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venerdì 7 ottobre 2022

[Recensione] IO SONO PERSEFONE di Daniele Coluzzi

Autore:
Daniele Coluzzi
 
Edizione: Rizzoli
Pagine: 298
Anno: 2022
Euro: 17,00 | Ebook: 9,99


Piccole premesse iniziali...
Nel 2018 la neozelandese Rachel Smythe comincia a pubblicare sulla piattaforma coreana Webtoon una serie destinata a diventare una delle più lette e apprezzate del web (al punto da ricevere una nomination agli Eisner Award 2019 e vincere un Harvey Award nel 2021), Lore Olympus, una decostruzione/rivisitazione in chiave moderna del mito di Ade e Persefone che dal 2021 può vantare, per chi fosse interessato, anche una pubblicazione cartacea da parte della casa editrice Penguin (tradotta in Italia da J-Pop), grazie alla quale è arrivata a scalare le vette della classifica dei fumetti best seller stilata dal NY Times.

Nel 2022 il nostrano Daniele Coluzzi, professore di lettere e divulgatore culturale online, pubblica con Rizzoli Io sono Persefone, che è più o meno la stessa roba (d'altronde il mito di Persefone quello è) ma al ribasso, cosa che risulta non una mancanza specifica dell'autore ma una triste consuetudine nostrana, dove i prodotti italiani per ragazzi sembrano sempre cose che all'estero hanno scritto a dir bene 15 anni prima.
Si veda ad esempio Ned scuola di sopravvivenza (2004) e New School (2017).

Laddove però il webtoon della Smythe aveva il coraggio di attuare una vera e proria ritrasposizione, anche estetica, del mito (con gli dei greci che abbandonate le toghe e le barbe folte operano da uffici ultramoderni con tanto di smartphone e computer, modello Percy Jackson), Coluzzi sceglie la via della tradizione, studiando attentamente le fonti di riferimento, facendo indossare ai suoi personaggi le tradizionali tunichette da Animal House e riportando in modo fedele la struttura dell'oltretomba.
Ora, almeno qui non voglio sindacare sulla scelta di Coluzzi dal momento che: 
  1. Un autore costruisce il background che più gli aggrada e più funzionale alla storia che ha in mente.
  2. Se il suo scopo è avvicinare i giovani al mito e alla letteratura greca originale è più sensato mostrare le cose come stanno che far girare Ares in Jaguar al grido di It's good to be bad.
Il problema vero per quel che mi riguarda sta nella parte cosiddetta attualizzata del mito, che di attuale non ha proprio una sega (se non per i canoni di un fedelissimo dei Family Day). E' anzi, una favola dalle tinte molto tradizionaliste. Da Core a Persefone poco cambia: persino nel 2022 una potente regina dell'oltretomba in quanto femmina non può che governare il regno della morte e i suoi abitanti come complementare ovarico del divino consorte: severo ma giusto lui, caritatevole, pietosa e volemosebbene lei. E nel 2022 da un romanzo di formazione e crescita per ragazz* scritto tra l'altro da un professore di liceo io questo piglio reazionario non lo accetto mica tanto.
La trama è risaputa, ma spendiamoci comunque su due righe.
Demetra e Core sono dee benevole, madre e figlia, che sovraintendono all'agricoltura e alle messi ben conscie delle loro responsabilità non solo nei confronti degli uomini ma nei confronti della stessa terra.  Ora, siamo a pagina 5 e a me già girano i coglioni:

1. Core nel mito non è solo figlia di Demetra ma di fatto sua incarnazione vivente, parte di un'unica entità composta da Dea Madre e Dea Figlia. Non è un caso che nel suo ruolo di Core i suoi poteri di fatto si sovrappongano a quelli della madre e ne rappresenti una sorta di emanazione. 
Qui nel romanzo di Coluzzi io posso anche capire che si sia deciso, visto il target giovane a cui è rivolto, di farla meno complicata di quanto non fosse (anche se ci sono riusciti con Sailor Moon negli anni '90 senza tutte queste pippe), ma questa scelta nel corso della storia andrà a snaturare non solo la natura del mito originale ma anche quella del romanzo di formazione.
Cosa che Io sono Persefone in teoria vorrebbe essere.
Mi spiego meglio: il libro (e il mito) al di là di Ade, del rapimento di questa scema e tutti 'sti cazzi che mettono in mezzo, parla di una ragazza che parte letteralmente come una fanciulla (Kore, in greco) e in corso d'opera diventa una donna (Persefone). Questa maturazione sessuale coincide non a caso con Core che (di sua volontà o ingannata, il mito in merito non è chiaro e Coluzzi opta per il gesto consapevole e pawah) addenta un melograno (frutto tradizionalmente legato a divinità della famiglia e dell'eros come Era e Afrodite, simbolo di femminilità e fertilità).
Ora, si diventa donne una volta sola.
Coluzzi decide invece di mostrare Core che in quanto figlia di una madre amorevole ma apprensiva con cui la giovane lettrice possa empatizzare meglio "si evolve" due volte, come un Pichu. La prima quando mentre si trova a curiosare nei pressi di una tavola di contadini gioiosi e puzzolenti (sic!) sviluppa gli stessi poteri di Demetra e riesce a moltiplicare vino, cereali e focacce tipo Gesù Cristo (segue scena di corsa tra i prati che sotto il suo tocco diventano super rigogliosi che mi ha riportata volando ai tempi di Massimo Decimo Meridio), la seconda nel momento clou in cui assume il ruolo di Persefone con tutte le responsabilità e le rinunce che il ruolo porta con sé per il bene dell'umanità.
Ma se hai già avuto prima il momento "ora sei grande figghia" per far empatizzare le giovinette che comprano il libro (e tra l'altro devo vedere 'sto cliché della madre che è fiera della figlia che diventa grande incarnato dal personaggio che vorrebbe incatenare Core al suo ruolo di eterna fanciulla. Bah), il secondo perde la sua importanza.
Il primo non lo si doveva proprio mettere.
Core proprio in quanto Core dovrebbe essere cristallizzata nel suo ruolo di fanciulla innocente fino al suo risveglio come Persefone, farla "crescere" di botto tra le mani di Demetra (o farle guardare famelica un melograno a pagina 2, quando l'oltretomba non lo ha visto nemmeno in pergamena, giusto per dare di gomito al lettore e fargli ricordare che nel mito c'è un melograno) è una stronzata che manda a ramengo praticamente tutto il romanzo.

2. Il ruolo di Demetra e Core come dee dell'agricoltura offre all'autore lo spunto per inserire dei predicozzi ambientalisti pure condivisibili ma retorici e didascalici rivolti direttamente al lettore del 2022, tipo:
"La terra è un dono che non durerà per sempre..."
"Esatto, Core. Quando non crederanno più in noi, gli uomini si dimenticheranno anche della terra."
Sgrano gli occhi, voglio che sappia che sono preoccupata quanto lei
(Quindi più che sincera preoccupazione è tipo la recitazione di Di Caprio, che quando deve interpretare un'emozione esaspera tutta la mimica facciale per farti vedere quanto è intenso NdI). "E che cosa faranno?"
"La maltratteranno. Nuvole di polvere nera oscureranno i cieli, la pioggia che cadrà al suolo sarà veleno. Gli animali soffriranno, sfruttati e intrappolati dentro gabbie strettissime, mentre gli uomini scaricheranno le colpe l'uno sull'altro."
Mi sdraio sull'erba e punto gli occhi nella buia profondità che si apre sopra di noi. Le costellazioni, silenziose, incoronano il cielo; gli uomini le guarderanno ancora? O saranno troppo presi dai loro conflitti? Perché perdono così tanto tempo a farsi del malequando potrebbero semplicemente guardare in alto?
A leggere qui secondo Coluzzi smettere di credere negli dei (o in un Dio, perché tanto l'andazzo è quello) rende automaticamente l'uomo incapace di prendersi cura dell'ambiente o essere empatico verso il prossimo, portandolo a pensare solo alla guerra e alla prevaricazione.
Ma anche meno, via...

Veniamo a sapere subito dopo questo preambolo che Core è la fighina più ambita di tutto l'Olimpo (nonché l'unica) e lei e la madre devono cacciare a pedate uno stuolo di divini pretendenti accorsi da ogni parte del pantheon pagano per chiedere la sua mano nonostante il suo voto di eterna castità. E per capire il livello un secondo dopo essersi rabbuiata alla prospettiva della sua bambina che diventa donna Demetra ci racconta ghignando di come ha dovuto rifiutare una proposta di Ade solo pochi giorni prima mentre Core rabbrividisce al solo pensiero non perché eeew che schifo i maschi (che avrebbe pure più senso nel contesto del vederla arrossire e arraparsi per due contadini che si scambiano un bacio) ma perché è Ade: dal momento che è il re dei morti, pensa, deve essere per forza un cesso a pedali.
(Tranquille, non sarà così)
"Che cosa vuole da me?" dice inorridita.
Bella, anche meno, guarda che non è l'ultimo degli stronzi eh...

Subito dopo alle due tocca (perché se poi non devono per forza sceglierne uno, a quanto pare? Lo sa Zeus...) fare una specie di selezione di pretendenti che non hanno alcuna intenzione di valutare seriamente.
Anzi, li sfottono a più riprese.
Signori Ares e Apollo, per noi è NO
La scena è completamente inutile e sembra tirata fuori da Uomini e Donne. Core tronista che osserva tra il divertito e l'imbarazzato questa coppia di pagliacci (ovvero Ares e Apollo - questa sarà l'entità di quello che viene descritto come un corteo di pretendenti di Core, se escludiamo Ade che nel frattempo fa lo stalker nell'ombra, modello Edward Cullen) che prima le promettono distrattamente roba a caso e poi passano il tempo a fare a gara a chi ce l'ha più lungo.
Non letteralmente ma quasi.
Demetra e Atena controllano lo svolgersi leale della tenzone e fanno commenti sassy come una coppia coordinatissima di Maria de Filippi, mentre sullo sfondo troviamo una inedita Afrodite che tiene banco tra le ragazze con racconti spintarelli (e di nuovo Core vergine di ferro è quella più interessata, quando te sbagli) e tiene il muso perché il suo amante Ares vuole sposare Core nel ruolo di Tina Cipollari.
E' tutto veramente molto bello.
E non siamo nemmeno entrati nel vivo dell'azione.

A questo punto Ade, infuocato d'amore, rapisce Persefone caricandola sul suo carro trainato da cavalli neri mentre questa se ne sta a raccogliere fiori in un prato (Coluzzi ovviamente opta patriotticamente per la versione che vuole che il fatto accada in Sicilia, mentre altre versioni del mito parlano di Creta o dell'Attica come luogo del rapimento) e la imprigiona nel suo regno, mentre la madre disperata vaga per la terra alla sua ricerca.
E anche a questo proposito un paio di cose le devo dire.

Coluzzi, forse nel tentativo di non rendere la storia d'amore non consensuale nata da un rapimento troppo negativa per i giovani lettori romantici del 2022 oppure solo perché è dura lasciar andare i cliché della romanticizzazione di un rapporto tossico che tanto piace al genere young adult, passa il tempo a sollevare Ade da ogni colpa riguardo il rapimento di Core di modo da rendelo sotto ogni aspetto un bravo guaglione.
Prima è Eros che gli scaglia addosso una freccia per volere di Afrodite gelosa delle attenzioni di Ares nei confronti di Core a causare la fregola di rapire la ragazza. Poi non è colpa sua se Core è prigioniera nel suo regno perché lei sembra destinata a regnare sui morti per un volere del fato (Per quale motivo proprio lei e come funziona la cosa al di là di questo fantomatico piano della Provvidenza a cui con piglio manzoniano non ci si può opporre? Lo sa il budiulo di Crono...).
Ero rimasto senza biada per i cavalli
Avevo una ruota a terra.
Non avevo i soldi per prendere il carrello a noleggio.
La lavandaia non mi aveva portato la tunica.
C'era il funerale di mio padre! Era crollata la casa!
C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione!
Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Me!



Alla fine quando nell'oltretomba arriva 'sta Demetra scarmigliata e armata di fiaccole (sic!) incazzata come un gorilla, il permesso di rapirla glielo ha dato esplicitamente Zeus (laddove secondo Esiodo no, Zeus non ha mai preso posizione in merito proprio per non inimicarsi due divinità molto importanti e potenti e Ade nel mito da bravo psicopatico ha solo preso quel silenzio da paraculo come un assenso).
Insomma, comunque te la giri e a qualsiasi versione si voglia dar retta non è mai colpa sua, pora stella incompresa che tutti trattano male perché sono superficiali e cattivi quando in realtà lì in mezzo è il meglio: le dà una stanza comoda dove riposare; le concede spazio senza imporre la sua presenza; la fa girare dove vuole nel castello invece di incatenarla a un muro; le fa conoscere delle simpatiche amichette e spalle comiche (quelle Mean girls delle Erinni) perché manco l'autore lo reggeva un romanzo tutto costruito sui pensieri di Core; la difende quando fa delle cazzate invece di farle pagare le conseguenze delle sue azioni e responsabilizzarla, poiché essa non è soltanto la donna che ama con passione bruciante ma anche la regina che può salvare l'Ade da se stesso con la sua pietas cristiana.
Anche se mo' mi devono spiegare a Ade che cazzo gliene dovrebbe fregare di come sono trattate ombre senza coscienza né percezione del loro status di non vita nel suo regno e perché gli dovrebbero venire scrupoli di sorta.
E se pure gliene fregasse e si fosse mai posto sinceramente il problema nei millenni che ha trascorso a regnare su quelle lande desolate (anche se a questo punto visto l'andazzo penso che così come Core aveva bisogno di far vedere alla madre quanto si preoccupava per le sorti ambientali sgranando gli occhi all'inverosimile ora sia Ade a fare il Di Caprio della situa mostrandosi più sensibile possibile alle sorti delle ombre solo per andare a segno con lei), ha bisogno che arrivi questa scema per cambiare le cose?
Ultimo ma non ultimo, Ade è ovviamente bono da mori', e meno male visto che i suoi metodi di corteggiamento fanno cacare. Se ne accorge subito anche Core, anche se per tutto il romanzo cerca di convincerci del fatto che no, lei ha consacrato la sua vita alla verginità, no, che schifo questo inquietante carceriere... Il tutto mentre studia di sottecchi la linea virile della sua mascella (che si nota anche sotto la barba, ci tiene a farci sapere la ritrosa vergine di ferro) o gli scruta di nascosto i polpacci torniti che spuntano a tradimento da sotto la lunga tunica nera. 
La scena nella mia testa
Se Ade è nonostante tutto nu bravo guaglione che pecca in social skills (memorabile la scena in cui per portarla a vedere i fiori e gli eroi nei campi Elisi la fa passare nella zona in cui piagne la gente che per amore è morta malissimo invece di prendere, non so, un carro. E pure oggi si scopa domani), Persefone è una vuota fogliolina nel vento.
Il problema di fondo è che Coluzzi è un uomo adulto che proprio non riesce ad addentrarsi nella psicologia complessa di una giovinetta in procinto di sbocciare e quindi si ferma ai cliché da teen movie dove un secondo prima Core è una principessa Disney che si abbandona sul letto in singhiozzi drammatici mentre quello dopo assume l'aria spavaldina alla "fanculo nonna ho già 12 anni", senza mai vie di mezzo. 
E' un personaggio cliché tagliato con l'accetta.
Ma è la sua crescita ad essermi risultata più indigesta in corso di lettura, o per meglio dire la totale mancanza di essa. Core dovrebbe essere una prigioniera (non solo di Ade e del Fato ma anche della stessa Demetra, l'amata madre che la vuole eterna bambina contro cui però non si scaglia mai il furiosissimo sdegno della regina della morte - perché le mamme so' piezz 'e Core - ba-dum psss) in cerca non tanto della libertà ma di se stessa. 
Il cammino da Core a Persefone dovrebbe essere quello della crescita e della consapevolezza di sé, un cammino formativo verso l'età adulta, ma alla fine mi ritrovo una protagonista non proprio sveglissima che dopo averci messo una vita a capire l'ovvio, ovvero che la gente scendeva a frotte nell'Ade magra da far spavento da mezzo libro perché sulla Terra non mangiavano (e comunque glielo deve dire un morto perché non è che lo intuisca in qualche modo), decide così de botto senza senso che ora vuole essere Persefone, andare in culo a tutti, mangiarsi il melograno che fino a due secondi prima Ade doveva ficcarsi dove non batte il sole e diventare una regina dell'oltretomba terribile come l'alba ma tenera come un cucciolo di labrador.
Viene però a mancare del tutto il percorso interiore che dovrebbe portarla a cambiare, a maturare, a diventare Persefone un pelo prima di imitare Aragorn sulla roccia di Erech, ed è grave visto che il romanzo si chiamerebbe Io sono Persefone e non Come ti divento a caso una dolce psico patonza della morte per salvare il mondo.
Tra l'altro anche la sua marcia di liberazione in sé è miserella.
"Sono io a dettare ritmo e direzione, soltanto io. Guardami, Ares: volevi che fossi la tua sposa ma ora sono una guerriera più forte di te. Guardami, Apollo: sono di ispirazione per gli uomini più dei versi che i poeti compongono in tuo onore. Guardami, Zeus: finalmente ora ti accorgerai di me, tua figlia."
Il famoso momento di autorealizzazione personale in cui mentre detti ritmo e direzione e comandi un esercito di morti perfargli fare non si è capito cosa i tuoi pensieri sono rivolti ai maschietti, tutti ti ignorano e continuano a litigare come se non ci fossi, svieni come una povera scema subito dopo aver addentato il melograno con tutta la buccia (tipo Biancaneve) e poi in chiusa dopo tutto questo bordello diventi talmente matura da chiedere alla tua compagna di trecce Atena di intercedere presso Zeus al posto tuo perché tu con lui non ci parli. Mancava giusto gnegnegne. 

*

Ruotando su un personaggio così piatto la trama risulta indigesta, bloccata, come avviluppata su se stessa.
Coluzzi prova a riempire il vuoto pneumatico dei pensieri della protagonista dandole delle amiche dell'aldilà con cui parlare (proprio come sulla terra parlava con le sue besties oceanine), riempiendo la trama di guest star mitiche (che non fanno altro che bloccare la narrazione, fino all'anticlimax ignobile della comparsata di Orfeo in un momento in cui Persefone starebbe diventando consapevole delle carestie causate sulla terra da sua madre e forse dovrebbe analizzare un po' la cosa invece di commuoversi per l'ennesimo amore infelice buttato dentro ad mentula) e facendole fare la Pro loco dei luoghi più pittoreschi del suo nuovo regno, ma con scarso successo visto che resta comunque un romanzo di formazione in cui manca la formazione.

Trovo inoltre incredibilmente fastidioso che la cosiddetta attualizzazione del mito si traduca a conti fatti in un continuo, martellante e stronzo strizzare d'occhi alla morale cristiana che smette ben presto di essere un modo di semplificare a un pubblico giovane e a digiuno di mitologia classica concetti troppo complessi per farsi pura e semplice lezione di catechismo. Almeno Hercules della Disney (1997), che soffre dello stesso problema di fondo, non era questa continua martellata alle parti basse.

1) Tutta la crescita di Persefone da bimba a regina degli Inferi "protettiva e giusta" si muove sui binari della morale cattolica, sul concetto di giustizia di stampo cattolico, 
sulla pietosa gentilezza verso il defunto uscitto dritto dal libro di catechismo delle elementari.
Persefone ricorda non una bella, giusta e terribile signora degli inferi ma una Madonna, che non a caso resta vergine anche una volta smessi i panni di Core (e tanti saluti al tema della crescita - praticamente Persefone passa direttamente per l'essere madre - dei morti - senza diventare donna. Come Maria).

2) Nel romanzo compare a più riprese la parola "peccatori" per riferirsi a chi nell'Ade viene punito per l'eternità a causa di colpe terrene, dando a intendere che queste colpe rientrino in qualche modo nella sfera morale. 
Ora, non esiste il peccato e non esistono i peccatori nell'antica Grecia, così come non esiste un concetto di colpa legata a una mancanza morale o all'aver contravvenuto a leggi divine di sorta. Esiste la hybris, la tracotanza, dove praticamente un dio ti va nel culo perché non sei stato al posto che ti compete, e leggi più antiche degli stessi dei a cui persino gli immortali devono obbedire. Sulla stessa falsariga l'Ade non è un luogo in cui si puniscono i peccati né quello in cui si sente tutto questo bisogno di prendersi cura dei morti, rimediare ai torti e trionfare la giustiZZia, ma il regno in cui si riversano le ombre (e non le anime) dei defunti senza distinzioni tra buoni e cattivi, escludendo il valore guerriero, il nepotismo o un capriccio divino che ti spediscono per direttissima a gozzovigliare per l'eternità nei Campi Elisi.

3) Dice Persefone più o meno a metà romanzo:
"Gli uomini passano tutta la vita a invocare i nostri nomi ma non sanno nulla di noi. Non ci vedono, non sentono le nostre voci, non hanno dimostrazioni concrete del nostro passaggio. Credono in noi ma noi non facciamo parte delle loro vite."
No. L'età mitica, in cui sarebbe ambientato questo libro, è caratterizzata proprio dal fatto che uomini e dei possono fisicamente interagire, conversare e godere della reciproca compagnia. Questo concetto della divinità invisibile a cui affidarsi per fede è, ancora una volta, cristiano fino al midollo.

4) "Ade, con il tuo egoismo hai scatenato l'ira di mia madre, provocato la carestia e, non ultimo, trasformato le mie amiche in mostri spietati. MALEDETTO DIAVOLO INFERNALE, è tutta colpa tua."

Esulando dal fatto che siamo quasi a fine libro e questa sta ancora al punto da incolpare Ade pure del futuro buco nell'ozono (a proposito di mancata crescita del personaggio), da notare che a questo punto l'autore non ci prova manco più a far finta che questa sia la Grecia degli dei pagani.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Io sono Persefone è un libro che dovrebbe parlare di Persefone, o perlomeno della sua nascita, e in cui invece a mancare è proprio la parte in cui Persefone si svela in tutto il suo splendore.
E' un libro di formazione senza formazione.
E' un libro che parla di paganesimo dal punto di vista di un catechista e un romanzo che ondeggia senza soluzione di continuità dagli editoriali sul make up delle W.I.T.C.H a pippozzi fusariani sul senso della vita e dell'amore (purché sia amore sfigato e infelice, perché i lieti fine ci fanno cagare). Un romanzo scritto da una persona che ha studiato il materiale originale e che a volte antepone il suo umanissimo desiderio di professore e divulgatore di condividere le nozioni in suo possesso per incuriosire chi legge alla narrazione. Ma come nota positiva alla fine di questa lettura mi è tornata voglia di sfogliarmi i volumi di Lore Olympus.

Giudizio finale:

sabato 5 dicembre 2020

[Recensione] MYTHOS

Titolo originale:
Mythos
Autore: Stephen Fry
Traduttore: G. Calza
Edizione: Salani, copertina rigida, 468 pagine
Anno: 2018
Euro: 19,80
 
Premesse:
Penso che la domanda sia venuta in mente a molti:
Nel 2018 c’è bisogno di un altro libro che affronti il tema stra-abusato dei miti greci?
Per come la vedo io nulla è necessario ma tutto è potenzialmente valido, e per chi come me con la mitologia greca si diverte (ma si incazza anche in caso di opere pigre e stronze finto profonde prodotte col buco del culo, e ogni riferimento a Canti di Penelope vari è puramente casuale) dai tempi di Pollon, passando per la letteratura classica e arrivando fino alle avventure di Percy Jackson e all'imbarazzante dio Ares con la zoccola morta sotto al naso della Wonder Woman con Gal Gadot, prendere tra le mani questo libro di Stephen Fry (non uno studioso di storia antica e folklore ma un appassionato della materia; attore britannico di discreta fama, ha scritto e diretto diverse serie di documentari, registrato le versioni inglesi degli audiolibri di Harry Potter e i più appassionati del mondo British potrebbero ricordarlo addirittura per i suoi sketch in compagnia di Hugh “Gregory House” Laurie e per aver interpretato Gordon Deitrich nella trasposizione cinematografica di V per Vendetta del 2005) è stata una scelta praticamente obbligata.
Potete chiamarla passione o masochismo, va bene in entrambi i casi.
Il libro, finché può, segue un comodissimo ordine cronologico e parte dall’inizio che più inizio non si può, vale a dire la creazione dell’universo e del Primo ordine divino nelle modalità narrate da Esiodo nella sua Teogonia (VII a.C) e tratte dalla Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (II d.C): volendo proprio fare la proverbiale punta al cazzo non si dovrebbero accostare insieme fonti tanto distanti tra loro dal punto di vista temporale, ma visto che quello di Fry non è un testo universitario ma una raccolta di racconti a misura di non addetti ai lavori la cosa si può tranquillamente ignorare, così come si può tranquillamente ignorare come Fry ogni tanto per comodità narrativa deragli dalle fonti e parta un po’ per la tangente per rendere la narrazione più sciolta.
Si comincia con la nascita spontanea del Caos primigenio seguito da Gea (la Terra) e Tartaro (il mondo sotterraneo). A differenza di quanto riportato dal poema originale da questa pletora di divinità ancestrali viene escluso Eros, forza primordiale che scioglie le membra mortali e immortali (le ripetute scappatelle divine insegnano che nessuno sfugge alla passione amorosa), che Fry preferisce considerare solo come figlio di Afrodite e Ares senza preoccuparsi, come accade altre volte all’interno del libro, di metterci al corrente della versione alternativa del mito.
Da Gea nasce Urano (il cielo).
 
Dall’unione di Gea e Urano, nascono i 12 Titani, il secondo Ordine di divinità della mitologia greca, 3 ciclopi e i 3 Ecatonchiri (o Centimani): tutti costretti a restare imprigionati nel ventre di Gea per ordine di Urano il quale rimane offeso dalla loro mostruosità. Cercando sostegno dai figli per vendicarsi della violenza subita Gea ottiene l’aiuto di Crono, il più giovane dei Titani, il quale evira suo padre con una falce dentata costruita dalla stessa Gea e getta l’ormai inutile resto anatomico nell’oceano.
Dal sangue versato di lui nascono le Erinni, dee della vendetta con l’incarico specifico di tormentare gli assassini dei familiari, e dal mare a cui si mischia lo sperma di Crono si forma la spuma del mare da cui nasce Afrodite (dea dell’amore, della fertilità e della bellezza), che per il momento Fry lascia a Cipro sulla sua botticelliana conchiglia mentre altri accadimenti hanno da venire prima che si instauri il regno di Zeus ed essa possa finalmente prendere il suo posto tra gli Olimpi (in questo, il posto di divinità “ancestrale” dell’amore qui lo ha preso di fatto lei).
 
Crono, preso il posto di Urano come sovrano di questo secondo ordine di divinità ancestrali, si unisce alla sorella Rea dando origine a una folta schiera di figli: Estia, Demetra, Era, Ade, Poseidone, e Zeus, che il Titano divora al momento della nascita per impedire il verificarsi della profezia che lo vedrà spodestato da uno dei suoi discendenti. E’ Zeus a sfuggire all’ira paterna aspettando il momento propizio per rovesciare il divino genitore e dare inizio al Terzo ordine, il dominio olimpico.
Uno Zeus implacabile coi nemici e generoso con chi lo ha sostenuto nel corso della sanguinosa battaglia contro il genitore e i suoi alleati, ma soprattutto generoso nel diffondere il divino seme con qualsiasi esemplare con un buco si trovi a tiro visto che appena insediato prende e sforna Persefone con Demetra, Atena con Metis, le Ore e le Moire con Temi, le 9 Muse con Mnemosine, con Leto Apollo e Artemide e già che c’è dà un colpetto o due anche a sua sorella e consorte ufficiale Era, che se no si offende.
Era, dea del matrimonio, insegna a
tutte le caste spose là fuori come
reagire ai tradimenti del breadwinner.
Qui Fry ed Esiodo deragliano: per Esiodo Era e Zeus hanno generato Ebe (dea della gioventù e ancella delle divinità, che Fry sostituisce nei capitoli successivi con il bellissimo Ganimede, coppiere degli dei e amante di Zeus.), Ares e Ilizia (divinità dall’identità poco chiara, identificata a volte con Artemide in quanto addetta alla cura delle partorienti), mentre Efesto nasce dalla sola Era, furiosa per i continui sgarri matrimoniali del compagno. Fry preferisce seguire la via della telenovela argentina e rendere Efesto un frutto d’amore deforme tra i due divini consorti, frutto d’amore che Era avrebbe scaraventato dall’Olimpo perché non all’altezza di quei figli tutti fighini che Zeus andava disseminando ovunque.
Questo gran papocchio, che è già disseminato di tanti di quei nomi e quei fatti da far girare la testa a chi si accinge ad affrontare il tema per la prima volta (e non li ho citati nemmeno tutti), va ad occupare poco meno di un quarto del totale, giusto per far capire quanto a dispetto del tono leggero e informale questo libro sia pregno di contenuti.
E dopo averci narrato della nascita dei dodici dell’Olimpo (Estia, che verrà poi sostituita da Dioniso, Ade, Poseidone, Zeus, Era, Demetra, Apollo, Artemide, Afrodite, Ares, Efesto, Atena), un ottimo ripasso per chi come me si era perso qualche capitolo per strada, Stephen Fry passa a raccontare del mito della creazione dell’uomo come raccontato dai soliti Esiodo e Pseudo Apollodoro: impastato nella terra da Prometeo con la saliva di Zeus e infuso di vita dal respiro di Atena, l’uomo è inizialmente una creatura semplice e ingenua, l’ennesimo trastullo di Zeus e ad esso supinamente asservito. Da Prometeo riceve in dono il fuoco (inteso non solo fisicamente come fuoco ma come conoscenza consapevole e libero arbitrio), da Zeus viene punito con l’arrivo della prima donna, Pandora, che libera nel mondo morte, fame e pestilenze mettendo fine all’età dell’oro per dare inizio a quella dell’argento.
Un’età di morte e sofferenza ma anche di profonda intimità col divino.
 
Preparato così il terreno, a questo punto l’autore può divertirsi a raccontare una pletora di miti che ruotano principalmente attorno al tema della metamorfosi (quindi a questo giro con le fonti abbandoniamo Esiodo e lo Pseudo Apollodoro per trasmigrare sostanzialmente verso gli ameni lidi del romano Ovidio, I a.C): si parlerà dei mille amori di Zeus (il dio della metamorfosi per eccellenza), di trasformazioni geografiche (la nascita del deserto del Sahara) e politiche (storie della fondazione di varie città di Grecia e Asia Minore), di punizioni inferte ai tracotanti (Licaone, Atteone, Mida) o trasformazioni indotte da gesti di divina pietà (Cigno, Dafne); di uomini trasformati in animali, stelle e in fiori, di dei trasformati in mostri per celare la loro bellezza all’amata.
Tanta tanta roba, insomma.
Vengono tralasciati quasi del tutto i miti omerici (quindi niente Giasone e Medea, Paride e la mela d’oro e tutta una serie di miti molto noti al grande pubblico e agli appassionati: si salva solo la storia della nascita di Efesto), scelta che ad alcuni farà pure storcere il naso ma che io mi sento di plaudire, perché in tv e in letteratura specie ultimamente mi hanno talmente sfracellato i maroni con la guerra di Troia, gli Achille di colore, le Elene coraggiose e pawah grandi cavallerizze e i minotauri specisti che meno ne sento parlare meglio è.
Non che ci sia niente di male di per sé, ma già i paesi d'Oltralpe per giustificare il loro razzismo da sfigati considerano gli italiani di etnia nera o mediorientale e ci trattano di conseguenza, era proprio il caso di regalarci questo simpatico Enea di colore che al momento della presa di Troia si nasconde sotto un mucchio di cadaveri per poi battersela come un vigliacco?
Personaggio inutile come un culo senza buco.
► Tutto è narrato con umorismo e leggerezza. Pure troppa.
La narrazione, cioè, è inframezzata da dialoghi informali e osservazioni di natura faceta che ci staccano a forza dal mito antico per portarci nel mondo moderno (come il riferimento all’auto della Renault nel capitolo dedicato alla ninfa Clio) con un piglio alla Percy Jackson, che viene anche citato tra i figli di Poseidone a inizio libro. Questa è un’arma a doppio taglio e un particolare di cui tenere seriamente conto al momento di decidere di acquistare questo libro perché mentre i fan di Percy Jackson potrebbero adorare questo piglio dissacrante e a un ragazzino potrebbe divertire trovare rimandi al presente in storie così antiche, chi cerca qualcosa di più serio e rispettoso potrebbe avere la forte tentazione di dare alle fiamme il tomo in questione. Per quel che mi riguarda sto nel mezzo: non mi dispiace Percy Jackson, l’idea di dissacrare rispettosamente il mito non mi turba, ma certe uscite sono veramente sceme. D’altronde trovavo sceme anche molte uscite di Percy.
 
► E' anche evidente però che nonostante voglia tenere tutto su un piano sbarazzino Fry ha fatto i compiti e conosce la materia.
La narrazione non è solo disseminata di dialoghi stronzi (che comunque possono divertire tranquillamente un ragazzino, a patto che i genitori non si facciano venire gli ictus al pensiero di regalare al proprio bambino un libro su divinità notoriamente promiscue che non fanno tanto caso al fatto di starsi infiocinando un uomo, una donna, un fratello, un sasso o un parafango) ma anche di interessanti riflessioni di natura sia filosofico-antropologica che etimologica, perché Fry ci tiene a farci capire per tutto il tempo quanto la cultura e la lingua greca non siano cose “vecchie” da relegare a qualche noioso libro di scuola, ma restano a tutt’oggi ben presenti in Occidente nella vita di tutti i giorni.

● Ci ricorda tra le altre curiosità linguistiche di cui è disseminato il libro di Melis, la ninfa che donò il miele al matrimonio di Zeus e Era: il nome non solo ancora oggi in greco significa ape, ma l’insetto omonimo appartiene alla famiglia degli imenotteri, che significa “ali nuziali”. Ci parla di Ermafrodito, figlio di Ermes e Afrodite che divenne oggetto di un amore così disperato da parte della ninfa Salmace da pregare gli dei di legarsi indissolubilmente a lui. Di tutta una pletora di giovani che hanno dato il loro nome a fiori (Narciso, Giacinto) o animali (Cigno, Aracne). E’ di contro un po’ troppo frettoloso nel limitare l’etimologia della parola Tifone alle sue origini greche ignorando gli influssi cinesi e portoghesi della parola, ma diamogliela buona.
 
● Dall’altro lato non manca di far notare (a costo di ficcarci dentro le somiglianze a martellate) interessanti parallelismi tra il mito greco e altre storie a noi ben più note, come ad esempio la storia di Filemone e Bauci, raccontata nell’ottavo libro delle Metamorfosi: il mito narra di Zeus ed Ermes che prese sembianze umane di poveri viandanti bussano a tutte le porte di una cittadina della Frigia in cerca di ospitalità. Gli unici ad aprire loro la porta e a dar mostra della virtù della xenia sono una coppia di anziani, e cito dal testo ovidiano, “uniti in casto matrimonio” (ahia…). Zeus, commosso dalla loro generosità, decide di salvarli inviandoli sulla cima di un vicino colle nei pressi di un tempio a lui dedicato mentre scatena la sua collera sul resto della città egoista e indifferente.
La distruzione di Sodoma e Gomorra,
John Martin (1852)
A questo punto Fry in preda al delirio biblico, come se le similitudini a quel punto non fossero già piuttosto evidenti, sovrappone completamente il mito al racconto di Lot e sua moglie (che non merita nemmeno la dignità di un nome) che si allontanano da una Sodoma in fiamme: mentre Ovidio racconta che fu Zeus a chiedere a Filemone e Bauci di voltarsi per assistere alla distruzione della città, perché non dimenticassero la potenza della sua collera divina, Fry ci parla del divieto categorico di Zeus di far assistere alla scena a due comuni mortali (come se Zeus si vergognasse di far vedere ai mortali quanto è figo quando si incazza, ma fatemi il piacere): Bauci e Filemone contravverrebbero perché non riescono a restare indifferenti di fronte allo spettacolo della città che viene distrutta e Zeus insolitamente pietoso li tramuta in due alberelli, insieme per l’eternità (secondo la versione "ufficiale" i due avrebbero servito felicemente per anni come sacerdoti di Zeus prima di subire la metamorfosi, al fine di continuare a vivere anche dopo la fine della loro esistenza umana).
Un altro esempio è dato dal mito di Amore e Psiche, e qui andiamo a scomodare Le metamorfosi di un altro autore romano, Apuleio (II d.C). Fry a questo giro trasforma il mito in una vera e propria favola, con tanto di dialoghi tra Psiche e le invidiose sorelle, immancabili aiutanti magici e inevitabile happy ending (proprio come raccontato da Apuleio, anche se ci sono altre versioni del mito che prevedono la morte di Psiche e il mancato ricongiungimento con Amore) nel caso in cui non ci fossimo accorti delle forti similitudini che intercorrono tra questa storia e una favola ben più famosa, La bella e la bestia di Madame Gabrielle Suzanne Barbot de Villeneuve del 1740, un raccontino morale che mirava a educare le future spose di buona famiglia dell’epoca affinché accettassero di buon grado le unioni con sposi molto più vecchi e brutti di loro.
Con tanti cari saluti alla romantica controparte disneyana.
Non mancano in conclusione curiosità, riflessioni filosofiche interessanti sulla natura stessa del mito in relazione alla mentalità dell’uomo greco che ha creato divinità così umane, imperfette e profondamente contraddittorie; ci si interroga su parti che meritano qualche parola aggiuntiva, come la natura del fuoco di Prometeo (il libero arbitrio e la civiltà ma anche la liberazione dal cieco asservimento al divino) o il ruolo di Elpis (Speranza), la creatura rimasta intrappolata sul fondo del vaso di Pandora (speranza intesa come conforto dal male che la divinità ci nega crudelmente o, per rubare le parole a Nietzsche, un atto di pietà da parte di Zeus, la liberazione dalla convinzione che l’esistenza umana abbia un senso e uno scopo?); si elencano le fonti bibliografiche e digitali utilizzate o utili aggiunte per continuare ad approfondire l'argomento, il che ci fa capire quanto Fry, piaccia o non piaccia il risultato, abbia lavorato sodo per dare alla luce questo tomo.
 
*
 
CONCLUSIONI
Pur essendo io decisamente fuori target Mythos è stato una lettura divertente.
E’ chiaro, scorrevole, e non è affatto stupido nonostante qui e lì le libertà narrative abbondino e rimanga poco più di un piacevole ripassino della mitologia greca, con la sua buona dose di riferimenti pop a misura di ragazzino moderno o di chi ragazzino un po’ lo rimane dentro anche se a livello anagrafico quel treno è partito da un po’.
A questo proposito ci sta che qualcuno più attempatello storca il naso di fronte a un modo di porsi a volte troppo informale da parte dell’autore, ma è importante non fare l’errore di indulgere nel solito snobismo intellettuale del lettore di roba seria© che grida ai mala tempora culturali di oggi: non siamo tutti uguali, non siamo nati tutti grandi lettori, e non tutti i ragazzini si fanno attrarre da tomi di impostazione classica (anzi), tomi che tra parentesi ha letto e capito molto bene anche Fry (talmente bene da saperli riportare in modo molto semplice e comprensibile, come tutti i bravi divulgatori). Ci sono sempre stati ragazzi affascinati dai libri più classici che a 10 anni si divoravano come niente un Signore degli Anelli o un Apuleio e altri che avrebbero preferito farsi martellare i coglioni su un’incudine che avvicinarsi a certi mattoni. L'unica differenza è che ora a questa seconda categoria si viene incontro.
Ogni tanto quindi sarebbe il caso di smetterla di farci i pompini da soli perché siamo bravi lettori, di cominciare a capire che per alcune persone una buona base di partenza verso cose più serie è rappresentata più da Percy Jackson e Mythos che da Robert Graves e la sua ossessione per la “dea bianca”.

Giudizio finale:

lunedì 24 agosto 2020

[Sentieri di cinema] ELENA DI TROIA

Benvenuti ad una nuova (e prima) puntata dei Sentieri: aneddoti, curiosità, classifiche e vattelappesca sul mondo dell'intrattenimento. A questo giro, mentre visionavo l'ennesimo petto di pollo unto protagonista di peplum di nome Maciste insieme alla genitrice (avida divoratrice del genere) e cercavo di condurre la mente verso lidi che non ledessero le capacità neurali, un'idea mi è balenata in mente:
E le donne?
Non vogliamo parlarne un po'?
Accantoniamo per una volta gli Ercole, gli Achille e i Maciste, parliamo di personaggi femminili ricorrenti, come questi vengano trasporti dalla settima arte nella sua "breve" vita e se venga o meno conferita al personaggio la dignità che merita. E a questo giro parliamo di Elena.

*

Chi non conosce Elena di Troia?
Per i meno attenti a scuola, un ripassino.
[Bach Suite n.3 - Aria sulla quarta corda] Elena di Troia era principessa di Sparta: la versione del mito più famosa la vede come figlia di Leda, moglie di Tindaro, e di Zeus, che ingravidò la donna assumendo le sembianze di un cigno, ma c'è anche chi la ritiene concepita da Oceano, Nemesi o da Afrodite.
E' protagonista di diversi rapimenti nel corso della sua vita: ancora ragazzina viene ghermita da Teseo e Piritoo mentre si trovava al tempio di Afrodite a compiere una danza rituale in onore della dea ed è salvata dai suoi fratelli, i gemelli Castore e Polluce.
A causa della sua bellezza (o più probabilmente del suo status visto che è la figlia di un re che vanta origini divine e non di un guarda-capre del Peloponneso, ma puntare il dito contro la bellezza femminile che porta gli uomini alla pazzia e alla violenza, pikkoli ancioli, va di moda in ogni epoca) è oggetto di contesa tra i principi più potenti della Grecia. Tindaro però è restio a fare una scelta in quanto concedere la figlia a uno di quei principi potrebbe scontentare tutti gli altri e portare a una guerra. Sotto consiglio di Odisseo lascia che sia Elena a decidere quale sarà il suo sposo  e lei sceglie Menelao, principe di Micene, che alla morte di Tindaro erediterà il trono di Sparta (ma se la litigavano tutti perché era bella, oookay...), e al tempo stesso fa compiere a tutti un patto di solidarietà: i pretendenti avrebbero dovuto accorrere in soccorso del prescelto qualora Elena fosse stata rapita.
Come a dire che si era già capita l'antifona.
Troy (2004)
Il rapimento da parte del principe troiano Paride (un amore nato dall'intervento di Afrodite che aveva promesso al giovane la donna più bella del mondo se avesse donato a lei la mela d'oro. Come a dire che di fatto Elena non c'entra niente ma riescono comunque a dare a lei la colpa di tutto, siamo sorpresi?), come raccontato nell'Iliade, causa la guerra di Troia, un conflitto decennale che termina, come ben si sa, con la disfatta dei troiani.

E' importante notare che nell'Iliade Elena non è l'eroina tragica passiva invischiata in un amore infelice e liberata da un bel giovane straniero, né la maliarda innamorata della seduzione e contrapposta al modello di stampo cattolico di "vera donna" fedele e paziente come Penelope che vedremo uscire anche in epoca contemporanea dalla penna di scrittrici considerate "femministe" come la Atwood (e pensa se era della People of Praise che partoriva), ma un personaggio tragico e umanissimo a dispetto di tutto.
Obbligata da una dea a venir meno ai suoi doveri di moglie per finire in sposa a un pusillanime che fa combattere al posto suo il fratello (Ettore, l'unico che la tratta col rispetto dovuto a una principessa greca e non come la rovina della città), spedita da un lato all'altro dell'Egeo come un pacco Amazon, odiata e disprezzata da entrambe le fazioni. La sua unica vera colpa, per cui nel corso della Storia viene colpevolizzata o di contro totalmente liberata dalle sue responsabilità, è la bellezza (strumento supremo di potere erotico femminile)che però non dipende tanto da lei quanto dalla genetica e dal fatto di avere una vagina.
Ma il cinema?
Come ha affrontato questa icona di femminilità, bellezza ed erotismo la settima arteScopriamolo insieme.

1) LA CADUTA DI TROIA (1911)
    Interprete: Madame Davesnes
Film italiano muto diretto da 
Giovanni Pastrone e Luigi Romano Borgnetto che in costumi, regia e ambientazioni deve ancora molto al gusto teatrale ottocentesco "classico".
Quindi camera fissa, background zeppo di oggetti a cazzo, pose esagerate  e sbracciate da ausiliario del traffico, tutto sembra fatto di tovaglie della nonna e cartone.
Questa Elena è ben lungi dall'essere una tentatrice; è una donna rimasta sola perché il marito Menelao è partito a far cose, veder gente, che accoglie da brava padrona di casa un ospite giunto in visita, il principe troiano Paride. Dopo un'iniziale ferma resistenza di fronte a una corte serrata ma galante tra il ghiaino e le fontane coi puttini di lui, viene spinta tra le braccia del giovane dalla Dea Afrodite.
Un'Elena innocente già questa del 1911, incolpevole vittima degli eventi.
Divertente come anche nella maggior parte della letteratura quando Elena viene sgravata dalle colpe ci si premuri sempre di dimostrare l'innocenza di lei e mai di Paride, che ha preso il principio sacro dell'ospitalità e ci ha defecato poco signorilmente sopra.

2) LA VITA PRIVATA DI ELENA DI TROIA (1927)
    Interprete: Maria Corda
Si può fare della storia di Elena e Paride una commedia?
Verrebbe da rispondere che se Vanzina ci ha regalato un cinepanettone sul lockdown non c'è limite al cattivo gusto, ma in questo caso lo scrittore John Erskine, che scrive il romanzo omonimo nel 1925, e Alexander Korda che due anni dopo traspone la storia su pellicola, riescono nell'intento di esser dissacranti nei confronti del mito senza farti venir voglia di cavarti gli occhi (come accadrà più avanti con un film vergognosamente nostrano del 1973, Elena sì... ma di Troia, che riesce a risultare volgare e sciatto anche per chi notoriamente questi film li divora con una golosità che riservo al Lemonissimo Algida).
Certo, qualsiasi verosimiglianza storica va a farsi benedire (rimane un certo gusto teatrale per le ambientazioni con la roba messa ad mentula sullo sfondo, la protagonista sembra pronta più a gettarsi sulla pista da ballo per un charleston che a patire per un lungo assedio), manca il pathos, la fame d'amore e divertimento di Elena rompe le biglie dopo dieci minuti, ma il film è esteticamente graziosissimo, i costumi della protagonista una gioia per gli occhi. Poi fa certe faccette che niente, io ho riso.
Adoro anche che a questo giro si segua la strada della maliarda, senza interventi divini di sorta a giustificare la fuga con Paride, perché non c'è alcun intento moralizzante o di giudizio nei confronti della protagonista: Elena è una donna trascurata e annoiata in cerca di amore e divertimento, che sa di essere piacente e di avere ancora molte frecce al proprio arco (al punto che al suo ritorno a Sparta, dove si fa perdonare dal marito per una sciocchezzuola come le corna e 10 anni di guerra con qualche moina e un paio di vezzi graziosi, quando la noia tornerà a farsi sentire si farà avanti pure con un giovanissimo Telemaco, che sembra apprezzare.
Lieto fine, insomma!
3) ELENA DI TROIA (1956)
    Interprete: Rossana Podestà
Sontuoso Peplum targato Warner Bros e girato negli studi di Cinecittà, come da titolo questa pellicola si incentra sulla figura di Elena e sul suo tragico amore con Paride.
Anche qui nessun intervento divino ma solo umane debolezze.
Paride, recatosi a Sparta in cerca di alleanze militari nonostante i moniti della sorella Cassandra, fa naufragio vicino alla sua destinazione e viene salvato e medicato da una giovane donna. Nei giorni che seguono tra i due nasce una simpatia, ma il dramma è in agguato quando si viene a scoprire che quella che si è spacciata come una semplice serva è in realtà la potente regina di Sparta. 
Anche qui costretta a un amore infelice con un marito geloso, prepotente e con l'hobby di scatenare incontri di boxe tra i principi della Grecia nel salotto di casa (a questo giro persino un Paride in stato di grazia prenderà a schiaffoni Aiace per non farsi reputare meno maschio dalle altre scimmie), troverà nel bel troiano il grande amore.
Un'Elena nella media dei film spada e sandali dell'epoca quella interpretata dalla Podestà, che sa incantare con la bellezza infantile e i languidi riccioli biondi, ma è con la dolcezza e la pietà che conquista davvero i cuori più duri, compresi quelli della suocera ma soprattutto di Cassandra, che pur prevedendo i lutti e i massacri che subirà Troia (a causa dell'avidità dei Greci e non di un sincero interesse verso Elena, bontà loro che lo dicono) addosserà tutta la colpa del conflitto ad Atena. Va anche detto che se la rappresenti così per forza quella si incazza, più che la dea della guerra sembra tua madre che ti strilla di togliere le mutande zozze dal pavimento.
E tutto io devo fare qua, questo palazzo non è un albergo!
Menzione di merito alla barbetta alla Gendo di Achille, ci ho riso tutte e due le ore del film. Ha proprio la faccia da schiaffi di uno che mentre ti scarrozza il cadavere-pupazzo di Ettore per tutto lo spiazzo adiacente le mura di Troia si diverte.
E' una cosa buona.
Ulteriore nota aggiuntiva: segnalo la presenza non accreditata di un giovane Sergio Leone come direttore della seconda unità di regia. Se guardando questo film certe scene di battaglia vi sembrano avere un'aria inspiegabilmente western è perché c'è il suo zampotto paciarotto.

4) LA GUERRA DI TROIA (1961)
    Interprete: Edy Vessel
Un peplum di base neanche malvagio che lascia in secondo piano le trame romantiche e con un buon cast (menzione di merito a John Drew Barrimore nel ruolo di Odisseo), ma che fa in fretta a diventare una svergognata sagra della salsiccia nonché lo one-man show di Steve Reeves, più impegnato a farci vedere quanto Enea sia "bello intelligente affascinante simpatico" che ad offrirci un ritratto complesso o interessante dell'oggetto della nostra analisi, spendiamo solo due parole sulla Elena interpretata dalla nostra splendida triestina Edy Vessel.
Il trucco da circense e l'ampia scollatura ci indicano da subito la femme fatale impegnata più a tessere intrighi contro Enea, l'eroe del popolo e rivale di Paride, e a sedurre il cameraman che a mostrarsi come una creatura complessa, tragica e affascinante.
Sostanzialmente è la classica cattiva dei peplum.
E' lei a indurre Paride a fare le scelte moralmente più discutibili, lei a instillare in lui la voglia di prendere le redini del comando una volta morto Ettore (si ha quasi il dubbio che nella sua dipartita ci abbia messo un po' lo zampino); lei che, prima di riservare un'ultima inspiegabilmente affettuosa carezza d'addio a un Paride morente, mentre Troia brucia si presenterà al marito Menelao vestita di un abito attillatissimo nero e scarlatto, con la verve riservata all'esaurimento del cavolo riccio dal banco verdura alla Conad.

5) IL LEONE DI TEBE (1964)
    Interprete: Yvonne Furneaux
La risposta del cinema italofrancese a una domanda che nessun lettore di Omero ha mai posto (giacché lo sa benissimo), ovvero, cosa è successo a Elena dopo la caduta di Troia
Risposta giusta: è tornata a Sparta col marito.
Risposta del film: mentre tornava a Sparta la sua nave ha fatto naufragio al largo delle coste egiziane, dove viene salvata dalla fedele guardia del corpo Aryan (interpretato dal petto di pollo Mark Foster): giunta a Tebe desterà l'interesse del faraone Ramses, e questo darà vita a una serie di intrighi a caso, e a una tenera storia d'amore proibita tra la principessa e il succitato petto di pollo.
Ironia a parte penso che l'ambientazione egiziana del film sia dovuta a una ripresa molto labile della versione del mito come raccontata da Euripide, in cui di Elena non è mai stata rapita: Ermes ha condotto Elena al sicuro in Egitto per volere di Era che voleva vendicarsi di Paride per la questione della Mela, lasciando al suo posto un simulacro di fumo (eidolon). L'Elena del film è stata effettivamente rapita da Paride ma in villeggiatura in Egitto ci va lo stesso, e la sua natura di eidolon ci viene rivelata dal fatto che pur essendo appena scampata a un naufragio a inizio film ha i capelli perfettamente asciutti e trucco in ordine. In più dopo ore nel deserto manco suda.
Spendiamo due parole su questa Elena, che a dispetto della natura leggerina del film ci offre qualche spunto di riflessione, dovuto al fatto che questa donna si è lasciata alle spalle Troia e non ha più sulla spalle lo spettro della guerra e della disfatta, una passione bruciante né il timore di rappresaglie da parte di un marito vendicativo (che cionondimeno non la ama più, se mai la ha amata, e la vede solo come un bottino di guerra).
Questa Elena è bella ma non è seducente.
Respinge con ferma educazione le avances di un faraone.
Invece di fare a gara a chi piscia più lontano con la femme fatale della situa (la cugina e promessa sposa di Ramses, Anais, gelosa delle attenzioni riservate dal suo amato alla bella straniera) cerca la sua amicizia e la sua alleanza, assicurandole quanto non sia una minaccia per lei quindi non c'è bisogno di essere così un palo nel culo. 
Questa Elena anela solo una cosa, la pace.
Vuole tornare a Sparta e dimenticare il lutto e la guerra a spese della propria felicità, anche a costo di diventare la moglie trofeo di un Menelao (Alberto Lupo) che non solo non prova più nulla per lei, ma non si cura nemmeno più se la sua regina vive o muore in quel di Tebe. Questo ovviamente le offrirà la scusa morale per una seconda platonica liason con il petto di pollo ancora prima che il marito spiri assumendo pose comiche mentre si coccola con un mucchio di denari.
Addio Alberto, insegna agli angeli a rapire galline dai pollai
in barba al cane Mosé.

Carino, tra parentesi, che a una certa Elena giuri e spergiuri di aver chiuso il suo cuore all'amore dalla sua disavventura a Sparta; sarebbe ancora più carino se tipo due minuti dopo non si sfiorasse il limone languido con Aryan.

6) IL DOTTOR FAUSTUS (1967)
    Interprete: Liz Taylor
Registrazione trasformata in film (pare con tagli abbastanza osceni a detta della critica contemporanea) di un lavoro teatrale che Richard Burton portò sulle scene della Oxford University Dramatic Society l'anno prima insieme a Nevil Coghill tratto dall'opera "The tragical story of Doctor Faustus" di Christopher Marlowe (1588).
La storia narra di un saggio talmente avido di sapere da peccare di hybris e non accontentarsi più dello scibile umano: avvertendo l'inesorabile scorrere del tempo si avvicina alle arti oscure in cerca dell'immortalità: evocherà Mefistofele, il quale gli concederà una nuova giovinezza e 24 anni di servitù, durante i quali Faustus si darà ai bagordi, alla blasfemia e alla figa in cambio della sua anima immortale. Invece di pentirsi ipocritamente in punto di morte come i bravi cattolici, Faustus adempie alla sua parte del patto, nonostante abbia avuto per tutto il tempo la possibilità di pentirsi e salvare se stesso dalla dannazione eterna. 
In punto di morte evoca la donna più bella mai esistita, Elena per essere confortato nel momento in cui il dubbio e il terrore prendono il sopravvento ma Elena, un'ombra del passato, dannata quanto lui, non ha vera consolazione da offrirgli.
A questo giro Elena smette di farsi donna, principessa e personaggio del mito pagano per diventare Evasimbolo cristiano della seduzione del male: la natura evanescente, metaforica e non umana è accentuata dal fatto che la Taylor, il cui fantasma evanescente compare a più riprese in corso di pellicola senza spiccicare una parola, non mantenga mai le stesse sembianze.
Si mostra ora bionda ed efebica e vestita d'oro e bianco, quasi sacrale nelle fattezze (a mostrare quale incredibile inganno possa rappresentare il male), poi mora e florida; ora completamente coperta d'argento coi capelli che sembrano i tubi flessibili del doccino e in chiusa col makeup rubato a Poison Ivy, nel ruolo del demone infernale (Lucifero in persona?) che accoglie un riottoso Faustus a braccia aperte e lo stringe a sé mentre lo conduce tra le anime dannate. 
Insomma Burton l'ha toccata pianissimo, alla Taylor mancava solo il cartello al collo con su scritto: 
"Occhio che la figa porta all'inferno".

7) LE TROIANE (1971)
    Interprete: Irene Papas
Trasposizione dal taglio sporco e quasi documentaristico dell'omonima tragedia di Euripide (414 a.C) ambientato alla fine del conflitto, nel momento in cui le fiere donne troiane sono in balia dei Greci, in procinto di conoscere il loro destino.
C'è Ecuba, regina di Troia privata del marito e dei figli Ettore e Paride ma non della dignità di regina; Cassandra, qui lucida come non mai e più di tutte consapevole di ciò che le aspetta (la servitù-concubinato tra le braccia di chi ha ucciso i loro cari), e per questo la più pronta ad opporvisi con la morte; Andromaca, moglie di Ettore, che di contro cede a un destino che sembra ineluttabile e si dona ad Astianatte nonostante questo non cambi quello che i Greci hanno riservato a suo figlio Astianatte (la morte, perché la linea di sangue troiana venga estinta.
Poi c'è Elena.
Elena, che attende il suo destino in una prigione di fango e sterpaglie da cui non si vedono che gli occhi e le forme sensuali. A sottolineare il suo profondo distacco dalle donne troiane e accentuare l'aura di mistero e meraviglia (parliamo comunque di una donna così bella da causare una guerra durata 10 anni) ci viene celata alla vista fino all'arrivo di Menelao, il quale dovrà decidere della sua sorte: farla tornare a Sparta al suo fianco da regina, o la morte.
Ma questa Elena non ha intenzione di subire passivamente il fato senza provare a perorare la sua causa ed eccola uscire dal suo rifugio con capelli raccolti in una crocchia elegante, i gioielli a ricoprirla da capo a piedi, lo sguardo vibrante, pronta a discolparsi da tutte le accuse con un'astuzia che ci fa capire in cosa risieda il suo vero fascino.
Non nella vuota seduzione.
Non nella perfezione divina dei lineamenti.
E nemmeno nel suo essere innocente vittima dei capricci divini.
Il fascino di questa Elena umanissima, ed è quello che la rende la mia preferita anche se paradossalmente è quella con cui è più difficile empatizzare, sta nella forza e la passione con cui si aggrappa alla sopravvivenza a ogni costo (laddove Cassandra vede nella morte un atto di suprema libertà e Andromaca e Ecuba subiscono con rassegnazione) e nella scaltrezza.
Non appena le viene dato modo di parlare, non spreca l'occasione: supplica, si infuria, minaccia, incolpa chiunque non sia lei stessa di quanto accaduto (Paride che l'ha portata via, Menelao che l'ha lasciata sola, Afrodite che l'ha stregata, i troiani che non le hanno permesso di raggiungere i Greci alla morte del suo rapitore), e in ultimo, quando tutto questo sembra non bastare, seduce il marito che ancora non è indifferente al suo fascino per aver salva la vita.
Menzione di merito al fatto che una volta tanto la donna più bella della Grecia sia interpretata da una bella donna greca, bontà loro.

8) ETTORE LO FUSTO/IL DRITTONE (1972)
    Interprete: Rosanna Schiaffino
Commedia scollacciata all'italiana che riprende in modo canzonatorio e boccaccesco la vicenda della guerra di Troia trasferendola in quel della Capitale: Ettore è il gestore di La Troika, una maison di lusso frequentata dalle più alte cariche politiche e clericali, che rifiuta di vedersi espropriare la proprietà dal cardinale Giove (Vittorio De Sica).
Insieme al conte Mercurio si tramerà nell'ombra per spingere la bella Elena, sexy moglie del gelosissimo e violento proprietario di bar per camionisti Menelao, tra le braccia di del fratello di Ettore, e scatenare in questo modo una guerra tra i due contendenti che permetterà alla "giustizia" di trionfare.
Sostanzialmente qui Elena è la classica avvenente porcona di questo genere di film, se ne apprezza la simpatia ma risulta poco memorabile nel contesto di un'analisi sul personaggio.
Mero pretesto per scene pruriginose.
Se non altro nessuno ne giudica la libertà sessuale o la sminuisce perché la dà via a chiunque voglia come se non fosse sua. Ignoro volutamente il successivo Elena sì, ma di troia (1973) per i motivi di cui sopra. Ma tanto è solo oggi che l'italia produce filmacci mentre invece prima erano tutti capolavori della settima arte. Guardatevi 'sti film e ringrazierete il cielo per l'esistenza di capolavori di critica sociale borghese come Vacanze di Natale.

9) XENA - PRINCIPESSA GUERRIERA (serie tv - 1996)
    Interpretere: Galyn Görg
"Al tempo degli dèi dell'Olimpo, dei signori della guerra e dei re che spadroneggiavano su una terra in tumulto, il genere umano invocava il soccorso di un eroe per riconquistare la libertà. 
Finalmente arrivò Xena, l'invincibile principessa guerriera forgiata dal fuoco di mille battaglie. La lotta per il potere, le sfrenate passioni, gli intrighi, i tradimenti furono affrontati con indomito coraggio da colei che, sola, poteva cambiare il mondo."
PARA PA PA'!
Finito il momento nostalgia verso la nostra dea della violenza, parliamo dell'episodio in cui compare Elena, Beware Greeks bearing gifts (1996): qui come da copione la donna, moglie (per matrimonio combinato) del re Menelao, si è innamorata del principe Paride, è fuggita con lui  e ciò ha causato la guerra di Troia.
L'episodio si apre a conflitto inoltrato, dandoci modo di vedere non più una fanciulla nel pieno della passione amorosa ma una donna adulta e disillusa: Elena non prova più per Paride quello che sentiva all'inizio. Il tempo è passato, il conflitto logorante li ha separati, e le rassicurazioni del principe troiano sul fatto che la fine del conflitto sia vicina non placa i suoi timori.
Manda un uomo fedele in cerca di Xena, sua amica di gioventù, perché la aiuti a tornare di nascosto da Menelao, convinta che questo porrà fine al conflitto (Xena in seguito le dirà che restituirla non cambierà assolutamente nulla visto che la guerra riguarda solo l'orgoglio di uomini lesi nell'onore, e personalmente apprezzo sempre quando si fa capire che non ruota tutto intorno a un bel faccino)
La scena si sposta sulle due protagoniste che per motivi di sceneggiatura si trovano poco distanti, ed è interessante vedere per una volta un punto di vista esterno al conflitto, cosa che ci permette di riflettere su qualcosa che non siano le gesta dei grandi eroi e degli dei. Olimpia/Gabrielle infatti vorrebbe recarsi nella vicina città di Troia in cerca di ospitalità e provviste (e per vedere la bellezza leggendaria di Elena, furbina) ma Xena la dissuade. C'è un conflitto in corso, le dice, la città è pericolosa, e dubita che dopo 10 anni di assedio sia rimasto molto cibo da condividere con i viaggiatori. Nel corso dell'episodio si vedrà addirittura un ex fidanzato di Olimpia, un tempo pacifico contadino, reinventatosi come guerriero per difendere la sua città.
Questa Elena non è una ragazzina innamorata né una vittima passiva del volere divino: è una donna adulta che ha smesso da tempo di credere nel vero amore, combattuta tra il senso del dovere (tornare con un uomo che non ama per porre fine alla guerra) e la propria felicità.
La fine a questo giro è lieta, per lei.
Perderà Paride ad opera del traditore Deifobo ma sarà salvata da Xena mentre Troia è data alle fiamme dai soldati greci: si allontanerà con i pochi troiani sopravvissuti al massacro, pronta a cominciare una nuova vita.
Nota di merito finale: anche a questo giro Elena non è la solita fighina nordica fresca di centro estetico pescata dal cesto delle modelle prestatesi alla recitazione ma una donna matura, mediterranea, con un'esplosione di riccioli scomposti in testa.

10) HERCULES (serie tv animazione - 1998)
    Interprete (voce): Jodi Benson
Nella serie d'animazione Hercules tratta dall'omonimo film Disney del 1997 Elena è un personaggio secondario ricorrente, queen del liceo Prometeo e ragazza più popolare della scuola.
Rappresenta il prototipo della ragazza bella e svampita,  che a scuola non brilla quanto nei rapporti sociali ma lungi dall'essere la Regina George della casa del topo è anche una ragazza estroversa ed entusiasta e una buona amica a cui importa sinceramente degli altri, siano essi popolari come Adone (cerca di fare in modo, spesso senza successo, che non dica o faccia stupidate) o meno popolari come Hercules e Cassandra (coinvolgendoli nelle attività più cool). E' principessa ma non c'è alcun legame di parentela con Hercules come nel mito.
Curiosità: Nell'episodio Hercules e il figlio di Poseidone Elena si traveste da sirena: una strizzata d'occhi al fatto che la sua doppiatrice Jodi Benson nel 1989 ha doppiato Ariel.

11) HELEN OF TROY - IL DESTINO DI UN AMORE (2003)
      Interprete: Sienna Guillory
Film televisivo in tre parti di quasi 3 ore complessive che nonostante si chiami Elena di Troia nei titoli di testa ci schiaffa il faccino di Paride.
Quindi già ci possiamo aspettare che Elena sarà fondamentale come lo zafferano nel caffè, il solito bel faccino in cerca d'amore con intorno la solita sagra della salsiccia tagliata con l'accetta, uno scontro tra i malvagi, ottusi, violenti principi Greci versus i buoni troiani amici della libertà e difensori dell'amore.
I soldoni, una buona occasione sprecata, ma avere a disposizione un intero film incentrato su Elena per  partorire la solita cacata Harmony denota comunque un certo talento.
Si riesce solo a sapere qualcosa di più sulla giovinezza di Elena, che alla fine risulta la parte più interessante essendo quella meno affrontata sia dalla letteratura classica che dalle precedenti pellicole, dove la fantasia dello sceneggiatore può volare libera.
La vediamo "ragazzina" (l'attrice è sempre la splendida Guillory, che i nerd ricorderanno per aver interpretato Jill Valentine in Resident Evil) un po' maschiaccia: monta a cavallo con disinvoltura, risponde a tono ai fratelli, contravviene sistematicamente agli ordini di un padre anaffettivo e non si fa intimorire neanche da Teseo, l'uomo che la rapisce col proposito di farne la sua sposa una volta raggiunta l'età giusta (di cui poi inspiegabilmente lei pare innamorarsi. Deve essere tipo imprinting delle papere, mi rapiscono e ZANG, sono tua).
Costumisti ubriachi e dove trovarli
Dopo circa mezz'ora questa ragazzina sparisce dai radar per lasciar posto a un'incudine appesa ai testicoli utile come il due di coppe quando la briscola è spade col broncetto perenne in volto e lo spettatore arriva a pensare che la versione più sbarazzina potevano anche fare a meno di mettercela. 
Resta la solita damina tristanzuola costretta a unirsi a un uomo che non ama scelto dal caso (nel mito è lei a sceglierlo, qui si vuole continuamente amplificare l'effetto drama con espedienti da romanzo rosa) e che il giorno delle nozze la fa girare nuda a sollevare vassoi invisibili nella sala del trono in mezzo a decine di altri uomini perché boh.
E che farà il bagno nuda con Paride mentre fuori infuria la morte perché boh. E che durante l'incendio di Troia, quando Paride è già spirato, verrà stuprata da Agamennone-cattivo-perché-sì davanti a Menelao che a questo giro prende le corna più che sportivamente perché, ancora una volta, boh.
C'è sempre una valida scusa per mettere la Guillory a chiappe di fuori.

12) TROY (2004)
      Interprete: Diane Kruger
Non ho mai nascosto di avere un serio problema con Troy, pur non essendo una di quelle persone che pretende la trasposizione esatta del mito: un film che grida America dal cuore del mondoⓒ, una pellicola talmente scema da aver inventato dal nulla una tenera storia d'amore etero tra Achille e la schiava Briseide perché al John Smith mangia-hotdog medio con il grilletto facile non venisse il sospetto che tra Brad Pitt e Patroclo potesse esserci qualcosa di vagamente ambiguo.
Anche se la scena con Priamo (Peter O'Toole) che va a reclamare da Achille il cadavere di Ettore (Eric Bana) ci regala momenti di una delicatezza straziante che mi hanno fatto scappare una lacrimuccia, quindi non tutto è da buttare.
... Compresa Elena?
Diciamo che Elena si adegua a questa sagra dei tamarri quindi, semplicemente, è bellina bellina e se ne sta in disparte a interpretare il ruolo della fanciulla innamorata e infelice che si attira odii e invidie però è buona e vuole solo seguire il suo cuore: a livello caratteriale è un fermaporte e a livello di trama è totalmente inutile
Sostanzialmente rubare a Menelao il Golden Retriever sarebbe stato lo stesso.
Qua la vestono direttamente da lampadario
così l'oggettificazione è completa.

Non a caso all'inizio il regista Wolfgang Peterson non reputava vitale trovare un'attrice che la interpretasse, ed è stato praticamente tirato per i capelli dai produttori incapaci di rinunciare alla quota-figa: la scusa che nessuna avesse il viso adatto a interpretare la quintessenza della bellezza lascia il tempo che trova, visto che se un personaggio serve alla tua storia va bene mettere davanti all'obiettivo pure una zucchina con una parrucca. E forse la zucchina con la parrucca avrebbe fatto un lavoro migliore: non tanto per colpa della Kruger, che pure non è che brilli con la faccia di chi sta pensando al conto in banca e quell'accento teutonico che non le riesce di eliminare, quanto per l'inconsistenza della sua Elena, che è né più né meno la solita impotente damina in difficoltà che tanto piace agli Americani del 2000 che i loro eroi greci li vogliono etero e violenti e le femmine languide e mute.

Nota finale per rimarcare quanto è scemo questo film: Nella director's cut c'è la scena del ritorno a Troia con Elena al fianco in cui non si capisce perché all'arrivo di Paride e Ettore tra il popolo scoppino grida di giubilo e si lancino coriandoli di carta (... e le vuvuzela no?): ok che è bello veder tornare sani e salvi i principi della tua città, che qualsiasi scusa è buona per mollare il lavoro, ma questi due imbecilli si erano recati a Sparta in cerca di accordi di pace e sono tornati con la moglie del loro re, che probabilmente sta già salpando in direzione Asia Minore per sderenarvi tutti.
La missione è un fallimento, che cazzo applaudi?
In tutto questo dovrei provare empatia verso la povera e timida Elena che distoglie lo sguardo da un gruppo di comari che le sparlano dietro e la guardano con aria ostile da un balcone in lontananza? Mi pare il minimo vista la situazione, dovrebbero lanciare addosso cacca di cavallo a tutti invece dei coriandoli.
"Le donne sono le peggiori nemiche delle donne" e altri cliché...
Non manca proprio nulla a questo film.
13) TROY: FALL OF A CITY (2018)
      Interprete: Bella Dayne
Achille nero
.
E ci siamo tolti il dente.
No, anzi, voglio dire un paio di cose in proposito: non mi interessa riaprire la questione su se sia storicamente giusto o meno la presenza di un principe greco o una divinità di colore dal momento che se è vero che Omero descrive Achille di un biondo ramato è anche vero che descrive lo scaltro Odisseo come un uomo dalla pelle scura e i capelli lanosi mentre qui lo interpreta un inglese; non mi interessa disquisire se la divisione così netta tra neri e bianchi sia un costrutto europeo di età moderna nato con la schiavitù o se già in epoca antica ci fosse una netta distinzione tra ceppi dominanti provenienti dal nord e gli autoctoni, né se il biancore della pelle fosse o meno segno di divinità quindi non potessero esistere nella Grecia di quei secoli principi di etnia etiope.
Ma una riflessione vorrei farla.
Praticamente ogni volta che si ficcano neri a caso in un'opera che mira non tanto a includere le minoranze per sincero interesse quanto a triggerare gli haters per questioni di marketing, la scelta non ricade mai sulla quota-passera.
Perché se su carta nero è bello, al botteghino la figa bianca è ancora la più gettonata: ecco quindi che se Atena, a cui non si richiede di essere bella ma forte e intelligente, può sfoggiare la pelle d'ebano di suo padre Zeus, la dea dell'amore e della bellezza Afrodite (Lex King, sudafricana britannica) e Elena (Bella Dayne, tedesca) sono, che caso, bianche. Almeno, bontà loro, Elena è mora. Questo solo per sottolineare l'ipocrisia di fondo della nuova Hollywood, la chiudo qui.
Essendo la trama spalmata su 8 episodi di un'ora l'uno c'è tempo di raccontare anche l'infanzia di Elena e Paride proprio come la miniserie televisiva del 2003 ma con qualche scena di sesso pruriginosetto in più perchè se funziona per Game of Thrones noi chi siamo, i figli della serva? Di contro a questo giro si spinge un po' meno sul pedale del drama Harmony: Priamo non ha cercato di uccidere Paride perché Cassandra ha predetto la rovina di Troia a causa sua, ma è stato portato via dai lupi e nessuno se n'è accorto (ti fanno già capire che menti geniali siano i Troiani); la vita di Elena a Sparta non è la sagra del melodramma e non gira nuda davanti a tutti i suoi ospiti, ma è "semplicemente" una donna un tempo libera e selvaggia e che ora sfoggia l'espressività di un parafango che il marito arretrato come tutti i greci ha domato, e così via.
Anche qui abbiamo l'ennesima riproposizione di una donna infelice ma buona e generosa che sceglie di seguire il cuore piuttosto che pensare ai suoi doveri di regina e a questo giro anche di madre, ma a livello recitativo la Dayne riesce a raggiungere le alte vette di Corinna Negri. Insomma, sembra che al mondo non esistano attrici belle e brave disposte a partecipare a questi film.
"Io ho... gli anni che ho."
Viene da pensare che con questo sguardo vacuo e il tono monocorde volessero dare l'idea di una donna spenta e disillusa, soggiogata dalla vita di palazzo e da un Menelao che la tratta come un soprammobile, oltre ad avere l'incazzo facile (arriverà addirittura ad aggredire Achille, che invece di smontarlo come un autoradio abbozza. Ma lo vedi che è l'ultimo dei problemi che sia nero, 'sto mastro lindo con l'elmo da stronzo?)... Il problema è che nemmeno quando si dovrebbe accedere di passione per Paride fa una piega. 
Meno espressivo di lei c'è solo il cavallo di legno, e pur essendo una bella donna nemmeno fisicamente riesce a spiccare sul resto del cast (paradossalmente resta più impressa Andromaca, che le somiglia pure parecchio). Caratterialmente è il solito fighino sciapito, da cui non ci si riesce a scostare nemmeno nel 2018: Elena deve diventare una santa per renderla un personaggio verso cui il pubblico possa provare empatia.

*

CONCLUSIONI...
Ci sono state offerte molte interpretazioni sia caratteriali che fisiche di Elena di Troia (dal momento che, come affermò al tempo il regista Wolfgang Peterson, è impossibile trovare un'attrice che rispecchi oggettivamente la bellezza perfetta, quindi ognuno ha seguito la propria idea estetica. A patto che fosse caucasica), ma in linea generale a trionfare anche nel cinema è la versione che la vede povera vittima degli eventi.
La santa, insomma, vince sulla puttana.
In pratica la si incatena sull'altare votato alla Santa Madre, lasciandola piatta, inconsistente, poco interessante e in disparte a meno che non ci accenda d'amore, mentre in primo piano gli uomini combattono, soffrono, si incazzano e muoiono per lei, o in alternativa la si trasforma nel cliché di una zozzona malvagia con l'approfondimento caratteriale di una pigna. Questo nonostante Elena sia il perno attorno a cui si muovono gli eventi della guerra di Troia.
Solo una volta Elena risulta meravigliosamente consapevole del suo potere, libera complessa e affascinantissima: l'Elena della Papas che è sensuale, forte e domina la scena mostrandoci esattamente COME sia riuscita a far assediare una città per dieci anni e al tempo stesso ci mette di fronte alla fragilità della sua condizione di donna greca, che deve la vita e la morte ai capricci dell'uomo che la reclama. Era il 1971, e non si è più replicato quel miracolo.
Ma se siamo diventati talmente paXXerelli da arrivare a concepire un Achille di colore, possibile che nemmeno alle soglie del 2021 si riesca a dar vita a un personaggio femminile complesso che domini la scena invece di ricorrere sempre ai soliti pigri cliché del piffero?
Eh de', sarebbe ora...