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domenica 9 aprile 2023

[Recensione] FEBBRE, di Ling Ma

Titolo originale:
 Severance
Autore: Ling Ma
Traduzione: A. Mioni
Edizione: Codice edizioni
Pagine: 348
Anno: 2019

Premesse:
Da ben prima della pandemia vengo colta a intervalli regolari dalla (termine mai come in questo caso appropriato) febbre del post-apocalittico, con una particolare predilezione verso la figura dello Zombie. Nello specifico lo zombie di Romero che si fa metafora della massa acefala e famelica figlia del capitalismo (visione resa ancor più esplicita dai "morti che non muoiono" di Jarmush che persino da infetti non rinunciano ai loro feticci risultando più ridicoli che minacciosi, immagine che mi è subito saltata alla mente nel corso della lettura di questo romanzo che il film lo precede di appena un anno. Coincidenza divertente), non quei cazzo di centometristi portati su schermo da Snyder.
Ho sviluppato insomma un gusto per il post apocalittico metaforico, quello che usa il tema della fine della civiltà come espediente per criticare il quotidiano alienante dell'epoca moderna. Gusto che la cino-americana Ling Ma bontà sua asseconda con il suo romanzo d'esordio, con l'aggiunta di un punto di vista un po' particolare, quello di un'immigrata cinese in America, che è (ammicco ammicco) la morte sua. In questo, magari chi a differenza mia preferisce il post apocalittico più ignorantello dove suore e avvocati devono resistere alle orde bestiali o dove l'apocalisse zombie diventa una scusa per fare le corna al marito e poi si piange potrebbe non apprezzare.
Nel caso, rispetto democraticamente la nostra
divergenza di opinioni

DUE RIGHE DI TRAMA

Candace Chen è figlia di immigrati cinesi espatriati grazie a un permesso di studio nel periodo di "Riforma e apertura". L'autrice non la butta in politica: la cornice storica è vaga, con giusto un paio di riferimenti agli scontri di piazza Tiananmen e al successivo periodo di benessere del paese, fatti vissuti solo alla lontana da una famiglia che ha troncato i legami con il suo paese d'origine, se si escludono viaggi sporadici e cartoline di natale.
Specie Candace, che è arrivata in America a 6 anni e della Cina non ha che vaghi ricordi. Candace cresce ed esaudisce le aspettative genitoriali: laureata in una buona università si ritrova in giovane età a lavorare a Manhattan presso una grossa casa editrice, la Spectra.
Responsabile del settore Bibbie, è molto apprezzata dai piani alti per la serietà, la dedizione al lavoro, la bravura nel gestire le emergenze e la capacità di interagire coi fornitori (ovviamente tutti situati in area asiatica per abbattere i costi di produzione). E' solo questione di tempo, le dicono, e sarà trasferita nel settore Arte, il più ambito della Spectra.
Un sogno per chi come lei ha studiato fotografia e moda.

Ma il sogno di questa self made china girl viene infranto dall'arrivo della Febbre di Shen, un ceppo aggressivo di infezione fungina originatosi nella regione di Shenzen, in Cina (zona che Candace, come vedremo, ha visitato spesso per lavoro).
Come si manifesta?
"Nelle sue fasi iniziali la febbre di Shen è difficile da individuare. I primi sintomi includono mal di testa, respiro faticoso e spossatezza. Poichè questi sintomi sono spesso scambiati per un raffreddore comune, di rado i pazienti sono consapevoli di aver contratto la febbre di Shen. A volte possono sembrare produttivi e sono ancora in grado di eseguire le normali attività quotidiane. Tuttavia, ben presto i sintomi iniziali peggiorano.
I sintomi avanzati comprendono segni di malnutrizione, scarsa igiene personale, lividi e problemi di coordinazione. I movimenti del paziente possono sembrare goffi e faticosi. Alla fine, la febbre di Shen conduce a una perdita di coscienza fatale. Dal momento in cui la si contrae, i sintomi possono svilupparsi in un arco di tempo compreso tra una e quattro settimane, a seconda dello stato del sistema immunitario del paziente."

Considerato inizialmente come un mero focolaio, qualcosa di facilmente contenibile grazie a politiche di isolamento dei contagiati (complici i bollettini governativi cinesi che minimizzano la situazione del paese - e il senso di deja vu' pizzica), la febbre di Shen si espande a livello globale determinando il crollo della civiltà.
Ma Candace, schiava della propria routine casa-lavoro (esattamente come gli "zombie" malati di febbre sono schiavi della stessa identica routine che li porta a compiere gesti per loro significativi in loop ossessivo, finché il corpo non cede) ma soprattutto abbagliata dalla prospettiva che possa esserci ancora un post-emergenza in cui i suoi sforzi per tenere in piedi la Spectra verranno ricompensati dai piani alti dell'azienda, resta a New York assistendo alla morte lenta e inesorabile di una città che, da straniera senza famiglia e senza radici, non avverte come casa.
Solo quando ormai è troppo tardi, ma soprattutto quando il suo contratto con la Spectra giunge al termine, Candace si decide ad abbandonare la città, decidendo di unirsi per necessità a un gruppo di sopravvissuti miracolati quanto lei guidati da un certo Bob: ragazzi diretti verso la Struttura, un luogo in cui potranno cominciare a ricostruire le basi della civiltà.
Parrebbe l'inizio di una stagione di The Walking Dead, e invece no.

IMPRESSIONI SPARSE

Febbre è un romanzo che porta avanti il tropo del dead man walking come metafora di un'umanità alienata e schiava del consumo oltre che del lavoro: non a caso Dawn of the dead di Romero era ambientato in un centro commerciale. Sempre non a caso la Struttura verso cui Bob sta guidando il suo gruppo di sopravvissuti altro non è che un centro commerciale. Un centro commerciale di cui tra l'altro Bob possiede una quota societaria.
A guidare Bob verso la meta finale del viaggio non sono quindi motivazioni logistiche (il centro commerciale non è particolarmente sicuro e non è ricco di risorse come si pensava - anzi, i mobili per le loro abitazioni improvvisate in negozi di tendenza devono andare a prenderli nel corso di un raid nel vicino Ikea - le provviste sono poche e razionate, non sembrano esserci altri insediamenti umani nelle vicinanze a cui unirsi) o altre motivazioni razionali. E' più che altro il bisogno di tenere sott'occhio il proprio investimento, oltre che la sterile nostalgia verso tempi passati in cui Bob trascorreva i pomeriggi a bighellonare proprio in quel centro commerciale.
Anche la cosiddetta ricostruzione della civiltà attuata dal gruppo di sopravvissuti si riduce a una serie di regole arbitrarie dettate da Bob, che custodisce le chiavi delle automobili e delle risorse, decide i compiti per la giornata, premia e punisce, toglie o restituisce il privilegio di far parte del gruppo, e costringe tutti gli altri a seguire una serie di sterili ritualità (impossibile in quest'ultimo caso non cogliere il parallelismo con la ritualità ossessiva dei morti). Il resto del gruppo, sopravvissuti come Candace a una società che chiedeva di essere loro performanti e devoti all'azienda, pur non stimando Bob si accapigliano per i suoi favori e temono la sua ira, obbedendogli ciecamente.
Si è persa, sembrerebbe, la voglia di lottare.
Di nuovo, emblematico il parallelismo coi malati. La massa dei non morti non è aggressiva né ostile, al contrario sono i vivi ad aggredirli, mettendo pietosamente fine alle loro sofferenze (a decidere che il gesto di ucciderli è pietoso dal momento che il malato non può dare il consenso ovviamente è il solo Bob, che in maniera piuttosto ipocrita usa l'omicidio come una sorta di rito di iniziazione): si limita a ripetere i rituali importanti, come radunarsi attorno alla tavola per una cena in famiglia, mandare e-mail di lavoro su progetti chiusi mesi o anni prima, piegare magliette in una boutique. Se lo zombie pur essendo il corpo clinicamente morto si aggrappa alla vita e segue i bisogni biologici primari di nutrirsi e moltiplicarsi (il morso "dà vita" a un nuovo non morto), il malato di febbre, proprio come i vivi che seguono Bob e la stessa Candace, annulla se stesso in una ritualità sterile fino alla morte.

Manca un senso.
Mancano direzione e scopo, sia a livello individuale che sociale: non ha senso il solitario peregrinare senza meta di Candace che inizia tra le strade di New York e termina tra quelle di Chicago; non ha senso la sterile ritualità cui Bob costringe il gruppo; non ha senso che un'umanità al collasso si preoccupi di tenere aperte le aziende e organizzare settimane della moda, o che vengano garantiti i servizi di trasporto pubblico, taxi e igienizzazione in una città deserta. Solo distrattamente lo sguardo di Candace si posa su queste persone, che sono (e quando te sbagli) immigrati, ex soldati, e altri disperati senza radici che restano a tenere il forte mentre le alte dirigenze si sono già messe al sicuro ai primi segnali di pericolo.
Eppure, quanto sa di già vista tutta questa insensatezza.

Se sappiamo che questo ceppo fungino mortale nasce in aree in cui gli operai col beneplacito delle aziende occidentali 
(e nel caso della Spectra parliamo di una casa editrice che produce Bibbie - l'ironia è palpabile) sono sfruttati all'osso e vivono in condizioni igieniche e di lavoro malsane, cosa che porta al proliferare di agenti patogeni potenzialmente mortali (un pericolo tutt'altro che lontano - in questo, ovviamente il romanzo si può leggere anche in chiave di critica al neoliberismo selvaggio), non sappiamo in che modo ci si possa difendere dal contagio.
A nulla valgono quarantene, controlli agli aereoporti, disinfestazioni, evitare il contatto umano, indossare le mascherine FPP3. Non ci sono regole da seguire come nei film di zombie, non c'è salvezza, non c'è modo di scamparla: si può fare tutto per bene, stare attenti, prendere precauzioni e ammalarsi, o si può essere totalmente incuranti, bazzicare ambienti umidi e malsani e sopravvivere. Con buona pace delle teorie di predestinazione divina portate avanti da quel pirla di Bob.

Ad un altro livello Febbre è anche un romanzo che parla di casa e identità.
Candace ne è priva: immigrata in terra straniera, ha perso il legame con la sua terra d'origine, l'uso della sua lingua madre, i suoi genitori. La sua stessa madre ha dovuto rinunciare a tutto per seguire il marito oltreoceano e garantire alla sua famiglia migliori opportunità, e questo l'ha portata a riversare sulla figlia tutte le proprie ambizioni frustrate.
Allo stesso tempo, smarrita in uno stile di vita vuoto e alienante in una città che tende a dimenticarsi di te (non a caso il titolo originale è Severance, ovvero separazione), Candace non è stata in grado di costruire nulla di nuovo che potesse compensare la sua perdita identitaria. Candance è la realizzazione dell'american dream, ma scavando appena sotto la superficie quello che ne deriva è un guscio vuoto.
Candace è letteralmente il suo lavoro.
Non ha amici ma colleghi di lavoro. Il suo (ex) ragazzo Jonathan è un uomo che vive dello stretto indispensabile (a costo di continue rinunce e sacrifici però, pensa Candace che quelle privazioni le ha vissute per via della propria condizione di immigrata) e che rifugge il sistema capitalistico della Grande Mela a cui lei non confiderà nemmeno di essere incinta. Dei suoi hobbies conosciamo solo un'ossessione per la skin care e per i prodotti di lusso (il romanzo, in linea con questa critica ad un capitalismo schizofrenico, è zeppo di riferimenti a brand di lusso), ma sono più che altro ossessioni ereditate da sua madre.
Proprio come i malati di febbre di Shen (e proprio come i suoi compagni di viaggio), Candace è definita da una routine alienante scandita dal tragitto casa-ufficio.
Mi alzai. Andai a lavorare al mattino.
E' un incipit che cadenza l'inizio di molti capitoli del romanzo.
La routine di Candace non si interrompe neppure in piena pandemia, mentre la città le muore intorno. E quando raggiungere il lavoro diventerà troppo disagevole causa mancanza di servizi e manutenzione, la scelta di Candace sarà andare a vivere negli uffici deserti della Spectra per non venir meno agli impegni aziendali dal momento che, come dirà lei stessa, non ha nessun posto dove andare né una famiglia da cui attingere consolazione e protezione.

IN CONCLUSIONE. . .

In Febbre si intrecciano con eleganza ed estremo equilibrio capitoli pre e post collasso, la storia personale di Candace e quella, forse ancor più paradossale e tragicomica, della fine del mondo, filoni narrativi accomunati dal punto di vista estraneo (e non solo perché esotico, che rappresenta il vero punto di forza del romanzo dal momento che la metafora dell'apocalisse come critica al capitalismo come abbiamo visto non ha nulla di nuovo) di una protagonista peculiare, che assiste al crollo della civiltà (arrivando a scattare foto di quanto la colpisce della pandemia per postarle sul suo blog come sorta di memento funebre a uso e consumo di quelle comunità in cui la febbre di Shen ha colpito meno) come se questa non la riguardasse.
La narrazione scorre liscia, senza annoiare.
Occorre però un po' di presenza mentale per destreggiarsi tra le linee narrative.
Il romanzo colpisce, e colpisce duro, facendosi sia finestra critica sul presente che sorta di diario intimista (impossibile non cogliere dei parallelismi tra Candace e Ling Ma). Manca, e la cosa per quel che mi riguarda è un punto a favore del romanzo dal momento che odio i finali a cazzo di cane alla "e trovarono una cura/e ricostruirono la civiltà grazie ai nostri coraggiosi ragazzi in divisa", un finale consolatorio, almeno per quel che riguarda il destino dell'umanità. La società perfetta di Bob collassa, le strade di Chicago sono abbandonate quanto quelle di New York, dando a intendere che gli Stati Uniti siano ormai terra morta e che Candace possa essere l'unica sopravvissuta alla pandemia. Nelle ultime pagine del romanzo però la troveremo cresciuta: più umana, più consapevole di sé e finalmente desiderosa di creare un legame con qualcun altro. Nello specifico con Luna, la bimba che porta in grembo e di cui solo negli ultimi momenti trascorsi sotto la protezione di Bob ha riconosciuto come individuo, dandole un nome.

Giudizio finale:

mercoledì 18 gennaio 2023

[Recensione] PACHINKO - LA MOGLIE COREANA, di Min Jin Lee

Titolo originale:
 Pachinko
Autore: Min Jin Lee 
Traduzione: F. Merani
Edizione: Pickwick
Pagine: 587
Anno: 2017

Premesse:
Prima piacevole scoperta di questo sfigatissimo (dal punto di vista delle letture e delle visioni a schermo) 2023, Pachinko è l'opera seconda della scrittrice e giornalista sudcoreana (naturalizzata US) Min Jin Lee.
Il romanzo, ambientato nel Novecento, va ad abbracciare quasi un secolo di vicende e 4 generazioni di una famiglia coreana costretta ad abbandonare il proprio paese per cercare una vita migliore in Giappone.
Interessante che la Lee, proprio come uno dei personaggi di questo romanzo, dopo aver trascorso quasi tutta la sua vita in America abbia vissuto in Giappone per un breve periodo della sua vita di ragazza occidentalizzata, dal 2007 al 2011, e che quindi probabilmente abbia vissuto sulla propria pelle lo stesso shock culturale provato da Phoebe, quel senso di estraneità avvertito in presenza di altri coreani "giapponesizzati", e che abbia subito sulla propria pelle quel disprezzo e rifiuto nei confronti del diverso (per quanto questo diverso sia "arrivato", economicamente o culturalmente) che rappresenta uno dei temi principali di Pachinko.
Che parla anche di Pachinko, tranquilli.

*

TRAMA

Il Primo Libro abbraccia un periodo che va dal 1910 al 1933.
I primi personaggi che incontriamo sono i nonni di quella che sarà la "moglie coreana" che compare nel titolo nostrano e che sarà la nostra figura femminile di riferimento, anche se non la protagonista come saremmo portati erroneamente a pensare. In questo, plaudo la scelta della nuova edizione economica di tornare al titolo originale Pachinko e di usare il vecchio titolo italiano solo come sottotitolo. Ci si aspettasse un qualcosa alla Memorie di una geisha si resterebbe delusi, insomma.
Nel mio caso tiro un sospiro di sollievo.

Nel piccolo villaggio di pescatori di Yeongdo (a un tiro di traghetto da Busan) una coppia di anziani pescatori decide di arrotondare i magri guadagni convertendo la propria abitazione in locanda, un piccolo rifugio per quegli uomini troppo poveri per sperare di trovare moglie ma che non vogliano rifiutare quel tocco di comodità muliebre: pasti caldi, abiti puliti e rammendati, buona compagnia. I due hanno tre figli maschi ma solo uno, Hoonie, nato con delle vistose malformazioni (un labbro leporino e un piede storpio), arriva all'età adulta.
Per via del suo aspetto trovargli moglie sembra un'impresa disperata ma "per fortuna" nel 1910, quando il nostro Hoonie ha 27 anni, il Giappone annette la Corea e molte famiglie un tempo anche benestanti sono ridotte così alla fame che ora come marito va bene chiunque. 

Parentesina storichina:
The MOAR you know
Il trattato di annessione nippo-coreano (chiamato in Corea "trattato forzato dell'annessione coreana al Giappone") del 1910 venne stipulato tra Corea e Giappone, e prevedeva che l'imperatore della Corea cedesse al Giappone la sovranità sull'intero paese, che dal 1905 era già un protettorato nipponico.
Il valore legale del trattato nel corso della storia venne più volte messo in discussione sia dal governo coreano in esilio che dalle forze alleate che occuparono il Giappone alla fine della II guerra mondiale dal momento che portava sì il sigillo nazionale dell'impero coreano ma non la firma dell'imperatore Sunjong come avrebbe previsto la legge, il quale si rifiutò di sottoscrivere quell'umiliazione, bensì quella del primo ministro Lee Wan-Yong.

La Corea, al tempo paese povero e arretrato, subì uno sviluppo economico frettoloso e male organizzato da parte del Giappone al fine di rientrare nei gravosi costi d'annessione e fare del paese un bacino per materie prime e prodotti agricoli: le terre vennero espropriate ai proprietari (incapaci di pagare le tasse gravose che vengono loro imposte dai nuovi padroni) per garantire una produzione a ciclo annuale, più massiccia ed efficiente, che potesse garantire di sfamare una popolazione interna in rapida crescita e di esportarne l'eccedenza. Venne istituta la banca coloniale di Corea che in quegli anni impose una moneta unica, lo yen coreano, e dagli anni '30 avvennero massicci trasferimenti di zaibatsu (industrie a partecipazione mista) nel territorio al fine di industrializzare il paese e sfruttare masse di disperati come manodopera a basso costo. Alla vigilia della seconda guerra mondiale il 20% della produzione industriale giapponese arrivava dalla Corea.
Le ribellioni interne causate dagli abusi dei dominatori e dal peggioramento delle condizioni di vita causarono come ovvia reazione l'inasprirsi delle repressioni. Come conseguenza negli anni '20 furono molti i Coreani che si trasferirono in Giappone in cerca di una vita migliore: lì furono bersaglio di violente discriminazioni razziali da parte dei nipponici, che ancora oggi non hanno un'opinione molto positiva dei coreani residenti in Giappone, o di chiunque non sia Giapponese che risiede in Giappone se è per quello.
*Fine parentesina storichina*

La famiglia di Hoonie grazie ai proventi della locanda riesce a mantenere un certo grado di morigerato benessere, riuscendo in questo modo a combinare il matrimonio del figlio con Yangjin, una giovane modesta proveniente da una famiglia ridotta sul lastrico e con tre figlie da sistemare, e quindi priva di dote. Pur essendo un matrimonio combinato, tra i due si sviluppa un tenero e sincero sentimento, una placida serenità casalinga coronata qualche anno dopo dalla nascita di una bambina, Sunja. Sunja sarà la gioia e l'orgoglio di suo padre fino alla sua morte, 13 anni più tardi.
Dramatization
Sarà Yangjin a crescere da sola la bambina, che col trascorrere degli anni si fa donna. Una ragazza semplice, lavoratrice, molto devota alla madre e alla memoria dell'amato padre, che attirerà le attenzioni di un uomo molto più grande di lei, Koh Hansu, un ricco commerciante di pesce della zona, di cui col trascorrere dei giorni si innamorerà perdutamente. 
Rimasta incinta dell'uomo farà un'amara scoperta: Koh Hansu non può renderla una donna onesta perché ha già moglie e 3 figlie in Giappone, e di divorziare non se ne parla dal momento che la donna a cui è legato è la figlia del suo capo, colui a cui deve la sua fortuna. Si offre, da galantuomo qual è, di fare di Sunja la sua "moglie coreana": di comprarle un appartamento e di provvedere ad ogni bisogno economico suo e del bambino in arrivo. Sunja, col cuore spezzato, l'onore gettato ai porci e destinata ormai a una vita da donna perduta, non solo rifiuta ma per quanto lo ami ancora con passione tronca all'istante la sua relazione con Koh Hansu.
Il suo destino sarebbe segnato e noi ci ritroveremmo di fronte un mattone alla Lettera Scarlatta - Korea Edition se non facesse la sua comparsa Baek Isak, un giovane e avvenente ministro protestante in viaggio alla volta del Giappone per questioni di lavoro che deve fermarsi alla locanda per più tempo di quanto avesse preventivato a causa di un attacco di tubercolosi, aggravato dalla sua salute cagionevole.
Venuto a conoscenza della situazione, Isak a differenza di quello che ci aspetteremmo da un cristiano non offre preghiere e altre cazzate inutili ma di sposare Sunja e riconoscere come suo il bambino in arrivo (in fondo i suoi insistono da anni perché trovi moglie). I due si sposano senza particolari impedimenti a parte l'atteggiamento sassy di un vecchio prete di merda e partono alla volta del Giappone, a Osaka, dove li aspetta il fratello di Isak, Yoseb, insieme alla moglie di lui Kyunghee.
Ci aspetteremmo a questo punto, noi navigati lettori di drammoni al femminile, rancori e gelosie senza esclusioni di colpi tra la nuova arrivata di bassi natali feconda che subisce le molestie con gioviale buonumore e la nobile e bellissima signora senza figli invece no: come al solito Min Jin Lee non esagera col drama e tra le cognate nasce un'immediata simpatia.

*

Il Secondo Libro abbraccia un periodo che va dal 1939 al 1962.
Sunja, sempre ospite in casa degli amorevoli cognati, cresce insieme al marito che presta servizio nella chiesa vicina per pochi yen al mese i due figli, Noa (il figlio di Hansu) e Mozasu (figlio di Isak). Se Noa fisicamente è il ritratto di Hansu, nel carattere è mite e studioso come Isak.
Mozasu è appena neonato.
Quando Isak viene incarcerato perché considerato un coreano sedizioso (e tutti possono tranquillamente metterci una pietra sopra visto che i coreani vengono trattati a merda da liberi, figurarsi in prigione), nonostante le vive proteste di un uomo vecchio stampo come Yoseb Sunja e Kyunghee sono costrette a lavorare al mercato, dando il via a un piccolo ma abbastanza redditizio smercio di kimchi fatto in casa e, quando mancano le verdure, di caramelle.
All'arrivo della seconda guerra mondiale però le materie prime cominciano a scarseggiare: ci aspetteremmo la carestia a casa Baek, gente che mangia la terra, Mozasu che muore di stenti perché è il più piccolo e sacrificabile del branco, invece Sunja viene contattata da Kim Changho, proprietario di un ristorante della zona, con un'offerta da leccarsi le orecchie. Darà alle due le materie prime di cui hanno bisogno per produrre kimchi (recuperate ovviamente con mezzi poco leciti, tramite mercato nero), ma in via esclusiva per il suo locale e in cambio di un lauto stipendio. Un discreto salto di qualità per le due donne, che dopo aver vinto a fatica le rimostranze del solito Yoseb (anche perché insieme le due donne avrebbero guadagnato più di lui in fabbrica) cominciano la loro avventura nel mondo di Masterchef.

Con l'avanzare della guerra però le cose cominciano a farsi difficili anche al ristorante e Kim Chango è costretto a chiudere. E' a questo punto che Sunja viene avvicinata da Hansu, che si rivela essere il vero proprietario del ristorante, il quale le dice di aver sempre vegliato sulla sua famiglia dal momento del suo arrivo in Giappone.
First reaction: Shock.
Da uomo d'affari invischiato col crimine qual è, Hansu è in possesso di informazioni riservate che vanno oltre la propaganda governativa, e sa che il Giappone sta perdendo la guerra nonostante lo neghino con la consueta testardagine. Bisogna aspettarsi da un momento all'altro i bombardamenti alleati. Convince qundi Sunja e la cognata a trasferirsi con i bambini in una fattoria fuori città (dove riuscirà a portare anche la madre di Sunja), mentre Yoseb viene "promosso" con un incarico di responsabile di fabbrica e meccanico a Nagasaki.
Sopravvissuto all'esplosione, resterà menomato a vita. 

Parentesina storichina 2:
Questo è anche un luogo
di cultura.
Zitti e imparate, bastardi.
Sempre più industrializzata e dedita a un'agricoltura intensiva per adempiere al suo ruolo di granaio dell'impero, la Corea viveva in funzione delle esportazioni a scopo bellico. Nel 1938 venivano coltivati 6 milioni di ettari di terreno, principalmente a riso data la miglior resa calorica, ma il riso bianco (più pregiato e nutriente) era molto costoso e quindi riservato ai soli giapponesi.
Si assistette a un esodo di massa verso le città, che unito a un aumento demografico malthusiano (da 14 milioni del 1910 a 25 nel 1944) portò a un rifornimento pressoché illimitato di forza lavoro a basso costo nelle fabbriche giapponesi. 
Negli anni della guerra molti uomini vennero deportati in Giappone per essere impiegati nelle fabbriche e nell'esercito, e le coreane usate come "donne di conforto" in appositi bordelli per soldati (figure dimenticate dalla storia e passate agli onori della cronaca solo a partire dagli anni '90), il tutto in linea con una "politica di assimilazione totale" che mirava a rendere Corea e Giappone una cosa sola ma sempre nell'ottica della superiorità giapponese.
Diceva all'epoca il governatore generale Minami:
"I coreani sono, in base alla visione del mondo, ai rapporti umani, agli usi e alla lingua, un popolo completamente diverso. Perciò il governo giapponese deve pianificare la politica coloniale nella piena consapevolezza di questo fatto. I giapponesi, ai quali i coreani hanno guardato ogni volta, devono essere sempre qualche passo avanti. Allora i giapponesi sono chiamati a istruire e guidare sempre i coreani, e questi devono seguire con riconoscenza ed obbedienza i Giapponesi che marciano avanti.
A partire dal 1938 venne vietato l'uso anche privato della lingua coreana, e venne bandito l'hanbok
Dal 1940 i nomi coreani vennero convertiti in giapponesi (pratica a cui i residenti in Giappone erano costretti al momento dell'ingresso nel paese), senza il quale non si poteva lavorare, ricevere sussidi o recapiti postali.

Nel frattempo sul fronte cinese con la collaborazione degli Stati Uniti furono addestrate unità speciali di combattenti coreani allo scopo di riconquistare e liberare la Corea (ma al momento di passare dalle parole ai fatti di indipendenza della Corea non si parlerà manco per sbaglio) al fianco degli Alleati, a cui si unirono emigranti e disertori.

Il giorno della capitolazione del Giappone, che pose fine al periodo coloniale, circa 2 milioni e mezzo di Coreani vivevano in Giappone: più del 30% delle vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki furono lavoratori forzati: 40.000 su 140.000 morti e 30.000 vittime delle radiazioni.
Le principali compagnie giapponesi ad aver usufruito di questi immigrati, Kajima Gumi, Naji-Fujikoshi, Mistubishi e Nippon Steel Corporation, non solo non riconobbero mai i loro crimini verso i coreani ma furono addirittura risarcite dal governo per la perdita di manodopera subita dopo la partenza dei coreani alla fine della guerra.
*Fine parentesina storichina 2*

La famiglia Baek torna a Osaka, dove Noa e Mozasu riprendono gli studi: pur lavorando come contabile a tempo pieno e senza lasciarsi scoraggiare da un primo fallimento Noa supera l'esame di ammissione alla prestigiosa università Waseda a Tokyo mentre Mozasu, per il quale la scuola è più un peso che altro, finisce a lavorare per Goro, un uomo allegro e onesto che gestisce una sala pachinko vicino alla bancarella di Sunja. Si innamorerà di Yumi, una sartina di umili origini che sogna di abbandonare un paese che non sente casa e andare a vivere in America.
I due si sposano e hanno un figlio, Solomon.
Dopo qualche anno Yumi muore, investita da un pirata della strada.
Noa nel frattempo vive il tempo delle rivelazioni inaspettate: scopre infatti non solo di essere il figlio di Hansu, ma essendo un universitario studioso e molto arguto scopre anche che Hansu è un coreano che ha tanti soldi perché è invischiato con la yakuza.
Big shock.
L'idea di non essere figlio di un uomo perbene ma di avere in corpo il sangue sporco di un delinquente e di essere destinato a diventare uno di quei coreani brutti, puzzolenti e criminali tanto odiati dai giapponesi, lo sconvolge al punto da abbandonare l'università e far perdere le proprie tracce alla famiglia.

Nel Terzo Libro (1962-1989), l'ultimo, dove le cose cominciano ad avvicinarsi all'inevitabile epilogo, a farla da padrone è la generazione di Noa, che ha trovato rifugio a Nagano dove ha cominciato a farsi strada nel mondo del Pachinko e ha rinnegato le proprie origini coreane fingendosi un giapponese che lavora in un'azienda che assume solo onesti lavoratori giapponesi, trovando una bella e brava moglie giapponese che gli ha dato tre pucciosi figlioli giapponesi. Mozasu, che nel mondo del Pachinko ha fatto i soldi veri, frequenta Etsuko, una donna giapponese divorziata con un passato da accompagnatrice, e può dare a Solomon la migliore educazione possibile, una che lo porti lontano da quel paese, magari in America come desiderava sua madre, tra gente più aperta di mente.
La guerra è ormai alle spalle, ma non per i Baek.
Non per i coreani.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Pachinko è un libro che normalmente considererei una di quelle crudeli e infinite martellate alle parti basse, che di solito nel mio caso fanno il giro e diventano una comica. Se poi la "comica" che fa da contorno al drammone patetico è un tragico avvenimento storico reale se mi vede sghignazzare la gente la prende a male e mi sfancula perché crede stia ridendo della tragedia storica.
Spoiler: non mi serve un giorno dedicato o il film triste del cazzo per ricordarmi che c'è stata la tragedia storica X per cui essere triste, e non sto ridendo della tragedia storica.
Parrebbe scontato, e invece no.

Ora, fortunatamente tanto per cambiare non è questo il caso, anche se non ci troviamo nemmeno di fronte alle cose tragicomiche che di solito, visto che sono fatta a rovescio, mi scatenano la lacrima prepotente. 
Pachinko è un drama fatto e finito in cui l'infelicità regna sovrana (ma nella sigla dell'omonima serie tv tutti ridono e ballano, forse per dare una gioia allo spettatore, ma soprattutto agli attori che altrimenti si dimenticherebbero cos'è la felicità).
Ma anche se questa famiglia dovrebbe andare in pellegrinaggio a Lourdes e il rischio di esagerare con le sfighe e passare dal drama storico alla soap opera è a un passo, il grande talento di Min Jin Lee per quel che min riguarda è non superare mai quella linea. E' impietosa con i suoi personaggi (perché è la Storia ad essere impietosa con gli esuli di qualsiasi tempo ed etnia) ma mai in modo gratuito, esagerato o crudele; con un piglio alla Jane Austen la voce narrante resta sullo sfondo con una delicatezza rara, non prendendo mai posizione né giudicando i personaggi, per quanto ai nostri occhi possano comportarsi in modo più o meno abietto, amorale o essere crudeli e ingiusti.
Tranne Isak, perché Isak ha l'asticella ad altezza "odore di santità".

La narrazione è cruda ma non indulge mai nel morboso.
Anzi, a più riprese si ferma proprio al momento pruriginoso che di solito fa fare i seghini ai sensibiloni amanti del drama soap operistico lasciando al lettore il compito di tappare i buchi e di dar voce ai non detti, non lesinando lunghi e frustranti balzi temporali.
Qualcuno potrebbe trovarlo irritante.
A me piace essere trattata da essere senziente e non da bambino poco sveglio da tenere per mano per tutto il tempo spiegandogli le cose per filo e per segno.

Un altro talento dell'autrice per quel che mi riguarda è quello di riuscire a scrivere una saga familiare di quasi 600 pagine (che scivolano che è una bellezza, come Homer oleoso 👉), inzepparla di decine di personaggi, e renderli tutti indimenticabili. 
Io che sono notoriamente una persona che fatica molto a seguire i romanzi zeppi di personaggi al punto da dovermi tirar giù degli schemini per ricordare chi minchia è chi mi sono ritrovata nella felicissima situazione di ricordare da sola, senza consultare Wikipedia o maledire divinità a caso, personaggi apparsi anche 50 pagine prima.

Oltre ad essere indimenticabili, quelli tratteggiati dalla sapiente penna di Min Jin Lee sono anche personaggi a cui è estremamente facile affezionarsi. Figure umane, fallibili, né buone né cattive, animate dal desiderio di sopravvivere e di trovare un posto nel mondo, ma soprattutto di trovare un'identità, sballottati come sono tra un Giappone che li rifiuta e li tratta da stranieri nonostante alcuni come Noa, Mozasu o Solomon siano nati e cresciuti lì, e una Corea che non è più casa.
Una Corea che nemmeno esiste più.
Per quanto poi risulti difficile capire le posizioni o il modo di pensare di certi personaggi con la nostra sensibilità di lettori occidentali del XXI secolo, questa sensazione non sfocia mai nell'idea di avere davanti una macchietta desueta o ridicola, o una figura esageratamente spiacevole messa lì solo per far risaltare in positivo il protagonista di turno. Semmai mano a mano che arriviamo a conoscere il personaggio che inizialmente ci sembra odioso o scostante o testa di merda, a farla da padrone sarà un moto di profonda empatia.

Se Yoseb può risultare (e in effetti è) l'archetipo della scimmia alfa specie in confronto con quel santo di suo fratello, uno di quegli uomini che preferirebbe mantenere l'orgoglio di maschio che avere cibo in tavola, non manchiamo mai di avvertire il profondo affetto che lo lega a tutti i membri della sua famiglia (compresa la cognata Sunja e quel nipote che sa non essere figlio di suo fratello).
Ed è l'amore ad averla sempre vinta sull'orgoglio.
Mai una volta dimenticherà che la sua priorità è la felicità e il benessere della sua famiglia, ma soprattutto della sua compagna, nemmeno nei momenti di maggior abbruttimento quando sarebbe facile per l'autore indulgere in scene melodrammatiche da telenovela argentina (momenti da cui Min Jin Lee ci tiene alla larga con la consueta delicatezza). Sbuffa, si arrabbia, ma alla fine cede il passo senza mai imporre la sua autorità di capofamiglia. E quando sentiamo dire a Kyungee che brav'uomo sia suo marito e quanto l'abbia amata (lei, una donna che non è riuscita a dargli dei figli e avrebbe avuto tutto il diritto di ripudiare), non possiamo fare altro che crederle.

Dramatization
Se Hansu è un uomo della malavita che ha costruito la sua fortuna con mezzi poco leciti e incarna lo stereotipo nipponico del coreano piantagrane e disonesto, se è in effetti un marito di merda che corrompe una giovane innocente e che lo venera senza curarsi minimamente del doppio standard morale previsto per una donna perduta e un uomo "farfallone", è anche una persona piuttosto onesta con i suoi collaboratori e spinta per la maggior parte del tempo da sentimenti sinceri verso le persone che stima.
Tra lui e Sunja si sviluppa un rapporto complesso.
Sunja non dimenticherà mai il suo primo amore, ma resterà sempre fedele a Isak, l'uomo che l'ha salvata da un destino di donna perduta peggiore della morte. Hansu è un uomo sicuro di sé, pieno di risorse, autoritario ma paziente, intelligente, verso il quale una popolana di provincia non può che provare rispetto, ma al tempo stesso è una bomba pronta a esplodere sulla serenità della sua famiglia, una spada di Damocle che pende sulla sua testa ma soprattutto su quella del giovane Noa.
Dal canto suo Hansu è affascinato da Sunja, che condivide con lui un passato di privazioni e incarna tempi più poveri, forse, ma più semplici e mostra un'orgoglio e una rettitudine morale che ammira. Di sicuro prova affetto e orgoglio per Noa, il suo unico figlio maschio, un ragazzo intelligente, onesto e lavoratore. Nel corso di tutta la sua vita smuoverà mari e monti per proteggere la sua famiglia coreana e fare in modo che non manchino di nulla, rivelandosi solo quando strettamente necessario. Ma possiamo parlare di amore nel senso drama e romanzesco del termine? Vai a sapere.
Hansu è una figura a dir poco imperscrutabile.
E Min Jin Lee non è così indelicata da farci entrare così tanto nel suo cuore.

Hansu aiuterà Sanju e Noa ma anche Yoseb, Kyungee e Mozasu. Arriverà a far giungere dalla Corea la madre di Sunja durante la guerra (e sappiamo quanto costi un viaggio dalla Corea al Giappone, Yoseb aveva dovuto rivolgersi a degli strozzini per pagare il biglietto per suo fratello e la novella sposa). L'unico che non sarà oggetto dei suoi piani salvifici è proprio Isak, che guarda caso è l'incomodo: viene da chiedersi, a una certa, se con i suoi potenti mezzi avrebbe potuto tirarlo fuori dagli impicci e se non sia stata una scelta meschina e consapevole quella di farlo morire tra gli stenti in una prigione giapponese.
Difficile dare una risposta, anche in questo caso. Dove poteva arrivare la sua influenza di fronte alle autorità giapponesi, quanto poteva tirare la corda un uomo della Yakuza? Quanto lontano poteva portarlo il desiderio di proteggere Sunja e Noa? 
Mica Hansu è santo come Isak.
Di nuovo, con Hansu ci troviamo di fronte un personaggio non sempre facile da comprendere, ma complesso e affascinante. Specie a confronto con Isak, che però proprio nel suo essere un uomo sinceramente devoto e dotato di una grande forza e generosità non mi fa schifo al cazzo come la maggior parte dei personaggi buoni come il pane.

C'è poi Noa, che per onore e un cieco senso del sacrificio che lo ha guidato per tutta la vita, proprio nel momento in cui scopre di non essere figlio del pio Isak ma di un uomo di malaffare è pronto a lasciarsi alle spalle tutto, a smetterla di lottare ed eccellere perché i giapponesi finalmente lo valutino come un essere umano, e a sparire per diventare il giapponese Nobuo Boku. In questo insieme a Solomon rappresenta forse il personaggio più giapponese del romanzo. Ma, è proprio questo il punto, in quanto stranieri né lui né (come vedremo) Solomon saranno mai percepiti come giapponesi.
O come persone perbene.

Pachinko è un romanzo che non parla solo di famiglia ma anche e soprattutto di identità, di chi non ha patria e cerca un posto da chiamare casa.
Se per Noa la via dell'integrazione passa per il comportarsi due volte meglio dei giapponesi e lavorare tre volte tanto (fino a che la percezione della futilità di quegli sforzi non finisce per spezzarlo), per Mozasu, che diventa un imprenditore di successo nel settore del pachinko, l'integrazione passa per denaro e potere e conduce fuori dal Giappone.
Ritiene, proprio come Noa, che il Giappone sia irrecuperabile e la loro percezione dei coreani non cambierà mai: ma se i coreani della sua generazione non possono lasciarsi alle spalle l'unico paese che possano chiamare casa né tornare in una patria che li considera altrettanto stranieri, auspica che la strada per la felicità e l'autentica integrazione di suo figlio risieda a Occidente. Solomon brilla negli studi, frequenta le migliori scuole internazionali in Giappone, frequenta la Ivy league in America, si fidanza con una coreana nata in America, ottiene la laurea con ottimi voti e trova un posto onorevole e ben retribuito nella sezione Giapponese della British Bank, settore acquisizioni.
Ma persino tra gli stranieri resta un coreano.

Il messaggio finale però, pur non apertamente ottimistico, non è nemmeno privo di speranza. Solomon a differenza di suo zio, di suo padre e della sua fidanzata americana che non capisce perché si ostini a difendere questi stronzi di giapponesi, si rifiuta di arrendersi all'odio e al pregiudizio.
"E poi tutta quella storia che il Giappone era il male. Era pieno di stronzi, certo, ma gli stronzi c'erano dappertutto. Kazu era un fetente, e allora? Era una brutta persona ed era giapponese. Ma forse lo era diventato proprio frequentando l'università in America. Anche se su cento giapponesi cattivi ce ne fosse stato uno solo buono, Solomon si rifiutava di generalizzare. Etsuko era come una madre per lui; il suo primo amore era Hana; e anche Totoyama era come uno zio per lui. Erano giapponesi tutti e tre eppure erano brave persone.
In un certo senso pure lui era giapponese, anche se i giapponesi non lo consideravano tale. Phoebe questo non lo capiva. L'identità di una persona non dipende solo dal sangue."
In cosa credere allora? A cosa aggrapparsi se tutti perseguono i propri interessi (in tempo di guerra come in pace) e l'identità è un concetto fumoso e sfuggente, se nemmeno all'interno della propria gente o fuori dal Giappone si ha la certezza di essere al sicuro?
Alla famiglia. Al pachinko.
Il pachinko diventa, oltre che l'unica cosa concreta e via di riscatto sociale nella vita dei Baek e un fattore di identità familiare, l'unico legame concreto tra padre e figlio, una metafora della vita: una sala piena di macchinette in cui i proprietari piantano dei chiodini in grado di deviare la traiettoria delle palline a loro piacimento. In tutta la sala ci sono solo un pugno di macchinette che permettono al giocatore di vincere, e tutto sta nel ritrovarsi davanti per caso quella giusta.

Nonostante Pachinko sia un romanzo storico la Storia (quella con la s maiuscola) scorre sullo sfondo, come un fiume tranquillo, senza mai toccare i protagonisti se non di sponda (persino all'esplosione atomica di Nagasaki vengono dedicate poche righe distratte). 
A differenza di quanto accade in altri romanzetti del cazzo in cui l'autore si affanna a fare la pagina Wikipedia (quello è il mio compito) o a far interagire i suoi personaggi (di qualunque estrazione sociale essi siano) con tizio famoso di turno per far vedere che a scuola stava attento, i protagonisti di Min Jin Lee sono emeriti signori nessuno, e com'è giusto che sia a nessun personaggio storico di spicco frega nulla di loro.
Lo scopo dell'autrice è andare oltre la Storia e indagare i sentimenti umani, dando spazio all'amore, che fa da collante in un mondo allo sbando, il tutto con rispetto e delicatezza rari. Menzione di merito a questo proposito per i suoi personaggi femminili, di cui ammiriamo sempre la forza anche se relegati in ruoli secondari e posizioni sottomesse.
Donne non solo votate al sacrificio ma che solidarizzano.
Donne che sbagliano ma non vengono per forza punite dal destino (aka, dalla penna di un autore bigotto che vuole insegnare al lettore che se vai in giro a darla via non sei figlia di Maria), o di contro donne irrimediabilmente perdute ma comunque meritevoli d'amore che pagano lo scotto dei loro errori e lo accettano con pacata rassegnazione senza che l'autrice neanche per un momento ne minimizzi, giudichi o di contro santifichi con piglio paternalistico la sofferenza.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Pachinko è stata un'esperienza straordinaria, e una piacevole uscita dalla mia zona di confort. Un dramma che non è una martellata alle parti basse e non scade nel becero, un romanzo storico che non diventa un bignami del liceo e non si scatena con le forzature e le stronzate, una finestra sul razzismo che non è discalica, retorica e stronza ma nemmeno permeata di quel cinismo superficiale del cazzo che oggi vende.
C'è speranza per il futuro ma non cieco ottimismo.
E anche noi, proprio come i personaggi del romanzo, ci barcameniamo senza meta alla ricerca di un'identità (che non per forza corrisponde al sangue o alla nazione che ci ha dato i natali), ci sforziamo senza che per forza le nostre fatiche vengano ripagate o che la nostra fiducia venga ricambiata e possiamo sperare al massimo che le nostre scelte ci portino davanti alla macchinetta del pachinko vincente.

Giudizio finale:

sabato 7 gennaio 2023

[Recensione] ZUCCHERO BRUCIATO, di Avni Doshi

Titolo originale:
 Burnt Sugar
Autore: Avni Doshi 
Traduzione: F. Martucci
Edizione: Nord
Pagine: 384
Anno: 2019
Euro: 19,00

Esistono libri, anche ben scritti, così sapientemente studiati per stimolare la commozione del borghese medio che se per qualunque motivo non li si apprezza si viene bollati come individui insensibili a dir bene, e come persone che non capiscono proprio un cazzo a dir male. Più spesso la seconda, nel mio caso.
Zucchero bruciato, una volta grattata la superficie finto-trasgry con quel tocco esotico che ha commosso il mondo, appartiene un po' a questa categoria di Harmony che ci hanno creduto.

Zucchero Bruciato è la storia di una madre e una figlia.
Tara ha crudelmente condizionato e plasmato per tutta la vita l'esistenza di sua figlia Antara (che inutilmente cerca di sottrarsi alla sua influenza nefasta, dal momento che alla fine dei giochi è proprio Tara la persona che più riesce a comprenderla - altrimenti non sarebbe in grado di ferirla tanto - e a cui si sente più legata nel bene e nel male), fino all'ultima delle beffe: una diagnosi di Alzheimer che porterà lentamente ma inesorabilmente sua madre a trovare la pace dell'oblio, mentre Antara rimarrà sola a ricordare tutto il male subito, e sarà quindi incapace di pareggiare i conti con lei. 
E' la rabbia e non la tristezza a spingerla a studiare ogni cura (per quanto strampalata) che possa portare sua madre a mantenere il più a lungo possibile se stessa, è una codipendenza tossica e non l'amore a spingerla a tenere vicino questa persona che anche nella malattia trova quegli sprazzi di lucidità crudeli, anche a costo di mettere a rischio la sua serenità, la sua sanità, e tutto quel poco che è riuscita a costruire lontano da lei.
Fin qui tutto ok.

Il mio primo problema con Zucchero bruciato è che nonostante rappresenti a conti fatti una variatio relativamente interessante sul tema dei rapporti conflittuali madre-figlia con quel pizzico di esotismo che è la morte sua (anche se tutto ruota immancabilmente attorno alla classica invidia generazionale tra una donna che un po' odia se stessa e vuole che la figlia non segua le sue orme al punto da chiamarla Un-Tara, cioè una non-Tara, e un po' non accetta l'idea di essere messa da parte che vede nella figlia una rivale dotata dell'ingiusto vantaggio della giovinezza le cui uniche qualità positive sono limitate alla giovinezza), a una certa il drama si fa così eccessivo tra sette di santoni scopaioli, suore violente, amanti passati di mano in mano, incendi e continui riferimenti ai fluidi corporei che manco nei cinepanettoni per dare quel senso di crudezza malata e viscerale, che il libro fa il giro e diventa una comica.
Anche meno, Avni.
Il secondo problema che ho riscontrato in corso di lettura è il fatto che il profondo dissidio interiore di Antara nei confronti di sua madre su cui è costruito l'intero romanzo, quel suo barcamentarsi tra un amore filiare incontrollabile e un odio bruciante nei confronti di una persona che è cattiva in special modo con le persone che ama, a una certa ha rotto il cazzo. 
Antara non fa che frignare e rompere i coglioni per situazioni in cui si è ficcata lei coscientemente: insiste per avere la madre demente in casa nonostante lei stessa sappia che non è questa grande ideona e nonostante il marito la sconsigli in merito e non si avverta nessuna pressione sociale da parte degli estranei che la circondano, poi passa il tempo a menarci i coglioni su quanto sua madre sia cattiva.
Tuo marito, quello che ti aveva fortemente sconsigliata dal mettersi in casa tua madre per il tuo bene (visto che lui è una pasta d'uomo e andrebbe d'accordo pure con David Duke, voleva tornare in America e te no, devo stare con mamma, devo stare in India, e poi a parte disegnare cazzate tutto il giorno chiamandolo progetto artistico (che non porterà da nessuna parte perché anche il suo progetto artistico è stupido) via a lamentarsi dell'umido, dello sporco, delle domestiche che non sanno fare il loro lavoro e ti rubano i soldi.
Ma fino a questo punto ci potevo anche stare e farmi andare bene le lagne.
Persino qui dove le introspezioni
psicologiche non abbondavano
il rapporto di odio amore
tra una madre ingombrante e una figlia
costretta a vivere nella sua ombra
è reso meglio.
Più sfumato, meno soap operistico.
 
Mi va meno bene nel momento in cui questa testa di merda degna figlia di sua madre, per tenersi caro il marito (anche se segnali di crisi a parte essersi messa in casa una persona con cui tu vai meno d'accordo di lui non se ne vedono all'orizzonte)
, decide di fare un figlio così de botto senza senso, salvo poi rendersi conto una volta nata questa bambina che forse un bambino è più una rottura di cazzo che altro, specie se in casa hai anche una vecchia che non ci sta più con la testa.
Ma dai, genio.
Ci aspetteranno ovviamente pagine e pagine di deliri in cui lei, esattamente come sua madre (ma almeno sua madre non ci ha martoriato le palle per 300 pagine con i suoi flussi di coscienza di merda), ama ma odia sua figlia, una pagina non può toccarla nessuno se non lei e quella dopo è stanca e nessuno la capisce, e questa bambina vuole solo buttarla dal balcone; un secondo prima decide di lasciar scegliere il nome della bambina alla suocera e al figlio perché tanto non gliene frega niente e quello dopo dice che quel nome le fa schifo.
Ma a questo punto la mia empatia nei confronti di Antara era pari a zero e speravo solo in un finale alla Anna Karenina perché nel momento in cui sai di avere determinate problematiche legate (tra l'altro!) alla maternità con cui fare i conti e decidi di mettere al mondo un figlio per dei motivi discutibili ed egoistici da bimbaminkia la finisci con le cazzate e ti rimetti in sesto perché tu sei una persona adulta, almeno su carta, e non l'ha chiesto tua figlia di nascere.
Fai schifo al cazzo, buttati te dal balcone.

Terzo problema riscontrato con la lettura di questo romanzo riguarda la parte che su carta sarebbe stata la più intrigante, ovvero l'ambientazione indiana. 
Leggo che l'autrice Avni Doshi è nata in New Jersey e ha studiato storia dell'arte a New York e Londra prima di trasferirsi a Dubai, e la cosa non mi sorprende, onestamente. 
Zucchero bruciato infatti è un romanzo che sembra scritto proprio da una tipa altoborghese privilegiata che l'India l'ha vista solo attraverso i film di Bollywood e forse in qualche aneddoto sentito a casa dei parenti. A parte l'umido, i sari, i risciò e il piscio di cane per strada di India in questo libro non c'è un piffero. La protagonista passa il tempo a casa sua (che non è manco descritta, se escludiamo il fatto che sappiamo che il suo studio è pieno di roba che prende fuoco), negli orfanotrofi cattolici, in dei country club indiani in cui non si capisce cosa fanno e in una casa in cui fa caldo e hanno le tende pesanti che lava ogni settimana (così come le lenzuola perché suo marito suda - lei invece ci tiene a farci sapere che finché non partorisce non suda e la sua passera sa di ananas - io boh). Poteva essere ambientato a Bologna o nelle Paludi Morte e sarebbe cambiato poco.
Non a caso il personaggio un pelo più interessante (ma a conti fatti una figurina sullo sfondo perché tutto il libro ruota attorno a quella frignona di Antara e alla personalità titanica di Tara) è Dilip, il marito di Antara, che non a caso è un indiano che arriva dall'America (proprio come l'autrice), ma anche in questo caso non si avverte mai la profonda differenza culturale che dovrebbe esserci tra lui e la moglie.
D'altronde se sei passata da New York a Londra e poi a Dubai e non sei capace a scrivere come fai a entrare nella testa di una persona che a dispetto delle esperienze strane al limite del fantozziano subite è comunque una donna nata e cresciuta in India che deve interagire con altre persone nate e cresciute in India?

In conclusione Zucchero Bruciato è un romanzo che con la scusa di essere un flusso di coscienza di una persona che scivola lentamente e inesorabilmente verso la follia non va da nessuna parte, che cerca di alzare l'asticella del trasgry mostrando punizioni corporali e violenze psicologiche, facendo continui e non richiesti riferimenti agli umori corporei e al sesso promiscuo, ma che poi strigni strigni è la solita cacata borghese che fa commuovere la gente che questi problemi, proprio come fa l'autrice con l'India, li avrà visti giusto in cartolina e avrà limitato il conflitto con l'autorità materna alla fase ribellina adolescenziale, quando mamma non ti faceva andare al cinema con il compagnuccio che ti faceva battere il cuoricino.
Insomma, a conti fatti conflitti generazionali a misura di casalinghe orfane di Grey's Anatomy e poco altro, non stupisce che a livello di premiazioni un mucchio di bianchi etero benestanti occidentali lo abbiano abbastanza gradito facendolo arrivare alla finale del Booker Prize.

Giudizio finale:

sabato 26 marzo 2022

[Recensione] NIENTE DI VERO, di Veronica Raimo

Autore: 
Veronica Raimo 
Edizione: Einaudi, copertina flessibile
Pagine: 176
Anno: 2022
Euro: 18,00 | Ebook: 6,99

Premesse:
Visto che da un po' di tempo, ma specialmente da quando Strappare lungo i bordi ha visto la luce su Netflix, ZeroCalcare va bene su tutto come il caffè, ecco comparire una sua citazione non solo nella fascetta che possiamo trovare in libreria, ma pure nell'anteprima di copertina su Amazon.
Cominciamo male male male.
Adoro Zero, non metto in dubbio l'onestà della sua opinione e che con questo libro si sia onestamente divertito (dal momento che qualche punto di contatto tra le narrazioni dei due ogni tanto si nota, specie nel raccontare i disagi e le speranze frustrate di quella generazione che ormai cavalca gli "anta", anche se la Raimo a differenza di Michele Rech parla dalla parte di una che alla fine "ce l'ha fatta"), ma avrei fatto a meno di questa ennesima mossa di marketing beduina.
Non ce n'era bisogno.
Bastava farsi i soliti pat-pat sulle spalle tra colleghi dell'intellighenzia culturale.

*

DUE RIGHE DI TRAMA

Questo romanzo nelle recensioni professionali lette in giro viene spacciato come un memoir dell'autrice. In una sorta di flusso di coscienza la voce narrante (la stessa Raimo) ci racconta della sua infanzia ed educazione medio borghese nell'Italia degli anni '80, inframezzandola di riflessioni portate avanti da una donna ormai matura che di mestiere racconta, e si racconta storie.
Svolgimento: Italia medio-borghese dell'epoca vista attraverso gli occhi di cinepanettoni e canali Mediaset. 
I ragazzi del muretto vibes,
ma in salsa ironica e finto trasgry per
i canoni odierni.


Il padre è un maniaco del lavoro (cosa che secondo me risulta più facile quando sei capo del personale in una grossa azienda e fuori dalle mura domestiche puoi fregiarti di una certa aria di importanza), volitivo e pure ipocondriaco convinto che per lavarsi basti disinfettarsi ovunque con l'alcool etilico e una doccia a settimana. Il suo hobby e attitudine di vita è costruire muri nel tempo libero, sia di cartongesso che emotivi.

La madre fa la maestra, all'epoca una delle poche strade percorribili dalle donne di cultura limitata o scarse disponibilità economiche, e come da programma, immancabile come le risate registrate nelle sit-com brutte, al di là di quelle due o tre nozioni imparate tra i banchi di scuole e le cose da insegnare ai bambini è di una pochezza intellettuale e caratteriale talmente estesa che ci si potrebbe riempire un silos: ovviamente è il figlio maschio, luce della sua vita, a rappresentare il centro del suo universo di mamma, mentre alla figlia tocca sorbirsi lamentele, controlli e cacate di cazzo. 
E le cacate di cazzo non sono neanche poche e limitate all'infanzia, dal momento che alle storie d'infanzia si inframezza nella prosa una quotidianità in cui una donna adulta deve ritrovarsi telefonate su telefonate di una madre convinta che il fratello sia morto perché non risponde al telefono per un paio d'ore, che pretende attenzioni continue, che mina continuamente la privacy della figlia, giudica le sue scelte di vita e la imbarazza in pubblico in più riprese. Solo che invece di approfittarne per parlare della depressione di cui probabilmente soffre questa donna glissa sulle parti più funny, regalandoci l'immagina di una donna bambina ossessiva e vittimista, che quando la sgridi "fa il broncio contrito di una dodicenne. E anche la voce di una dodicenne. Come si fa a prendersela con una bambina?"
Onestamente? Se la bambina è in età da pensione non è che si possa prendersela, si DEVE prendersela, ce la si deve proprio mandare, e si deve anche staccare il telefono, cambiare numero e trasferirsi in Patagonia, dove la posta arriva solo a dorso di mulo. Ma in questo romanzo è tutto talmente trasgry che l'eroina per mantenere il suo contatto empatico con il lettore italiano e borghese benestante quanto lei non si può permettere di mettere in discussione il cappio ombelicale. In fondo abbiamo già parlato di aborto, molestie sessuali e stitichezza.

A completare il quadro di questo teatrino di fenomeni un fratello maggiore perfetto, intelligente e destinato a fare grandi cose, che oltre ad essere scrittore come lei si è anche buttato con successo in politica.
Insomma, anche volendo non se ne potrebbe comunque parlar male.
Quindi al limite la madre lo invita a far pace con gli avversari politici contro cui si scontra o i due fratelli battibeccano durante il gioco, o perché lui vuole scrivere un libro autobiografico come lei, o perché la ricatta e pretende un sacco di soldi per scrivere al posto suo articoli e recensioni quando lei non ha voglia, che sympa!💙
"Abbiamo passato l'infanzia chiusi dentro casa a romperci le palle. Era un'attività talmente intensa che presto divenne una posa esistenziale. Sapevamo annoiarci come nessun altro."
Che è un po' l'approccio di vita che mi ha portata alla fine di questo libro

*

IMPRESSIONI SPARSE

Questo libro non è un memoir.
Il che probabilmente significa che la gente che lo recensisce con toni così entusiastici o non lo ha mai letto (ma al massimo ha pagato qualcuno per recensirlo al posto suo, come racconta la Raimo in uno degli ultimi capitoli del libro) o se l'ha letto non l'ha capito.
Eppure si parte dal titolo, che è bello chiaro.
Niente-Di-Vero, che non è solo un riferimento al suo nome ma al fatto che tra queste pagine non si troverà nulla di reale su di lei, perché in fondo è questa la stessa essenza dello scrivere. 
Per i più disattenti nelle ultime pagine è la stessa Raimo a rendere ancora più chiaro il concetto al lettore, con uno spiegone autocelebrativo dal momento che il lettore a cui puntano le nostre case editrici è vecchio, e quante cose ti sto spiegando (cit):
"Pochi giorni fa, una mia amica mi ha chiesto di cosa parlasse il mio nuovo libro, questo libro. Non sapevo che dire, ogni frase contraddiceva quella di prima, ogni sintesi mi pareva inefficace. Mi sembrava di affastellare alibi, giustificarmi per un misfatto di cui nessuno mi aveva accusato.
- Sì, ma perché lo stai scrivendo? - ha detto, come se questa domanda potesse invece tranquillizzarmi.
Il senso di tutte le cose tende ad assomigliarsi appena ti viene richiesto di esprimerlo, e sembra che la verità possa esistere solo nella reticenza. Un tempo scrivevo il diario per mentire a mia madre, ma adesso che stavo facendo?"
Ah, se non lo sai te...
In pratica lo stesso mettersi a nudo da parte di Veronica (o Verika come la chiama sua madre, o Oca come la chiama suo padre, in una sorta di moderna maschera Pirandelliana al ribasso in cui l'identità della protagonista va a perdersi a seconda di come la vede il mondo - madre mancata, figlia di ripiego, sorella scapestrata, autrice che ce l'ha fatta) deve darci la certezza, o almeno queste sono le intenzioni dell'autrice (perché magari quello che racconta qui è anche vero o appena infiocchettato ma il suo scopo è convincerci dell'esatto contrario) che le cose qui narrate non sono oneste. Il suo è uno stile ambiguo e frustrante, per sua stessa ammissione, e quindi non dobbiamo prendere sul serio neppure le cose interessanti che esulano dal suo percorso biografico, come i retroscena più torbidi e ipocriti del mondo dell'editoria. L'idea è che su questo punto la Raimo abbia voluto semplicemente lanciare il sasso e nascondere la mano. Dico cose che si sa un po' tutti ma no, mica è vero, io la realtà la nascondo dietro il mio stile ambiguo e frustrante.
Ma vai a cagare...

Infatti, a proposito di ipocrisia, nonostante questo libro voglia sembrare una messa a nudo totale che mette nel piatto tematiche disturbanti come l'aborto, la depressione, le molestie sessuali proprio come alle cene di natale tra parenti vengono lasciati fuori religione e politica.
Perché ok trasgry, ma un conto è parlare di merda o della nonna che la umilia in continuazione davanti a tutti per il fatto di non avere tette (che ridere, il bodyshaming!), un conto è fare una critica seria seppur trattata in modo ironico, che poi qualcuno di influente si può infastidire sul serio e gli scrittori con le pubbliche relazioni ci mangiano.
Don Zauker unica via...
E quindi ecco che la religione diventa al massimo un modo simpa del fratello per chiudere le conversazioni in cui non vuole farsi invischiare o per le quali non ha semplicemente tempo (invitando la sorella a riflettere su parabole citate a caso), o letterine che la nonna manda al Papa per metterlo al corrente della sua quotidianità, note di colore e costume, mentre quando si tratta di tirare in ballo lo scandalo del cimitero dei feti abortiti di Roma si limita a laconici "quando sono andata ad abortire il medico mi ha messo in guardia sulle ultime occasioni perché sono vecchia" (haha, che burla! Un po' come il bodyshaming e il vecchio che mostra le parti intime a una bambina di prima) e
 "non so come mi possa sentire al pensiero che il feto che ho abortito abbia una tomba dal momento che non ho desiderio di essere madre (forse perché sei già madre di quella bambina di 12 anni di tua madre, ma dio non voglia che si faccia anche solo per sbaglio questo collegamento, così come ok parlarci di lutto ma mai si tira in ballo nemmeno come riflessione fine a se stessa l'eutanasia), è brutto ma sì, boh, parliamo del mio editor o del fatto che da ragazzina ho fatto sesso senza saperlo perché mi mancavano pure le basi, che fa ridere".

Idem per la politica.
Il fratello di Veronica, quel ragazzo bravo e intelligente (a cui non è mai stato richiesto di avere un seno florido, di "pettinare" membri maschili in giovane età o portare degli eredi al casato con fastidiosa insistenza) su cui fin dall'infanzia si concentravano tutte le speranze e l'amore della famiglia, non solo è diventato uno scrittore come lei, ma ha pure intrapreso una carriera in politica. 
Ovviamente sia lui che i suoi colleghi che i suoi rivali non possono che essere integerrimi e incorruttibili animi puri servi della Res publica, arrivato dove stanno solo ed esclusivamente grazie al loro ingegno e al duro lavoro dal momento che è l'unico argomento (escludendo la religione, ma in questo caso c'è ancora più reticenza proprio nel trattare l'argomento) su cui la Raimo ci risparmia qualsiasi osservazione simpa o aneddoto trasgry.
Le poche parti che toccano l'argomento diventano al massimo uno spunto per gag in cui a essere ridicolizzata non è la politica ma la madre di Veronica, o momenti di pura piaggeria in cui ci si tiene a far sapere in quanti progetti superfighi e utili per la comunità venga coinvolto quest'uomo e quanto sia dedito alla sua missione, al punto da scrivere lunghi e intelligenti post improvvisandoli durante le cene con lei in cui la conversazione langue e quindi derubandola anche di un po' di tempo insieme per il bene dei cittadini. 
Che luce...

*

Cosa resta quindi in Niente di Vero?
Sostanzialmente una martellata ai maroni di 176 pagine in cui una signora borghese di mezza età proveniente da un contesto borghese (che è talmente esagerato e al tempo stesso banale che fa il giro e da reale diventa un cliché in negativo) cerca di accaparrarsi la simpatia del lettore facendogli vedere con uno sguardo fasullo, impacciato, vuoto, forzatamente ironico quanto è brava a scrivere e quanto la riesca a prendere a ridere nonostante la sua vita sia (tecnicamente, dal momento che non dobbiamo dimenticarci del fatto che potrebbe non esserci nulla di vero tra queste pagine) costellata di lutti, delusioni, molestie e una famiglia fortemente disfunzionale alla fine ce l'abbia fatta nonostante i first world problems che ancora l'attanagliano

Ho un odio profondo per la letteratura italiana borghese proprio perché, a differenza di quanto accada davanti a un'opera di ZeroCalcare che senza mai perdere le sue radici borgatare di periferia parla del disagio e della confusione di una generazione di falliti, non riesco ad apprezzare quest'ironia paternalistica fatta con traumi che la signora Raimo ha il lusso di poter vedere e giudicare da lontano, al sicuro di una carriera che le dà sicurezza economica e prestigio, né a rivedermi neanche sforzandomi in una tipa che va a Berlino a scrivere i suoi libri, ovviamente a scrocco.
Poi vuole che empatizzi con lei quando mi viene a raccontare di come prima dovesse accontentarsi di posti più alternativi coi gay maschi vegani (!!!) mentre ora pure le case si sono imborghesite ("L'ultimo romanzo l'ho cominciato nell'attico di un giornalista di RadioEINS, con una collezione di vinili da cinquantamila euro e una macchina del caffè vintage quasi introvabile", scrive nelle prime pagine del libro. Povera stellina senza cielo); o di come da ragazzina abbia finto di essere indigente e abbia venduto sciarpe di scarsa qualità e chiesto l'elemosina per pagarsi il viaggetto in Messico con l'amica.
Giusto le mazzate nei denti...

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IN CONCLUSIONE. . .

Niente di Vero è un libro che mi ha lasciato poco, e che mi è risultato molto difficile da finire nonostante la brevità e la relativa scorrevolezza e ironia dello stile della Raimo.
Rara immagine di Iriza che cerca
di finire questo libro
Non mi ha toccata nei punti in cui l'autrice voleva mi muovessi a commozione perché non riesco a rivedermi in buona parte delle problematiche borghesi che porta avanti (a parte certe riflessioni sul lutto, non tutte che ho trovato delicatissime, sporadiche oasi in mezzo a un deserto di rovi); non mi ha divertita nei punti in cui mi avrebbe dovuto strappare un sorriso perché l'autrice vorrebbe portarmi a ridicolizzare cose molto serie per cui la gente soffre e si suicida se non riesce a farcela (in certi punti è come trovarsi di fronte a un lungo sketch di Pio e Amedeo, e che Einaudi me l'abbia voluto spacciare come una spassosa commedia la dice lunga sulla sensibilità che ha questo paese nel 2022 verso certe tematiche), mentre l'autrice dal canto suo glissa convenientemente sulle parti che andrebbero a crearle problemi professionali in un sistema come quello italico in cui nel piatto in cui mangi non puoi sputare. A quel punto la scrittura diventa un grosso esercizio di occultamento del vero.
Sì, addio.

Giudizio finale: