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mercoledì 12 ottobre 2022

[Recensione] LA SCUOLA, di Herman Koch

Recensione del romanzo "La scuola" di Herman Koch
Titolo originale:
 House of Gold
Autore: Herman Koch 
Traduzione: S. Musili
Edizione: Neri Pozza
Pagine: 126
Anno: 2019
Euro: 15,00 | Ebook: 9,99 


La prima riflessione che mi viene da fare davanti a questo libro dell'olandese Herman Koch (autore più conosciuto a livello internazionale grazie al suo sesto romanzo, La cena) è che non mi stupisco nemmeno più del fatto che ormai certe case editrici arrivino a far pagare senza vergognarsi 15 euro per un libricino di nemmeno 150 pagine (10 euro se uno vuole "vivere l'esperienza del digitale"), tanto di scusa ne hanno sempre una e noi non possiamo capire perché non lavoriamo nel settore.
Mi limito a prenderne atto con fastidio.

La seconda riflessione riguarda sempre la scarsità di pagine del libro, che risulta sì molto breve ma che io personalmente ho impiegato parecchi giorni a finire, per via della sua pesantezza di fondo: pesantezza dovuta sia alla sua impostazione (il libro è un muro di parole respingente, che ben riflette il disordinato flusso di coscienza del suo protagonista) che alle tematiche. Quindi non ci si lasci ingannare dal fatto di essere così piccino, di cose da dire ne ha, anche se forse non sono le cose che vorremmo sentirci dire.

Noto infatti in generale tra gli autori nordici un certo gusto per il nichilismo livoroso, che qui si trasforma in un vero e proprio manifesto di decostruzione (anzi, proprio di distruzione) dell'ipocrisia perbenista alto borghese in cui non si salva veramente nulla.
La trama è più un lungo sfogo.
La voce narrante è un adolescente di Amsterdam che frequenta un istituto ispirato, almeno a parole, ai principi di un'italiana, tal "Maria Montanelli" (Il riferimento alla nostrana Montessori è evidente ma Koch forse vuole evitare beghe legali, e non ha tutti i torti a volersi pararsi il sedere visto come ne esce questo istituto): ma mentre la fondatrice, come ci dirà lo stesso protagonista, operava nei quartieri poveri del napoletano con lo scopo di creare un metodo educativo che potesse essere d'aiuto alle classi indigenti, per qualche motivo col trascorrere del tempo si è trasformato in qualcosa di elitario e di gran moda, mirato alle classi benestanti, nello specifico ai figli di artisti e membri dello show business.

Il protagonista fa parte di questa cricca di privilegiati.
Vive in un quartiere di artisti, respira aria alto borghese e quindi frequentare l'istituto Montanelli (che guida questi giovani rampolli per tutto il ciclo scolastico, dalla scuola primaria al liceo) è praticamente un obbligo da cui non ci si può esimere, nonostante il nostro protagonista non solo lì non ci voglia stare e non manchi mai di dimostrarlo ma probabilmente a giudicare dal numero di schede negative che gli appioppano manco ce lo vogliono i professori.

E' il classico clown della scuola ribellino (una sorta di maschera che indossa per far parte del gruppo e integrarsi) e insofferente alle (poche) regole di una scuola che fa della crescita autonoma e della responsabilizzazione personale il suo cardine, ma che poi in pratica si rivela, almeno attraverso gli occhi di questo ragazzo, lo stesso crogiolo di snobismo ipocrita, competizione e frustrazione che vede negli occhi degli adulti che lo circondano. Insomma, un istituto che ha completamente snaturato le intenzioni iniziali della fondatrice, e che a conti fatti è ben lungi dall'essere il luogo protetto e sicuro per ragazzi sensibili e danarosi per cui vorrebbe spacciarsi, ma che difenderà con le unghie e con i denti questa immagine patinata qualsiasi cosa accada.

Sarà l'arrivo di un ragazzo affetto da ritardo mentale proveniente da una famiglia normale (quindi del tutto fuori posto nel contesto della Montanelli su più livelli) a svelare questa ipocrisia: il fatto che a causa del suo handicap sia trattato in modo più condiscendente da tutti scatenerà infatti le antipatie e la rabbia non solo del protagonista ma di tutti i suoi compagni.
E a questo punto ci dobbiamo ricordare che siamo al Montanelli.
Un istituto in cui non ci sono voti, compiti a casa e ognuno si gestisce come vuole.
Quindi la bestialità prevaricatrice di questa mansnada di privilegiati del cazzo contro il diverso spicca ancora di più, specie messa in contrasto con l'altro lato della medaglia, quell'ossequiosità ed eccessiva condiscendenza rivolte a un ragazzo che proprio in quanto diverso viene percepito solo come un qualcosa di inferiore da compatire e proteggere, cosa che sfocia in un fastidioso paternalismo (atteggiamento che a detta del protagonista spinge il ragazzo "ritardato" - così lo chiama lui - ad approfittarsene).

Ma il libro non vuole concentrarsi sul nuovo arrivo né sulla questione della diversità o del fatto che i ricchi lo odino o lo mettano sul piedistallo della puccioseria: Jan Wildschut resta una figura marginale come tutte quelle che gravitano attorno alla vita di un protagonista che non sa che direzione dare alla propria vita e non sa trovare nulla che lo renda felice nella sua esistenza (a parte la tresca clandestina con una coetanea, i cui genitori non gradiscono che lei frequenti ragazzi, ma è più il brivido del proibito che l'amore), e non ha nulla a cui aggrapparsi.
Non la famiglia, con una madre che si ammala e poi muore di cancro e un padre totalmente disinteressato ai due che coltiva da anni una relazione con una ricca vedova del quartiere. Non i professori, che proprio a causa del metodo lasso della Montanelli non riesce a percepire come figure di autorità o da rispettare. Non i coetanei, con cui recita la parte del simpatico solo per svelare le altrui debolezze. Persino del suo migliore amico Erik sappiamo pochino. E' più la sua famiglia ad interessarlo, perché rappresentano per lui un porto sicuro in cui rifugiarsi quando la vista della madre malata lo ripugna troppo o quando il desiderio di allontanarsi da quel padre che non lo ama si fa impellente.

*

In pratica il protagonista di questo libro è il classico ricco annoiato a cui non va bene niente, tutto fa schifo, però gli fanno comodo i soldi da sputtanarsi in stravizi che il suo patetico padre gli lascia sul comodino. A cui la scuola Montanelli sta stretta ma non manifesta mai con nessuno il desiderio di andarsene e frequentare un'altra scuola o mettersi a lavorare.
Subisce qualsiasi cosa ma fa il filosofo tormentato coi problemi, povero ragazzo ricco che vive il dramma di una madre morta di cancro. L'hai subito solo te al mondo questo dolore, gli altri tutti coglioni. Ma vaffanculo.

A me queste decostruzioni all'insegna del cinismo e della mestizia per quanto ben scritte (perché non si può tacciare il libro di non essere ben scritto e di non rendere bene i deliri di un adolescente tormentato) piacciono fino a un certo punto. Inutile che mi punti il dito contro la realtà ipocrita e schifosa (e se poi la voce narrante è il figlio di gente coi soldi al massimo mi scappa da ridere, dove l'hai visto lo schifo che sei parte integrante di quel marasma di sfigati che giudichi dall'alto in basso per tutto il tempo?) se poi sei il primo a rassegnarti e a non fare assolutamente nulla per metterci una pezza.
Anche fallendo miseramente, eh, ma almeno provarci ad agire.
E' un po' un leit motiv della letteratura nordica, questo prendere atto della realtà che fa schifo, questo dare ginocchiate ai testicoli del perbenismo borghese ma poi piantarla lì perché oh, io sono intelligente e te l'ho fatto notare, che altro vuoi da me? Pare padre Maronno che indica le grandi verità dell'esistenza.
Insomma, La scuola è un libro che sì, ti butta davanti l'ovvio con una cattiveria senza filtri, ti fa vedere che il buonismo a tutti i costi fa danni come il suo opposto, che i borghesi sono falZi, ma poi non sa che minchia farci. O almeno, io non so che minchia farci con questa consapevolezza, proprio come il protagonista del racconto.

Giudizio finale:

giovedì 13 gennaio 2022

[Recensione] NIENTE di Janne Teller

Titolo originale:
 Intet
Autore: Janne Teller
Genere: Ragazzi, filosofico.
Traduzione: M. V. D'Avino
Edizione: Feltrinelli, copertina flessibile
Pagine: 128
Anno: 2014
Euro: 8,50Ebook: 4,99


Niente è un libro abbastanza particolare nel panorama della letteratura per ragazzi e non stupisce abbia destato un certo scandalo in Europa, al punto che alcune librerie si sono rifiutate persino di renderlo disponibile alla vendita: considerato letteratura per giovini, è scritto con uno stile semplice e colloquiale e ha per protagonisti dei pre-adolescenti che però man mano che la lettura avanza si riveleranno essere un po' Turgeven e un po' Dexter Morgan.
Insomma, tutto fuorché ragazzini normali.
Nulla che non sia stato già affrontato ai tempi ne Il signore delle mosche, ma con un piglio postmoderno e nichilista che è la morte sua.
"Nichilisti? Mi venga un colpo. Allora è meglio la dottrina nazional-socialista, Drugo. Se non altro, ha alla base l'ethos."

DUE RIGHE DI TRAMA

"Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso"
E' quanto dichiara un giorno il tredicenne Pierre Anthon, che dopo aver proferito queste parole esce dalla classe nel totale disinteresse delle autorità scolastiche, dei professori, dei suoi genitori, sale su un albero di susino e decide di non schiodare da lì per mesi.
A che pro sbattersi per inseguire traguardi scolastici o professionali se nulla ha un senso, tutto porta a insoddisfazione e infelicità e il traguardo inevitabile è la morte? Meglio godersela tra le susine.
Io sarei stata anche d'accordo o perlomeno me ne sarei sbattuta i coglioni di Pierre Anthon e il libro sarebbe finito a pagina due, ma i suoi compagni di classe proprio non ci stanno a lasciar correre questa verità sconvolgente. Si incaponiscono quindi a dimostrare che Pierre Anthon sbaglia accumulando in una vecchia segheria in disuso oggetti che per loro abbiano un significato, per dimostrare al novello Barone Rampante che la vita non è priva di senso, che non è "una commedia basata sulla finzione in cui si tratta di vedere chi è il più bravo a far finta".
Inizialmente si tratta di raccogliere oggetti di poco conto.
Canne da pesca, palloni, un paio di scarpe che si è desiderato tanto.
Ma più si va avanti più questo mucchio di cose preziose sembra misero, qualcosa che non convincerebbe mai Pierre Anthon (e quasi verrebbe da rispondere graziarcazzo, ma manteniamoci propositivi). Quindi incalzati dal gruppo, forse spinti dalla vendetta di chi ha dovuto rinunciare per primo alle cose a cui tenevano di più, i bambini alzano l'asticella, con richieste sempre più estreme a cui nessuno può esimersi per andare ad arricchire il mucchio del significato. I propri capelli, l'adorato animaletto domestico, un certificato di adozione, la fede, il patriottismo, l'innocenza, la vita.
Si arriva persino a riesumare i cadaveri.
In tutto questo delirio, coinvolgere gli adulti è fuori questione.
"Se ci lamentiamo di Pierre Anthon sul susino, dovremo anche spiegare perché ci lamentiamo. Saremo costretti a raccontare quello che dice Pierre Anthon. E questo è impossibile, perché gli adulti non vorranno sentire che sappiamo che niente ha davvero un senso e tutti fanno solo finta." Non fa una piega, frate'...

La situazione se possibile riesce a degenerare ancora di più quando la notizia arriva ai media e il significato diventa un tutt'uno con la fama (per definizione effimera). I ragazzi arriveranno a vendere quella che ormai è considerata un'opera d'arte, rendendo vani tutti i sacrifici fatti fino a quel momento. Perché se lo scopo di ammonticchiare tutta quella roba era trovare un senso alla vita, il senso lo si è perso nel momento in cui si è deciso di piazzarlo sotto ai riflettori, darlo in pasto ai media e svenderlo.
Dramatization
E senza significato, dirà il solito saggio Pierre Anthon, tutto quello che resta è un mucchio di ciarpame. A questo punto comincia una rissa gallica, che termina solo con l'arrivo di Pierre Anthon, contro cui stavolta si scaglierà la rabbia, la follia e la violenza accumulate fino a quel momento.
Pierre Anthon finalmente viene menato a sangue. Poi come unica conclusione logica al delirio generale viene dato fuoco alla segheria, a Pierre Anthon e al mucchio di ciarpame, e gli sveglioni ci perdono pure i soldi.
"Era stato lui a toglierci la catasta del significato, come ci aveva già portato via il senso delle cose. Era colpa sua, tutto quanto.
Per colpa sua avevamo perso la voglia di vivere e la speranza nel futuro, e tutte le nostre sicurezze. Di una cosa eravamo sicuri, che era tutta colpa di Pierre Anthon, e che dovevamo fargliela pagare."
Non fa una piega 2...

*

IMPRESSIONI SPARSE

Niente ha senso, nella vita e in questo libro.
Il messaggio di fondo, che è banalotto ma non è nemmeno così peregrino, è che la percezione dell'assenza di scopo e di valori tipico della contemporaneità invece di portare alla pace dei sensi come nel caso di Pierre Anthon conduca persino chi è tradizionalmente considerato più innocente (ovvero i ragazzi) a un climax crescente di paura, rabbia, follia e cieca violenza.
Il punto che si manca per amor di drama è che anche se Pierre Anthon ha ragione da vendere e nulla nella vita ha un significato valido per tutti, cosa che porta effettivamente a una generazione di individui soli e incapaci di aggregarsi in vera socializzazione, si resta comunque individui pieni di interessi, passioni, desiderosi di amare, essere amati e in generale di dare un senso per quanto piccolo alla nostra vita e dipanare il caos dell'esistenza. Pierre Anthon insomma per quel che mi riguarda si poteva mandare tranquillamente a fanculo a pagina due. O perlomeno quei ragazzini potevano prendere un'accetta dal garage di qualcuno e buttare giù l'albero di susino visto che in seguito riescono persino a organizzare una riesumazione di gruppo.

Ma pure volessimo dare per buona e appoggiare la tesi nichilista-pessimista della Teller per buona volontà, il libro è talmente subordinato al messaggio degli adolescenti persi in un mondo privo di senso con cui l'autrice vuole martellarci incessantemente i coglioni che ne peccano inevitabilmente la trama e la costruzione dei personaggi.
I protagonisti dovrebbero avere 13 anni ma nel corso della lettura questo non si capisce se non dal fatto che bontà loro si premurano di dirci che frequentano la classe 7A. 
La voce narrante interna, affidata a uno dei compagni di classe di Pierre Anthon, Agnes, risulta sotto ogni punto di vista troppo infantile per appartenere a un'adolescente e in generale tutti i personaggi del libro si comportano in maniera incoerente nel modo in cui parlano e interagiscono tra loro: tutti, nessuno escluso, sono alternativamente bambini dell'asilo e filosofi di mezza età, a convenienza di trama laddove non proprio figure di cartapesta sullo sfondo, come tutti gli adulti di questo insopportabile raccontino edgy.

Con la scusa di essere una fiaba e di voler portare avanti principalmente il suo messaggio nichilista sconvolgente (cosa ci sia poi di così sconvolgente a parte la bruttezza del libro lo sa solo chi si è sconvolto del fatto che gli adolescenti possano essere stronzi come la merda e che i genitori sono entità assenti che falliscono nel loro ruolo educativo) poi la Teller ci scatena contro un bombardamento impietoso di cliché e bidimensionalità: dal chiesarolo pavido e ipocrita al ragazzino musulmano che ha come valore principale la sua identità religiosa e viene sistematicamente pestato a sangue dal padre al punto da avere un letto prenotato all'ospedale del paesello; dall'alternativa che si stravolge solo perché le tagliano gli immancabili capelli di colore paXXerello alla ragazzina che perde in maniera non proprio consensuale la verginità prima degli altri e sembra irradiare chissà che luce di maturità rispetto ai coetanei sentendosi stocazzo.

La trama poi riesce ad essere ripetitiva alla nausea nonostante il libro rasenti le 130 pagine, e l'autrice a un certo punto sembra che alzi (con un certo gusto morboso) l'asticella della follia di questi ragazzi non tanto per mostrarci come agisca l'influenza di un gruppo spinto dalla mancanza di valori, di regole e di solidità, ma solo per tenere sveglio il lettore con le cose più trasgry che le venivano in mente. Ma guardi una stagione di Criminal Minds e questo livello di trasgry lo hai abbondantemente superato, con buona pace del caso editoriale scandaloso.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Niente
è senz'altro un libro particolare come lo dipingono nel panorama della letteratura per ragazzi, un libro che può anche far discutere se si è boomer con lo spirito sensibile di Helen Lovejoy, ma è una particolarità che per quel che mi riguarda è sterile, costruita a tavolino per far parlare di sé e sconvolgere quando il messaggio di fondo non è nemmeno così originale se non per una questione di target di riferimento.
Il piglio della narrazione è inutilmente morboso nei punti più trasgry e il drama talmente eccessivo che fa il giro e diventa una comica, il messaggio talmente martellante per assicurarci che lo capisca anche il meno sveglio della cucciolata da sovrastare la godibilità della storia; i personaggi sono incoerenti, poco realistici e non possono nemmeno essere annoverati come archetipi favolistici. Sono solo costruiti di merda.
Il libro vuole essere sia favolistico che filosofico che brutalmente realistico nel suo indulgere sugli effetti della violenza, il tutto mischiato artificialmente giusto per creare il mix più sconvolgente. Un gabbiano Jonathan Livingstone mischiato a Die Hard in cui se alla fine non ti senti turbato e sconvolto magari sei pure un po' cretino, o al più insensibile, ed è meglio che ci si vada a guardare al massimo i cinepanettoni.
Aridatece la buonanima di William Golding.

Giudizio finale:

martedì 28 aprile 2020

[Recensione] SOTTO LA PELLE

copertina michel faber recensione libro sotto la pelle
Autore: Michel Faber
Traduzione: L, Lamberti
Ed. Italiana: Einaudi Super ET, copertina flessibile, 268 pagine,
Anno (Italia): 2014
Euro: 12,00


Migliaia di recensioni entusiastiche in giro per il web, una media di voti da parte dell’utenza alta, presenza di tematiche condivisibili quasi a livello universale…

… Eppure mi trovo DI NUOVO nella situazione di andare controcorrente e optare per una totale stroncatura, nonostante il libro in sé non sia scritto male e metta sul piatto messaggi condivisibili e attuali: questo non perché io sia una bastiancontraria a tutti i costi ma perchè in breve trovo questo romanzo superficiale, facilone, morboso e stupido nella resa. Insomma, per me è un grosso e grasso


*

QUALCHE DOVEROSA RIGA DI TRAMA
Isserley è una donna minuta, con grandi e spessi occhiali da vista, capelli indomabili e due meloni che sfidano la forza di gravità, che trascorre le sue giornate a percorrere le Highlands scozzesi lungo la A9 a bordo del suo autoveicolo. La sua missione è caricare autostoppisti che presentino certi standard fisici, con una buona massa muscolare e preferibilmente maschi, per portarli alla sua fattoria dove questi vodsel, così vengono chiamati, verranno menomati, messi all’ingrasso e trasformati in cibo.
E se questo vi sembra il colpone di scena, la locura, cosa che si sarebbe tenuti a pensare visto che l’autore rivelerà questa cosa più o meno a metà romanzo e inventa addirittura una razza aliena che tra i membri della loro specie si appellano col titolo di “esseri umani” di modo da distinguerli dai noi vodsel evidentemente non sembrava così a Einaudi, che ha ben pensato di ficcare uno spoiler grosso come una casa in quarta di copertina.
Geniale.

*

Ma al di là di questa manovra dal mio punto di vista a dir poco bastarda ma che a livello di marketing può avere un suo senso per attrarre il lettore che si ritrovi tra le mani questo tomo in libreria (altrimenti non si andrebbe oltre le prime 50 pagine fatte di dialoghi stronzi tra Isserley e l’autostoppista di turno che vogliono insegnare al lettore una profonda lezione di vita, cioè che fare l’autostop è pericoloso. Grazie Faber, davvero, che insegnamenti preziosi) Il libro presenta tanti di quei problemi che mi trovo in seria difficoltà a organizzare un discorso lineare.
Quindi seguirò un flusso di coscienza libero.
Niente di nuovo sotto il sole.

QUESTIONE ALIENI
Faber riesce talmente male nell’intento di tenersi ambiguo sull’effettiva natura di questi esseri per darci l’effetto straniante del surprise surprise e portare avanti i suoi messaggi piuttosto banali (il capitalismo è brutto, sfruttare gli animali è brutto, la natura è bella, caricare gli autostoppisti è pericoloso) che per la maggior parte del tempo ho creduto che Isserley e i suoi colleghi fossero creature di origine terrestre ma che abitavano luoghi remoti da raggiungere con una nave-cargo o le profondità della terra, portati in superficie dalla fame dovuta allo sfruttamento intensivo del pianeta da parte dei Vodsel. Nulla mi avrebbe fatto mai pensare a esseri provenienti da altri mondi dal momento che:

1) Sembrano grossi volpini di Pomerania e per sembrare umani gli basta subire una serie di operazioni chirurgiche modello Rocket Raccoon (anche se Rocket rompe molto meno i coglioni su quanto queste operazioni gli procurino dolore: anche un po’ meno Faber, il messaggio, posso assicurare, arriva lo stesso).
2) Usano un sistema di comunicazione basato su una lingua, straniera quanto si vuole, che prevede che Isserley la studi su libri, riviste e programmi tv, ma che possa impararla (e che possa parlare tranquillamente la sua lingua d’origine pur con mezza faccia scavata per ricavare un viso umano da un muso a punta).
3) Hanno un sistema basato sul CAPITALISMO SFRENATO e su domanda e offerta fornita da multinazionali senza scrupoli, nomineddio.


Da parte dell’autore (che sta scrivendo un romanzo di fantascienza, e forse questo è uno dei punti cardine visto il genere che hai scelto per veicolare il tuo messaggio) sforzi immaginativi nulli per creare qualcosa di davvero alieno, creature diverse (e non dei grossi cani col pollice opponibile) spinte al limite da bisogni primari o invischiate in sistemi economici e politici che potrebbero anche richiamare tra le righe al capitalismo (visto il messaggio critico che si vuole portare avanti) ma nei fatti molti diversi dal nostro.
Ma meglio volare bassi e creare simboli superficiali e scorreggioni, così il lettore non fa troppo sforzo per coglierli.

In più Faber ha talmente voglia di presentare le sue tematiche “satiriche” che sull’aspetto di questi alieni si tiene vago e crea grossi cani parlanti, e sulla loro organizzazione sociale al di là della rigida divisione economica stende direttamente un velo pietoso dal momento che nell’unico punto del libro in cui sembra provarci si barrica dietro una barriera di termini alieni a cazzo senza prendersi la briga di spiegare alcunchè.

Cito dal testo:
“Alla fine però i Vodsel non sapevano fare nessuna delle cose proprie degli umani. Non potevano siuwil né mesnishtil, non avevano il concetto di slan. Nella loro brutalità, non si erano mai evoluti abbastanza da usare l’hunshur, le loro comunità erano così rudimentali che l’ississins non esisteva ancora; né queste creature sembravano manifestare il bisogno di un chail neppure del chailsinn.”
Faccio anche io questo gioco, dai: il popolo Sblurf del sistema stellare Ohpen fa il patagarrau mentre si sflotange lo zimbabuana nel xylodivadeur del franco.


Mi vuoi fare un libro in cui vuoi puntare il dito contro lo specismo e il fatto che ci riteniamo superiori alle bestie che macelliamo senza averne motivo? Perfetto, anche se non si condivide quel pensiero può saltar fuori una roba interessante, ma allora non mi rendere la tua razza superiore tale e quale a quella macellabile glissando totalmente su ciò che li differenzia coprendo la tua mancanza di talento e fantasia dietro parole inventate.
Che cazzo di fantascienza è?

Anche dal punto di vista della STORIA in sé non è che Faber abbia prodotto chissà che dono di Dio alla letteratura: per la maggior parte del libro cerca di acquisire volume con dialoghi noiosi e ripetitivi tra Isserley e gli ignari autostoppisti (che a quanto pare nelle Highlands abbondano visto che non passa giorno senza che non ne incroci almeno due o tre e si permette anche di fare la schizzinosa), chiacchiere mirate a capire se questi passeggeri sono vittime ideali, ovvero persone senza famiglia e senza contatti in zona che nessuno cercherà con insistenza, (e glisso sulla faciloneria con cui 9 volte su 10 Isserley sembri quasi giustificata dall’autore nel decidere chi muore e chi arriverà sano e salvo alla meta designata visto che quasi tutte le sue vittime risultano persone sgradevoli, razziste o violente. Perché il messaggio vuole essere antispecista ma al tempo stesso vuoi far provare simpatia verso la tua protagonista denigrando le sue vittime, perchè gli esseri umani fanno schifo, altro prezioso insegnamento. Il resto del tempo ci si barcamena tra morali spicciole e lamentele sulla condizione di “deforme” di Isserley, che sarebbero anche sensate se lei non sembrasse Elsa che scappa disperata dalla stanza perché per colpa sua al castello non festeggiano il natale, continui e immotivati riferimenti ai suoi seni, particolari morbosi sui testicoli flosci dei Vodser e scene sessuali non sempre consensuali e francamente inutili (in cui riceviamo informazioni di cui io non sentivo il bisogno, ovvero che durante le operazioni chirurgiche subite un volpino alieno è stato dotato anche di qualcosa che somiglia a una vagina).
Ooooookay bro…


C’è infine quella fastidiosa sottotraccia di BECERO PATERNALISMO a dare la mazzata finale a questo libro, per cui nonostante Isserley conosca la cultura vodser più di tutti i suoi colleghi, nonostante sia l’unica a interagire (e amare) il mondo esterno e le sue meraviglie naturali, nonostante a più riprese comunichi con le sue vittime, in fondo è solo una povera operaia ignorante che fatica a sbarcare il lunario e non comprende appieno le implicazioni del suo lavoro finchè non arriva (letteralmente) dal cielo qualcuno di più evoluto: ecco quindi comparire il figlio e indegno erede del capo della Vess Corporation, che si presenta liberando quattro esemplari di vodser nella ferma convinzione che siano creature intelligenti che non meritano di essere trattate in quel modo e usate come cibo.

"Grazie per avermi corretto..."

Ovviamente Amlis Vess non sa nulla della cultura vodser.
Non conosce una parola del loro linguaggio, per lui sono solo pikkoli ancioli calvi.
Questo tizio è talmente retorico e ignorante da sembrare a conti fatti la presa per il culo di un animalista (cosa che penso sia voluta, perché a un certo punto si farà riferimento addirittura al fatto che Vess è talmente impegnato a preoccuparsi della causa vodser da non notare la sofferenza di un umano che ha al suo fianco), e in un libro del genere, costruito per affermare tutto il contrario, onestamente mi sembra una scelta deficiente. Ma è bono, ha il pelo nero e folto e un bel culo ci tiene a specificare Isserley, quindi a conti fatti si può anche pendere dalle sue labbra mentre sciorina vuota retorica (”Questo sistema di commercio è crudele”, “Il capitalismo è iniquo coi poveri”, “Ogni creatura merita rispetto”, “tutti sono bellissimi, anche tu che sei deforme e senza peli”, ”Inserire cliché”), vivere un momento pseudo romantico sotto la neve e, quando lui se ne va a casa sua a vivere la sua vita privilegiata da alternativo edgy, farsi venire finalmente i dubbi veri e dissociarsi dai suoi simili fino ad abbandonare la fattoria.
D’altronde lu pover è shtupide!

*

Di questo libro non riesco a salvare assolutamente nulla, nemmeno la forma anche se non è questo disastro, anzi. Perché preferisco una cosa scritta male ma con ingenuità a uno che ti prende scientemente per il culo, perché avrebbe tutti i mezzi per portare al pubblico una storia interessante, che colpisce al cuore e con dei bei messaggi di fondo ma decide di andare avanti a scelte pigre e cliché.


Giudizio finale:
Brutti clichè, pigrizia e cazzate