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martedì 17 giugno 2025

Recensione del romanzo "Orgoglio e Premeditazione" di Tirzah Price col beneplacito di Jane Austen
Titolo originale: Pride and Premeditation
Autore: Tirzah Price
Traduzione: P.M. Bonora
Edizione: Giunti
Pagine: 320
Anno: 2025
Prezzo: 18 euro

Perché nel 2025 le scrittrici americane sentono ancora il bisogno di abusare, e a più riprese (sembra infatti che sia già in corso di pubblicazione un seguito, sulla scia di quest'opera magna), del cadavere di Jane Austen?
Perché noi fan della Austen abbiamo questi momenti di reset in cui guardiamo una copertina che richiama alla Austen o alle sue opere, ci dimentichiamo di tutta la merda letta e vista fino a quel momento e torniamo le 15enni col giubbetto di jeans e i glitter tra i capelli che si ritrovavano la vita sentimentale rovinata a causa dei paragoni che facevamo tra i nostri filarini e Mr. Darcy. Torniamo in noi solo quando siamo già uscite dalla libreria col tomo tra le mani.
La scienza prima o poi darà un nome a questo disagio, e forse troverà anche una cura. Per il momento posso solo pensare ai 18 euro e alle ore della mia vita che non riavrò mai più.

Di base, essendo questo un libro osannato in quarta di copertina da quella inarrivabile regina del trash che è Kerry Maniscalco non sono stata così incauta da credere di trovarmi davanti a chissà che capolavoro, ma la trama sembrava abbastanza sciocca da fare il giro e diventare divertente. E così è stato in effetti, almeno finché il cringe non ha divorato tutto il resto. 
Ma andiamo con ordine.

DUE RIGHE DI TRAMA

Il libro altro non è che Orgoglio e Pregiudizio riproposto in salsa "mistery", in cui le cinque sorelle Bennet sono le figlie non di un piccolo possidente terriero ma del capo di un altrettanto piccolo e abbastanza sfigato studio legale di Londra di nome Longbourne & Figli.
1. Sì, in questo libro gli studi legali e le compagnie commerciali hanno i nomi delle proprietà del libro originale. Che per me già rappresenta un problema nel momento in cui ragiono sul fatto che gli studi legali, essendo solitamente società formate da singoli, di solito trovano profittevole essere il più riconoscibili che si può.

2. Sì, c'è scritto Figli anche se nello studio (perlomeno in via ufficiosa) non lavora nessun figlio e tutti sanno che il signor Bennet ha solo 5 femmine da maritare. Ci viene detto che secondo il signor Bennet questo espediente di marketing servirebbe a dare quel non so che di conduzione familiare, cosa che notoriamente è la priorità di chi è in cerca di consulenza legale.

A Longbourne, scopriremo in corso d'opera, c'è talmente poco lavoro che i dipendenti passano più tempo a spettegolare tra loro che a lavorare sui casi (tanto quei pochi che ci sono vengono risolti dietro le quinte dalle intuizioni mirabili della nostra protagonista), ma l'autrice ogni tanto se lo dimentica (di solito quando vorrebbe ricordarci che Elizabeth sta lottando contro il tempo e deve sbrigarsi a dimostrare quanto vale) e ci mostra scene in cui il signor Bennet fa colloqui a nuova potenziale forza lavoro maschile che potrebbe rubare a Elizabeth un posto che è suo di diritto. Con quali soldi il signor Bennet vorrebbe pagare questa gente è il vero mistero inevaso del romanzo.

Elizabeth Bennet ovviamente è la nostra protagonista: la mente sopraffina della storia, l'acuto ingegno che deve sgomitare in un mondo di uomini per emergere e riuscire a realizzare il suo sogno di lavorare nello studio del padre in veste di avvocato. Nonostante sia già la più furba dei furbi e la più dura dei duri in quello studio (il fatto che l'asticella lì dentro sia veramente bassa non sembra turbarla) infatti il posto non le è stato ancora assegnato.
Perché una donna avvocato formata all'università della vita affosserebbe definitivamente uno studio già sull'orlo del fallimento? No, perché deve dimostrare di saper usare la logica nelle sue indagini invece di andare avanti a intuizioni e botte di culo.

E proprio mentre la protagonista sta frugando di nascosto tra le scartoffie di uno studio specializzato in diritto commerciale in cerca del caso perfetto per fare colpo sul genitore entra Fred, un Irregolare di Baker Street stufo di stare in un romanzo bello che Elizabeth paga per fargli da informatore su casi che lo studio non le affiderà mai, che ha giusto giusto informazioni su un caso perfetto per fare colpo sul genitore. 
Pare infatti che un ricco commerciante appena giunto nella City, un certo signor Bingley, abbia assassinato il cognato, il signor Hurst. Per dimostrare di aver capito perfettamente quello che vuole da lei il padre (lo ricordiamo, che affronti le cose con la logica) Elizabeth sa per istinto che Bingley è innocente e che questo omicidio fa proprio al caso suo.
Che fino a ieri si occupava di contratti e corna.
C'è solo un problema, e non è il fatto che le donne avvocato non esistano e che pure esistessero nessun inglese dell'Ottocento le prenderebbe sul serio, ma solo che ha bisogno di incontrare il suo futuro cliente, che al momento è chiuso in prigione in attesa del processo, prima di indagare e dimostrarne l'innocenza. Per fortuna che Elizabeth è una tipa sveglia, non una cretina qualunque, quindi non ci mette molto a ideare un piano geniale: fingere di essere sua sorella minore (nubile, senza chaperon) per convincere una guardia a farla parlare vis a vis con Bingley, e portargli un cesto di focaccine fatte in casa e marmellata per convincerlo ad ascoltarla.
"Salve, sono miss Bingley. Credo di avere
diritto di far visita a mio fratello senza guardie"
"Molto bene, miss Bingley, nome di battesimo?"
"...... Non lo so."
Peccato che Bingley avesse già l’aiuto del consulente legale del rinomato studio di Pemberley,  l’arrapante l’arrogante Mr Darcy, se no questo astuto stratagemma non avrebbe fatto una piega.

Senza contare il fatto che di suo faccia un po' ridere che l’autrice sia convinta che nell’Ottocento inglese un ricco inglese bianco rischi la forca o anche solo la reputazione sociale per aver ucciso qualcuno di classe sociale inferiore alla sua, e che quindi noi lettori dovremmo essere in ansia per le sorti di questo Bingley perché oddio, se non ci pensa Lizzie chi lo salverà?
Di base se questo romanzo fosse un pelo realistico Darcy potrebbe passare il tempo a fare l’elefante con il pisello e qualsiasi giudice assolverebbe comunque Bingley con una pacca sulla spalla e un bicchierino di Sherry per il disturbo. Ma facciamo finta di non curarci della verosimiglianza storica (cose impossibili da chiedere a un americano, me ne rendo conto), concentriamoci piuttosto su Lizzie, che non è dotata solo di notevole acume ma anche di una morale granitica.
Perché se Darcy vuole semplicemente far uscire di galera il suo amico col minimo sforzo e senza dover interagire con giovani donne prive di buonsenso (e qui io non me la sento di dargli torto), lei vuole solo diventare avvocato e al tempo stesso far trionfare la verità e la giustizia, dimostrando che questo tizio mai visto prima è totalmente innocente perché sì. Il problema è che ovviamente avrà ragione e Darcy se la metterà in saccoccia con la consueta classe.

*

IMPRESSIONI SPARSE

(con copiosi spoiler, che tanto qui si intuiscono da pagina 5)

In Orgoglio e Premeditazione, che nelle intenzioni dovrebbe essere un giallo (o così almeno suggeriscono sinossi, copertina e scheda libro online), tutto il mistero è svelato anche ai meno attenti fin dalle prime pagine, quindi il resto del tempo al lettore non resta altro da fare che assistere impotente alla tenace quanto fallimentare in partenza battaglia di Elizabeth contro l'ormonella nei confronti di un Darcy sempre più affascinato dalle sue doti deduttive.
ELLEizabeth in azione mentre passa allo scanner
le labbra di Darcy e cerca di convincerci
che in realtà lo trova odioso.
Doti deduttive che la portano a capire cose a cui io ero arrivata almeno 100 pagine prima, e non essendo io particolarmente arguta presumo che nel primo Ottocento inglese le aspettative sull'acume femminile fossero molto basse.
Di base c’è una sola deduzione fatta da Elizabeth a cui non si può arrivare con le proprie forze (ma anche questo problema si può aggirare facilmente dato che gli stronzi papabili in questo libro di merda sono due e uno Elizabeth te lo esclude da subito), ovvero il mistero del proprietario del bottone ritrovato per pura botta di culo sulla scena del delitto, un bottone che potrebbe essere finito lì in qualunque modo e che potrebbe appartenere a chiunque (il fatto che Elizabeth lo trovi importante è quindi, di nuovo, prova di intuito e non di logica, con buona pace delle poche e semplici indicazioni paterne). Questo accade solo perché l’autrice tradisce in maniera molto conveniente il punto di vista scelto (una terza persona ma dal punto di vista di Elizabeth) per non farci volutamente partecipi di una cosa, dice la protagonista al momento di fare la grande rivelazione, notata solo distrattamente giorni addietro.
E Porcoddue, Tirzah!
Per il resto del tempo la Price, evidentemente fiera di questi pochi deliranti colponi di scena, dissemina in giro indizi sottili come baobab, passando da improvvisi e immotivati cambi di carattere di un personaggio a un sussulto sfuggito dalle labbra di una giovane cameriera che la, ricordiamolo, geniale protagonista scambia per arrapamento (e daje...), passando per informazioni che nelle intenzioni vorrebbero essere casuali sul passato di un personaggio, come dei provvidenziali trascorsi in marina o la casualissima presenza sul luogo del delitto al momento dell’omicidio, ma che lo rendono immediatamente sospetto. 
Tranne che alla furbona che vuole fare l’avvocato, cioè. 

Ora, al netto di una cattiva scrittura (e di soluzioni che posso solo definire deliranti come la finta assicurazione stipulata dalla malvagia mastermind per far credere agli inquirenti che Bingley pagasse mazzette ai pirati per non farsi derubare, quando di fatto la compagnia rischiava la bancarotta proprio per i furti continui ai suoi convogli mercantili) personalmente credo che alla base di questa cattiva impostazione della trama ci siano due fattori:

1. Chi legge questo libro, a differenza evidentemente di chi lo ha scritto, conosce Orgoglio e Pregiudizio abbastanza bene da sapere esattamente quali personaggi bisogna tenere d’occhio (per esempio Wickam) con conseguente crollo della tensione, perché l’effetto sorpresa è andato a ramengo, e a differenza che nel romanzo originale che non aveva nessuna velleità mistery qui teoricamente dovrebbe ruotare tutto attorno ai colpi di scena.
2. L’autrice, incapace di gestire un cast corale, approfondisce solo i pochi personaggi chiave relegando miseramente sullo sfondo gli altri. Di conseguenza, eliminando per ovvie ragioni i protagonisti dalla rosa dei sospettati, ne rimangono pochi di personaggi su cui concentrare gli sforzi deduttivi (a parte quando la Price si fa prendere dalla stessa locura del bottone mancante e dell’assicurazione farlocca e si inventa una versione di Lady Catherine un po’ Milady di Dumas e un po’ Oona di Disincanto). 

"Sono la pazza vedova pirata di nessuna terra!"

Lady Catherine, vedova di un non meglio specificato Lord De Bourgh che l'ha lasciata con un titolo nobiliare, ricca da fare schifo e piena di livore contro i maschietti e lo status quo inglese, si rivelerà infatti essere la vera mastermind, la burattinaia suprema che muove i fili non solo di questo delirio delitto ma anche di intrighi politici ai danni dell'Inghilterra di cui potrà saperne di più il temerario che deciderà di proseguire con la saga.
Nel tempo libero pare si diletti pure di pirateria, col beneplacito della Francia.
Una vera architetta del caos, insomma, una donna di polso con un piede tra le fila dei nemici dell'Inghilterra e l'altro ben piantato nel collo del patriarcato. Strigni strigni, Lady Catherine è il solito araldo del nazifemminismo, la donna cattiva che porta avanti la sua versione malata del riscatto sociale e decide di rispondere alle ingiustizie subite con la violenza, a differenza di Elizabeth che è una femminista buona perché non dà noie e non porta rancore ai penemuniti a meno che non venga provocata, e che si fa spazio nel mondo dei maschi (e nei loro cuoricini) con l'intelletto. E con lo studio di papà che ti ha permesso di avere accesso allo studio della legge, anche se da outsider, ma chi fa caso ai privilegi dei buoni?
Di sicuro non Elizabeth, ma ci tornerò nel punto successivo.

*

Un'altra delle cose che mi hanno fatto più girare i birilli sono i pochi spunti interessanti buttati ai maiali, tra cui la solita immancabile quota "coloured" per spaccare i maroni alla buonanima della Austen ma senza dimenticarci che siamo nel 2025 e anche le giovani lettrici di colore ora hanno i soldi per comprare i tuoi romanzi. 
Charlotte, la migliore amica di Elizabeth, nel romanzo della Austen è l'emblema della pragmatica rassegnazione: priva di qualità eccezionali, bellezza o una dote che la rendano appetibile, sa bene di non potersi permettere il lusso del romanticismo. Arrivata a una certa età - quella in cui una donna secondo il galateo sociale dell'epoca doveva essere sistemata - il suo unico desiderio è garantirsi un futuro decoroso come padrona di una casa rispettabile, indipendentemente da chi sarà al suo fianco. La sua è una visione che finisce con lo scontrarsi con l'idealismo cieco di Elizabeth.
Qui accade qualcosa di simile, ma in versione Shein.
Elizabeth scopre l'amara verità su Charlotte
La Charlotte di Orgoglio è Premeditazione è la figlia di un mercante inglese e di una donna originaria delle Indie Occidentali. Rimasta orfana, viene cresciuta da un socio del padre, amico del signor Bennet, ed è così che giunta alla veneranda età di 23 anni (praticamente un cesso immaritabile per i canoni dell'epoca) si ritrova a lavorare presso lo studio legale del padre di Elizabeth nel ruolo di segretaria.
Una scelta non originale ma comunque interessante, che avrebbe potuto offrire a noi e alla geniale protagonista degli spunti per riflettere non solo su un privilegio legato al ceto sociale e al sesso, ma anche all'etnia. Niente di tutto questo passa per la mente di Lizzie finché non è la stessa Charlotte a farle un pippone in merito, totalmente cieca com'era al fatto che la sua migliore amica e confidente fosse una nera, nonché bellamente inconsapevole del fatto che nell'Inghilterra dell'Ottocento ai neri le cose non andassero proprio benissimo.

Come se ciò non bastasse la questione raggiunge vette di inenarrabile cringe nel momento in cui dopo aver scoperto che i neri sono diversi da lei, Elizabeth si turba comunque nello scoprire che il signor Collins (qui nel ruolo di giovane e incapace avvocato e futuro erede dello studio legale del signor Bennet), il quale poche pagine prima aveva corteggiato la sua amica alla scrivania del posto di lavoro, in realtà stesse solo giocando con lei e non avesse alcuna intenzione di fare della sua amica una moglie rispettabile.

Elizabeth scopre che i neri e
i poveri non sono come lei.
D'altronde a una certa le devono spiegare anche che nemmeno i poveri simpatichelli e orgogliosi, quelli come Fred e la fioraia scalza del mercato di cui non ricordo il nome perché tanto è una poverah, le scimmiette zozze con cui da piccola amava tanto trascorrere il tempo non appena riusciva a superare la sorveglianza di sua madre e la servitù delle case signorili se la passano bene, ma di che stiamo parlando?

Il punto è che queste ingenuità io potrei anche perdonarle a un personaggio come l’Elizabeth del romanzo originale — una ragazza brillante, sì, con la lingua affilata e la mente vivace, ma pur sempre cresciuta in campagna in un contesto relativamente benestante, con un'istruzione limitata e una visione del mondo ristretta ai parametri di una signorina di buona famiglia che non ha mai toccato con mano la miseria vera o sentito parlare apertamente di certe dinamiche sociali.
Ma se qui la Price mi propone una persona che mi spacca continuamente i coglioni su quanto desideri fare l'avvocato e sia solo per colpa dei maschi cattivi e della società sciovinista se non può farlo, una donna che tutti incensano per l'acume straordinario, mi aspetto che sia sul pezzo. Che poi è lo stesso motivo per cui perdonavo alla Jasmine del film d'animazione che voleva sposarsi per amore ma non a quella del live action che studiava da una vita per fare la sultana che non sapesse che al mercato la roba doveva pagarla. 

*

Last but not least, le due cornici - quella storica e quella del romanzo originale - attorno alle quali è sviluppata la vicenda mistery vengono maneggiate dall'autrice con la consueta grazia degli americani che si approcciano a culture diverse dalla propria (situazione che a parte poche pregevoli eccezioni va a peggiorare esponenzialmente nel momento in cui oltre che nello spazio ci si allontana anche nel tempo): una carnevalata frutto di una miscela esplosiva di superficialità, sicumera gratuita e totale mancanza di conoscenza del contesto (storico e letterario) in cui ti stai muovendo. 
Il risultato è uno schizzo di merda preciso e chirurgico, come un piccione che ti centra in pieno il lunotto all'uscita dell'autolavaggio.
Tra le bestialità che mi sono capitate sottomano in corso di lettura, se no non ci si crede:

1. Darcy e Lizzie si baciano
Alla fine, fiaccata dagli sforzi compiuti per ideare un complotto delirante e una scena in tribunale in cui Lizzie trasmuta in Allie McBeal e scopre che spettegolare in salotto e parlare in tribunale in fondo è un po' la stessa cosa – scena in cui, tra le altre perle, spiccano un giudice che ha fretta di chiudere alla buona un caso di omicidio perché si sono accavallate altre faccende e un anonimo in aula obietta terrorizzato che Bingley non stia prendendo sul serio le accuse se ha deciso di farsi difendere da una donna – l’autrice ha solo voglia di ricompensarsi con un delicatissimo limone tra i protagonisti.
Dramatization: il bacio
Agli americani del resto piacciono così tanto i limoni tra i protagonisti che persino Joe Wright ha dovuto girare una scena extra a uso e consumo esclusivo del pubblico statunitense in cui Elizabeth e Darcy si baciavano in riva al lago (true story, ma perlomeno in quella scena erano già sposati).
Peccato che questa sia la fottuta epoca Regency, non Mean Girls.
Già due balli di troppo a una festa o una passeggiata da soli in giardino (sotto l'occhio vigile di un'intera corte di parenti, rivali e simpatizzanti) erano considerati un corteggiamento in piena regola, un impegno che avrebbe potuto rovinare per sempre la reputazione della ragazza se il pretendente si fosse smarcato prima delle nozze. Un bacio avrebbe significato la rovina sociale per Lizzie, e anche in un contesto in cui dobbiamo sospendere l'incredulità al punto da accettare che questa cretina abbia appena perorato la causa di un uomo accusato di omicidio in tribunale e che un giudice l'abbia ascoltata nessun sano di mente avrebbe affidato la propria difesa a una donna pubblicamente compromessa.
Tra l'altro, ironicamente, è proprio Lizzie a rammentarci durante uno dei precedenti screzi con Darcy che la reputazione sociale è una bitch.

1b. Elizabeth viene rapita da Wickham
Se come abbiamo visto nel punto 1 bastava un bacio a compromettere la reputazione di una ragazza (e di riflesso quella dell'intera famiglia) figurarsi un rapimento in piena regola. Il romanzo originale - che nel dubbio poteva fungere da bignami storico per l’autrice se proprio non le andava di sfogliare un saggio - lo illustra chiaramente con la vicenda della fuga di Lydia: la ragazza scappa con Wickham in modo consensuale, eppure il disonore che ne consegue sarebbe totale per la famiglia Bennet se Darcy ci mettesse mano facendoli sposare in fretta e furia. 
Questo perché il problema, all’epoca, non era se avessero scopato o meno, ma che avessero avuto l’occasione di farlo. Nel caso in oggetto Elizabeth non solo viene rapita, ma quando arrivano le autorità la trovano sola, di notte, al porto, con il suo presunto rapitore morto e un secondo uomo - Darcy, gettatosi all'inseguimento dei due come nei western - sporco di sangue. 
Logica sociale del tempo avrebbe imposto di mettere tutto a tacere: corrompere guardie, nascondere Elizabeth e ridurre il tutto a una diatriba tra maschi alpha... No, invece noi raccontiamo del rapimento alla polizia per scagionare Darcy, perché siamo per un romanzo storico del disimpegno.

2. Darcy e il "duello"
Dramatization: Il duello
Ci viene spiegato a un certo punto che il Darcy di Orgoglio e premeditazione pur essendo il figlio del fondatore dello studio Pemberley&Co. non esercita la professione di avvocato ma si limita al ruolo di consulente legale. 
La ragione di questo inspiegabile demansionamento del figlio del capo si chiarisce nel momento in cui scopriamo che Darcy qualche anno prima sarebbe stato coinvolto in un duello - pratica che essendo illegale avrebbe infangato il buon nome di famiglia e spinto il padre a prendere provvedimenti nei suoi confronti.
Peccato che poi in corso di storia emerga che questo duello non ha nemmeno avuto luogo perché Wickham, il contendente, non si è presentato. Si vede che nel mondo della Price il duello è come il Falqui: basta la parola.
A questo punto, per la gioia di tutti, si necessita un pippone storico time!
In epoca Regency i duelli erano ufficialmente illegali: su carta costituivano a tutti gli effetti un reato penale e i partecipanti rischiavano l'accusa di omicidio (in caso di morte), tentato omicidio, lesioni personali o disturbo della quiete pubblica. Nella pratica i gentiluomini li consideravano un mezzo socialmente accettabile per regolare le questioni d'onore.
Trattandosi di una questione che riguardava i gentiluomini abbiamo già capito dove voglio andare a parare: il reato esisteva ma le condanne erano rare. Le giurie dell’epoca tendevano a chiudere un occhio (o due) se i duellanti sopravvivevano e appartenevano a un certo rango. Ma soprattutto, in qualsiasi luogo che non sia il mondo di Minority Report non si fa il processo alle intenzioni e per dire che un duello c’è stato e subirne le conseguenze a livello sociale, lavorativo, giuridico e salcazzo bisogna che questo duello nei fatti avvenga.

3. Lizzie partecipa attivamente in tribunale
Essendo l'unica ad avere un quadro chiaro e completo della situazione (e come abbiamo già visto questo non rende lei particolarmente intelligente ma il resto dei personaggi che la circondano particolarmente stupidi) spetta proprio alla nostra eroina il compito di esporre la difesa di Bingley in tribunale e ripulire il suo buon nome.
Il mondo ha deciso di mettersi contro la puttana sbagliata.
La nostra Allyzabeth McBeal prende finalmente la scena e sotto lo sguardo attonito dei presenti coglie la sua grande occasione, espone i fatti e costruisce con metodo l’accusa contro il vero colpevole dell'omicidio del signor Hurst, vale a dire il signor Collins che ha agito su mandato della perfida Lady Catherine (cosa che non stupisce dal momento che tutti gli uomini in questo libro sono dei pupazzi senza appello): Mr Bingley è totalmente scagionato, urrà!
Dramatization: Lizzie accusa Mr Collins
Un momento girl power davvero edificante, non fosse per il fatto che a questo punto io personalmente ne ho le palle rase e non riesco più a passare oltre il fatto che nell'Inghilterra del mondo reale per trovare la prima presenza femminile in un ruolo legale documentato dobbiamo aspettare il 1922, e questo non perché le donne fino a quel momento fossero prive di iniziativa ma perché c'era una legge (abolita nel 1919) che stabiliva che le donne non potessero, tra le altre cose: testimoniare in contesti formali, far parte di giurie, esercitare la professione legale e ottenere la laurea in giurisprudenza.
Lizzie a malapena poteva metterci piede in quel tribunale, altro che perorare la causa di Bingley e salvare la situa guadagnandosi il rispetto di tutti e l'accesso al mondo dei maschi alpha. 

4. Balli dove Miss Bingley va a rimorchiare un maranza di nascosto
No comment.

E non ho capito bene la situazione perché a quel punto avevo spento il cervello per l'overload di cazzate che stavo subendo, ma in chiusa voglio sperare che la Price non abbia davvero insinuato che alla signora Hurst bastasse lasciare il tetto coniugale perché Bingley potesse farle avviare le pratiche di divorzio dal marito biscazziere e ubriacone. 

*

In una rilettura mistery di Orgoglio e Pregiudizio poi è lecito aspettarsi che la trama ricalchi in molti aspetti, o almeno nelle sue parti più significative, l'originale. Avrei voluto anche che questi rimandi fossero fatti con criterio e rispetto invece che ficcati dentro a forza a martellate, ma la Price non ci regala nemmemo questa gioia.

La scelta più emblematica di questo approccio forzato al parallelismo (che spesso e volentieri si traduce in interazioni altrettanto forzate tra i personaggi - vedi Lydia e Wickham, o Collins e Charlotte) è senza dubbio il mantenimento dell'antipatia della signora Bennet, la madre di Elizabeth, nei confronti di Darcy. 

In Orgoglio e Pregiudizio questa antipatia ha un senso: è una reazione eccessiva portata avanti da una donna gretta e poco intelligente al comportamento altezzoso, ai limiti dello sgarbato, di un uomo ricco, scapolo e in età da matrimonio che si rifiuta di partecipare al gioco sociale del corteggiamento - gioco che per una madre con cinque figlie nubili è tutto fuorché frivolo.
La signora Bennet riflette e amplifica i presunti sgarbi subiti trasformandoli in antipatia (la classica volpe che non arrivando all'uva la dichiara acerba). Arriva persino a ignorare le convenzioni sociali che vorrebbero un minimo di discrezione quando si manifesta la propria aperta acredine nei confronti di un uomo di ceto infinitamente superiore al proprio, e questo atteggiamento causa non poco imbarazzo alle figlie maggiori. Ma tutto questo è coerente col contesto e con la sua caratterizzazione.
Nella rilettura della Price, invece, la signora Bennet odia Darcy perché sì. Lui non l’ha mai offesa, ignorata, o snobbata. In realtà, non si sono mai nemmeno incontrati. Eppure lei (che come nel romanzo originale smania di veder accasate le sue figlie) lo presenta fin da subito a Elizabeth come un individuo sospetto da cui stare alla larga, un uomo appartenente a una famiglia sì influente, ma dalle maniere discutibili.
Promemoria per me, mutilare Darcy
dopo aver maritato figlie...
Il tutto senza fornire non dico una motivazione concreta, ma una ragione qualsiasi. Poi, a un certo punto, come se l’autrice si fosse ricordata di dover giustificare la cosa salta fuori una vaghissima allusione a un duello: un pettegolezzo sentito chissà dove, chissà quando – nonostante la stessa narrazione ci dica che l’unica dote della signora Bennet è tenersi sempre aggiornata sul gossip. 
Ovviamente parliamo sempre del famoso duello che non ha mai avuto luogo e che non avrebbe dovuto avere alcuna conseguenza sulla sua reputazione.
Ma di che minchia parliamo?

Abbiamo poi il fatto che Jane e Bingley debbano comunque piacersi tanto tanto anche se lui avrebbe per la testa altri cazzi un po' più urgenti dell'happy ending sentimentale, tipo un'accusa di omicidio e il fallimento imminente della sua compagnia commerciale.
Però così dev'essere, Price vult.
Per tutto il romanzo i due non interagiscono nemmeno per sbaglio, un po' come Darcy e la signora Bennet. Non un momento rubato, non uno scambio significativo, nemmeno un cenno d’intesa o delle parole di ammirazione e apprezzamento rivolteda Elizabeth, che magari avrebbe potuto far presente alla sorella certe qualità del suo assistito in corso d'indagine, per far nascere almeno l'abbozzo di un sentimento (non è dato sapere cosa avrebbe dovuto dire Elizabeth per destare l'interesse della sorella, dal momento che come tutti i personaggi che non sono i protagonisti o i cattivi Bingley è una figurina inconsistente, ma avrei apprezzato il tentativo).
Ma niente panico, tanto li si accoppia alla fine a cazzo di cane.
Nel primo momento di calma, quando tutto si è risolto e Bingley è sollevato dalle accuse di omicidio (ma ancora non si capisce come dovrebbe fare a salvare le sue finanze, forse con un'altra assicurazione fasulla), senza una costruzione narrativa sensata o un minimo di tensione emotiva, per il solo gusto di barrare la casella della ship canonica corrispondente.
Missione compiuta.
Il che forse è un bene, perché se questa tensione emotiva doveva essere sullo stile di quella tra Darcy ed Elizabeth, meglio evitarla. Lui non fa altro che elogiare a caso la sua inesistente mente brillante, e più è ormonalmente preso (di solito nei momenti bitchy bitchy) più diventa audace nei vezzeggiativi al punto da osare l'impensabile: chiamarla per nome, proprio come negli Shojo brutti!

Passerò a volo d'uccello, perché ho parlato anche troppo di questa monnezza, su personaggi secondari rimaneggiati con l'accetta come Georgiana, la fan numero uno della teoria della polizza assicurativa fasulla, nonché causa scatenante del famoso duello mai avvenuto tra Darcy e Wickham; Collins, che da personaggio servile e piaggeroso verso i potenti, magari pedante e poco sveglio ma non cattivo, diventa un arrogante cazzone perché l'autrice non sa descrivere in altro modo una personalità maschile ostile, non degna di essere l'interesse amoroso della protagonista; le sorelle Bingley che sono stronze a caso con Elizabeth anche se di fatto la Price ha pure regalato a Caroline un amore impossibile (un ragazzo di ceto sociale inferiore che la tapina incontra di nascosto ai balli per rimorchiare in anonimato) proprio per smarcarla dal ruolo di potenziale rivale in amore di Elizabeth.
Solo per farvi capire io che cazzo mi sono ritrovata a leggere.

*

IN CONCLUSIONE. . .

"Orgoglio e Premeditazione è una merda" (cit).
Più che un retelling divertente è una sfida alla pazienza e all'intelligenza di chi legge (il quale finisce a maledire il giorno in cui ha imparato a farlo e a provare lo stesso rancore gratuito che la signora Bennet prova nei confronti di Darcy). Più che un giallo intrigante è una tortura cinese e un'istigazione al blocco del lettore, un esercizio di sopportazione durante il quale ci si chiede se non si sia forse vittime di Scherzi a parte
Di base tutto ruota intorno ai continui e gratuiti segoni a due mani rivolti all'acume e alle doti deduttive di una cretina.
L'autrice è la classica americana che scrive di un'epoca e di un libro che non ha capito, e che fa ruotare la sua narrazione attorno a un contesto giallo/mistery che non è in grado di gestire. I personaggi (cioè quei quattro che non sono pallide figurine sullo sfondo) sono accettabili solo perché si hanno continuamente nella testa gli originali della Austen, tranne quando devo leggere di Lady Catherine che è diventata un capitano pirata che vuole distruggere le fondamenta del patriarcato, perché lì nemmeno la Austen può metterci una pezza. Di base penso che lo scopo dell'autrice fosse solo scrivere una fanfiction in cui Darcy ed Elizabeth bitcheggiano male e alla fine limonano.

Giudizio finale:
Poteva essere anche 1 o 1.5 ma alla fine ha 
prevalso il rancore dovuto ai 18 euro perduti.

martedì 9 gennaio 2024

[Recensione] THE HOLE, di Hye-Young Pyun

Recensione di "The Hole", di Hye-Young Pyun
Titolo originale:
 
Autore: Hye-Young Pyun
Traduzione: L. Iovenitti
Edizione: Mondadori
Pagine: 175
Anno: 2017


Suggerisco per questa recensione di saltare direttamente alle conclusioni per decidere se leggerlo o meno perché qualsiasi riflessione si voglia fare su questo romanzo contiene SPOILER, e The Hole è un romanzo che a mio avviso va scoperto da sé. Altrimenti proseguite pure ma a vostro rischio.


The Hole nasce come sorta di spin off di Caring for Plants un precedente lavoro commissionato all'autrice per una rivista letteraria, spin off reso necessario dal fatto che a detta della stessa Hye-Young Pyun Oghi e sua moglie non avessero concluso il loro arco narrativo.
Così nasce The Hole, opera dal titolo la cui sfumatura va per forza di cose a perdersi nella traduzione: il termine coreano 홀 (hol) infatti non è solo la traslitterazione dell'inglese hole, che indica un buco, ma anche un prefisso coreano che significa "solo", e va ad indicare nello specifico qualcuno che è rimasto vedovo, proprio come il nostro protagonista Oghi, che ha perso la moglie a seguito di un incidente d'auto.
Nel corso dello stesso incidente Oghi, che era al volante, subisce gravi lesioni che lo lasciano quasi del tutto paralizzato, e da uomo di successo che era (professore universitario che sulla soglia dei 40 anni è riuscito a costruirsi una solida carriera accademica a dispetto degli studi in geografia e cartografia che non ti fanno piovere esattamente addosso le occasioni) diventa un vegetale: quasi totalmente incapace di muoversi (riesce a muovere, poco e male, il braccio sinistro) e comunicare se non attraverso lo sbattere delle palpebre che gli consentirà solo di rispondere sì o no alle domande che gli vengono poste, Oghi è alla completa mercé dal prossimo.
Dopo un breve soggiorno in ospedale tornerà a casa dove sarà l'unico membro della famiglia che gli è rimasto, sua suocera, a prendersi cura di lui.

Il punto di vista di Oghi, la nostra unica voce narrante, è fin dall'inizio angosciante e claustrofobico, perfetta rappresentazione di un uomo solo, incapace di comunicare i suoi pensieri al prossimo: il romanzo è una finestra su una mente intrappolata in un corpo morto e che non riconosce più come il suo, non solo perché non risponde più ai suoi comandi ma anche dal punto di vista meramente estetico dal momento che l'incidente lo ha lasciato gravemente sfigurato. 
Persino la casa in cui ha vissuto per tanti anni gli pare estranea: il giardino che sua moglie curava quasi ossessivamente è morto tranne l'odiato rampicante che ha ormai invaso tutto il lato posteriore dell'abitazione; la camera da letto, che diventerà per questo nuovo Oghi il mondo, è trasformata nella stanza di un degente.

Inizialmente non possiamo far altro che rattristarci per Oghi e per la sua situazione, biasimare chi lo circonda per averlo abbandonato nel momento di maggior bisogno o l'atteggiamento abilista di una società che abbandona i pesi morti, senonché man mano che la narrazione prosegue e il protagonista si fa scappare di bocca qualcosa che forse non era sua intenzione condividere diventa sempre più difficile fidarsi del punto di vista del narratore o anche solo simpatizzare per lui.
Scopriremo infatti che la carriera tanto faticosamente costruita si è basata su menzogne, arrivismo e piaggeria. Il matrimonio è allo sbando da tempo e lui ci si stava aggrappando solo per pigrizia, e per il testardo attaccamento all'idea di una vita pacata di stampo alto borghese dopo un'infanzia da fallito. Non si lesinano alla tanto amata moglie critiche sul modo in cui sta perdendo tempo e sprecando la vita in attività poco proficue, abbandonando (a detta sua) alle prime difficoltà ogni progetto che la vedeva inizialmente entusiasta (tranne il suo giardino), il tutto condito da paternalismo benevolo alla "ma sì che si incapricci con le piante, tanto la mantengo io".
Eppure la colpa non è mai sua.
E' la moglie ad essere strana, che non si impegna abbastanza per la loro felicità (o per la propria, dando a intendere che sia il suo modo di vivere la renda infelice e non il comportamento di un marito assente che pensa più a fare spunte sui successi della sua vita che a tenere insieme il loro rapporto), è il collega di lavoro che ha fatto delle cose per cui Oghi ha dovuto denunciarlo ai superiori, è la sua giovane studentessa che si è fatta avanti e l'ha provocato portandolo ad allacciare una breve relazione con lei, e poi è roba vecchia, e poi lui non l'ha mai confessato quindi al momento sono solo fantasie paranoiche della moglie. 
Una cosa non sapremo mai: se l'incidente sia stato davvero un incidente e chi sia il responsabile. L'unica cosa che sappiamo è che Oghi non avrebbe mai voluto essere presente a quell'incidente, affannato com'era a inseguire il sogno di una vita tranquilla e senza scossoni.

Ci si comincia a chiedere quanta acqua stia tirando al suo mulino per suscitare la nostra compassione, quanto stia omettendo volontariamente parandosi il sedere dietro l'amnesia da shock, di modo tale che la nostra percezione cambia, la simpatia fa spazio al fastidio man mano che il buco, lo hole, una vera e propria macchia nera che apre ogni capitolo del romanzo si va ingrandendo, e persino quelli che a conti fatti sono i suoi carnefici o semplicemente persone di merda che lo abbandonano non assumono più le tinte da villain abilisti ma semplicemente di persone che non sono più tenute dalle convenzioni sociali a mostrargli simpatia e rispetto.
Oghi, se ci si riflette col senno di poi, risulta anche così egocentrico che è l'unico a possedere un nome: nemmeno la moglie, quasi che fosse una figurina di cartapesta persa nei ricordi, un personaggio di poco conto esattamente come il fisioterapista, la badante o sua suocera.

La suocera, che si tiene a specificare sia di sangue misto (per metà giapponese, etnia non particolarmente simpatica ai coreani e il sentimento è reciproco visti i poco piacevoli trascorsi storici) viene inizialmente trattata come una figura affascinante, incomprensibile e misteriosa su cui Oghi si sofferma molto poco, e solo per accantonare le sue stranezze come una caratteristica di razza, manco fosse uno Shiba Inu.
E' giapponese, per forza tiene le urne dei morti in casa.
E' giapponese, per forza parla da sola nella sua lingua ed è elegante e taciturna.

La suocera di Oghi, dapprima famiglia e poi l'aguzzina che gli ruba i soldi per darli ai santoni pseudocristiani, umilia Oghi in più occasioni, gli fa terra bruciata intorno, lo isola dal mondo e trascura i suoi bisogni, è anche una persona che ha perso l'unica cosa che amava al mondo, sua figlia. Una figlia che come ultima fatica letteraria (e con la stessa costanza riservata al suo bel giardino) aveva scritto e lasciato in bella mostra nello studio un j'accuse proprio ai danni del responsabile della sua infelicità (un'infelicità in cui forse la stessa suocera si rivede, essendo stata intrappolata in un matrimonio infelice con un fedifrago che a causa del suo tradimento ha pure perso il posto di lavoro, ma non lo sapremo mai dal momento che Oghi pensa sempre e solo a Oghi, cosa che a una certa diventa anche giustificabile). Un responsabile che ora è alla sua totale mercé.
Può definirsi un comportamento eticamente giustificabile?
No, ma è umano, proprio come quello di Oghi.

IN CONCLUSIONE. . .

Shiba finale, just 'cause.
The Hole
è un romanzo dalla tensione fortemente psicologica che può lasciare delusi se ci si aspetta una conclusione fatta e finita o anche solo comprensibile, un racconto che fa della suspence e del non detto il suo punto di forza, e che va letto con calma e attenzione a dispetto della brevità per cogliere tutti i non detti. Come buona parte della narrativa orientale si appoggia all'idea che la vita sia composta in buona parte da mistero e non si debba proprio raccontare tutto-tutto, o dividere tutto in buoni e cattivi tagliati con l'accetta. 
Frustrante ma tocca accollarselo.

Richiama a Misery di Stephen King come promette la quarta di copertina? Meh... Impossibile non fare paragoni dal momento che parliamo di una persona alla totale mercé del suo carnefice, un carnefice che lo conosce intimamente (dal punto di vista professionale in King, dal punto di vista di un defunto in Hye-Young Pyun), di un orrore che nasce dall'idea di non poter disporre del proprio corpo e di non poter comunicare. Dall'essere lasciati insomma completamente soli e in mano a una persona altrettanto sola che però ha il potere di disporre di noi a suo piacimento, senza limiti legali o morali a trattenerla.
Ma The Hole è un libro che non vuole fare orrore o improntarsi sul mistero ma concentrarsi specificatamente sull'isolamento (che non è solo l'isolamento causato dalla malattia di Oghi ma da una mancanza di comunicazione endemica e generalizzata): parla soprattutto della vita, di quanto sia effimero e vuoto quello che consideriamo successo, e di quanto in ognuno di noi (anche in Oghi, anche prima del suo incidente) ci sia un buco (o una solitudine, se vogliamo far fede al termine coreano) pronto ad espandersi e a inglobare tutto se non si fa tutto il possibile per prendersene cura, proprio come la moglie di Oghi faceva col suo giardino. Oghi insomma era solo già da prima di diventare un "peso per la società" e "l'assassino di sua moglie" e tutti i successi di cui andava così fiero (a dispetto di quelli che alla sua età facevano i conti col fallimento, sua moglie compresa) erano fuffa.
Così come sua suocera era sola da prima di perdere fisicamente sua figlia, anche se la vediamo spesso parlare tra sé e sé in giapponese, una lingua che Oghi non conosce (ancora una volta, incomunicabilità), si presume coi morti: una sorta di auto-inganno, come quello dell'Oghi di successo (o nel breve momento in cui è convinto di star muovendo le gambe).

Insomma, una lettura per gli amanti dei flussi di coscienza psicologici più che per quelli dell'orrore, che taggo nel genere horror un po' a martellate. Non gli do un voto pieno perché sono una di quelle anime belle che il finale lo vuole o si sente presa per i fondelli, con buona pace dello stile della sensibilità orientale.

Giudizio finale:

lunedì 19 dicembre 2022

[Recensione] MERCOLEDI' (2022)

Titolo originale: Wednesday
Paese: Stati Uniti
Anno: 2022
Distribuzione: Netflix
Ideatori: Alfred Gough e Miles Millar
Soggetto: Charles Addams
Episodi: 8
Cast: Jenna Ortega, Emma Myers, Catherine Zena Jones, Luiz Guzmàn, Christina Ricci, Gwendoline Christie

Premesse:
Esistono due modi di approcciarsi a questa serie, spin off degli Addams che vede come protagonista la sola Mercoledì, o prenderlo come prodotto a se stante o inforcare le lenti della nostalgia canaglia e far diventare la recensione un'interminabile sequela di paragoni con gli Addams precedenti, nella fattispecie i film degli Anni '90 dal momento che se volessimo andare più indietro, al telefilm del 1964, troveremmo già una Mercoledì molto diversa, ai limiti dello zuccheroso, per arrivare alle vignette originali di Charles Addams in cui questa bambina era un po' una figurina inconsistente sullo sfondo, parte della trasposizione Addams del modello borghese di famiglia con due figli. Tralasciando quella della Illumination che a un certo punto vuole vestirsi di rosa e indossare fermagli con gli unicorni.
Io opterò naturalmente per la prima opzione.
Ritengo sarebbe insensato fare dei paragoni con le precedenti famiglie Addams e con le precedenti Mercoledì dal momento che questo telefilm in primis non vuole farne (a parte il solito strizzare gli occhi ai nostalgici con dei cameo e delle citazioni, dalla presenza di una vecchia Mercoledì nel cast, al doppio schiocco di dita della serie classica): gli stessi autori della serie, Gough e Millar (che i diversamente giovani ricorderanno per quell'adorabile trashata di Smallville, la serie incentrata su Superman che tutti guardavano per Lex Luthor), ritengono che Mercoledì voglia fare più il verso al loro Clark Kent che ad altre Mercoledì del passato, essendo entrambi degli outsider che devono tenere celata una parte di sé al mondo. Non mi sento nemmeno di dargli torto dal momento che sia Clark Kent che Mercoledì alla fine dei giochi risultano dei santarellini insopportabili, ma almeno Clark Kent ha senso sia un buono da far schifo visto il suo profondo amore per l'umanità mentre Mercoledì passa tutto il tempo a dire allo spettatore quanto le fa schifo l'umanità e quanto lei sia alternativa, solitaria e pericolosa, il tutto mentre la vediamo vegliare un amico finito in coma, o incutere timore nella queen della scuola, o a cacciare a bastonate una caterva di figoni e amici mendicano le sue attenzioni come assetati nel deserto.
Si vede che prima dell'arrivo di Mercoledì alla Nevermore mancavano donne da rimorchiare e con cui fare amicizia.

DUE RIGHE DI TRAMA

Quando la sedicenne gotica e maledetta Mercoledì Addams (Jenna Ortega) viene espulsa dall'ennesima scuola di "normali" (e senza che ci siano ripercussioni legali nonostante di fatto abbia menomato un ragazzo buttando dei piranha in una piscina, ma il telefilm è pieno di queste scelte stronze e semplicistiche per mandare avanti la trama - e sono cose che si perdonano alla commedia, non alla roba che si prende maledettamente sul serio come questo show) i genitori Morticia (Catherine Zeta Jones) e Gomez (Luiz Guzmàn) decidono di mandarla in una scuola dove potrà finalmente sentirsi a casa in mezzo ad altre persone reiette come lei, la Nevermore Academy.
E cos'è questa Nevermore Academy?
Lo sa Dio cosa minchia è. Sostanzialmente una Monster High dove tutti gli studenti che non trovano posto tra i normali possono sentirsi a casa. E chi sono questi reietti? Vampiri, licantropi, sirene e sirenetti, gorgoni, stronzi generici dotati di poteri paranormali, e in teoria (se uno dà retta al dialogo tra Mercoledì e i suoi genitori nel primo episodio) semplici freak, persone senza poteri che non trovano il loro posto nel mondo anche se di poteri non ne hanno. 
Spoiler: saranno tutti super speciali ovviamente.

Tutti gli studenti della Nevermore sono accomunati da una caratteristica: essere boni da far schifo. A parte il sollievo comico rappresentato, e quando te sbagli, da quello basso e grassottello (e da qualche comparsa che non spiccica nemmeno mezza parola per cui si poteva anche raccattare anche lo scarto a livello di casting). Alla faccia del messaggio che mira a strizzare l'occhio al diverso, al reietto e al freak.

La permanenza della riottosa Mercoledì alla Nevermore verrà scossa da una serie di misteri che coinvolgeranno lei, la sua famiglia, la stessa scuola e che prevederà una serie di brutali omicidi ad opera di un mostro che infesta i boschi che circondano la scuola e il vicino villaggio che ha preso un po' troppo sul serio le sue radici puritane (in effetti, ottimo posto dove edificare una scuola di mostri), Jericho. Per fortuna Mercoledì ha come hobby quello delle indagini, quindi la polizia locale e tutti gli adulti (normali e reietti) che la circondano possono stare sereni.

IMPRESSIONI SPARSE

Mercoledì a livello di lore interna piscia fuori dal vaso in una maniera imbarazzante: il telefilm vorrebbe proporre la tematica dell'integrazione del diverso e del reietto (a cui questa scuola dovrebbe offrire rifugio mentre il mondo esterno borghese e normale è brutto, cattivo, pieno di pregiudizi, blablablah), ma nella resa l'incoerenza regna sovrana:

1) Se i reietti sono tutti boni da far spavento che minchia di reietti sono?
2) Se Mercoledì deve cacciare pretendenti e amici a bastonate e incute timore nella Queen della scuola dopo pochi giorni dal suo arrivo (per motivazioni che avrei preferito andassero oltre il "la stramba nuova arrivata mi ha rubato il ragazzo") che minchia di reietta tra i reietti è?
Ed è inutile che gli autori facciano dire per metà del tempo a Jenna Ortega (alla faccia dello show don't tell!) quanto questa ragazza sia reietta anche tra i reietti, alternativa al punto da non avere nemmeno un cellulare (ma vaffanculo!) e adori la solitudine quando nei fatti quello che vediamo è solo una stronza col broncio da fase ribellina che non ha minimamente cura dei sentimenti di chi le sta accanto (avesse chiesto scusa una volta o fatto ammenda nel corso della serie) e che nonostante ciò ottiene simpatia, sostegno, amore, amicizia da chiunque la circondi e viene invitata ai balli da due figonzi che non vengono abbattuti da nessuna delle battute sassy e dall'assoluta mancanza di rispetto verso quello che provano di cui dà mostra Mercoledì. 
Letteralmente non fa che sfruttare per i suoi scopi tutti quelli che le stanno attorno, ed evidentemente la cosa va benissimo a tutti.

Brava la Ortega e tutto,
ma questa scena non ha senso.
Lungi dall'essere un modello per i reietti o a parlare a quei reietti che la serie si promette di rappresentare, Mercoledì è la classica bitch magnetica e carismatica che titilla il perineo di quelle persone che vorrebbero essere delle stronze della vita vera, quelle che vorrebbero trattare tutti a merda e avere comunque la schiera di amichetti adoranti, però vestite di nero e con le velleità da scrittrici vecchio stile con la macchina da scrivere a nastro, perché loro sono gotiche, maledette, specialissime e un po' artiste inside.

E che abbia avuto il passato tristanzuolo (poi dè, l'asticella del tristanzuolo è un po' bassina dal momento che per quanto traumatico alla fine dei bambini stronzi le hanno messo sotto un animale con la bicicletta, è un trauma che si supera anche senza diventare delle stronze col mondo - e tra parentesi, nonostante il trauma le sia stato causato di fatto da un gruppo di normali a livello di trama eventuali strascichi emotivi non saranno affrontati nemmeno per sbaglio. Del resto capisco ci fossero cose più importanti da affrontare, tipo un episodio intero incentrato su un prom scolastico), o che viva all'ombra di una madre eccezionale non è e non deve essere una scusante per giustificarla.

Ma al di là della protagonista che se è una reietta io sono uno scaldabagno (a inizio storia le cuciono anche la divisa apposta nonostante il punto delle divise sia proprio non distinguersi, ma lei è talmente reietta tra i reietti che tutti le riservano trattamenti di favore), a triggerarmi per davvero è soprattutto il fatto che mentre si avanza si nota che in contraddizione con tutto il messaggio che Mercoledì vorrebbe portare avanti nelle intenzioni, le persone che sono veramente delle reiette, anche all'interno della Nevermore, vengono abbandonate a loro stesse esattamente come sarebbe successo all'interno di una scuola di normali. 

Il timido e strano Eugene Otinger (Moosa Mostafa) oscilla per tutto il tempo tra il fare tenerezza e il fare pena (casualmente, proprio lui ha due mamme tra parentesi): gestisce da solo un club in cui alleva api, Il club dei Ronzatori, e nessuno sembra avere la minima voglia di parlare con lui. Passa per il cliché dello stronzo che non dà retta alla protagonista che ha sempre ragionissima e finisce nei guai, come nella miglior tradizione delle soap opera avendo l'informazione chiave per risolvere il caso trascorre in coma la maggior parte della stagione. 
Non si capisce esattamente a che punto Mercoledì sviluppi questa forte fedeltà amicale nei suoi confronti dal momento che scambieranno a dir bene due parole sarcastiche e spocchiose, e sostanzialmente si è avvicinata a lui (come a chiunque in questa prima stagione) per mero interesse personale e non si sforza di nasconderlo. 
L'unico motivo che mi viene in mente è che gli autori non volessero far passare la loro protagonista come una persona veramente stronza e priva di sentimenti, ma mancando della capacità di imbastire una crescita sensata del personaggio, così di botto senza senso te la ritrovi a salvare la vita di questo personaggio o a vegliare amorevolmente su un altro.
Si può capire invece il perché di questa affezione istantanea da parte di Eugene, il classico personaggio che solo e reietto lo è per davvero pur avendo un cuore grande e tanta empatia (invece quando sei figo come Mercoledì puoi fare lo stronzo quanto vuoi e ti si perdona tutto) che si aggrappa a ogni brandello di amicizia che viene offerto, per quanto misero.

Enid Sinclare
 (Emma Myers)
, che è un licantropo dalla trasformazione tardiva, non interagisce mai con gli altri licantropi nonostante sia una persona molto estroversa e una bella persona solare piena di entusiasmo (ha un profondo amore per il gossip, ma questa caratteristica non verrà approfondita e non servirà assolutamente a nulla nel corso della trama - ma è un problema di caratterizzazione superficiale comune a tutti i personaggi della serie). Riesce ad andare d'accordo con i vampiri, a far breccia nel cuore dei normali e (nei limiti) di Mercoledì, ma è tenuta fuori dal suo branco (e pare che il branco per i licantropi di questa serie sia tipo il fondamento stesso della loro identità, dal momento che non si vedono mai fare squadra con altre specie) e nessuno a scuola sembra preoccuparsi della cosa.
Con buona pace della scuola dove i reietti dovrebbero sentirsi a casa contro il mondo dei normali brutto cattivo e pieno di pregiudizi (tutte cose incarnate in dirittura d'arrivo da uno scureggiosissimo padre pellegrino).

Rowan Laslow è un altro personaggio che reietto tra i reietti lo è per davvero, e che i poteri di telecinesi con cui è nato hanno trascinato lentamente e inesorabilmente verso la follia.
Rowan sarà carne morta nei primi episodi.
Non sapremo nulla di lui, se non che anche il suo unico amico, Xavier, si limita a mandargli qualche sms ma appurato che probabilmente è morto finita lì. Non una lacrima, nessuno che si premuri di ricordarlo. La scuola in cui i reietti si sentono a casa si premura solo di nascondere la sua morte per non incorrere in guai legali, ed è talmente benvoluto che manco al padre frega nulla di lui.

Per non parlare degli HYDE, che vengono nascosti e temuti anche all'interno degli stessi reietti (con buona pace del messaggio di accoglienza per tutti i reietti), che sono incontrollabili e pericolosi senza (parrebbe) possibilità di redenzione ma al tempo stesso ci si guarda bene dallo schedarli e metterli in condizioni di non nuocere.
Non aiuta che alla fine il telefilm sembri intendere che l'hyde sia geneticamente predisposto ad essere uno psicopatico (e che a un certo punto il problema di sua madre venga associato al disturbo bipolare mi triggera di più, dal momento che già la sensibilità in merito ai disturbi mentali non abbonda, e in un telefilm del 2022 che mira a farmi accogliere la diversità pretendo che certe cose vengano trattate come cristo comanda). Insomma, accogliamo tutti purché non siano grassi, soli, con gli occhiali, noiosi e non abbiano problemi mentali, perché quelli fanno schifo e non li vogliamo.

Il BACKGROUND della scuola non ha un senso a pagarlo.
La Nevermore viene spacciata come un rifugio per i reietti: già non si spiega perché allora venga coperto solo il ciclo secondario quando a casa mia un reietto che sviluppa poteri pericolosi può essere tormentato, isolato o rappresentare un pericolo per sé e per gli altri anche in cicli scolastici precedenti (però dopo come facevi a sbavare sui boni?), ma poi non si riesce nemmeno a capire che scopo abbia questa scuola.
Facciamo un parallelismo con Harry Potter:
A Hogwarts ci si va a partire dagli 11 anni. Ci si va a 11 anni perché quando si è molto piccoli si fatica a controllare la magia, e perché presumo si vada nelle scuole babbane o si faccia educazione casalinga per imparare a leggere, scrivere, e le basi per il buon vivere. Dopodiché vanno in una scuola che insegna loro a gestire tutte le branche del loro dono, per diventare maghi consapevoli oltre che incontrare persone simili a loro con cui interagire.

A Nevermore nessuno insegna a nessuno a gestire i propri poteri (a certe persone nemmeno si chiede quale sia il proprio potere e sembra andare benissimo così, la fanno passare come una sorta di questione di identità di genere quando non è esattamente così, l'identità di genere non ti trasforma in un assassino psicopatico e che a un certo punto facciano in maniera esplicita questo paragone non è moderno, è idiota e da boomer).
E pure la quota furry è servita...
Si fanno gare di scherma e di canoa, si balla, si fanno tante cose cool e g-g-giovani, a un certo punto si vede una lezione di botanica giusto per dare un senso alla presenza di Christina Ricci nel cast
 (che è l'unica insegnante normale della scuola e non si spiegherà mai il perché sia stata assunta, tocca farsi andar bene una ridicola scusa sui buoni rapporti tra normali e reietti). Si vedesse una lezione specifica per licantropi (bonazzi che battono i piedi e fanno bordello) o vampiri (bonazzi con i ray-ban), una per aiutare le sirene (bonazzi con gli occhi azzurri) a gestire il loro canto senza uso di un amuleto che chissà dove hanno preso, o una per gente che ha dei poteri paranormali (e la storia di Rowan insegna che ci sono delle conseguenze per un ragazzo che si ritrovi soggiogato dai propri poteri e che non riceve alcun supporto): Mercoledì ha delle visioni mistiche e Morticia le dice che niente, si attacca, ci deve pensare una sua antenata a educarla in merito (cosa che manco accadrà) perché ognuno vive le visioni a modo suo.
Però è tutto molto fico e gotico.

Il giallo è banale e stronzo: seguendo il filone di Enola Holmes (che ha ricevuto molto meno seguito pur essendo un prodotto incredibilmente più carino e sensato, forse perché non è gotico e alternativo) la storia dovrebbe seguire la storia di una giovane detective che indaga su misteri che si riveleranno essere più grossi di lei, ma che riuscirà a risolvere nonostante dei professionisti ci sbattano la testa da 20 e passa anni.
Tutto regolare dato il genere teen.
Il problema più grosso di Mercoledì, a parte l'assoluta scontatezza della trama che mi aveva portata a capire i colpevoli e l'intreccio più o meno al secondo episodio (e senza le visioni), è avere una presunta detective che ad ogni punto morto invece di scoprire roba nuova con cui proseguire nell'intrigo grazie alle sue doti intellettuali risolve la situa con un deus ex machina rappresentato da provvidenzialissime visioni o da cose che notano altri personaggi (che ovviamente sono troppo stupidi per cogliere il significato a differenza della nostra protagonista). Mercoledì alla fine della storia non risolve nessun mistero, letteralmente la soluzione le piove in mano.
Che è una scelta (del cazzo) come un'altra, ma perlomeno non cercare di ricordarmi ogni 3 minuti che geniale detective sia, se no mi sento solo presa per il culo.

*

Se il telefilm cerca di mettere sul fuoco certe tematiche interessanti, come il conflitto con i genitori (nello specifico con le madri, dal momento che i padri sono sempre bonaccioni e incoraggianti ma fondamentalmente figurine sulla sfondo, e sono le madri a rappresentare il vero nucleo del problema), la resa è sciatta e superficiale.
Le madri sono a dir bene benintenzionate ma ingombranti, a dir male castranti e tossiche. Lo vediamo nel rapporto tra Morticia e Mercoledì (che non vuole vivere nella sua ombra e seguire le sue orme di casalinga e donna innamorata, anche se è difficile crederle visto tutto lo spazio dedicato al teen romance e al fatto che il conflitto tra le due scema in 10 minuti), in quello tra Enid e una madre che vorrebbe convertirla a forza alla licantropia in campi appositi (ma lei dice di no e la cosa finisce lì, ovviamente) e tra Bianca e la madre che addirittura recluta gente per conto di una setta.
Ma anche lì, non ne sapremo più nulla.
Bianca dice che non vuole tornare nella setta e tutto appost.

La tematica della relazione conflittuale tra normali e diversi, che poteva dar vita a qualcosa di interessante dal momento che andando avanti scopriamo che anche all'interno dei reietti non è tutto rose e fiori come vorrebbe sembrare, si traduce nella lotta contro un supercattivo da fumetti che viene sconfitto dai reietti che fanno squadra insieme come dei besties e alla fine è tutto un volemose bene di gruppo (tranne l'hyde che è psicopatico senza redenzione perché sì) e risoluzioni casuali (Enid si licantropizza nel momento più utile, scopriamo a caso che Eugene ha il potere di controllare le api - e allora che minchia si metteva a fare la tuta di fronte agli alveari? - e l'antenata di Mercoledì dal nulla ha il potere di guarirla dalle ferite mortali).
Lo scherzo alla Carrie portato avanti dai bulletti del paese finisce in fuffa senza conseguenze (e ok che il capo dei bulletti era il figlio del sindaco e la preside della Nevermore vive per insabbiare roba, ma ai reietti un po' il culo doveva pure rodere visto che si erano visti rovinare un ballo a cui tenevano molto e smerdare di vernice abiti da sera presumo anche costosetti).
Eugene invece esce dal dimenticatoio solo perché gravita nella magica orbita della specialissima Mercoledì, bontà sua.

Se nelle intenzioni lo show vorrebbe mandare un messaggio femminista dobbiamo accontentarci degli slogan women power pronunciati da Mercoledì ogni volta che si prepara per il ballo o si fa venire l'ormonella per uno dei due bonazzi che le fanno battere il suo cuoricino nero, perché non si va oltre. 
Però quanto è alternativa Mercoledì che scrive a macchina invece di usare i computer e comunica coi genitori attraverso una palla di scristallo perché aborre le moderne diavolerie informatiche (con tutto che tempo due episodi e si fa prestare il laptop da Enid per fare i cazzi suoi, l'alternativa dei miei coglioni. Almeno in Harry Potter non usavano i cellulari perché, molto semplicemente, non funzionavano.

IN CONCLUSIONE. . .

Mercoledì è un prodotto che non solo non si applica ma nemmeno ci prova.
Creato a partire dallo studio dei logaritmi di Netflix (quelli che consigliano all'utenza cosa guardare e dall'altro lato fanno capire alla produzione cosa vende e cosa no), risulta proprio questo: un insieme di tematiche alla moda appicciccate a cavolo, senza impegno e senza amore.
Abbiamo la tizia alternativa che fa sentire specialissime le reiette poser, quelle che dicono di odiare l'umanità però lo fanno dall'alto di una famiglia amorevole, un compagno affezionato e una cumpa di amici fedelissimi e l'odio e la solitudine vera non l'hanno vista manco in cartolina, diversità etnica (ma il bassino grassottello con gli occhiali è tanto per cambiare lo sfigato pure nell'accademia dei reietti), diversità generale (ma il cattivo è quello coi problemi mentali), un tocco di lgbt che è la morte sua e un po' di conflitto generazionale all'acqua di rose, alla "fanculo mamma, ho già 12 anni".
In tutto questo siamo talmente occupati a seguire la vita sentimentale di Mercoledì che ci siamo dimenticati di Pugsley, che nel primo episodio era bullizzato male dai fighi della scuola e a differenza della sorella non verrà mandato nella scuola che serve a proteggere i reietti. Magari i sopravvissuti all'attacco dei piranha ora lo bullizzeranno ancora peggio di prima ma EHI, mercoledì è in una dark academia e fa cose! Qualche episodio dopo lo ritroviamo ed è ancora vivo, quindi tutto ok.

Mercoledì è un prodotto che nelle intenzioni vorrebbe parlare a chi si sente escluso mentre invece è di un medio-borghese ignobile. Quello che rendeva Mercoledì un personaggio veramente fuori dagli schemi e dark qui viene presentato come un problema (Mercoledì, con tutto che Jenna Ortega è entrata veramente bene nel personaggio e regge da sola praticamente tutto lo show, per dirla semplice è difettosa: si chiude al mondo non per sua indole natuale ma per i traumi del passato, perché è profondamente sola e infelice, perché è in fase ribellina con mamma).
Crescere per lei vuol dire smettere di essere Mercoledì e smettere di essere tutto quello che la rende unica (tranne il fatto di essere una stronza emotivamente stitica, quello non ce lo vogliamo far mancare).
Vuol dire abbracciare il cliché del teen drama becero, stronzo e borghese, e di una società che ci vuole per forza di cose aperti all'amore e agli amichetti (che saranno sempre pronti a insistere nonostante i tuoi NO - che in fondo vogliono dire sì), altrimenti si è sbagliati e infelici, manchevoli di qualcosa. E intanto i veri esclusi o quelli che non si trovano integrati nella propria cerchia, le Edin, i Rowan, gli Eugene, o muoiono nell'indifferenza generale o restano sullo sfondo mentre sul palcoscenico stanno i soliti figoni e al limite possono sperare di integrarsi nel branco per una botta di culo entro fine stagione, o di trovare la mano salvifica della protagonista a risollevarli dal baratro.

Giudizio finale: