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venerdì 24 dicembre 2021

[Recensione] LA RAGAZZA CHE SCRISSE FRANKENSTEIN, di Fiona Sampson

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Titolo originale:
  Mary Shelley: The Girl Who Wrote Frankenstein
Autore: Fiona Sampson
Genere: Biografia, Letteratura inglese
Traduzione: E. Gallitelli
Edizione: UTET (De Agostini)
Pagine: 436
Anno: 2018
Euro: 25,00 | Ebook: 9,99


Fiona Sampson non è esattamente l'ultima delle scappate di casa. Scrittrice e poetessa inglese molto apprezzata oltralpe, è tra le autrici più importanti del nostro tempo ed è stata una delle prime figure intellettuali a sostenere con forza l'uso della scrittura creativa all'interno dei programmi di healthcare nazionale. 
Tradotta in 37 lingue, colleziona come figurine premi letterari nazionali e internazionali sia per l'impegno nella ricerca che per il suo lavoro letterario.
Ovviamente la wikipedia italiana non le dedica nemmeno due righe e dei 29 libri che ha dato alle stampe in 20 anni ci si è presi la briga di tradurre solo questo, e giusto perché nemmeno la Shelley è proprio l'ultima delle stronze. 
Ma avanti così, editoria italiana...

*

A 200 anni dalla pubblicazione della prima edizione del Frankenstein, la Sampson dedica alla sua geniale autrice un omaggio biografico che svela le luci e le ombre, ma soprattutto le fragilità umane di una scrittrice che troppo spesso viene sminuita dal punto di vista professionale e relegata al ruolo di moglie e custode della memoria di Percy Bysshe Shelley o al contrario messa su un piedistallo come una figura algida, lontana, smarrita nei meandri del tempo e da adorare in maniera vuota e reverenziale.
La Sampson invece ce ne dona un ritratto umanissimo e commovente. Perché se la storia è piena di figure di donne geniali messe in ombra dalla famiglia, dai mariti, dagli amici, dal periodo e dal luogo in cui si ritrovano a vivere o dal loro stesso lavoro, si può dire che Mary nel corso della sua vita abbia avuto la sfortuna si ritrovarsi contro tutti questi elementi.

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Mary è figlia di Mary Wollstonecraft, filosofa antesignana del femminismo liberale, la quale muore per complicazioni dovute al parto poco dopo la sua nascita, e William Godwin, filosofo e scrittore considerato uno dei primissimi teorici dell'anarchismo. E' Godwin a crescere con un coinvolgimento insolito per l'epoca la figliastra Fanny (nata da una precedente relazione della Wollstonecraft) e Mary, la cui educazione e viva intelligenza si sviluppano con straordinaria precocità in casa, al n. 29 del Polygon, all'interno di un salotto frequentato dai più fini intellettuali del tempo. 
Questo per 4 anni, finché suo padre non convola in seconde nozze con la dirimpettaia Mary Jane Clairmont (anche lei un personaggio dai costumi piuttosto libertini per i canoni dell'epoca), che nella più fiabesca delle tradizioni si rivelerà essere una matrigna fredda e piuttosto insofferente nei confronti delle figlie di primo letto del consorte. A questo proposito però la Sampton, pur riconoscendo alla seconda signora Godwin una certa dose di furbizia femminile, in qualche occasione sembra insinuare nella mente del lettore il dubbio che sia piuttosto Mary a proiettare sulla matrigna il fastidio e la tristezza che le provocano l'improvvisa indifferenza paterna. Ma le lettere e i diari di Mary parlano chiaro e, da brava biografa, la Sampson vi si attiene senza partire (troppo) per la tangente.
Ma la nota riservatezza della Shelley sulla sua vita privata e la scarna corrispondenza può indurre a fare ipotesi sul fatto che non tutto sia come appare a un primo sguardo.

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Non stupisce che una ragazza giovane e intelligente lasciata a se stessa e allontanata per lunghi periodi in Scozia per "irrobustirne il fisico e il carattere", specie se figlia di genitori che hanno dato il buon esempio seguendo un ideale romantico che lasciava poco spazio alle convenzioni sociali borghesi, a soli 16 anni prenda e organizzi una fuga d'amore con il giovane 
Percy Bysshe Shelley, assiduo frequentatore dei salotti intellettuali paterni, più grande di lei di 5 anni e tra l'altro noto viveur già sposato con una figlia. 
Shelley sarà il grande amore della sua vita.
Di contro, lui la tratterà praticamente da subito come un'incudine appesa ai coglioni, ma questo non stupisce: come accade un po' a tutte le donne di rara intelligenza e cultura, Mary latita sul fronte del senso comune e fa schifo a valutare le persone. La Sampson ovviamente non cede alla tentazione di trasformare il volume in un attacco incondizionato a Percy Shelley, che sia uno stronzo è una mia conclusione personale.
Senza nulla togliere all'artista.
Il viaggio dei due giovani innamorati da Dover a Calais è breve, forse nemmeno consumato, ma tanto basta a rovinare la reputazione "onesta e immacolata" di Mary e delle altre figlie di Godwin, Fanny e Jane, la figlia di primo letto della Clairmont. Non saremo ancora immersi fino alla gola nella rigida ipocrisia moralista dell'epoca vittoriana, ma in soldoni per una giovane dell'epoca priva di grandi doti o titoli e amicizie influenti cambia poco: le Godwin non sono più "materiale da matrimonio".

Per tutta la vita di Mary la sua situazione sociale e sentimentale non migliorerà mai davvero dal momento che prima del matrimonio i due vivranno un lungo periodo di convivenza a tre, con la sorella Jane (che ora si fa chiamare Claire) a fare da "piacevole distrazione" a Percy nei momenti in cui la compagna incinta rompe troppo i coglioni e impedendo ai due di avere anche la minima possibilità di costruire qualcosa di solido (se non altro a livello intellettuale). Persino quando convoleranno a nozze la sua vita matrimoniale sarà costellata di continui tradimenti e lutti (non solo quattro dei cinque figli che avrà da Shelley ma anche la sorella Fanny, morta suicida nel 1816).
Mary sembra la classica donna che ama troppo:

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
"L'amore di Shelley è talmente libero che di fatto imprigiona la sua compagna, perché è totalmente condizionato. Eppure Mary, cresciuta alla scuola di approvazione condizionata del padre, interiorizza questo modo di fare e vi obbedisce."

Questo però non ne va a sminuire la figura professionale e la sensibilità intellettuale, semmai l'arricchisce. 
La Sampson ci svela una donna dall'indole malinconica (troppo persino per i canoni romantici, al punto da risultare una compagnia che ispira mediamente poca simpatia), spesso incline alla depressione.
A contribuire a buona parte delle sue sfortune (anche dopo che Shelley trova la morte in un tragico incidente in mare) c'è un carattere poco socievole e molto riflessivo che non aiuta ad accattivarsi le simpatie del prossimo nemmeno quando è priva del sostegno del marito prima, dell'amico di vecchia data Byron e del padre poi, ovvero nel momento di massima vulnerabilità. Mai l'anima della festa, mai ad imporsi nella conversazione, sempre a subire il giro di amicizie e i desideri degli uomini della sua vita e con sporadiche amicizie femminili coltivate rigorosamente una alla volta (abitudine che fa ipotizzare alla Sampson che la Shelley potrebbe avere tendenze saffiche, o perlomeno bisessuali). Rimasta sola con l'unico figlio sopravvissuto, Percy Florence Shelley, si ritroverà in balia di sguardi ostili e vittima delle maldicenze diffuse dalla sorella, dalle amanti del marito e dallo stesso Shelley, che a più riprese nel corso del loro matrimonio si lamenterà di lei con gli amici per la sua freddezza.

*

La Sampson scandisce questo incredibile resoconto della vita di Mary Shelley per immagini, come se il libro si costruisse su una serie di dipinti: piedi di vita e luce i primi (le grandi finestre di Skinner street, un vestitino di tartan acquistato in Scozia, i libri di filastrocche che deve aver presumibilmente sfogliato da bambina), malinconici, fumosi e cupi man mano che s'avanza.
Giochi infantili, sogni e vestiti acquistati d'impulso lasciano spazio a una notte tempestosa a Villa Diodati, il luogo in cui quasi per gioco e un po' per noia si diede vita a due dei lavori più importanti dell'Ottocento, Il Vampiro di Polidori e ovviamente Frankenstein; all'articolo di giornale che riporta la morte della povera Fanny (che si impicca nella solitudine della sua stanza a differenza di Harriet, la prima moglie di Shelley, che si getterà nel Tamigi causando grande scandalo); un ritratto malinconico in cui sfoggia un sorriso triste e appena accennato che la ritrae nella piena maturità. Tutto va ad arricchire il ritratto della scrittrice e della donna, che a più riprese si confondono.
"Sono stata cresciuta ed educata alla sete di gloria. Diventare una persona grande e buona, questo era il precetto di mio padre, e Shelley l'ha ribadito. Ma Shelley è morto e io sono rimasta sola. Mio padre, per l'età e le circostanze domestiche, non è riuscito a "me fair valoir". La mia totale assenza di amicizie, il mio orrore per l'insistenza e l'incapacità di propormi senza qualcuno che mi guidi, mi apprezzi e mi sostenga - tutto questo mi ha affondata."
Mary troverà sempre difficile, ma a maggior ragione quando l'Inghilterra entrerà ufficialmente nell'epoca vittoriana e diventerà ancora più duro per un'autrice affermarsi professionalmente, nascondersi dietro l'anonimato o a pseudonimi maschili. 
Se poi per scrittrici come Jane Austen è stato comunque relativamente semplice proporre al mondo i suoi romanzi firmandosi pudicamente come "a lady", diventa quasi impossibile per la Shelley farsi prendere sul serio dai contemporanei quando la sua ambizione è scrivere senza nascondersi opere filosofiche, biografie e trattati in cui la condizione imprescindibile è argomentare su prove certe ed essere autorevole. 
Non vuol dire che non ci provi, e che non riesca a costruirsi a fatica uno spazio all'interno di quella sagra della salsiccia che è il modo intellettuale "serio". Ma forse ci si mette la vita, forse l'età, forse la malattia, forse ha semplicemente deciso così: se dopo il 1838 smette con la narrativa dal 1844 la sua incredibile vena creativa si esaurisce del tutto. 
Il racconto della sua vita si chiude con l'immagine del sepolcro di Mary a Bournemouth, oggi chiuso da un sistema di superstrade e sovrastato da un centro commerciale e da un pub che porta il suo nome. Se l'immagine può apparire irrispettosa, è possibile che la Shelley avrebbe apprezzato l'ironia.

*

Fiona Sampton ci regala una biografia a tutto tondo corredata di fotografie, incisioni e ritratti che è al tempo stesso un lavoro di ricerca mastodontico sulla donna Mary Shelley, sul background storico, filosofico e politico in cui si muove e un'acuta analisi del suo lavoro che mira non a riportare un compitino sterile in previsione del bicentenario del Frankenstein, ma a far emergere tutta la potenza di una figura straordinaria che per sopravvivere e farsi spazio all'interno di un mondo (familiare e intellettuale) che non la voleva in quanto donna si è inventata e reinventata all'infinito.
Un'intellettuale di rara intelligenza e sensibilità che si rivela anche molto umana e fragile, incapace di restituire fino alla fine gli infiniti colpi che le ha riservato il destino. Arriverà a rinunciare alla grandezza letteraria relegando se stessa al ruolo ancellare di custode della memoria del marito perché il figlio non dovesse soffrire del biasimo sociale dei suoi contemporanei come era accaduto a lei e alle sue sorelle. 

Questo libro parla di come Mary è diventata chi è e di quanto di sé a livello intimo e personale abbia impresso nel suo mostro, ma è anche un'acuta riflessione sul contemporaneo, su quanto oggi come allora alle donne di talento venga richiesto di sacrificare in virtù del proprio sesso.
Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Giudizio finale:

martedì 17 novembre 2020

[Recensione] LA BIBLIOTECA DI MEZZANOTTE (Matt Haig)

Titolo originale:
The Midnight Library
Autore: Matt Haig
Traduzione: P. Novaresi
Ed. Italiana: E/O, brossura, 329 pagine,
Anno (Italia): 2020
Euro: 18,00 (ebook: 11,99)

Ho una profonda idiosincrasia per i manuali di autoaiuto, ma è un mio problema che non pretendo abbiano tutti: personalmente li trovo inutili, paternalistici e zeppi di consigli che so già darmi benissimo da sola (seguirli? altro discorso).

Ti prego, scrittore milionario con una bella casa, un bel lavoro non alienante che probabilmente fai con calma ai tuoi ritmi, una famiglia amorevole e un cane, lascia che ti paghi 20-30 euro e insegnami come vivere nella precarietà e nella solitudine con luoghi comuni e fuffa filosofica imparata tra liceo e lezioni di yoga.

Per cui si può solo immaginare il mio fastidio nel momento in cui credo di ritrovarmi davanti un romanzo (intimista quanto si vuole) e mi ritrovo davanti uno di questi manuali malamente mascherato da novella allegorica: ora, a discolpa del libro, nella quarta di copertina era citato il titolo di una precedente fatica dell'autore, Ragioni per continuare a vivere (un saggio autobiografico su come superare i momenti bui della vita e intraprendere un cammino fuori dalla depressione), e sarebbe stato mio compito controllare meglio prima di accingermi a leggere. Ma se nella stessa quarta di copertina E/O mi scrive che è un romanzo, io mi fido. 
Perché un saggista può scrivere un romanzo.
Qui possono esserci personaggi inventati che fanno cose ma non è un romanzo.

*

TRAMA E PROFONDI INSEGNAMENTI DI VITA
Nora Seed ha 35 anni e la sua vita non va da nessuna parte: i suoi genitori sono morti, suo fratello la ignora, si è allontanata dalla sua migliore amica emigrata in Australia, è stata licenziata dal negozio di musica in cui lavorava, la signora che la paga per dare lezioni di piano al figlio ha deciso che al ragazzo non serve più il suo aiuto e le è pure morto il gatto. 
Personalmente h
o smesso di provare compassione per Nora e ho cominciato ad avere dei flashback tipo Vietnam dei film di Fantozzi già da tre sfighe fa. 
Anche meno, autore, anche meno, guarda che il punto arriva lo stesso anche se non esageri e non c'è bisogno di farla proprio così scoreggiona e didascalica la tua morale: una vita non deve andare proprio a rotoli sotto qualsiasi punto di vista perché una persona si senta depressa, inutile e inadeguata.
Ma senza questa esagerazione forse il lettore medio non avrebbe compreso perché a una certa Nora, piena di rimorsi e rimpianti e sentendosi completamente abbandonata dal mondo, decida di porre fine alla sua vita. Magari non avrebbe nemmeno provato la necessaria empatia nei confronti della protagonista visto che la prima cosa che si fa quando nella vita vera un poveretto si toglie la vita è puntare il dito su tutto quello che aveva e che ha gettato via stupidamente. Invece un personaggio fittizio a cui tutto va veramente così male un po' ci fa sentire meschinamente meglio perché a confronto la nostra vita non fa così schifo, un po' ci permette di capire il suo gesto.
Libro, cominciamo già malissimo per quel che mi riguarda.

Comunque, Nora non muore ma finisce in una sorta di luogo di mezzo, una biblioteca gestita dall'anziana bibliotecaria della sua scuola elementare, Mrs. Elm, in cui ogni volume rappresenta tutte le infinite realtà che avrebbero potuto rappresentare la sua vita se avesse fatto scelte diverse. Nora a questo punto comincia a viverle tutte.
In una è sposata con il fidanzato storico Dan (che nella vita "vera" ha mollato all'altare) e insieme hanno comprato un pub, che era il sogno della vita di lui e riesce comunque ad essere insoddisfatto della sua vita una volta che riesce a realizzarlo (con lei che dovrebbe solo tacere invece di guardarlo dall'alto in basso a riguardo): sogni e le aspirazioni di lei, intrappolata con un mezzo alcolizzato che la cornifica ripetutamente, non pervenuti.
In un'altra il suo gatto Voltaire viveva in casa con lei senza mai mettere il muso fuori ma è morto comunque perché non è stato investito da una macchina come credeva lei (colpevolizzandosi di una sua mancanza come padrona) ma aveva una malformazione congenita al cuore. Quindi... Il libro vuole dirmi che è ok far girovagare i gatti sulle strade trafficate perché se sei una brava padrona diventa invulnerabile ai paraurti?
In un'altra vita è una campionessa olimpionica di nuoto e il fratello le fa da manager, suo padre è ancora vivo perché grazie all'esempio della figlia atleta si è rimesso in forma evitando l'attacco di cuore che lo avrebbe seccato quando Nora era piccola... Si è rimesso talmente in forma da mollare sua madre per una strappona straniera e la madre, che per tutta la vita ha vissuto momenti di depressione, non ha retto all'abbandono.
Qui l'autore ne approfitta per farle fare, con la scusa di un'intervista, un pippone infinito sulla necessità di non considerare automaticamente la strada vincente quella migliore, perché la vita è come un albero pieno di ramoscelli che si diramano in direzioni infinite, non è una gara, il successo non è determinato da un lavoro ben pagato o una medaglia olimpica o dall'aver sfornato o meno una pletora di bebè, inserire frase motivazionale cliché.
In una è diventata famosa glaciologa e si trova insieme ad altri ricercatori in una stazione alle Svalbard (dove l'autore ne approfitta per scrivere due righe sul riscaldamento globale, già che c'è), rischiando di venir sbranata da un orso polare (e qui scopre che non vuole più morire come a inizio libro) e di subire i pipponi altrettanto infiniti di un Viandante come lei, Hugo, che le rivela che non è unica e specialissima.
Ci sono molte persone che finiscono come lei in questi mondi di mezzo (che per Hugo non è una biblioteca ma un negozio di vhs gestito da suo zio), e come lei viaggiano in mondi infiniti in cerca della vita giusta in cui restare per sempre. Lei pur di farlo tacere ci scopa aggratis per poi scomparire durante l'amplesso.
In un'altra vita è una famosa rockstar che è riuscita a superare la paura del palco e non ha abbandonato la band in cui suonava insieme al fratello come ha fatto nella sua vita vera: è tatuata e coi piercing, vive tra i tour e l'affetto dei fan, ha avuto storie burrascose con famosi attori del cinema, e dover registrare un podcast per i suoi ascoltatori le offre addirittura la golosa occasione di regalarci un altro pippone motivazionale sul fatto che non esiste una vita che renda immuni alla tristezza.
Ma suo fratello è morto di overdose, quindi nemmeno questa vita va bene.
Segue un'altra pletora di inutili esistenze, e in una è addirittura Nora Martinez, moglie di un vignaiolo messicano (Haig aveva proprio esaurito le idee), finché non arriva alla vita perfetta: sposata con Ash, un chirurgo a cui un giorno vendette uno spartito musicale che anni addietro le chiese di prendere un caffé (caffè che lei non accettò perché al tempo era fidanzata con Dan), con una figlia di nome Molly e un labrador di nome Platone.
Se non fossero inglesi sarebbe un quadretto più americano della torta di mele.
Anche la vita professionale di Nora a questo giro ha preso la svolta giusta: ha preso un dottorato a Cambridge, insegna filosofia all'università e ha preso un anno sabbatico per scrivere un romanzo sul suo filosofo preferito, Henry David Thoreau (e quando te sbagli? O era lui o Schopenhauer o Charles Bukowski, non se ne esce quando devi costruire un personaggio profondo e cupo che non si piega all'arido sistema). 
Qui scopre che la risposta a tutto è l'amore, e che proprio la mancanza d'amore (dato e ricevuto) nella vita che si è lasciata alle spalle l'ha resa vulnerabile, un guscio vuoto che si è abbandonato alla disperazione fino ad arrivare a quell'insano gesto di cui si sta pentendo ogni istante di più. 
Ma nemmeno questa vita la soddisfa, e alla fine l'abbandona.
E allora vaffanculo, Nora. 
Insomma, la lezioncina moralista finale è che nessuna vita può soddisfare appieno Nora perché ogni scelta ha i suoi pro e contro e l'unica vita davvero sua è quella che ha cercato di lasciare con il suicidio, una vita che ora può cambiare creandosi una rete d'amore che le impedisca di cadere (sic!): ecco che quindi riesce a vomitare le pillole che aveva ingerito e a trascinarsi fino alla porta del vicino a chiedere aiuto. In ospedale, mentre medita sulle nuove e infinite possibilità che le si prospettano, riceverà la visita di suo fratello che la stava ignorando solo perché anche lui aveva i suoi problemi e si stava disintossicando a causa di un problema mai risolto con la sua omosessualità, e un messaggio della sua amica Izzy che si scusa per non averle risposto subito ma era impegnata, quindi tutta la solitudine e la disperazione che provava erano solo nella sua testa, le persone veramente sole e disperate non esistono!
IMPRESSIONI SPARSE...
Il rischio di fondo è che non apprezzando questo libro io diventi automaticamente la nemica delle persone depresse e ansiose, il mostro insensibile che non sa com'è sentirsi come Nora, sentirsi inadeguata, schiava dei rimpianti, sola a dispetto di ciò che si ha.
Ma il problema non è mio, è del libro.

Mi sfugge proprio il senso della sua esistenza: come manuale di auto-aiuto è un prontuario di banalità infinite (la risposta è l'amore, nessuna vita è perfetta al 100%, vivi giorno per giorno senza preoccuparti di ciò che è stato, non farti bloccare dai rimpianti), e sarebbe molto più utile che chi davvero si sente così smarrito si rivolgesse a un aiuto professionale serio invece che a queste cazzatelle da scaffale; come romanzo manca di una trama solida e avvincente (è anzi parecchio scontatella), caratterizzazione dei personaggi, senso, e qualsiasi cosa lo renda un'opera di narrativa anche solo sufficiente.
I personaggi sono delle figurine senza spessore, fantasmi in vite che Nora non può afferrare appieno perché è lì solo di passaggio: tutto ruota perennemente intorno ad una protagonista che tanto per cambiare è specialissima e piena di intelligenza e talento in ambito sportivo, intellettuale e musicale (perché noi i finti romanzi manuali di autoaiuto con le protagoniste mediocri non le vogliamo), e tutto ciò che ci viene spiattellato davanti è solo una scusa per portare il lettore a una qualche conclusione molto profonda e filosofica che strigni strigni così profonda e filosofica poi non è.

Intendiamoci, si può e si deve usare la narrativa (o un film o un videogioco, o quel che è) per parlare della depressione, dell'ansia legata alla modernità della vita, della precarietà, della solitudine, dell'amore, della speranza, ma se si evita di essere così didascalici e di riempire la narrazione di pipponi moralisti a prova di stupido è un po' meglio.
Pensiamo a La vita è meravigliosa di Frank Capra.
Lo spunto narrativo è praticamente lo stesso e il messaggio che vuole veicolare molto simile a quello di Haig: un uomo spinto sull'orlo del suicidio dalle avversità di una vita fattasi insostenibile e priva di speranza troverà un angelo a guidarlo attraverso un mondo alternativo in cui lui, che si sente inutile e disperato, non è mai esistito: questo lo porterà a comprendere che lui ha un valore, che è importante per tutte le persone che ha intorno, e che ha creato una rete d'amore indistruttibile. E questo senza relegare tutta la narrazione al messaggio finale o fare degli spiegoni continui nel timore che lo spettatore stupido possa non capire il messaggio di fondo.
IN CONCLUSIONE...
La biblioteca di mezzanotte non riesce nell'intento che si era prefissato, almeno con la sottoscritta: invece di sensibilizzarmi sul problema di Nora e farmi empatizzare con lei mi ha solo resa astiosa e insofferente nei suoi confronti, perché è un personaggio troppo perfetto e talentuoso perché io mi ci possa immedesimare e perché dietro ci ho visto solo un autore che per tutto il tempo ha cercato di fare del facile paternalismo.
Per gli amanti di certa manualistica sarà senz'altro una boccata d'aria fresca, io me ne tengo alla larga come Superman con la Kriptonite, esattamente come ho fatto con altri due amatissimi predecessori del genere, Il gabbiano Jonathan Livingstone e L'eleganza del riccio.
Giudizio finale:

mercoledì 24 giugno 2020

[Recensione] THE BREADWINNER - I RACCONTI DI PARVANA

The breadwinner, I racconti di Parvana (locandina)
Paese: Irlanda/Canada/Lussemburgo
Anno: 2017
Regia: Nora Twomey
Produzione: Cartoon Saloon
Cast: Saara Chaudry, Laara Sadiq, Shaista Latif, Ali Badshah, Noorin Gulamgaus, Kawa Ada


L’irlandese Cartoon Saloon dopo averci deliziati con opere del calibro di The secret of Kells e La canzone del mare sforna un gioiellino dal sapore mediorientale, che purtroppo si è visto fregare l’Oscar 2017 come miglior film animazione dallo splendido Coco (la maledizione dei film Cartoon Saloon: anche La canzone del mare ai tempi dovette chinare la testa di fronte a Big Hero 6, sempre a targa Disney-Pixar).

Dispiace che a fronte di un budget consistente il film non sia rientrato neanche nella metà delle spese. Dispiace perché questi tentativi coraggiosi da parte di uno studio d'animazione che non appartiene alle grandi Major di dar vita a qualcosa di diverso dal consueto “realismo” popolato da inquietanti lolite idrocefale in CGI dovrebbero essere premiati, ma onestamente almeno per quel che riguarda la distribuzione italiana non ne sono stupita.

Personalmente non ho visto The Breadwinner passare al cinema nemmeno per sbaglio, e il nostro multisala ha 12 sale. Certo se capiti nel periodo in cui te ne occupano 4 per l’ultimo live action disney e 4 per l’ultima fatica Marvel resta poco spazio per tutto il resto, lo capisco (*prego inserire sarcasmo*), già ho dovuto ringraziare le forze delle tenebre per essere riuscita a vedere Gatta Cenerentola, ai tempi. 
Era distribuito in DUE cinema in tutta la regione.
Non paghi di ciò, per questo film hanno deciso di far regnare sovrana la confusione a partire dal titolo in quanto il film in originale si chiama The Breadwinner (letteralmente "colui che vince il pane" ovvero il “sostegno della famiglia”, ruolo tradizionalmente ricoperto anche in occidente dall’uomo), tradotto in italiano al momento della "distribuzione" cinematografica come I racconti di Parvana (quando poi guardando il film si vede che il racconto è uno solo, ma ce la fate?). Non paghi di questo cambio di titolo Netflix lo acquisisce e decide a caso di ribattezzarlo Sotto il Burqa, rimandando in questo modo al titolo del l'omonimo romanzo di Deborah Ellis da cui è tratta la pellicola.
Per comodità lo chiamerò col nome originale, che è anche il titolo che ha più senso visto che la protagonista (che è il fulcro della narrazione) non solo, come ho già detto, racconta una storia sola, ma non indossa alcun burqa. Ma in italia se parli di medioriente la parola Burqa nel titolo devi mettercela per forza, sorprende che Persepolis sia riuscito a preservare la dignità e a non chiamarsi “Un Burqa tricolore” o "Un burqa e due baguette".



DUE RIGHE DI TRAMA
Parvana (Saara Chaudry) ha 11 anni e vive a Kabul, in Afghanistan.
La vediamo seduta a bordo della strada accanto a suo padre Nurullah (Ali Badshah), un ex insegnante che ha perso una gamba nel precedente conflitto russo-afghano (1979-1989) per vendere i loro pochi averi, tra cui un abito tessuto a mano che la giovane Parvana non ha mai avuto modo di indossare.  Nurullah chiede a Parvana di raccontargli tutto ciò che ricorda della storia del loro paese.
La bambina però non ricorda nulla.
Non vede il senso nel ricordare cose che le sembrano così lontane e inutili. Il padre allora decide di renderle le cose più facili e trasformare la storia dell'Afghanistan in una favola, perché un racconto resta impresso nel nostro cuore anche quando tutto il resto scompare.

Per inciso Parvana non sta indossando un burqa, soprattutto non un burqa afgano che è uno scafandro celeste con un gabbiotto al posto degli occhi, ma un hijab o più probabilmente uno Shayla visto quanto è scoperto il collo.

Purtroppo l’atteggiamento folle e sovversivo di Nurullah, che vuole acculturare sua figlia invece di farla sposare al primo stronzo che la reclami, non passano inosservati: un suo ex allievo lo denuncerà come traditore in quanto detiene in casa dei libri proibiti che usa per insegnare a leggere e scrivere alle sue figlie.
Nurullah verrà quindi trascinato in prigione, lasciando soli e senza mezzi la piccola Parvana, la madre Fatteema (Laara Sadiq), la sorella maggiore Soraya (Shaista Latif) e il suo fratellino Zaki, che ha solo 2 anni e non può ricoprire il ruolo dell’uomo di casa.
Toccherà invece a Parvana farlo.
La ragazza deciderà di tagliarsi i capelli, indossare gli abiti di suo fratello morto  Sulayman e spacciarsi per un cugino di nome Aatish (Che significa “Fuoco” anche se “non è un vero nome”, le diranno. Del resto, nemmeno Aatish è un vero uomo), per poter girare per la città a comprare del cibo, mantenere la sua famiglia con vari lavoretti di fatica e sedendo al mercato al posto che era di suo padre, con la segreta speranza di far uscire suo padre di prigione.

Nel corso della storia le si affiancheranno Shauzia (Soma Chhaya), una ex compagna di scuola che proprio come lei si finge un ragazzo per mantenere la famiglia (una famiglia molto meno idilliaca di quella di Parvana, dal poco che veniamo a sapere), col sogno di andare lontano, sulla costa, per vendere chincaglierie ai turisti, e Razaq (Kawa Ada), un soldato talebano ma di buon cuore, che si avvicinerà alla piccola Parvana dopo aver subito un grave lutto.




La vita di Parvana viene inoltre scandita da un racconto, una favola nata per caso, per far smettere di piangere il fratellino disperato, e che finirà invece per dare conforto a lei nei momenti più disperati: le avventure di un ragazzo di nome Sulayman il cui destino è salvare il suo villaggio dal malvagio Re Elefante, mentre una presenza inquietante e informe incombe su di lui...



IMPRESSIONI SPARSE

Parto dal presupposto che The Breadwinner non vuole far commuovere, ma proprio per questo per quanto mi riguarda ci riesce, e molto. Siamo ben lontani da quelle pellicole dalla tematica triste patetiche e paracule in cui avverti come un azzimato sciacallo hollywoodiano il regista o chi per lui darti di gomito per sogghignare sornione: “guarda quanto l’ho fatta triste questa scena, guarda i bambini che piangono, la violenza perpetrata ai danni dei deboli con un filtro desaturato in un crescendo di violini e tonalità grevi… Non ti viene da piangere? Non lo vuoi un kleenex?”. 
Bello, lascia che ti illumini: se mi stai parlando, tanto per dire, di ebrei rinchiusi nei campi di concentramento o di apartheid non hai bisogno di “farmela triste”, è triste anche da sola. Se calchi la mano mi sputo un polmone.
Il che spiega quella volta in cui al cinema ho rischiato il linciaggio durante la scena della morte di Sirius in Harry Potter 5. Anche meno, Yates, anche meno...



La Kabul di The Breadwinner non è l’Iran in trasformazione in cui è cresciuta la Marjane di Persepolis, ma ha già subito guerre e bombardamenti, ed è già sotto il giogo talebano, con la violenza e la prevaricazione che fanno parte della quotidianità di Parvana al punto che persino a noi tutto sembra quasi normale, persino il fatto che Parvana non possa andare a prendere l’acqua al pozzo senza temere per la sua incolumità.
Le donne nella Kabul di The Breadwinner sono già relegate dietro le mura domestiche, o nascoste allo sguardo degli uomini da scafandri azzurri, ed è proibito loro persino avventurarsi fuori casa in cerca di cibo o medicine.



La regista riesce comunque a trattare il tema con delicatezza, e un rispetto raro (che già è visibile anche solo dal fatto che in questo racconto è alle donne che è permesso raccontare la loro storia, senza filtri. Persino l'unico uomo della famiglia di Parvana, per quanto illuminato sia, esce di scena nei primi minuti della pellicola).
Se ci troviamo di fronte a una donna picchiata dai talebani per aver contravvenuto alla legge, la telecamera sposta pudicamente lo sguardo per non mostrarci esplicitamente la violenza: piuttosto ci mostra i suoi effetti, o si sofferma sul gesto amorevole di una figlia che pulisce le ferite inferte alla madre. E se in una scena intravediamo anche, alle spalle di un anziano signore che compra l’abito di Parvana al mercato, una sposa neanche adolescente, nessuno leva alte grida di sdegno o punta il dito con piglio tutto occidentale a sottolineare l'orrore.
Basta mostrarlo e il messaggio arriva. Forse anche meglio.




 Non è solo la parte di denuncia sociale o la storia della tenera bambina coraggiosa ad avermi colpita, ma anche e soprattutto la semplice quotidianità di Parvana.
The breadwinner infatti brilla per l'attenzione e il rispetto con cui si è rappresentato l'Afghanistan talebano: la vita di tutti i giorni, i piccoli gesti e i rituali domestici, i rapporti tra le persone sia all'interno di una famiglia che le interazioni sociali e sul lavoro, come si muta anche inconsapevolmente di fronte a un giovane, a una donna, o a un anziano.
Tutto è accuratissimo, nulla è superficiale o facilone o patetico al fine di scatenare la famosa lacrima strappastorie di cui al punto 1. 
Sono i piccoli gesti di tenerezza, gli sguardi d'intesa o i rimbrotti lanciati di sottecchi davanti al piatto con la cena (tipica e rigorosamente condivisa) che ci mostrano anche i rapporti che corrono all'interno della famiglia di Parvana, senza bisogno di spiegazioni didascaliche a prova di shtupide


Parvana ha 11 anni e, viene fatto notare a inizio film, a breve avrebbe già l’età per sposarsi (a un certo punto la vedremo pure una sposa bambina): ma in famiglia non solo la cosa non viene presa in considerazione (è ancora una bambina e non deve avere tutta questa fretta di crescere, le viene detto), ma persino la sorella maggiore, che di anni ne ha ben 18, non è ancora promessa (e non a caso non metterà mai il naso fuori di casa, perché se è pericoloso per una bambina andare al pozzo vicino casa a raccogliere l'acqua figurarsi come lo sarebbe per una giovane donna).


Per entrambe le figlie è rispettato il loro diritto di restare libere quanto più è possibile. Ed entrambe accudiscono la madre e il fratellino con tenerezza, alla bisogna.
Tutti si prendono cura degli altri.
Perchè è proprio la famiglia il fulcro di questo film.
Persino il defunto Sulayman, loro fratello ed eroe del racconto di Parvana.



 The Breadwinner è un racconto racchiuso in un racconto.
La storia dell’Afghanistan prima di Parvana ci viene presentata come una favola il cui inizio va perdendosi in tempi lontani (e la cui fine non ci è dato di sapere); la narrazione è scandita a ritmi regolari dalla storia di Sulayman, tutta colori vibranti e sagome che richiamano ai vecchi libri illustrati di favole e che tanto vanno a discostarsi dal grigiore monocromatico o dal color sabbia pallido in cui è immersa una Kabul sull’orlo della guerra; la stessa storia di Parvana e della sua famiglia è crudelmente realistica ma finisce con l'assumere toni vaghi, irreali, quasi favolistici man mano che si prosegue nella narrazione. Il che non sminuisce il dolore e il coraggio di queste persone ma lo rende quasi un racconto universale.
Il fatto che Parvana (e poi Shauzia) debba travestirsi da uomo ad esempio non la porta a particolari riflessioni sul ruolo della donna o sul potere patriarcale, non le crea crisi di identità o  dubbi, paradossalmente non è importante. C'è un po' di esitazione al momento di tagliarsi i capelli ma finisce. Il travestimento è, nonostante le motivazioni pragmatiche (uscire e comprare del cibo per la famiglia) un mero espediente fiabesco perché la storia prosegua, proprio come la vecchina che regala a Sulayman lo specchio brillante che lo aiuterà a sconfiggere il re elefante.

Dal punto di vista estetico, questo non stupisce, il film è delizioso e non manca di colpire, come già detto a più riprese, l'attenzione per i particolari.
A cominciare dalla protagonista, dal momento che non si può fare a meno di notare che Parvana è fisicamente ispirata a Sharbat Gula, la famosa afghan girl fotografata da Steve McCurry e comparsa sulla copertina del National Geographic del 1985.



Non è casuale che quando è ragazza Parvana spicchi sullo sfondo con i suoi colori (nonostante tecnicamente debba tenere un profilo basso, non farsi notare): i grandi occhi verdi, le sciarpe di un rosso acceso o turchese brillante, la tunica verde che si staglia sullo sfondo di una Kabul spossata in cui regnano i toni spenti, il giallo pallido, il beige, il marrone, e tutto è coperto dalla sabbia che sfoca spesso la nostra visuale permettendoci di concentrarci continuamente su Parvana. 
Quando invece Parvana diventa Aatish tutto cambia.
Nel momento in cui la ragazza entra, per sopravvivere, all'interno di quello stesso sistema che opprime quelle come lei, i suoi colori scompaiono, si spengono, e lei si mimetizza alla perfezione con la città di Kabul.


Nel mondo della fiaba invece, quando è Sulayman a farsi protagonista e ci lasciamo alle spalle l'Afghanistan, tutto si ribalta: se la realtà è grigia e polverosa o immersa nella sabbia del deserto, la fantasia è costruita su toni vivaci e colori violenti, quasi psichedelici. 




Nelle sequenze di fantasia i personaggi perdono la morbidezza e delicatezza minimale del character design, trasformandosi in rigidi burattini di carta, figure da libro (non a caso è il possesso di un libro di racconti ad aver causato l'arresto di Nurullah).
Tutto nel film sembra suggerire che è nelle storie (e nella storia) che è da ricercarsi la salvezza.

*

IN CONCLUSIONE...
The Breadwinner è un delicatissimo inno al coraggio che dà voce alle donne (ma non solo) e nel farlo ci parla di speranza e sopravvivenza, una speranza che deve costruirsi sulla cultura e la conoscenza del passato in modo da non dimenticare ciò che è stato, ma anche sulla fantasia. Perché è la fiaba a riempire The Breadwinner di colori e l’anima di Parvana e della sua famiglia di ottimismo e promesse per il futuro, un futuro in cui il giovane Sulayman, buono, intelligente e pieno di risorse, non è morto a causa di una mina abbandonata per strada ma è destinato a sconfiggere il malvagio Re elefante e riportare la pace e l’abbondanza al suo villaggio.


Perché in The Breadwinner è la gente, alla fine di tutto, ad avere nelle proprie mani gli strumenti per sconfiggere Il re Elefante: gente che sa essere sì crudele (ma che spesso agisce così perché a sua volta vive nella paura, sembra suggerirci il film, che raramente punta il dito contro le persone quanto contro le idee liberticide) ma anche gentile e disinteressata, e nel corso della pellicola darà vita a grandi slanci di coraggio e amore, o a piccoli gesti di umana compassione, senza chiedere in cambio nulla, neppure un grazie.
Perchè in fondo, come ci dice il film: "La più grande ricchezza dell'Afghanistan è la sua gente"...

Giudizio finale:
Ci ho pianto come una deficiente per tutto il tempo...


domenica 17 maggio 2020

[Recensione] I RAGAZZI DELLA NICKEL

recensioni i ragazzi della nickel colson Whitehead
Autore: Colson Whitehead
Traduzione: S. Pareschi
Ed. italiana: Mondadori, copertina rigida, 213 pagine
Anno (Italia): 2019
Euro: 18,50

Elenco delle cose più imbarazzanti che mi hanno commosso in età adulta, a dimostrazione che non sono un mostro privo di empatia:
1) Tarzan della Disney: tutto, dal primo fotogramma in cui la nave dei genitori affonda ai titoli di coda. Mi rifiuto di guardare quel film in compagnia per non rischiare il perculo a vita.
2) Il film dei Puffi su Puffetta
3) Qualsiasi cosa al mondo con i cuccioli
4) Non questo libro.


QUALCHE DOVEROSA RIGA DI TRAMA

Romanzo ambientato nella Tallahassee (Florida) degli anni ’60 e che vede come protagonista Elwood Curtis, un giovane di colore che vive con la nonna e dopo la scuola lavora in un negozietto del quartiere: serio e giudizioso al punto da attirarsi le antipatie dei monelli di strada (da cui ovviamente si tiene alla larga), invaso dallo spirito di giustizia e uguaglianza di Martin Luther King e amante dello studio, ha davanti a sé quello che per un afroamericano del sud degli States di quegli anni voleva dire un futuro radioso.
Arrivare al college, trovare un lavoro dignitoso, uscire dal ghetto.
Peccato che il destino infame abbia in mente altri piani per questo ragazzo.
Ingiustamente accusato di furto d’auto verrà spedito alla Nickel Academy, il riformatorio giovanile di Eleanor. Qui il giovane fa amicizia con un coetaneo, il disincantato Jack Turner, convinto che la loro nazione sia stata fondata su violenza, odio razziale e genocidi e non abbia alcuna possibilità di cambiare nonostante le belle parole del dottor King: Elwood invece ha tutta l’intenzione di rigare dritto, evitare guai e guadagnarsi la libertà nel minor tempo possibile, per tornare alla sua vita di sempre.
Si tratta solo di pochi mesi, a dir tanto.
Le cose però, ancora una volta, non vanno come previsto.

E' proprio la rettitudine di Elwood a metterlo nei pasticci in un luogo in cui, vedremo ben presto, non c’è posto per la giustizia: che siano bianchi o neri non importa (anche se, se sei nero, non importa un po' di più). Sono ragazzi poveri e senza speranza, abbandonati a loro stessi, e questo è il crimine più grave ancora oggi nella Terra dei liberi.
Liberi solo se si hanno i soldi per esserlo.
Elwood finirà nei guai salvando un compagno di sventura dalla violenza di branco e cercando addirittura di denunciare gli abusi perpetrati dalle guardie all’interno dell’istituto: per tutta risposta verrà preso a cinghiate dai solerti tutori dell’ordine tanto forte da ficcargli le fibre del jeans nella carne e tenerlo bloccato in infermeria per giorni, ma evidentemente questo non basta.

Jack viene casualmente a conoscenza del piano per uccidere Elwood ordito dal direttore della prigione con la complicità delle guardie, e decide di organizzare una fuga insieme al suo amico, che già lo ha convertito sulla via dell'onestà e degli alti ideali, anche se essere catturati può voler dire anche per lui fare una brutta fine.



Quando negli anni ’10 del 2000 si comincerà finalmente a investigare sugli abusi perpetrati alla Nickel, deciderà di tornare in Florida al fine di testimoniare contro i responsabili e fare, finalmente, giustizia.

*

La vicenda, seppur romanzata, è tratta da una storia vera.
La Nickel Academy è ispirata al riformatorio di Dozier situato a Marianna (Florida), fondato a inizio XX secolo e che ha praticato una rigida separazione tra ragazzi bianchi e di colore fino al 1966. La cosa nel romanzo è riportata (fin troppo) fedelmente, insieme a molte altre: Elwood nel libro parlerà a più riprese dell’impossibilità di interagire con ragazzi caucasici a meno che non si fosse in infermeria o a collaborare per lo spettacolo di natale (l’unico momento in cui persino a questi ragazzi veniva concessa un po’ di umanità). Solo nel 2008 si comincia a indagare seriamente sugli abusi perpetrati ai danni dei ragazzi tra quelle mura.
La storia di questo carcere è lunga e triste.
Concentrandoci sui soli anni ’60, periodo scelto da Whitehead sia per la sua importanza dal punto di vista dei diritti civili sia perché sono gli ultimi anni in cui questo istituto pratica ufficialmente le punizioni corporali, la Dozier ospitava 564 ragazzi dai 10 ai 16 anni per reati che andavano dal crimine violento all’essere degli incorreggibili fumatori; violenza e abusi erano all’ordine del giorno e a qualche sfortunato capitavano incidenti su cui ancora oggi non è stata fatta luce.

Detto questo, e appurato che la vera storia di questo carcere minorile è una delle tante ferite che sfregiano il volto del paese che oggi vuole esportare la Democrazia, il romanzo è un’incudine fredda, asettica e senz'anima appesa ai coglioni.
Whitehead è talmente sicuro (e a ragione) che basti parlare di una vicenda oggettivamente tristissima per turbare e commuovere il lettore (e vincere un altro premio Pulitzer) da non sforzarsi nemmeno di metterci del suo, emozionare con le parole, di staccarsi dalla realtà cronachistica dei fatti per raccontare qualcosa di vivo e vibrante che possa restare veramente nel cuore anche al di là della tragedia storica. Ma se avessi voluto leggere le cronache della Dozier avrei letto un saggio o la pagina di Wikipedia dedicata alla vicenda, non un romanzo. L’effetto finale per quel che mi riguarda è più o meno lo stesso della pagina di Wikipedia, con la differenza che nella pagina di Wikipedia fortunatamente manca Elwood.

Elwood è la quintessenza della vuota retorica.
Un ragazzino di colore praticamente perfetto, studioso e giudizioso, che ascolta i discorsi di King, pieno di ideali ed educato, con un futuro radioso davanti (talmente perfetto da spingere sulla via della rettitudine col suo esempio anche un cinico come Jack), Grifondoro nello spirito: il sogno di ogni nonna, a conti fatti un personaggio odiosamente bidimensionale.
Praticamente è come un bambino concepirebbe l’eroe del suo racconto.


Il processo creativo che ha portato alla nascita di Elwood e Jack...
A livello narrativo Elwood è un personaggio che a un corso di scrittura creativa si sarebbe preso l'insufficienza: fa tenerezza a chi legge non perché scritto bene o perché ci si possa empatizzare, ma solo perché è agnello sacrificale dell’ingiustizia di stato (mentre chi ha rubato o fuma le sigarette evidentemente non è altrettanto meritevole di avere una voce narrante, a meno che non si converta alla via di Elwood), la via facilona per far commuovere il lettore sensibile che poi, anche se non si ritroverà ad apprezzare pienamente questo romanzo per i motivi di cui sopra (che sono gravi per un romanzo), nella maggior parte dei casi non se la sentirà di dare meno della sufficienza o di essere davvero critico per non passare da membro onorario del KKK.

Io la tragedia la comprendo benissimo, la vera storia di quei ragazzi è da stringere il cuore e da incazzarcisi duro, così come è importante che proprio oggi (e non solo in America) sia fondamentale ricordare quanto la "giustizia" dei privilegiati possa accanirsi proprio verso chi più ne ha bisogno, ma una roba così furbetta e poraccia che sembra uscita da una versione ripulita de La capanna dello zio Tom non me la voglio trovare davanti in un romanzo del 2019 che ha vinto un Pulitzer.

*

Per essere definito tale un romanzo deve prima di tutto emozionare grazie allo stile dell'autore e alla costruzione dei suoi personaggi, personaggi che devono catturare il cuore di chi legge coi loro pregi ma soprattutto coi loro difetti (la storia ci insegna che il Topolino "amico delle guardie" non piace a nessuno).  Qui questo non accade, di conseguenza a mio modesto avviso I ragazzi della Nickel come romanzo, a dispetto dei validi messaggi che vuole veicolare, non vale praticamente nulla.


Giudizio finale:
Se volessi leggere un saggio leggerei un saggio.