, avrei potuto semplicemente scrivere che Pastorale Americana è una figata e Roth il solito motherf'ckin' genius, e invece ho voluto farla complicata.

Giudizio finale: