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martedì 9 gennaio 2024

[Recensione] THE HOLE, di Hye-Young Pyun

Recensione di "The Hole", di Hye-Young Pyun
Titolo originale:
 
Autore: Hye-Young Pyun
Traduzione: L. Iovenitti
Edizione: Mondadori
Pagine: 175
Anno: 2017


Suggerisco per questa recensione di saltare direttamente alle conclusioni per decidere se leggerlo o meno perché qualsiasi riflessione si voglia fare su questo romanzo contiene SPOILER, e The Hole è un romanzo che a mio avviso va scoperto da sé. Altrimenti proseguite pure ma a vostro rischio.


The Hole nasce come sorta di spin off di Caring for Plants un precedente lavoro commissionato all'autrice per una rivista letteraria, spin off reso necessario dal fatto che a detta della stessa Hye-Young Pyun Oghi e sua moglie non avessero concluso il loro arco narrativo.
Così nasce The Hole, opera dal titolo la cui sfumatura va per forza di cose a perdersi nella traduzione: il termine coreano 홀 (hol) infatti non è solo la traslitterazione dell'inglese hole, che indica un buco, ma anche un prefisso coreano che significa "solo", e va ad indicare nello specifico qualcuno che è rimasto vedovo, proprio come il nostro protagonista Oghi, che ha perso la moglie a seguito di un incidente d'auto.
Nel corso dello stesso incidente Oghi, che era al volante, subisce gravi lesioni che lo lasciano quasi del tutto paralizzato, e da uomo di successo che era (professore universitario che sulla soglia dei 40 anni è riuscito a costruirsi una solida carriera accademica a dispetto degli studi in geografia e cartografia che non ti fanno piovere esattamente addosso le occasioni) diventa un vegetale: quasi totalmente incapace di muoversi (riesce a muovere, poco e male, il braccio sinistro) e comunicare se non attraverso lo sbattere delle palpebre che gli consentirà solo di rispondere sì o no alle domande che gli vengono poste, Oghi è alla completa mercé dal prossimo.
Dopo un breve soggiorno in ospedale tornerà a casa dove sarà l'unico membro della famiglia che gli è rimasto, sua suocera, a prendersi cura di lui.

Il punto di vista di Oghi, la nostra unica voce narrante, è fin dall'inizio angosciante e claustrofobico, perfetta rappresentazione di un uomo solo, incapace di comunicare i suoi pensieri al prossimo: il romanzo è una finestra su una mente intrappolata in un corpo morto e che non riconosce più come il suo, non solo perché non risponde più ai suoi comandi ma anche dal punto di vista meramente estetico dal momento che l'incidente lo ha lasciato gravemente sfigurato. 
Persino la casa in cui ha vissuto per tanti anni gli pare estranea: il giardino che sua moglie curava quasi ossessivamente è morto tranne l'odiato rampicante che ha ormai invaso tutto il lato posteriore dell'abitazione; la camera da letto, che diventerà per questo nuovo Oghi il mondo, è trasformata nella stanza di un degente.

Inizialmente non possiamo far altro che rattristarci per Oghi e per la sua situazione, biasimare chi lo circonda per averlo abbandonato nel momento di maggior bisogno o l'atteggiamento abilista di una società che abbandona i pesi morti, senonché man mano che la narrazione prosegue e il protagonista si fa scappare di bocca qualcosa che forse non era sua intenzione condividere diventa sempre più difficile fidarsi del punto di vista del narratore o anche solo simpatizzare per lui.
Scopriremo infatti che la carriera tanto faticosamente costruita si è basata su menzogne, arrivismo e piaggeria. Il matrimonio è allo sbando da tempo e lui ci si stava aggrappando solo per pigrizia, e per il testardo attaccamento all'idea di una vita pacata di stampo alto borghese dopo un'infanzia da fallito. Non si lesinano alla tanto amata moglie critiche sul modo in cui sta perdendo tempo e sprecando la vita in attività poco proficue, abbandonando (a detta sua) alle prime difficoltà ogni progetto che la vedeva inizialmente entusiasta (tranne il suo giardino), il tutto condito da paternalismo benevolo alla "ma sì che si incapricci con le piante, tanto la mantengo io".
Eppure la colpa non è mai sua.
E' la moglie ad essere strana, che non si impegna abbastanza per la loro felicità (o per la propria, dando a intendere che sia il suo modo di vivere la renda infelice e non il comportamento di un marito assente che pensa più a fare spunte sui successi della sua vita che a tenere insieme il loro rapporto), è il collega di lavoro che ha fatto delle cose per cui Oghi ha dovuto denunciarlo ai superiori, è la sua giovane studentessa che si è fatta avanti e l'ha provocato portandolo ad allacciare una breve relazione con lei, e poi è roba vecchia, e poi lui non l'ha mai confessato quindi al momento sono solo fantasie paranoiche della moglie. 
Una cosa non sapremo mai: se l'incidente sia stato davvero un incidente e chi sia il responsabile. L'unica cosa che sappiamo è che Oghi non avrebbe mai voluto essere presente a quell'incidente, affannato com'era a inseguire il sogno di una vita tranquilla e senza scossoni.

Ci si comincia a chiedere quanta acqua stia tirando al suo mulino per suscitare la nostra compassione, quanto stia omettendo volontariamente parandosi il sedere dietro l'amnesia da shock, di modo tale che la nostra percezione cambia, la simpatia fa spazio al fastidio man mano che il buco, lo hole, una vera e propria macchia nera che apre ogni capitolo del romanzo si va ingrandendo, e persino quelli che a conti fatti sono i suoi carnefici o semplicemente persone di merda che lo abbandonano non assumono più le tinte da villain abilisti ma semplicemente di persone che non sono più tenute dalle convenzioni sociali a mostrargli simpatia e rispetto.
Oghi, se ci si riflette col senno di poi, risulta anche così egocentrico che è l'unico a possedere un nome: nemmeno la moglie, quasi che fosse una figurina di cartapesta persa nei ricordi, un personaggio di poco conto esattamente come il fisioterapista, la badante o sua suocera.

La suocera, che si tiene a specificare sia di sangue misto (per metà giapponese, etnia non particolarmente simpatica ai coreani e il sentimento è reciproco visti i poco piacevoli trascorsi storici) viene inizialmente trattata come una figura affascinante, incomprensibile e misteriosa su cui Oghi si sofferma molto poco, e solo per accantonare le sue stranezze come una caratteristica di razza, manco fosse uno Shiba Inu.
E' giapponese, per forza tiene le urne dei morti in casa.
E' giapponese, per forza parla da sola nella sua lingua ed è elegante e taciturna.

La suocera di Oghi, dapprima famiglia e poi l'aguzzina che gli ruba i soldi per darli ai santoni pseudocristiani, umilia Oghi in più occasioni, gli fa terra bruciata intorno, lo isola dal mondo e trascura i suoi bisogni, è anche una persona che ha perso l'unica cosa che amava al mondo, sua figlia. Una figlia che come ultima fatica letteraria (e con la stessa costanza riservata al suo bel giardino) aveva scritto e lasciato in bella mostra nello studio un j'accuse proprio ai danni del responsabile della sua infelicità (un'infelicità in cui forse la stessa suocera si rivede, essendo stata intrappolata in un matrimonio infelice con un fedifrago che a causa del suo tradimento ha pure perso il posto di lavoro, ma non lo sapremo mai dal momento che Oghi pensa sempre e solo a Oghi, cosa che a una certa diventa anche giustificabile). Un responsabile che ora è alla sua totale mercé.
Può definirsi un comportamento eticamente giustificabile?
No, ma è umano, proprio come quello di Oghi.

IN CONCLUSIONE. . .

Shiba finale, just 'cause.
The Hole
è un romanzo dalla tensione fortemente psicologica che può lasciare delusi se ci si aspetta una conclusione fatta e finita o anche solo comprensibile, un racconto che fa della suspence e del non detto il suo punto di forza, e che va letto con calma e attenzione a dispetto della brevità per cogliere tutti i non detti. Come buona parte della narrativa orientale si appoggia all'idea che la vita sia composta in buona parte da mistero e non si debba proprio raccontare tutto-tutto, o dividere tutto in buoni e cattivi tagliati con l'accetta. 
Frustrante ma tocca accollarselo.

Richiama a Misery di Stephen King come promette la quarta di copertina? Meh... Impossibile non fare paragoni dal momento che parliamo di una persona alla totale mercé del suo carnefice, un carnefice che lo conosce intimamente (dal punto di vista professionale in King, dal punto di vista di un defunto in Hye-Young Pyun), di un orrore che nasce dall'idea di non poter disporre del proprio corpo e di non poter comunicare. Dall'essere lasciati insomma completamente soli e in mano a una persona altrettanto sola che però ha il potere di disporre di noi a suo piacimento, senza limiti legali o morali a trattenerla.
Ma The Hole è un libro che non vuole fare orrore o improntarsi sul mistero ma concentrarsi specificatamente sull'isolamento (che non è solo l'isolamento causato dalla malattia di Oghi ma da una mancanza di comunicazione endemica e generalizzata): parla soprattutto della vita, di quanto sia effimero e vuoto quello che consideriamo successo, e di quanto in ognuno di noi (anche in Oghi, anche prima del suo incidente) ci sia un buco (o una solitudine, se vogliamo far fede al termine coreano) pronto ad espandersi e a inglobare tutto se non si fa tutto il possibile per prendersene cura, proprio come la moglie di Oghi faceva col suo giardino. Oghi insomma era solo già da prima di diventare un "peso per la società" e "l'assassino di sua moglie" e tutti i successi di cui andava così fiero (a dispetto di quelli che alla sua età facevano i conti col fallimento, sua moglie compresa) erano fuffa.
Così come sua suocera era sola da prima di perdere fisicamente sua figlia, anche se la vediamo spesso parlare tra sé e sé in giapponese, una lingua che Oghi non conosce (ancora una volta, incomunicabilità), si presume coi morti: una sorta di auto-inganno, come quello dell'Oghi di successo (o nel breve momento in cui è convinto di star muovendo le gambe).

Insomma, una lettura per gli amanti dei flussi di coscienza psicologici più che per quelli dell'orrore, che taggo nel genere horror un po' a martellate. Non gli do un voto pieno perché sono una di quelle anime belle che il finale lo vuole o si sente presa per i fondelli, con buona pace dello stile della sensibilità orientale.

Giudizio finale:

sabato 6 gennaio 2024

[Recensione] THE DOME, di Stephen King

Recensione del romanzo The Dome di Stephen King
Titolo originale:
 Under the Dome
Autore: Stephen King
Traduzione: T. Dobner
Edizione: Sperling & Kupfer
Pagine: 1036
Anno: 2009

Premesse:
Si comincia questo 2024 alla grande. Letteralmente, considerando la mole del romanzo che in italiano si è pensato bene di tradurre con un titolo inglese ma eliminando la parola Under presente in originale. Termine difficile per il frequentatore di librerie nostrano, che è ancora fermo alla lezione di Duolinguo in cui the pen is on the table. 

Ora, voglio premettere che non sono mai stata una Bimba del Re dell'incubo, posto che l'unico incubo per quel che mi riguarda è sempre stato approcciarmi ad un suo romanzo a parte poche eccezioni (Unico indizio la luna piena, Misery, Ossessione). La mia decisione di leggere questo romanzo però non è stato dettato dal desiderio di spalare popò su un autore molto amato per il puro gusto di veder scattare sull'attenti i fanboy ma dalla pura e semplice curiosità e con tutta la migliore disposizione del mondo.
Però, come il maccarone, se mi provochi io me te magno.

DUE RIGHE DI TRAMA

Attorno al 2012 (non si fa riferimento a un anno preciso perché in The Dome anche il tempo, come il male, è oscuro ma da qualche parte nel libro si fa riferimento alla rielezione di Barack Obama) alle 11:44 del 21 ottobre attorno a una piccola cittadina del Maine, Chester's Mill, compare una barriera invisibile, semipermeabile e indistruttibile.
Non si sa da dove arrivi, chi l'abbia messa lì o perché.
E' Dale "Barbie" Barbara, cuoco presso la tavola calda locale che sta cercando di abbandonare la giurisdizione a causa di una disputa avuta con un gruppo di cattivi soggetti del posto per questioni di figa (e quando ti sbagli?), il primo a prendere atto del peculiare e spaventoso fenomeno senza schiantarsi di faccia contro quella che verrà chiamata la Cupola, mentre intorno a lui tutta una serie di comprimari sacrificabili gli si spalmano attorno tipo le mosche contro i vetri.
Dramatization: le prime 100-150 pagine
di questo romanzo
Da qui, in una settimana scarsa, le cose per Barbie e per gli abitanti di Chester's Mill degenerano così rapidamente e a tratti forzatamente che la crisi fa il giro e il libro diventa la parodia di un postapocalittico che vorrebbe dimostrarci quanto sia facile per una massa spaventata (ma soprattutto malguidata) regredire allo stato bestiale
, grazie soprattutto ai perfidi intrighi da villain dei cartoni animati del secondo consigliere e venditore di auto usate di Chester's Mill, "Big Jim" Rennie, un tizio ovviamente grasso e disgustoso, come nella tradizione del politico arraffone (Stephen ci regala come sempre metafore sottili come un tronco di quercia) che ha come sogno del cuoricino quello di dominare un paesello di 2000 anime in cui di fatto fa già il cazzo che gli pare da anni e che nel tempo libero ha messo su il più grande laboratorio di Metanfetamine degli States dando tutto in mano a un drogato delirante che si pippa metà di quello che produce.
Cosa potrebbe andare storto con queste premesse?
Dramatization: Big Jim Rennie e il capo coglione
della polizia, Peter Randolph

IMPRESSIONI SPARSE

Il fatto che sia arrivata alla fine di The Dome implica che in qualche modo King sia riuscito a tenermi ancorata alla storia e a incuriosirmi quel tanto che bastava a voler vedere dove si voleva andare a parare. E la trama in effetti è intrigante almeno finché non scade nelle sue stephenkingate deliranti e non inizia a tirare fuori lunghe e gratuite digressioni sulla merda, invasati religiosi, deliri da droga, visioni a cazzo di cane e alieni-bambini che usano l'umanità come un Tamagotchi. Pure questi alieni tra l'altro, come il male, sono rigorosamente senza volto, al punto che a una certa viene da pensare che King semplicemente glissi perché non sa descrivere queste entità lontane e impercrutabili esattamente come non sa descrivere i suoi personaggi se non quando uno sguardo maschile si sofferma sulle puppe o i culi di qualche femmina (Compresa una vecchia con il culo ammaccato di cui ridono pure gli infermieri dell'ospedale. Come nei cinepanettoni, basta che si parli di culi e tutto fa brodo, pure una vecchia che si poteva far male per davvero vista l'età), quindi si appella a forme vaghe per sbrigarsela facilmente e passare al libro successivo, che qua si deve incassare. Belli e tensiogeni anche quei piccoli sprazzi di foreshadowing gettati qui e lì nella narrazione (non quelle troiate di visioni). 
In particolare poi due cose non facili riconosco a King, il fatto di riuscire a mettere nel panierino della narrazione una mole considerevole di personaggi senza far perdere il filo neppure a me, che fatico molto a destreggiarmi nei romanzi corali perché non mi ricordo mai di chi minchia si stia parlando (anche se non sempre riesce a gestirli bene tutti e ogni tanto qualcuno scompare dai radar e vafangu', tipo Buddy, il golden retriever dei Freeman), e la capacità di creare scene corali di azione e drama molto efficaci e dal piglio cinematografico in cui nei momenti di massimo caos, come la scena dell'assalto al supermercato o quella dell'incendio di Halloween, in cui tante cose accadono nello stesso momento, si ha la vivida impressione di una telecamera che si muove con eleganza tra i personaggi.
Bravo Stephen, scena d'azione meravigliosa.
Scena dell'incendio quasi be like:
Ma per quel che mi riguarda i lati positivi del romanzo finiscono qui.

The Dome è infarcito di forzature.
Se libri come Il signore delle mosche pestano sul pedale hobbesiano dell'uomo intrinsecamente bestia che se non fosse per quella sottile patina di civiltà con cui ama ricoprirsi non sarebbe diverso dalle scimmie all'inizio di 2001 Odissea nello spazio, King questo pedale lo sfonda direttamente a calci e poi non pago ci caga sopra. 

Neanche si è ancora identificata la cupola che già abbiamo due omicidi truculenti a caso ad opera di Junior Rennie, figlio di Big Jim. Junior ha continui mal di testa, QUINDI secondo i canoni di King ha per forza di cose un tumore al cervello che lo sta lentamente ma inesorabilmente uccidendo, portandolo a uscire di senno e ad avere reazioni spropositate, come scoparsi cadaveri marcescenti e delirare come un povero stronzo nel disinteresse generale. Il senso di questa scena (e di molte altre all'interno del romanzo, ma voglio tornarci dopo) è farci capire con dei disegnini a prova di stupido che i cattivi sono cattivi.

Subito dopo a Duke Perkins, capo della polizia locale, arcinemico storico di Big Jim e a quanto pare unico essere pensante della giurisdizione di Chester's Mill, nel toccare la cupola esplode convenientemente il pacemaker di modo che il secondo consigliere abbia la strada ancor più spianata del solito per creare il suo piccolo regime dittatoriale di 20 miglia quadrate in croce, nominare un nuovo capo della polizia coglione e compiacente e mettere in mano delle armi a una pletora di ragazzini uno più rincoglionito e violento dell'altro per farne la nuova milizia cittadina. Manco i genitori intervengono a sollevare un'obiezione.
Ed è subito Petoria.

Le cose poi degenerano troppo in fretta anche per i canoni del genere (il che è paradossale se si pensa che stiamo parlando di un libro di 1000 e passa pagine) e tutto va veramente troppo liscio per Jim Rennie, che si ritrova praticamente fin da subito a governare da solo e a fare il cazzo che gli pare (rendendo di fatto inutili i suoi piani da supervillain o il suo bisogno di trovare un capro espiatorio in Dale Barbara, lo straniero) visto che il primo consigliere Andy Sanders è la sua propaggine anale da prima che gli muoia la moglie (almeno finché non scopre la droga) e la terza consigliera Andrea Grinnell decide proprio adesso di smaltire in casa la dipendenza da farmaci.
Signora, complimenti per il tempismo.
Capisco che il ritrovarsi in situazioni atipiche possa potenzialmente tirare fuori il peggio della gente, che la paura e l'incertezza possano portare a spegnere il cervello e ad appoggiarsi alle vuote e rassicuranti promesse di un coglione che poi nell'ombra trama per esacerbarli questi animi (ed effettivamente basta un niente per fare carambola, se sai che boccini colpire), ma qui si scatena l'inferno in nemmeno 7 giorni, giorni in cui il grocer store è pieno di provviste, il diner locale resta SEMPRE aperto per offrire cibo (sandwich freddi per lo più ma comunque cibo), la benzina abbonda (e anche finisse, è una piccola circoscrizione che si può attraversare a piedi in mezza giornata) e il clima è così mite che quasi non c'è bisogno di riscaldamento. Invece King, che deve darci orrore a secchiate, pesta a tavoletta sul pedale del drama col risultato di regalarci una narrazione pacata come una performance di Nicholas Cage.
Dramatization: il reverendo Coggins

I personaggi sono macchiette tagliate con l'accetta.
La cosa più interessante quando ci si approccia a un film, serie tv, libro o videogioco post-apocalittico, almeno per quanto mi riguarda, è vedere come ne vengono influenzate le persone normali, osservarle cambiare, mettere in dubbio la loro morale, lottare con unghie e denti per restare umani against all odds o di contro scivolare verso il baratro della follia o del male.
Qui è tutto ridotto al minimo sindacale: i cattivi sono già cattivi che più cattivi non si può e i buoni al massimo digievolvono in rincoglioniti.
Big Jim truffa, inganna, corrompe, pratica strozzinaggio, ruba dalle casse comunali e convoglia i soldi delle tasse nel cazzo che pare a lui, come padre e come marito è una merda emozionalmente stitica, non volendoci far mancare nulla dalla lista del perfetto villain è anche appassionato di basket femminile del liceo (giusto per parlare di qualche altro culo giovane fresco e sodo, con la scusa che in realtà segue il basket femminile perché le femmine sono più cattive in campo - pure i suoi hobbies mirano alla cattiveria). Non pago di ciò per farci capire che questo cattivo è proprio cattivo King ci dice anche che è il più grande produttore di droKa del paese, con gli introiti che vanno a finire ovviamente in conti esteri segreti.
Junior manco sa ancora che c'è una cupola ed è già pazzo vi dico, paaaaazzo: ha mollato la scuola, ha problemi disciplinari, strangola senza particolari riflessioni o crisi di coscienza due ragazze sue amiche e nel corso dei giorni successivi l'autore ci tiene a farci sapere che si scopa i loro cadaveri con tanto di commenti per nulla gratuiti tipo mhmmm che bella la puzza di morto (tipo il mio cane quando mi lecca i piedi, ho pensato, e addio pathos). I poliziotti assunti da Big Jim, tutti ragazzini con problemi disciplinari ma dal finire in punizione perché ti fai le canne a fare il criminale sociopatico ce ne passa, a meno che non si sia in un romanzo di King, non appena hanno una pistola in mano vanno in giro a stuprare in branco e uccidere gente come se stessero facendo una scampagnata nei prati.
Manca insomma qualsiasi complessità morale o psicologica.
In questo modo più che inorridire piacevolmente per la bassezza insita nell'animo umano ho solo l'impressione di un King convinto di dover ficcare queste scene a martellate all'interno dei suoi lavori, per fare volume e per far fare le seghe ai suoi fan, che vogliono merda, teste che saltano, mascelle slogate e fighe sfondate, e tanto basta.
A un certo punto l'autore forse si accorge di avere davanti delle ridicole figurine di cartapesta che si apprestano a intraprendere una Civil War ancora più stupida di quella cinematografica e prova a rendere i personaggi di Chester's Mill meno bidimensionali e ad arricchirli (protagonisti e comprimari) con luci ed ombre, ma il risultato è il più delle volte demenziale.
Un personaggio secondario, un certo Rory, descritto a più riprese come il ragazzo più sveglio della sua famiglia che a scuola prende sempre ottimi voti e destinato a compiere grandi cose lontano dalla fattoria dei genitori, decide che il modo migliore per liberarsi di una cupola che ha accartocciato come una fisarmonica un aereo e un camion con rimorchio è spararle contro con il fucile del padre, con l'ovvio risultato di piantarsi un proiettile di rimbalzo in testa e morire dissanguato come uno stronzo.
Pensa se era stupido.
Frankie e Junior dopo aver stuprato, ucciso, molestato e preso a botte la qualunque diventano improvvisamente delle paste con due bambini carini rimasti da soli al momento della discesa della cupola (salvo poi tornare stronzi una pagina dopo). La reverenda Piper a una certa pare pronta per interpretare il reboot di John Wick con tutto un pippone sulla sua prorompente e incontenibile rabbia giovanile che chissà dove l'avrebbe condotta se non avesse deciso di dominare gli impulsi e donarsi a Gesoo, e finisce con lei che dopo aver estorto con violenza una confessione a una povera crista stuprata per farsi dare i nomi dei suoi aguzzini dà uno spintone a uno di loro che per tutta risposta la pesta a sangue insieme ai suoi compari e le ammazza il cane.
Comunque meglio di quelle fave di Brenda Perkins e Andrea Grinnell, che sembravano sveglie, che chissà che pareva dovessero fare coi documenti che riportavano tutte le porcate di Big Jim redatti dal defunto capo della polizia, e invece niente, abbiamo scherzato per 1000 pagine.

Che non ci si dimentichi che in questa sagra della salsiccia che è Chester's Mill le domande giuste le fanno i maschi e le donne servono perlopiù come madri o mogli: servono a farsi stuprare, ammazzare, a uscire di testa nei momenti di crisi, a pensare ai bambini (pure la giovane ricercatrice Carolyn Sturges che voleva dedicare la vita alla carriera basta che passi 2 giorni con dei bambini frignoni mai visti prima per scoprire quanto è bello sgravare) o a supplicare gli alieni per far loro tenerezza con le nostre misere vite da poveri stronzi.
Son soddisfazioni.

Infine, ultimo ma non ultimo, in questa carrellata di personaggi finto profondi c'è il nostro protagonista, quello che immancabilmente tutte le femmine di qualsiasi età del posto occhieggiano con fare voglioso una volta o l'altra (che vadano al liceo o siano signore di mezza età poco conta, l'importante è che si sappia che è un pezzo di manzo di prima scelta), Dale "Barbie" Barbara: Barbara, si scoprirà molto presto, non è solo un cuoco di tavola calda ma un ex militare di stanza in Iraq che in un momento poco edificante della sua carriera avrebbe pestato a sangue e ucciso insieme ad altri commilitoni due iraqeni sospettati di aver preso parte a un attentato.
Potrebbe essere un bel momento per un autore americano di smettere di fare i segoni a due mani all'esercito (che invece sembrano essere gli unici in grado di mettere in fila due neuroni, a differenza dei poliziotti in cui se ne becchi uno normale è un mezzo miracolo) e di dare effettivamente al suo protagonista una morale veramente grigia proprio in quanto ex marine (un uomo che si è già ritrovato a fare cose brutte in un momento in cui la legge veniva a mancare e qualsiasi nefandezza poteva essere perdonata potrebbe rifarlo) invece è tutto un classico, semplicistico e paraculo "mamma me l'ha fatto fare il gruppo" e "però non ho mica sparato io", e in generale Barbie diventa la voce dell'autorità americana (ovvero di legge, ordine e disciplina) all'interno della cupola ed è figo sveglio e buono mentre Big Jim è vecchio, grasso, stronzo, incompetente e non paga le tasse.
Quante sfaccettature complesse tutte insieme, diamine...

IN CONCLUSIONE. . .

The Dome è un romanzo dalle premesse intriganti, con la presenza di scene corali davvero ben fatte e un piglio cinematografico che ho apprezzato particolarmente, un libro che ogni tanto presenta addirittura picchi di poesia e delicatezza rare, specie quando King smette i panni del re dell'incubo, abbandona le profezie e la merda e si perde ad esempio nella descrizione di una pioggia di stelle cadenti che vanno tingendosi di rosa a causa dell'inquinamento intrappolato all'interno della cupola.
Le problematiche sono le stesse che io personalmente trovo sempre all'interno dei romanzi di questo autore: cliché a fiumi, personaggi poco approfonditi a dispetto delle tremila pippe mentali che si fanno (di solito su merda e tette), carenza di descrizioni nonostante la mole importante della storia, personaggi e dialoghi a tratti forzati e orribili, nonché il solito pararsi il culo dietro le motivazioni imperscrutabili di esseri vaghi e lontani per non spiegare un piffero sul finale, un finale anche in questo caso delirante in cui la giornalista Julia Shumway scopa Barbara e ha la rivelazione per salvare la situa: pregare chi ha messo la cupola. 
Anche la mia pazienza è morta
alla fine del romanzo
La cupola si alza come Poochie il cane che torna sul suo pianeta e tutto è inno alla vita, gioia e aria fresca per i pochi sopravvissuti mentre ci sono ancora un paio di cadaveri di amici ancora caldi (tra cui il mio personaggio preferito del romanzo, Thurston Marshall) e uno stronzo che sputa sangue e rantola a due passi. Nel frattempo Big Jim s'è praticamente ammazzato da solo, rendendo inutile tutta la pugnetta sulla resistenza e la lotta al tiranno che ha impegnato tre quarti di libro.
Tanto, ci dice King, alla fine i cattivi si distruggono da soli.
Ma va' a cagare...

Giudizio finale:

lunedì 8 novembre 2021

[Recensione] RING di Koji Suzuki

Recensione del romanzo Ring di Koji Suzuki.
Titolo originale:
 リング (Ringu)
Autore: Koji Suzuki
Genere: Horror, Paranormale
Lingua: Inglese
Edizione: Harper (US)
Pagine: 400
Anno: 2010
Euro: 18,40 | Ebook: 6,19

Premesse:
Come buona parte dei lettori italiani che a un certo punto della loro vita hanno deciso di avvicinarsi alle fatiche di Koji Suzuki, ho conosciuto la saga di Ring dal suo remake americano il cui primo capitolo risale al 2002 (solo 4 anni dopo il corrispettivo giapponese, segno che la leggendaria mancanza di idee di Hollywood stava già superando i livelli dettati dalla decenza - almeno prima si copiavano film di almeno 15 anni prima), per la regia di Gore Verbinski con Naomi Watts protagonista.
Del film ricordo una buona idea di fondo con una serie di americanate pigre e stronze per contorno (la madre coraggio che si batte per la salvezza del suo pikkolo anciolo in primis; l'immancabile romance con un tizio che tanto muore male; cagate varie), nonché una serie di scene ansiogene a cavolo visto che prima di 7 giorni ci era stato detto che non sarebbe accaduto nulla. Da qui la mia decisione di tentare con tutte le buone intenzioni del mondo la via del romanzo originale, un po' perché di solito gli orientali sono piú bravi a creare la suspense e un po' al grido del sempreverde "Il libro è meglio del film".
Meh...

*

DUE RIGHE DI TRAMA

Il giornalista Kazuyuki Asakawa si ritrova a indagare un po' per caso e un po' per noia sulla morte di alcuni giovani tra cui la nipote acquisita Tomoko, avvenuta solo qualche mese prima: i quattro ragazzi sono deceduti in luoghi diversi per cause riconducibili ad arresto cardiaco, quindi la polizia non ha mai pensato di cercare alcun nesso o di indagare più a fondo, ma c'è qualcosa di misterioso che unisce a doppio filo questi decessi, qualcosa che fa solleticare l'istinto di giornalista di Asakawa.
Tutti, come scoprirà, sono morti più o meno nello stesso istante, e tutti per lo stesso motivo (arresto cardiaco dovuto a qualcosa che apparentemente li ha terrorizzati a morte). Inoltre i quattro non solo si conoscevano ma all'insaputa dei genitori avevano trascorso una breve vacanza segreta insieme al cottage B-4 del Villa Log Cabin del Pacific Land Club, un resort fighino sperduto tra le montagne di Hakone-sud, appena una settimana prima di morire. 
Per Asakawa è una pista troppo golosa per non seguirla.
La sua ricerca di verità e scoop lo guiderà a una misteriosa videocassetta senza nome contenente una serie di immagini inquietanti e apparentemente senza senso che riempiono l'atmosfera e il protagonista d'angoscia crescente. Al termine del breve capolavoro surrealista (che acquisirà un senso man mano che l'indagine avanza) è presente una maledizione: chiunque abbia visto la videocassetta è destinato a morire entro sette giorni (ti arriva anche la conferma telefonica, per sicurezza). Ci sarebbe un modo di evitare questo triste e doloroso destino, ma quel pezzo pare sia stato cancellato da quei simpatici burloni dei ragazzi morti...
Asakawa che è quello sveglio potrebbe anche pensare a uno scherzo e ignorare la cosa come un adulto normale se non fosse che gli ultimi che hanno visto la cassetta sono morti davvero nel tempo previsto, e in circostanze poco chiare e poi, oh, lui l'angoscia l'ha sentita. In preda al panico coinvolgerà l'amico di vecchia data Ryuji Takayama, medico re-improvvisatosi filosofo nonché quota scettica della storia. 
In questa sorta di buddy movie paranormale i due avranno pochi giorni per dipanare il mistero della videocassetta e scoprire l'identità della persona che ha dato origine alla maledizione mortale, nella speranza che questo li porti a spezzare il cerchio funesto e aver salva la vita.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Ring non è un libro orribile al 100% e in linea generale ho trovato delle atmosfere cupe ma non morbose narrate in uno stile scarno e asciutto, tutte cose tipiche della narrativa horror orientale che personalmente adoro. Da persona abbastanza vintage poi apprezzo anche nel 2021 l'espediente di una vhs malvagia senza etichetta.
Di contro, la storia presenta diversi punti intollerabili a livello di costruzione dell'intreccio, dei personaggi e delle tematiche trattate.

🖭 Lo stile è fin troppo scarno.
Spesso e volentieri per creare l'atmosfera Suzuki si concentra sulle peggio cagate con buona pace della suspense. E se capisco che il video della morte è il centro nevralgico del mistero ed è quindi necessario che ad ogni scena si dedichi la giusta attenzione (specie nel momento della sua scoperta da parte di Asakawa), dall'altro lato è tutto così incredibilmente descrittivo nei dettagli infinitesimali e inframezzato da sensazioni che non vanno mai oltre il "sento i fantasmi nella stanza e mi pare di vedere le ombre" che l'orrore fa il giro e diventa prima una comica e poi una rottura di coglioni.
Si arriva al secondo problema dello stile.
In barba al principio dello show don't tell, praticamente tutte le impressioni e le scoperte di Asakawa e Ryuji in corso d'indagine si svolgono sul piano visivo per poi tradursi in maniera immediata e quasi schematica in impressioni e sensazioni interiori. Noi esseri umani abbiamo cinque sensi ma questi stronzi ne usano solo uno per quasi tutto il tempo, per poi farci sapere cosa scatena in loro a livello emotivo quello che vedono. 
Spoiler: scatena angoscia e panico in Asakawa.
Ma, spoiler 2: sappiamo che prima di una settimana non accadrà assolutamente nulla, quindi tutto questo drama a caso risulta magari realistico visto che chiunque andrebbe fuori di testa e passerebbe il tempo a cagarsi addosso più che a fare lo Sherlock Holmes in giro, ma a livello narrativo fa schifo.
Dal punto di vista dell'intreccio Ring sembra più il compitino didascalico e stronzo di scrittura creativa della scuola che un mistero sovrannaturale da cui lasciarsi irretire. Ne consegue che finiamo per conoscere Asakawa, Ryuji e persino la stessa Sadako Yamamura, la donna che ha dato vita alla maledizione della cassetta, a livello poco più che superficiale, andando poco oltre al fatto che loro sono due squallide testine di cazzo e lei una scema  rancorosa dal passato tragico.

🖭 La trama presenta momenti morti che vanno ad allungare inutilmente la broda nel corso di una settimana di indagini, forzature, incongruenze e cagate continue, e visto che già devo sospendere l'incredulità per credere a una donna nata coi poteri ESP e una rara malformazione genetica che si prende il vaiolo in punto di morte e mescola rancore, poteri e virus per dar vita a una maledizione su nastro magnetico, sarebbe carino che tutto il resto rimanga solido come il monte Fuji.

Questi problemi si presentano fin dalle prime pagine.
A inizio libro Tomoko e le sue amiche parlano per mezz'ora di una falena che è entrata dalla finestra aperta e che dopo una breve svolazzata viene accompagnata fuori. Qualche pagina dopo in casa svolazza una mosca (preludio dell'orrore che seguirà), e Tomoko si domanda come sia finita lì. A me verrebbe da ipotizzare che sia entrata dallo stesso posto da cui era entrata la falena 5 minuti prima, ma evidentemente in Giappone gli insetti sono educati e entrano nelle case uno per volta. 
Dramatization
Subito dopo è Asakawa a regalarci un momento WTF.
E' infatti un tassista a fargli saltare la mosca al naso sulle morti misteriose che hanno coinvolto anche la suddetta contemplatrice di insetti, parlando delle circostanze peculiari in cui è morto uno degli altri del gruppo, circostanze a cui l'uomo ha assistito in prima persona.
Peculiarità della morte traducasi in: 'sto ragazzo sta girando con la moto, a un certo punto cade dal mezzo, si mette le mani intorno al collo come se stesse soffocando e muore.
Asakawa, che prima di diventare un caghetta impanicato dovrebbe essere un giornalista esperto avvezzo al fatto che in una città come Tokyo la gente muore in continuazione, è già intrigatissimo come uno che pregusta il Pulitzer giapponese e incalza il tassista che solo ALLORA gli rivela che il ragazzo è morto lo stesso giorno e alla stessa ora in cui è morta sua nipote (che è l'informazione che avrebbe dovuto far pizzicare il suo fottuto senso di reporter nel mondo reale). Ma Asakawa in certi momenti ha l'istinto paranormale di Sadako, e in altri si dimentica di aver detto una pagina prima che sulla via per Hakone ha smesso di piovere. Suzuki, ti ci sei proprio impegnato nella parte mistery eh?

Le forzature si estendono ai rapporti che legano i personaggi, con Asakawa che inizialmente ritiene moglie e figlia (con tutto il parentame acquisito, compresa l'adolescente morta) un'enorme rottura di coglioni che va ad accumularsi alla grigia tediosità del suo lavoro e poi l'autore cerca di spacciarcelo a caso come un bravo capofamiglia. 
Dramatization 2
Il nostro protagonista nelle prime pagine è tutto un non seccarmi donna, sto investigando donna, va' a farmi un panino donna, la tu'ma' ti ha chiamata Shizuko col kanji shizu che significa "non rompere i coglioni" donna.
Almeno finché le due non guardano la cassetta su cui si stavano segando da giorni lui e l'amico pervertito suo (e che il marito aveva lasciato dentro al lettore VHS): a quel punto Asakawa cambia ma non troppo. Dopo aver provato tanta pena per loro (ma lungi dal coinvolgere la moglie nelle sue pene o rivelarle il casino che ha combinato, meglio incazzarsi e sparire di casa per giorni. Tanto è solo una femmina), diventerà tutto un maledetta cassetta demoniaca, io vi salverò a costo dell'altrui mia incolumità tenere e preziose pulcine del mio guscio. E' tutto cosí japanese...
Cameratismo livello Naruto
Non si salva nemmeno l'amicizia tra Asakawa e Ryuji, che proprio non si capisce su quali basi possa poggiare (se si esclude il fatto che sono due persone che fanno schifo alla merda), dal momento che lo stesso Asakawa afferma fin da subito quanto il suo best friend sia disgustoso, spiacevole e moralmente orribile.
A una certa dice addirittura che una persona così, che "vorrebbe assistere all'estinzione del genere umano", non merita di vivere a lungo, quindi non è un problema se lo trascina con sé in questo casino. Ma va bene, perché tanto Ryuji è talmente pittoresco che con la maledizione ci si diverte.
L'episodio più pittoresco che lo riguarda è aver violentato una vicina di casa che frequentava l'università quando lui aveva circa 16 anni perché una sera sentendo nella testa una vocina che gli diceva che sarebbe stata la serata ideale per uno stupro (sic!) aveva provato a girare il pomello della maniglia dell'appartamento della ragazza e aveva trovato la porta miracolosamente aperta (sic!!). La ragazza non ha mai denunciato la cosa, e a Ryuji è piaciuto talmente tanto che ogni tanto continua a indulgere nel suo hobby e non si fa remore di confidare tutto ad Asakawa. Fortunatamente in questo romanzo stuprare una donna è come non aprirle la portiera dell'auto quando la inviti a cena quindi Asakawa non si pone tutti questi problemi morali. Anche perché Ryuji, da gran signore, gli ha promesso che non toccherà mai la moglie e la figlia.
Allora tutto ok, zi'.
A livello narrativo è chiaro che Ryuji serve a rappresentare la parte razionale del duo, quello che non passa il tempo a pisciarsi addosso e ha le intuizioni medico-fuffosofiche che portano avanti la trama. A livello logico invece non si capisce perché Asakawa abbia coltivato questo rapporto per 15 anni portandoselo pure a casa (la moglie lo conosce e ha espresso a più riprese la sua antipatia nei suoi confronti, ma ovviamente è una donna quindi la sua opinione non conta nulla), nemmeno facendo appello alla notoria ipocrisia giapponese dal momento che i due operano in ambiti totalmente diversi e non è che Ryuji sia una personalità così influente a livello accademico. E' così e basta, serve che siano amici e tu ci devi stare, così come ci devi stare se Asakawa ti dice che lui si dissocia moralmente dagli stupri di Ryuji perché è il poliziotto buono: non stupra, protegge quelle due minorate di moglie e figlia e non si fa guidare dall'arida logica.

🖭 La regola base del romanzo infatti è che bisogna credere acriticamente a tutto ciò che non è dimostrabile in modo empirico, ma soprattutto che se in Ring accade qualcosa di orribile è colpa della scienza e dei media. E fino a un certo punto ben venga la critica sociale legata al lato oscuro dell'informazione e del progresso scientifico, ma se nel romanzo si passa il tempo a discolpare imbecilli e stupratori per trasferire altrove tutto il biasimo anche vaffanculo.

I media (di cui farebbe parte anche Asakawa che a una certa se ne discosta, un po' come ha preso le distanze dall'hobby di Ryuji per 15 anni) fanno schifo perché prima hanno creato l'hype attorno ai poteri paranormali della madre di Sadako, Shizuko (acquisiti in gioventù da una statua di En no Ozunu recuperata dalle acque dell'isola salcazzo), poi dopo una conferenza stampa in cui non è riuscita a fare assolutamente nulla di vagamente paranormale l'hanno fatta inspiegabilmente passare per una cazzara e lei per la vergogna si è uccisa gettandosi in un vulcano (sic!).
Ricapitolando: secondo Suzuki e questi due scemi che portano avanti indagini e riflessioni i giornalisti e l'intera società giapponese avrebbero dovuto prendere per buoni studi che non hanno mai portato a "risultati abbastanza affidabili da consentirgli di formulare una teoria scientifica" portati avanti dal professor Miura, uno studioso che guardacaso era anche il compagno della tizia coi poteri. Perché la logica è sopravvalutata, la magia esiste e tu ci devi credere, stronzo, altrimenti muori.
Non fa una piega.

Al di là dell'esistenza dello sciacallaggio da parte dei media sfugge giusto il concetto del fottuto onere della prova. Forse perché è un pilastro della scienza brutta e cattiva. Scienza che è praticamente della filosofia con i numeri (se seguiamo il percorso accademico di Ryuji, che passa con successo dalla medicina alla filosofia come se fossero la stessa cosa) miope, arrogante e limitata dall'arida logica.
Non fa una piega 2.

🖭 Il sessismo, ma anche l'espediente dello stupro usato per portare avanti la trama aggratis, supera il livello The Boys (che pure era la sagra del fridging): lo sciovinismo presente all'interno di Ring è molto alto anche per la media di un prodotto scritto ai tempi delle VHS da un uomo del Sol Levante, paese che ancora oggi non è così sensibile sul fronte della parità di genere.

Le donne in questo romanzo hanno tre scelte: possono starsene zitte e non rompere i coglioni quando Asakawa pondera, essere belline, magre e con due bocce giganti o farsi stuprare quando qualcuno sente le vocine nella testa o ha la febbre. 
Sadako le incarna un po' tutte e tre.
Asakawa invece, di cui Suzuki non ci lascia da parte nemmeno un'elucubrazione (che culo), si triggera ogni volta che una donna osa parlare e interrompe il suo profondo flusso di pensieri: la moglie non ha il diritto di preoccuparsi per la maledizione che grava su di loro, per lo strano comportamento di suo marito o per la presenza continua di una persona inquietante che non le piace nella casa dove c'è sua figlia piccola. La sorella di sua moglie (che ha perso da poco la figlia in circostanze violente e mai chiarite) che piange ed è triste è un male necessario da sopportare per arrivare alla verità, e quando telefona ai suoceri spera che risponda lui che è pratico e serio perché sua moglie è una donna quindi non la smetterebbe più di far chiacchiere stronze e fargli domande su dove si trovi e cosa stia facendo.
Lui non ha mica tempo da perdere.
La tipa che trova a casa di Ryuji invece è una bona che forse Ryuji si porta a letto (sapremo che non è così, sul finale, ma a quel punto un po' chi se ne frega), ma una fissatina alle curve non si nega a nessuno. Senza dimenticare il tratto saliente di Sadako, a parte i poteri: quello di essere un figone spaziale.

Lo stupro invece non è soltanto il simpatico hobby del migliore amico del protagonista ma anche un evento quasi inevitabile della vita che le donne possono o subire con gioviale buonumore o indurre coi loro poteri per non morire vergini (la prima preoccupazione di qualsiasi ragazza che odia il mondo e vuole solo morire, il cazzo). Soprattutto è l'espediente per smuovere la trama e tenere sveglio il lettore dopo un pippone sui vermi ermafroditi e uno sull'umanità che fa schifo.
Sadako ha la vita letteralmente scandita dagli stupri.
Dopo il suicidio della madre a seguito della brutta esperienza coi media brutti e cattivi (perché naturalmente non è colpa del suo compagno imbecille che per la fregola di divenire uno scienziate famoso l'ha costretta a dar sfoggio dei suoi poteri in un clima ostile mentre lei lo aveva supplicato di non farglielo fare proprio perché sapeva che il suo dono sarebbe sparito in quelle circostanze), intorno ai 18 anni la giovane Sadako decide di abbandonare l'isola di salcazzo e tornare a Tokyo per inseguire il sogno di diventare attrice, un sogno che non si realizzerà perché pare che Sadako abbia una lieve difficoltà a mostrare le emozioni, che è un problema da niente per un attore: qui si unisce alla compagnia teatrale Soaring, dove uno dei membri una sera si ubriaca e decide di dar retta alla solita vocina che colpisce i maschi di questo libro e di andare a trovare Sadako per abusare di lei. Qualcosa di non meglio precisato lo turba a tal punto da farlo non solo desistere dal proposito ma da condurlo alla morte il giorno successivo.
Qualche anno più tardi invece, durante una visita a suo padre al sanatorio dove era ricoverato, e dove in seguito costruiranno il resort dove i quattro ragazzi troveranno la vhs maledetta, un giovane dottore di nome Nagao che ha contratto il vaiolo a sua insaputa e sente la febbre e le vocine stupra Sadako e poi la uccide, ma non prima di aver fatto una scoperta sconvolgente:
"Dopo lei mi aveva fissato con uno sguardo implacabile. Ancora distesa sul dorso aveva sollevato le ginocchia e sfruttando con abilità l'appoggio dei gomiti, si era spostata all'indietro. Guardandola di nuovo, avevo pensato a uno scherzo della vista. La gonna grigia e stropicciata le era risalita intorno alla vita, e lei non aveva accennato neppure a coprirsi i seni mentre arretrava. Un raggio di sole era caduto sul punto in cui convergono le cosce, illuminando chiaramente una piccola sporgenza nerastra. Avevo riportato gli occhi sui seni splendidi... per poi abbassarli di nuovo. Sul pube, coperto di peli, aveva un paio di testicoli perfettamente sviluppati."
Sadako, insomma, è una creatura ermafrodita, cosa che Suzuki ci aveva suggerito tra le righe sia quando attraverso quella mente superiore che è Ryuji ci parla della figura mitica di Ermafrodito (e naturalmente nonostante il suo amico cerchi di fare un discorso serio al solo pensiero di una donna con il pisello quel super etero di Asakawa ci avverte che a lui 'sta cosa fa schifo) sia quando la si descrive come una donna bellissima ma in modo "inquietante" e priva di qualsiasi "qualità materna".
Tralasciamo il piglio morboso di una scena di stupro che ancora una volta vede chi lo subisce come un oggetto muto. Tralasciamo pure le profonde elucubrazioni del solito Asakawa che ci tiene a farci sapere che dal momento che "la distinzione biologica dipende dalla struttura delle gonadi" Sadako per quanto figa non può essere una femmina.
La rivelazione dell'ermafroditismo di Sadako spinge i due protagonisti a una serie di supposizioni a caso, nessuna delle quali supportata da prove o da conferme. 
Devi crederci, stronzo.
Sadako, dicono i nostri eroi, ha ereditato i poteri di sua madre: poteri addirittura più potenti di quelli di Shizuko, che le hanno permesso di evitare il primo stupro ai suoi danni.
Quindi perché Nagao l'ha violentata?
E' presto detto: con un ribaltamento della situazione creato attraverso un complicato sistema di specchi e leve è quella cattivona di Sadako che spinta dall'odio contro il mondo, la società e i media che hanno distrutto la sua vita avrebbe COSTRETTO Nagao a trombarsela e a ucciderla, un po' perché voleva morire, un po' perché voleva vendicarsi dell'umanità, un po' perché nella miglior tradizione della letteratura for men non voleva morire vergine e un po' perché  pare che volesse diventare madre (anche se come abbiamo detto prima Sadako non aveva nulla di materno), anche a costo di dar vita a una maledizione mortale legandosi al virus del vaiolo contratto da Nagao.
Non fa una piega 3.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Ring è una gigantesca occasione sprecata.
Il pessimismo è ovunque, cosa che in sé potrei anche apprezzare se non fosse tutto così bianco o nero e tagliato con l'accetta: la moglie e la figlia di Asakawa sono puri angeli del paradiso da salvare a ogni costo ma l'umanità fa schifo, la scienza fa schifo, i giornalisti fanno schifo, la logica fa schifo, pure i virus fanno schifo e Sadako che subisce tutto questo sembra quasi giustificata nelle sue azioni. Personalmente credo che la vita sia un po' più complicata di come la dipinge Suzuki tra una fusarata e l'altra.

Sadako, che riunisce in sé non solo un potere divino ma anche il maschile e il femminile ed inoltre è la tipa che è riuscita a legarsi al fottuto virus del vaiolo, diventa una banderuola spinta dal richiamo della maternità e dall'incazzo irrazionale contro ignoti (quando i responsabili delle sue sfortune ci sarebbero e avrebbero anche nome e cognome) perché Suzuki ha deciso di affidare la narrazione a un piagnone e a un sociopatico.
E tra i due il sociopatico è quello meglio.
Il piagnone è pur sempre quello che dopo averci imposto per tutto il tempo il suo punto di vista gretto, squallido e maschilista nel momento in cui scopre che la chiave per liberarsi della maledizione del video-vaiolo non è esorcizzare l'odio di Sadako provando pietà per lei e offrendole una degna sepoltura nell'isola salcazzo ma passare la maledizione ad altri copiando e diffondendo il morbo decide di salvare moglie e figlia facendo vedere la vhs ai suoceri, che tanto gli stanno pure un po' sul cazzo (cosa che potrebbe avere anche qualche conseguenza sulla moglie e sul loro matrimonio, ma chi se ne frega).
Aridatece Naomi Watts.
Giudizio finale:

lunedì 25 gennaio 2021

[Recensione] CORALINE di Neil Gaiman

Recensione del libro "Coraline" di Neil Gaiman
Titolo originale:
 Coraline
Autore: Neil Gaiman
Traduttore: M. Bartocci
Edizione: Mondadori, copertina flessibile, 182 pagine
Anno: 2004
Euro: 10,50 | Ebook: 6,99

Premesse:
In un momento nostalgico a caso rispolvero un classico della mia adolescenza, Coraline di Neil Gaiman, riscoprendomi con mia somma gioia innamorata quanto ricordavo di questo libricino piccolo ma intelligente, divertente e con la giusta dose di cupezza.
Coraline è sì un libro per bambini, ma di quelli fatti bene, che colpisce e affascina ad ogni età, dai toni abbastanza cupi e grotteschi che si possono far risalire alle fiabe classiche e non all'horror come sembrano essere convinte alcune persone forse traumatizzate ai loro tempi dal Biancaneve disneyano e che oggi vedono in Frozen il punto più alto della cupezza a misura di bambino.
Per decenza mi taccio.
Come al solito anche a questo giro mi faccio violenza ed eviterò paragoni con il film (che pure ho gradito moltissimo), preferendo concentrarmi sulla sola versione cartacea.

*

DUE RIGHE DI TRAMA

Coraline Jones e i suoi genitori si sono trasferiti da poco in un'enorme villa fuori mano: una casa talmente grande da aver necessitato la divisione in tanti appartamenti in cui vivono personaggi piuttosto peculiari come un anziano signore proveniente forse dall'Est Europa, Mr. Bobo, che alleva topi per farne un circo e due attempate ex attrici, Miss Spink e Miss Forcible, coi loro vecchi Scottish Terrier.
Curiosa e intelligente, alla piccola Coraline piace passare quello che resta della sua estate (prima dell'inizio della scuola, che avverrà la settimana successiva) esplorando i dintorni della villa, col suo enorme giardino e il pozzo senza fondo di cui studia immediatamente l'ubicazione per meglio tenersene alla larga, come le hanno detto di fare i grandi.
E Coraline agli adulti dà sempre ascolto.
Le cose cambiano all'arrivo della pioggia, che mette fine al suo girovagare.
"Era il tipo di pioggia che fa sul serio, e ciò che stava facendo in quel momento era trasformare il giardino in una specie di zuppa umida e fangosa.
Coraline aveva guardato tutti i video. Si era stufata dei giocattoli e aveva letto tutti i libri che possedeva. Accese la televisione. Passò da un canale all'altro ma c'erano solo uomini in giacca e cravatta che parlavano del marcato azionario, e programmi sportivi."
Insomma, Coraline si annoia, e neanche i genitori sembrano intenzionati a venirle in soccorso. Mamma e Papà Jones infatti, pur lavorando entrambi con il computer e passando quindi molto tempo in casa, non le dedicano le attenzioni che vorrebbe per strapparla al tedio.
E' il padre a suggerirle di esplorare la casa.
E Coraline, sempre obbediente, esplora la vecchia villa in ogni anfratto, fino a trovare una porta che non si apre se non con una vecchia chiave nera arrugginita: ma anche aprirla (nonché richiuderla a chiave) è inutile dal momento che la porta dà su un muro di mattoni. Da quel momento cose strane cominciano ad accadere intorno a Coraline: strane presenze si acquattano nell'ombra sussurrando canti inquietanti, i topi dello strano vecchio che abita di sopra la mettono in guardia contro un non meglio specificato pericolo, persino le anziane signore leggono un pericolo nel futuro di Coraline, e le regalano un sassolino con un buco al centro che protegge dal male. E una notte, mentre scende in cucina allertata dai soliti rumori, trova la suddetta porta socchiusa.
Il mistero è troppo goloso perché non se ne occupi un'esploratrice.
Una volta rimasta sola a casa Coraline apre la porta misteriosa per scoprire che il muro di mattoni è scomparso e al suo posto c'è solo un corridoio buio, attraversato il quale la nostra giovane protagonista finisce in una casa che è quasi identica alla sua, e in cui abitano una copia praticamente identica dei suoi genitori, se non fosse per un paio di piccoli particolari: questi altri Mamma e Papà sono molto più divertenti e accomodanti dei suoi, e al posto degli occhi hanno degli inquietanti bottoni neri.
La stanno aspettando da tempo, le dicono.
"Me?"
"Sì", disse l'altra madre. "Senza di te, qui non era più la stessa cosa. Ma sapevamo che un giorno saresti arrivata, e che a quel punto saremmo diventati una vera famiglia."
Recensione del libro "Coraline" di Neil Gaiman
Stranino, ma Coraline sembra non porsi il problema e si gode il bel momento familiare, con il suo Altro Papà che le sorride affabile e la sua Altra Mamma (che a ben guardare è più pallida, un po' più alta della sua vera mamma, con le unghie più aguzze di un rosso scarlatto) che non corre in fretta e furia al negozio di alimentari a comprare dei bastoncini di pesce surgelati o altra roba arrangiata alla buona perché a causa del lavoro non ha avuto modo di fare la spesa, ma le prepara pollo arrosto, patate, pisellini e tutti i suoi cibi preferiti cucinati nel modo in cui piacciono a lei. Ha anche una stanza tutta sua, con le pareti verdi e rosa, con un sacco di giocattoli meravigliosi che sembrano dotati di vita propria, topi neri come compagni di gioco, e persino i suoi altri vicini di casa hanno l'aria più strana e interessante.
C'è anche un gatto, che però non è un altro-gatto.
E' sarcastico, scostante, neanche ha un nome.
"I gatti non hanno nome."
"No?"
"No." disse il gatto. "Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo perciò il nome non ci serve."
Più tempo Coraline trascorre in questo mondo più la fascinazione e la meraviglia lasciano il posto all'inquietudine: qualcosa decisamente non va, e tra spettacoli teatrali che durano "all'infinito", cani che adorano la cioccolata, cibo delizioso e soddisfazione di ogni capriccio il sospetto si fa certezza solo quando la sua Altra Madre le propone di restare lì per sempre, dove potrà essere amata e avere tutto quello che vuole.
In cambio dovrà solo cucirsi dei bottoni neri sugli occhi.
Guardi come accettato neh?
Coraline decide di ragionarci su quel tanto che basta a permetterle di scappare a velocità sperimentate solo dalla NASA nel nostro mondo con l'intenzione di non mettere mai più piede in quell'universo di disturbati, solo per scoprire che i suoi veri genitori sono scomparsi.
Sarà quindi costretta, a dispetto del terrore che prova al pensiero di dover affrontare una presenza sovrannaturale che si nutre delle anime dei bambini e in grado di plasmare la realtà, a tornare nel mondo oltre la porta per salvare i suoi genitori, giacché: "Quando hai paura di qualcosa ma la fai comunque, quello è coraggio."

*

IMPRESSIONI SPARSE

Coraline è il romanzo di cui Gaiman afferma di essere più orgoglioso, e non a torto: è una storia per bambini che tanto per cambiare all'interno della letteratura rivolta ai giovani ha per protagonista una bambina vera, realistica nel bene e nel male: Coraline è curiosa e intelligente senza che abbia bisogno di dimostrarcelo hackerando sistemi informatici governativi, leggendo libri universitari o dimostrandosi più forte e possente dei genitori fin dalla culla; è educata con gli adulti, matura come ci si aspetta da una figlia unica abituata a interagire per la maggior parte del tempo con i grandi ma al tempo non lesina capricci e insofferenza quando qualcuno sbaglia a pronunciare il suo nome (E' Coraline, non Caroline, ma sembra non entrare in testa a nessuno in quella casa piena di gente strana), quando mamma e papà non le dedicano attenzione, o semplicemente quando la pioggia la tiene segregata in casa e non la fanno uscire nonostante poi non piova tantissimo.
Da brava figlia unica, Coraline è anche abbastanza egocentrica da ritenersi vittima della più grande ingiustizia del mondo: essere ignorata dai genitori.
Dal suo punto di vista (che è anche il punto di vista del piccolo lettore che si appresta ad affrontare questo romanzo nella maggior parte dei casi) i coniugi Jones sono persone ingiuste: stanno a casa davanti al computer praticamente tutto il giorno ma quando lei si annoia la mandano via perché devono lavorare; vogliono portarsela dietro al noiosissimo negozio di alimentari a prendere dei bastoncini di pesce; le ricordano che tra poco comincerà la nuova scuola e sembrano indifferento ai suoi timori in proposito; non cucinano mai quello che piace a lei perché la madre è la regina del precotto mentre il padre è un figlio di masterchef dedito a strani intingoli e peculiari mix di spezie. 
In questo l'altra madre, la Beldam, è quello che su carta vorrebbe ogni bambino solo e annoiato. Una persona che ti protegga, che riempia il tuo mondo di divertimento e stranezze, la tua cameretta di giocattoli, che cucini solo quello che vuoi tu e che soprattutto ti prometta amore eterno e incondizionato. Ma di pagina in pagina è la stessa Coraline, e con essa il giovane lettore, ad accorgersi che non è questo l'amore.
Non il tipo giusto d'amore.
"Tu sai che ti voglio bene, Coraline."
E suo malgrado Coraline fece segno di sì con la testa.
Era vero. L'altra madre le voleva bene. Però la amava come un avaro ama il denaro, o un drago ama l'oro. Negli occhi-bottone dell'altra madre, Coraline vide che lei era una sua proprietà, niente di più. Un animaletto il cui comportamento non la divertiva più.
"Non voglio il tuo amore." disse Coraline. "Da te non voglio proprio niente."
Il vero amore sta nel sacrificio: è la forza che anni prima ha spinto il papà di Coraline a restare fermo a farsi pungere dalle vespe per permettere alla figlia di scappare via, ed è la stessa forza che spingerà la piccola Coraline ad affrontare con tutti i mezzi a sua disposizione un demone mutaforma per salvare la vita ai propri genitori, nella consapevolezza che farebbero altrettanto per te, e alle altre piccole vittime della perfida entità.
L'amore è anche fiducia, quella che ti spinge a non credere neanche per un secondo (anche se forse un piccolo dubbio c'è) alle bugie del Bedlam quando nello specchio le mostrerà le immagini dei suoi veri genitori felici al pensiero di essersi liberati di lei e di poter fare finalmente quello che amano, senza bambine tra i piedi.
E Coraline impara una lezione preziosa, ovvero che i suoi genitori le vogliono bene tanto quanto lei ne vuole a loro: non saranno perfetti, ma la perfezione non è tutta questa gran figata, così come non lo è averle sempre tutte vinte.
"Io non voglio tutto ciò che desidero. Nessuno lo vuole. Non veramente. Che divertimento sarebbe, se potessi avere tutto ciò che desidero senza problemi? Non avrebbe nessun valore. E poi che succederebbe?"
Il mondo oltre la porta, quello plasmato dalla volontà dell'Altra madre (che con altrettanta facilità si accartoccia su se stesso perdendo consistenza man mano che la sua influenza su Coraline va a scemare e il desiderio di possesso che prova nei suoi confronti va trasformandosi in frustrazione), incarna questo desiderio infantile e superficiale di veder realizzato ogni desiderio da parte di una bambina sola e annoiata come Coraline: non solo i genitori di Coraline le prestano attenzione e ci sono ovunque bei vestiti e giocattoli magici, ma persino i suoi strambi vicini di casa risultano (solo a un livello superficiale, è quello il punto) più interessanti. Le due anziane signore organizzano tutto il tempo strambi spettacoli teatrali per i loro terrier che adorano mangiare cioccolata, l'uomo coi baffi del piano di sopra ha dei topi che cantano e ballano.
Soprattutto, tutti in questo altro mondo finalmente la chiamano Coraline
Una cosa che si rivelerà abbastanza inutile alla fine del libro dal momento che i nomi (a differenza di quanto accada nella maggior parte della letteratura fantastica classica) non sono fondamentali nel definire quello che siamo ma somigliano più a un'ancora che ci definisce solo in parte senza mai coglierci nell'interezza.
I gatti in fondo nemmeno ce l'hanno un nome.

*

Coraline è anche un romanzo breve e leggero, dalla trama molto lineare, che non raggiunge chissà che vette di gore o splatter (alla fine anche se con l'avanzare del tempo le cose si fanno molto meno divertenti e Coraline rischia davvero la vita per mano (letteralmente!) della Beldam risulta più un grottesco alla Dahl che una favola nera tirata fuori da una raccolta dei fratelli Grimm) ma non manca di impressionare molto, più di quanto non accada ai piccoli, l'immaginario del lettore adulto al punto che alcune persone lo sconsiglierebbero ai lettori preadolescenti.
Decisamente esagerati.
Sulla questione dell'effetto angosciante che questo libro ha su molti adulti si è interrogato lo stesso Gaiman, che in un intervista ha ipotizzato che gli adulti trovino spaventoso Coraline perché portati istintivamente ad angosciarsi all'idea di un bambino che si trovi da solo in pericolo mortale.
Plausibile, anche se a questo io ci aggiungerei anche e soprattutto la prospettiva tutta adulta legata alla morte e del fallimento: ovvero al fatto che l'adulto razionale che si ritrova a leggere Coraline, a differenza di quanto non faccia il bambino, con l'andare avanti della storia arriva a temere seriamente che una bambina piccola, anche se sveglia, non possa cavarsela contro un'entità malevola tanto potente. 
I
ntendiamoci, Coraline è una fiaba. 
Gaiman è molto chiaro in merito fin dalla citazione iniziale di G.K. Chesterton (autore tra le altre cose della serie di libri dedicati a Padre Brown):
"Le fiabe dicono più che la verità. E non solo perché raccontano che i draghi esistono, ma perché affermano che si possono sconfiggere."
Più chiaro di così si muore: lettore, ci dice Gaiman letteralmente a pagina uno, non ti preoccupare perché questa è una fiaba, qualsiasi drago si ritroverà ad affrontare il nostro eroe ne uscirà bene. A questo punto il bambino si fida e si diverte a vedere Coraline affrontare sfide sempre più toste consapevole del fatto che tanto alla fine se la caverà, mentre all'adulto (che ha smesso da un pezzo di credere alle fiabe) rimane comunque sottopelle il tarlo che Coraline potrebbe anche non cavarsela a fronte di una tale disparità di forze. Insomma, ci ritroveremo davanti pure altri tre bambini morti per mano del Beldam.
Le possibilità di sopravvivere non sono altissime.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Coraline è una fiaba intelligente, divertente e un po' gotica, adatta a quasi tutte le età (come qualsiasi buon libro per bambini) e che per quel che mi riguarda ha superato abbondantemente la prova del tempo e della nostalgia. Una storia che richiama a quella voglia di follia, evasione e avventura un po' nonsense alla Carroll con quella punta di grottesco alla Dahl che certo non gusta, e che raggiunge il suo culmine nella figura affascinante e molto inquietante della Beldam, questa creatura mutaforma che plasma la realtà e si nutre delle anime, della gioia e dei ricordi dei bambini che irretisce.
Diciamola tutta, un protagonista per quanto ben scritto fa poco senza un buon cattivo. E l'altra madre è davvero un buon cattivo, di quelli che escono dritti dagli incubi: perfida, affascinante, crudele e manipolatrice; ti entra nel cuore e nella testa di pagina in pagina. La arriverei addirittura a disprezzare se non fossi una persona dal cuore nero che si innamora sempre perdutamente dei buoni villain, e se a fine lettura non fossi rimasta con un dubbio: se l'amore malato che va disperatamente cercando in Coraline sia solo un trucco per irretirla tra le sue spire o se sia davvero una creatura che sa amare solo in questo modo deviato e distruttivo.
Gaiman fortunatamente non ce lo spiega.
Perché nei buoni libri destinati ai giovani non è che devi fare il didascalico a tutti i costi: è una regola aurea che non sempre viene seguita ma riesce naturale nel momento in cui un autore non tratta da stupidi i suoi lettori solo perché sono piccoli.
Recensione del libro "Coraline" di Neil Gaiman
Giudizio finale: