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martedì 14 febbraio 2023

[Recensione] L'ABBAZIA DI NORTHANGER, di Jane Austen

Titolo originale:
 Northanger Abbey
Autore: Jane Austen
Traduzione: S. Fiorini
Edizione: Rusconi Libri
Pagine: 272
Anno: 2015

Premesse:
A dispetto della copertina in cui è difficile stabilire cosa sia peggio tra il castello photoshoppato con la motosega, la testa volante della Austen e la citazione tagliata a mezzo dal titolo, Rusconi confeziona un volume tutto sommato carino (preceduto da una bella introduzione di Sara Poledrelli) a prezzo contenuto.
In più la citazione con castello e testa volante rappresenta comunque un miglioramento rispetto alla copertina del 2008, dove Northanger Abbey nella testa del grafico o chi per lui è diventata Westminster, con tanto di Big Ben.
Tanto 'ste case da magnapudding so' tutte uguali.

Per lungo tempo Northanger Abbey viene erroneamente considerato il primo romanzo scritto da Jane Austen quando in realtà al momento della prima stesura nel 1798 l'autrice ha già dato alla luce Elinor e Marianne (Ragione e Sentimento, di cui si è già parlato su questi lidi) e First Impressions (che diventerà Orgoglio e Pregiudizio).
L'equivoco nasce dal fatto che Northanger Abbey è il primo romanzo che Jane Austen riesce a vendere a un editore: è la Crosby&Co. infatti ad acquistare il manoscritto nel 1803, per poi decidere di non darlo mai alle stampe. Questo avverrà solo dopo la morte della Austen, nel 1818, per decisione di suo fratello. Ora, le ragioni per cui una casa editrice decida di comprare un manoscritto di quella che all'epoca era una perfetta sconosciuta per poi tenerselo in un cassetto possono essere molteplici, non sempre intelligenti o razionali: in questo caso è probabile che, senza andare a infilarsi in chissà che gineprai complottisti, la Crosby&Co volesse solo tenere lontana dagli scaffali un'opera che perculava uno dei filoni più popolari (e remunerativi) del periodo, vale a dire la letteratura gotica. Nello specifico, il romanzo è la diretta parodia di uno dei "bestseller" dell'epoca, vale a dire I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe (più volte citato nel testo).

Anche qui, proprio come accadeva in Ragione e Sentimento alla povera Marianne che per amore di un avvenente coglione da romanzo quasi ci aveva rimesso la ghirba, la Austen segue le vicissitudini di un'antieroina giovane, ingenua e sensibile che capirà a proprie spese quanti guai possa provocare l'abbandonarsi acriticamente alle letture d'evasione.
Di nuovo, esattamente come in Ragione e Sentimento la penna della Austen non si scaglia contro quella narrativa che oggi definiremmo di serie B (considerata anche all'epoca robetta da donne poco sveglie): va benissimo (per uomini e donne, ci dice la Austen) leggere il romanzetto d'amore o una tragica storia di intrigo e mistero ambientata tra le Alpi, purché la fantasia non vada a soppiantare quella moderata assennatezza che per la Austen è la chiave per la felicità.

*

DUE RIGHE DI TRAMA

Dramatization
Potremmo definire la giovane Catherine Morland una controeroina
, ovvero una protagonista a cui la natura non ha fornito alcuna caratteristica in grado di fare di lei un personaggio accattivante, dal punto di vista narrativo. 
Potremmo per certi aspetti paragonarla a quelle protagoniste di young adult che passano il tempo a fracassarci i maroni su quanto siano comuni, scialbe e assolutamente non amabili con quelle orribili poppe generose e l'immondo vitino da vespa, i grandi occhioni violargento e lo shatush naturale. Se non fosse che Catherine non è una ragazza proprio come noi, no, sul serio te lo ggiuro frate' quando in realtà è una fregna specialissima. Catherine è, né più né meno, la quintessenza dell'insignificanza.

Vive nei pressi di Fullerton, nel Wiltshire, un paesino di campagna abitato da una quarantina di famiglie: brava gente onesta che però non offre molte occasioni di mistero e fascino: niente orfani dai natali oscuri, nessun giovane interessante affidato alla tutela di Mr Morland, nessun antico maniero da esplorare o un danaroso baronetto su cui struggersi.
Solo passeggiate nel verde, cucito, qualche invito per il té.
Neanche la famiglia le dà la soddisfazione di un lutto, di problemi economici o di un bell'abuso parentale. Suo padre, un ecclesiastico che ha la gestione di due parrocchie ben avviate, non naviga nel denaro ma non è nemmeno indigente (non viene quindi a presentarsi l'assillo verso il matrimonio vantaggioso che in seguito toglierà il sonno alla signora Bennet: i giovani Morland, maschi o femmine che siano, possono sognare l'amore e scegliere la persona che più aggrada loro contando sull'amorevole consenso genitoriale). La madre è una donna pratica di buon senso e buon carattere, ma soprattutto dotata di una salute di ferro nonostante abbia scodellato la bellezza di 10 figli, di cui la sedicenne Catherine è la quartogenita.
Date le premesse poco incoraggianti, Catherine non può che difettare come eroina anche dal punto di vista caratteriale e del phisique du role: Catherine è appena passabile, quasi graziosa se le condizioni ambientali sono propizie, ma solo perché da bambina era un bidone dell'umido con le gambe; dotata di buon carattere e temperamento tranquillo che sfocia a più riprese nell'emotività, frutto di una vivace fantasia e dell'abuso di letture d'evasione. E' ingenua a causa della poca conoscenza delle cose del mondo, molto distratta, forse sciocca. Non ha nessuna attitudine per i racconti o gli scritti che richiedano una qualche riflessione, la musica, il ricamo e tutte le arti femminili.

Ma quando l'avventura chiama, anche una controeroina deve rispondere. 
E l'avventura si presenta nella forma di un invito a Bath (nota località termale dell'epoca) in compagnia di due cari amici della famiglia Morland, gli Allen: la giovane Miss Morland infatti, che è tanto cara alla coppia, rappresenterebbe una piacevole compagnia per la signora Allen e al tempo stesso potrebbe avere il suo primo assaggio di società e conoscere persone nuove.
I genitori non hanno nulla da obiettare.

L'esperienza a Bath dà il via a una catena di eventi che la porteranno a fare la conoscenza con una serie di pittoresche personalità: in primo luogo Henry Tilney, il nostro interesse amoroso, e sua sorella Eleanore, anche se la prima parte del romanzo verrà dominata soprattutto dalla figura di Isabel Thorpe, la figlia di una vecchia conoscenza di Miss Allen, con la quale Catherine stringerà immediatamente amicizia.
Dramatization: James e Isabel Thorpe
Anche Isabel, come Eleanore, ha un fratello, John Thorpe, che è anche intimo amico del fratello maggiore di Catherine, James.
John è quello che narrativamente parlando può definirsi un dito in culo e un accollo mastodontico: se Isabel è molto appassionata, magnetica, vivace ed esercita sulla nostra protagonista un'immediata simpatia, John le appare subito grezzo, volgare, uno spaccone che spinto com'è dal desiderio di far bella mostra di sé denigrando tutto ciò che lo circonda, si troverà persino a umiliare Catherine definendo la letteratura che tanto l'appassiona una roba da donne su cui non vale la pena perder tempo.
Mossa furba se il tuo scopo è tucciartela.
Comunque non c'è pericolo che questo avvenga dato che Catherine lo odia fin dal primo momento, è solo troppo socialmente impedita (e troppo affezionata alla sorella) per mandarcelo senza venir meno alle regole della buona cortesia.

Bisognerà aspettare un po' per vederla varcare finalmente la soglia di Northanger Abbey, la residenza padronale dei Tilney, su invito del padre di Eleanor e Henry che ha preso per qualche motivo in simpatia la giovinetta. Northanger è, come dice il nome, una vecchia abbazia convertita in residenza padronale, e questo non può far altro che far vibrare il senso di fan del brivido della nostra protagonista. Qui, in questo luogo dal nome così gotico, avrà finalmente inizio per Catherine un'avventura tutta intrigo e mistero.
Ma solo nella sua testa.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Con Northanger Abbey ci si ritrova davanti forse il romanzo più divertente mai partorito dalla Austen: uno scritto giovanile fresco e vivace, un'esplosione di ironia e situazioni buffe e grottesche (messe in moto sì dall'ingenuità di una protagonista incapace di destreggiarsi in un mondo di persone falZe ma soprattutto dalla stupidità delle suddette persone falZe) che non ha mancato di farmi ridere di cuore a più riprese, invece di strapparmi i soliti sorrisi british a labbra strette.
Ma non dobbiamo commettere l'errore di credere che Jane Austen ci voglia far ridere a spese della povera Catherine: anche se ne sottolinea a più riprese gli errori di giudizio e l'indole sognatrice la voce narrante (una presenza molto ingombrante rispetto alla media austeniana: sorta di biografa di Catherine e al tempo stesso continuo memento del nostro ritrovarci di fronte a un'opera innocua, di fantasia, dove nessun animale è stato maltrattato per la sua realizzazione) non infierisce su di lei con un piglio da bullo. 
Il motivo è evidente, e ce lo spiega lei stessa:
"Se l'eroina di un romanzo non è sostenuta dall'eroina di un altro romanzo, da chi mai potrà aspettarsi protezione e rispetto? Non posso approvare un simile comportamento."

La Austen ha quindi molta cura della sua protagonista, la protegge, giosce del suo immancabile percorso di maturazione e ci tiene a ricordarci sempre (un leit motiv della prosa austeniana) che non è lei a risultare ridicola, ma il mondo che la circonda e le regole che lo guidano (regole che non a caso danno vita in questo romanzo a personaggi che diventano quasi maschere teatrali, individui tagliati con l'accetta). 
Catherine, è vero, pecca di eccessiva ingenuità ma solo perché è una persona generosa, di buon cuore e onesta. Tra l'altro non sarà l'unica a prendere delle discrete cantonate, con la differenza che lei lo farà in completa buonafede. E' inoltre una persona poco incline alla riflessione e allo studio, le sue uniche letture sono i romanzi drama-trash, ma la si può definire una ragazza sciocca?
Ok, non è esattamente la più sveglia della conigliata Morland ed è senza dubbio una tipa che ha bisogno degli spiegoni o di sbatterci il muso per capire l'ovvio (ma quanto questo avviene la sua reazione è talmente onesta e ). Ma la sua ingenuità è compensata da una viva immaginazione (che è una dote straordinaria, ci dice la Austen, purché non si esageri perdendo di vista la realtà) e da un discreto intuito. Catherine è poco istruita, salta spesso alle conclusioni sbagliate, ma non è una sciocca.
Nonostante tutti i suoi limiti intellettuali e le sue fantasticherie Catherine non è una Marianne che si abbandona ciecamente al sentimento amoroso: Henry Tilney le risulta subito amabile perché è un giovanotto quasi bello (non è un punto su cui si sofferma particolarmente, d'altronde anche lei è quasi graziosa), perché è divertente e sa metterla a suo agio, perché è gentile al punto da indulgere in lunghe conversazioni sulla mussola con la signora Allen. Tutte motivazioni razionali, giuste, che però la spingono a provare sentimenti d'amore prima che sia socialmente accettabile:
"Non è possibile appurare se prima di andare a letto, mentre beveva il suo vino caldo con acqua, Catherine abbia pensato a lui tanto da sognarlo durante la notte; ma spero che se ciò è avvenuto sia stato solo durante un sonno leggero o al massimo verso il mattino, perché se è vero, come ha affermato un famoso scrittore, che una fanciulla non può innamorarsi prima che il giovane le abbia dichiarato il proprio amore, deve essere estremamente sconveniente che una fanciulla sogni un uomo prima ancora di sapere se lui l'ha sognata."
Siamo a livelli di 
carineria diabetici
con questi due.

Tra l'altro anche Henry contravverrà alle buone norme sociali dell'epoca affermando di essersi innamorato di Catherine solo dopo aver preso atto dei sentimenti di lei. 
Quindi ama, ma solo dopo essersi sentito amato da una ragazza graziosa, onesta e di buon cuore, diventando in un certo senso "preda" dell'eroina (in contrapposizione alla fascinosa Isabel, che volendo irretire con l'astuzia uomini di estrazione sociale superiore al suo, quindi spinta solo da calcoli e interesse, se la piglia in saccoccia)

Naturalmente essendo Catherine quello che è, fa un grosso scivolone per una signorina accorta dell'epoca, ovvero non si premura immediatamente di sincerarsi dell'onorabilità della famiglia di lui e dell'ammontare delle sue ricchezze, ma a quello per fortuna pensa il suo amico, il signor Allen, che altrimenti mai le avrebbe permesso di frequentarlo.
Insomma, anche questa giovanissima Jane Austen ci fa notare come il sentimento sia bellissimo e l'amore sia il sale della vita, ma tutto questo deve andare per forza a scontrarsi con aride esigenze materiali.

A fare da controparte a Henry c'è John Thorpe.
John Thorpe è il Gaston di Bath: tutti giurano e sperticano che è il best compagnone da frequentare, l'anima della festa, un bravo guaglione e un ottimo amico, ma più lo si conosce più si capisce (e se ne accorge soprattutto Catherine, a dimostrazione che non è scema come ci vogliono far credere, che da lui subisce delle attenzioni a dir poco insistenti che arrivano a uno pseudo rapimento a bordo di un calessino) di avere davanti un coglione e un gigantesco dito nel culo oltre che un insopportabile accollo.
Catherine, dicevamo, è profondamente infastidita da questo buzzurro tagliato con l'accetta, e con buona ragione. Ovviamente però parliamo di Catherine, una persona giovane e inesperta della vita, poco abituata al lavorio intellettuale, che del suo giudizio non è che si fidi granché: quindi fino a una certa le prende pure il dubbio, ma magari sono io che non capisco perché sono solo una femmina e lui è simpa, magari è veramente una brava persona ed è divertente quando non mi prende per il culo perché leggo romanzetti del cazzo. Nel dubbio però lo evito perché la vita è breve e io non ho scritto Caritas in fronte.
Catherine paladina del ghosting.
Ti vogliamo bene.

Ma se Catherine ha le idee chiare e il senso di ragno che pizzica come si deve per quel che riguarda gli omini che incroceranno il suo cammino (persino quell'altro pezzo di merda del generale Tilney le causerà un'istintiva antipatia, nonostante i modi affabili e la squisita cortesia che le mostra almeno finché non scopre che è povera), con le donne la questione si fa più complicata. Con i personaggi femminili di questo romanzo infatti l'intuito di Catherine va in crisi, e nonostante gli indizi non le manchino sarà totalmente incapace di distinguere una sincera amicizia da un rapporto superficiale e falZo.
Parliamo ovviamente di Isabel Thorpe, la sorella di John.
Isabél in a nutshéll
Isabel è giovane, molto graziosa, dotata di fascino e di un forte magnetismo che rasenta la vera e propria paraculaggine che non manca di irretire Catherine ma soprattutto suo fratello James, un magnetismo frutto soprattutto della necessità: a differenza dei Morland infatti i Thorpe vessano in condizioni economiche precarie, cosa che rende la ricerca dell'amore una faccenda molto più pressante e meno legata ai sentimentalismi. Per Isabel è necessario, essendo una donna priva di mezzi e di dote, fare tutto quello che è in suo potere per ottenere un riscatto sociale, vale a dire trovare marito.
Nello specifico, un marito danaroso.
E' una missione che Isabel persegue con foga, sfoderando con sapienza tutte le proprie armi femminili a differenza dell'ingenua Catherine (che neanche comprende quelle astuzie, dando vita a dei siparietti memorabili): trova inizialmente il suo obiettivo in James, che rappresenterebbe il partito perfetto per un'eroina austeniana avendo una posizione sociale superiore alla sua, una rendita modesta ma sufficiente per vivere dignitosamente (ottenuta con la benedizione di genitori compiacenti a cui basta che i figli siano felici con la persona amata), un buon carattere, sentimenti sinceri, intenzioni nobili nei suoi confronti.
Insomma, un jackpot per chi sappia accontentarsi.
Ma Isabel non si accontenta, ovviamente.
Proprio a causa di questa eccessiva carenza di sentimento (esattamente come avveniva in Ragione e Sentimento, dove ci insegnano che è una pragmatica via di mezzo la chiave per l'autentica felicità) Isabel farà il passo più lungo della gamba, lasciando il promesso sposo per il miraggio di un'occasione più ghiotta, occasione fornitale dalle attenzioni galanti del bel Frederick Tilney, fratello maggiore di Henry ed Eleanore, una persona di mondo che a sposare una signora nessuno, per quanto graziosa, non ci pensa proprio.
E che volesse divertirsi con lei come piacevole trastullo vacanziero o semplicemente insegnarle quale fosse il suo posto nel mondo (non lo sapremo mai), Isabel (e solo lei) subirà le conseguenze del suo agire incauto e verrà punita per la propria tracotanza, perdendo sia la stima e l'amore di James che l'amicizia di Catherine.

John in quanto uomo ha la facoltà di comportarsi in modo aggressivo e arrogante, di dire cagate tutto il tempo e comportarsi in modo poco onorevole, di darsi ai vizi e agli eccessi, di ignorare bellamente i desideri della sua preda e risultare comunque un bravo ragazzo.
Frederick può divertirsi con Isabel, illuderla e portarla a rompere il fidanzamento con James per poi abbandonarla (di fatto rovinandola) senza dover nemmeno rendere conto delle sue azioni. Qualche animo troppo sensibile, tipo Catherine o la dolce Eleanore, potrebbe storcere il naso, ma a livello sociale non c'è nessuna conseguenza.
Dramatization: le priorità inglesi
secondo Jane Austen
Il generale Tilney avrà addirittura la facoltà, una volta appurato che le condizioni economiche della sua nuova amica non sono così floride come credeva, di cacciarla letteralmente via di casa nel bel mezzo della notte senza offrirle nemmeno un passaggio fino a casa (e se non fosse per la generosità di una mortificatissima Eleanore Catherine non avrebbe neppure di che pagare la carrozza).
Ma di nuovo, questo potrà indignare i genitori di Catherine, far soffrire la giovane, imbarazzare Eleanore e portare Henry a un'aperta ribellione verso il genitore spingendolo a dar voce ai propri sentimenti verso la nostra protagonista, ma a livello sociale l'onore è, ancora una volta, integro.

Il messaggio che arriva è chiaro.
Essere donne (nello specifico donne povere) è una colpa.
Una colpa che la società inglese del tempo non può perdonare, a meno che la giovane inglese in cerca di realizzazione personale non sottostia a rigidissime regole sociali, non si leghi alle persone giuste, non si destreggi con maestria nella sottile arte della dissimulazione (senza lasciarsi andare a commenti inappropriati come l'ammontare della rendita di tuo marito, dando a intendere che il tuo futuro suocero è un morto di fame) e soprattutto non osi troppo, cercando di volare troppo in là. Insomma, anche se è effettivamente una stronza non mi è così facile provare antipatia per Isabel come la provo invece per una Miss Bingley, che i soldi li ha e potrebbe anche toglierselo quel palo dal sedere per trovare sollievo, ogni tanto.

*

Al di là delle questioni sociali e delle ipocrisie borghesi, come abbiamo visto sempre impietosamente derise dalla nostra Jane Austen, L'Abbazia di Northanger è anche un finissimo esercizio metanarrativo.
Non solo perché a un certo punto, con l'arrivo di Catherine a casa Tilney e l'inizio della parte "mistery" (per modo di dire, visto che non c'è nessun mistero da risolvere), la storia si fa quasi romanzo nel romanzo, ma anche perché la Austen sia attraverso questa voce narrante così forte che tramite i suoi personaggi (nello specifico saranno i Tilney a guidare la nostra protagonista a riflettere sull'argomento) si interroga a più riprese sulla natura della narrativa e su cosa sia considerato degno di essere letto e amato.

- Cos'è un'eroina?
- Cosa vale la pena leggere?
- Bisogna vergognarsi della letteratura d'evasione?
La Austen su questo punto è categorica: non esiste personaggio che per quanto privo di attrattive non possa essere considerato un'eroina e che non possa vivere un'avventura grande o piccola, così come non esiste una letteratura che non valga la pena leggere, non esiste libro che ci si debba vergognare di aver apprezzato, o che per quanto sia apparentemente sciocco non meriti i nostri sospiri o il nostro affetto, e chi la pensa altrimenti vada a fare in culo.
O per dirla con le parole dell'autrice:
"Non adotterò quell'abitudine tanto poco diplomatica quanto meschina, così diffusa tra i romanzieri, di sminuire con la loro sprezzante censura proprio quelle pubblicazioni che loro stessi contribuiscono ad aumentare; essi si uniscono infatti ai loro più grandi avversari nel riversare gli epiteti più duri su tali opere e non permettono quasi mai che vengano lette dalla loro stessa eroina, la quale se per caso prende in mano un romanzo sicuramente ne sfoglierà le pagine insulse con disgusto. Ahimè! [...]
Lasciamo che i critici letterari sparlino a loro piacere di queste effusioni della fantasia e all'uscita di ogni nuovo romanzo esercitino i loro lieti motteggi sul ciarpame che fa gemere i torchi. Sebbene le nostre produzioni abbiano fornito piacere assai più vasto e costante di quanto non abbia fatto qualsivoglia altro genere letterario al mondo, nessun'altra composizione è stata mai altrettanto denigrata. Per superbia, ignoranza, moda, i nostri avversari sono quasi altrettanto numerosi dei nostri lettori."

Questo punto di vista è rappresentato, ovviamente, da un John Thorpe che durante uno dei primi incontri a scopo di conquista per farsi bello (una tattica brillante, tra parentesi) umilia Catherine per i suoi gusti letterari ridicoli. I misteri di Udolpho è monnezza che appartiene a un genere da cui lui, avendo altro da fare, si tiene ben alla larga.
Ne risulta ovviamente un dialogo delirante, come sempre accade quando un fesso qualunque parla con la convinzione dettata dalla mera arroganza di argomenti che non conosce:
- Udolpho è una boiata. Se proprio devo potrei leggere i romanzi di Ann Radcliffe, che mi dicono essere bravina e dotata di uno spirito ironico che potrei apprezzare.
- Ma Udolpho è di Ann Radcliffe
- Ah, sì. No, ma io intendevo un altro libro che ho letto, quello col vecchio sull'altalena che impara il latino, quello è una boiata.
- Io non l'ho letto quel libro quindi non saprei.
- Eh, ma tanto è una boiata

John Thorpe che dopo questi e altri
similari tentativi di corteggiamento
si domanda come mai Catherine
lo eviti come un prolasso anale.
Questo dialogo sulle brutte intenzioni la maleducazione si contrappone com'è giusto che sia alle posizioni del nostro eroe Henry Tilney, che al contrario di quanto non faccia il suo improbabile rivale in amore ammette di aver letto e apprezzato molti dei romanzi amati da Catherine.
"La persona, uomo o donna che sia, a cui non piaccia un buon romanzo, non può che essere incredibilmente stupida", aggiunge addirittura.

Ma allora via libera alla serie B?
Jane Austen vuol concludere che ogni genere letterario, da Ann Radcliffe a Hume, possiede la stessa identica dignità e i bacchettoni arroganti se ne debbano fare una ragione? Beh, sì ma con riserve. Il punto è che non c'è assolutamente nulla di male nell'appassionarsi alla letteratura d'evasione, o a non riuscire a staccare gli occhi da un Udolpho per l'emozione, purché non si perda la testa come Catherine e non li si prenda per più di quello che sono, ovvero mera letteratura d'evasione. Ben venga il desiderio di fantasticare, ben venga farsi venire i brividi al pensiero di dormire in una vecchia abbazia, ben venga persino appassionarsi ai romanzi di Jane Austen e farsi smuovere l'ormone da un Mr Darcy, purché la fantasia non soppianti la ragione e, anche se una bella fanciulla ignorante ha sempre il suo fascino, la propria cultura personale non inizi e finisca con la letteratura d'evasione. 
Insomma, "Per quanto le opere di Ann Radcliffe fossero affascinanti, e per quanto fossero affascinanti anche le opere dei suoi imitatori, forse non si doveva vedere in loro uno specchio della natura umana"Eh, forse.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Northanger Abbey è un romanzo molto più fresco e vivace della media austeniana (così come era più fresca e vivace l'autrice quando l'ha scritto), più acerbo ma decisamente più spassoso delle sue opere più famose e apprezzate.
Non mancano le tematiche austeniane a cui tutti noi fan siamo affezionati: la difesa della letteratura d'evasione, il bisogno di contrarre a ogni costo un matrimonio vantaggioso (ma solo perché mancano le alternative di realizzazione personale per una donna dell'epoca), la spietata critica alla società e ai costumi contemporanei, una società mossa in larga parte dall'interesse, dall'ipocrisia, dal denaro e dal desiderio di prevaricare sull'inferiore. Un mondo in cui perseguire la propria felicità è una lotta.
Una battaglia impari, senza esclusione di colpi, non alla portata di tutte le romantiche signorine in cerca del lieto fine ma solo di chi sappia unire in perfetto equilibrio la ragione e il sentimento, la fantasia e il pragmatismo, la bontà d'animo spogliata di qualsiasi pericolosa ingenuità. 
E se Catherine e Eleanore (che resta sullo sfondo in quanto amica della protagonista pur avendo, lei sì, tutte le caratteristiche di una buona eroina classica, dall'attitudine al background tragico) nonostante gli errori, le ingenuità, i colpi di sfortuna alla fine non possono far altro che trionfare against all odds, Isabel, che guardacaso è la più povera delle tre ragazze che si muoveranno sul palcoscenico di Northanger Abbey, è l'unica che se la prende in saccoccia, che alla fine perde tutto senza poter ambire nemmeno a un percorso di crescita e redenzione. E pur trovando Catherine davvero deliziosa e augurandole tutto il bene del mondo, forse è a Isabel che alla fine va davvero la mia simpatia.

Giudizio finale:

venerdì 27 gennaio 2023

[Recensione] RAGIONE E SENTIMENTO, di Jane Austen

Recensione del romanzo Ragione e Sentimento, di Jane Austen
Titolo originale:
 Sense and Sensibility
Autore: Jane Austen 
Traduzione: L. Lamberti
Edizione: Einaudi
Pagine: 395
Anno: 2015

Jane Austen scrive la prima stesura di Ragione e Sentimento, al tempo Elinor and Marianne, tra il 1795 e il 1797 (quasi in parallelo con First Impressions, prima versione di quello che diventerà il masterpiece della produzione austeniana, Orgoglio e Pregiudizio): dopo aver accantonato l'iniziale forma epistolare e cambiato il titolo nella sua versione definitiva, già dal 1798 comincia a dar forma a Susan, stesura iniziale di Northanger Abbey, il primo romanzo acquistato da un editore (ma pubblicato solo postumo dal fratello dell'autrice, per ragioni non chiare) che proprio come Ragione e Sentimento mette al centro della narrazione un'eroina malguidata dalle letture.
Il contesto storichino, immancabile su questi lidi, è quello del moderno romanzo borghese, nato nel Settecento: espressione dell'ascesa della nuova classe (per l'appunto) borghese, aveva proprio nelle donne i principali fruitori e nel contenuto rifletteva il punto di vista, le aspirazioni e la condotta dei nuovi protagonisti di questo mutamento sociale (cosa che aveva anche uno scopo di legittimazione agli occhi della nobiltà: i borghesi diventano portatori di valori altri, consolidati attraverso il mezzo letterario, non legati al sangue ma alla morale cristiana e all'etica sociale, etica che spesso nel pratico sfociava nello sterile e ipocrita perbenismo - questo il principale bersaglio della penna della Austen). 
Nel pratico, insomma, il romanzo moderno non era solo uno sciocco e pruriginoso passatempo d'evasione ma aveva anche uno scopo educativo.

Detto questo e tornando a Jane Austen, se in Ragione e Sentimento Marianne cede (poi vedremo con che spontaneità) alla cieca passione per il bel Willoughby guidata da un'indole eccessivamente sentimentale creata proprio da un abuso acritico di letture romantiche, in Northanger Abbey quello che porta l'antieroina Catherine Morland (non a caso coetanea di Marianne e sempre non a caso come Marianne non particolarmente ricca in assennatezza) a scatenare un po' troppo la fantasia è l'abuso di letture appartenenti al genere gotico.
Non dobbiamo però pensare che il bersaglio della Austen sia il genere d'evasione: la sferzante ironia della Austen va a colpire le istituzioni, i costumi, le convenzioni sociali del tempo laddove si facciano ridicoli o ipocriti, ma la sua è soprattutto una critica contro l'eccesso. L'eccesso di cieco abbandono al sentimento e alla fantasia, certo, ma anche l'eccesso di Sense, ovvero di assennatezza, appello alla logica, educazione e obbedienza ai costumi sociali più che di ragione vera e propria.
Secondo Jane Austen, che vive e soprattutto scrive a cavallo tra Illuminismo (il trionfo del Sense) e Romanticismo (la rivalsa della Sensibility), è sbagliato parteggiare in via esclusiva per l'uno o per l'altro, esattamente come per il lettore sarebbe sbagliato chiedersi se l'autrice, tra le righe, parteggi per Elinor o per Marianne. 
Gli eccessi, vedremo, portano alla rovina.
Pure il manga hanno fatto, 
per il vostro diletto.
Rovina che per una donna dell'epoca equivaleva al non trovare un marito con un patrimonio dignitoso che consentisse alla giovane di acquisire non solo uno status rispettabile ma soprattutto la sicurezza economica.
Sognare troppo, come Marianne, è un gioco che a conti fatti non vale la candela e mette in condizione di abbandonarsi incautamente all'uomo sbagliato e di essere infelici. Pensare troppo, di contro, ed essere eccessivamente legati alle convenzioni borghesi magari mette al riparo dal ridicolo, o peggio, ma di contro fa apparire freddi e poco coinvolti portando ad allontanare da sé l'oggetto d'amore. 

Ci sono poche possibilità di trovare marito, figurarsi un buon marito, quindi (al contrario di quello che suggeriva la narrativa romantica all'epoca) Jane Austen non è che rinneghi l'amore (non arriva mai a quel livello di cinismo) ma ritiene sia molto più saggio per le sue eroine e per le sue lettrici affidarsi a un tiepido pragmatismo e, per dirla con un francesismo, giungere alla felicità pescando il primo merluzzo moderatamente danaroso e di buon carattere a tiro.
Arrivare al matrimonio ma con criterio.

Un messaggio portato avanti con la consueta e fresca ironia, affidato per ovvia necessità a due protagoniste, incarnazioni di queste opposte concezioni del mondo, di queste pulsioni che, come abbiamo visto, devono mantenersi in costante equilibrio. Elinor Dashwood, di 19 anni, la Ragione; sua sorella minore Marianne, 17 anni, il Sentimento.
Se Elinor è per necessità assennatezza, perspicacia e giudizio, incaricata com'è di fare da freno, a vantaggio di tutti, all'impulsività della madre, rimasta vedova e con una rendita modesta, Marianne (incoraggiata dalla suddetta madre) è passione senza freni, sensibile e irriflessiva in ogni cosa. Se Elinor è una talentuosa pittrice (attività che porta a osservare il mondo da fuori, a studiarlo e a portarlo fedelmente su carta), Marianne è una provetta musicista (laddove la musica è abbandono e trasporto) che spesso arriva a lasciare di punto in bianco conversazioni e persone amiche da lei considerate insulse e poco interessanti per sedersi al piano.
Se Elinor, insomma, è il prodotto delle rigide convenzioni sociali dell'epoca, Marianne, è resa irrimediabilmente romantica da un'intossicazione di letteratura d'evasione, talmente assuefatta all'amore passionale da avere ormai a noia la vita di tutti i giorni e da non poter considerare degno di amore qualcuno che, pur incredibilmente giovane e bello, non abbia quel lampo negli occhi, quel fuoco che denotano intelligenza e coraggio, che non riesca ad unire le qualità dell'innamorato e dell'intellettuale a un rapimento voluttuoso nei confronti dell'arteGià che c'è mentre passeggiano dovrebbe anche ficcarsi un rullo nel sedere e spianarle il sentiero dei rododendri.
Dice Marianne:
"Non potrei essere felice con un uomo i cui interessi non coincidessero coi miei. Quell'uomo dovrebbe avere le mie aspirazioni, leggere i miei stessi libri, gustare la mia musica. [...] Mamma, più conosco il mondo e più mi convinco che non incontrerò mai un uomo che potrei amare davvero. Pretendo troppo: dovrebbe avere tutte le virtù di Edward, e in più il fascino che deriva dall'aspetto e dalle maniere."
Per capirsi, Marianne è una di quelle che oggi produrrebbe meme del genere:
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Questa sorta di scetticismo romantico la porterà tempo due secondi, com'è ovvio, tra le braccia della prima figura giovane e maschia che entrerà nell'area del suo radar, ovvero Willoughby.
Durante una passeggiata lungo le colline che costeggiano la loro abitazione infatti, le tre sorelle Dashwood vengono sorprese da un violento acquazzone. Nello scapicollarsi in direzione di casa, Marianne fa un passo falso, scivola in terra e si torce una caviglia. Subito accorre un gentiluomo con un fucile e due cani (tale è l'impressione fatta sulla romantica Marianne nel momento del primo magico incontro con l'uomo del suo destino che questo è tutto quello che c'è dato modo di sapere inizialmente), che ritrovandosi proprio accanto a lei si affretta a prestare soccorso alla giovane e bella dama ferita. Presala in braccio la trasporta di peso fino a casa e non si ritiene soddisfatto finché ella non è al sicuro su una comoda poltrona.
Ricordiamo che questo è il momento dell'innamoramento di Marianne.
Un innamoramento che però, come vediamo, non nasce spontaneamente al momento di questo salvataggio provvidenziale (che è una scena da film, potremmo descriverla, qualcosa che sembra uscito dritto dritto dai romanzi rosa amati dalla giovane) come ci si aspetterebbe dall'incarnazione del Sentimento, ma si sviluppa dopo, in maniera artificiosa, e solo una volta appurati da Marianne dei presupposti che rendono Willoughby degno di essere considerato oggetto d'amore (dopodiché la diga erompe, perché Marianne *dopo* avvertirà il dovere di abbandonarsi alla passione rapidamente e con trasporto, di dare tutta se stessa all'uomo che ama - a differenza di quanto faccia Elinor, lei il messaggio lo manda da subito forte e chiaro).
 
Che succede, in pratica?
Un affascinante sconosciuto entra nel salotto di casa Dashwood portando tra le braccia la giovane e contusa Marianne: la scena non manca di destare una certa impressione sulla madre e la sorella, le quali: 
Dramatization: Marianne sta per realizzare
che quel fesso di Willoughby è fico
"balzarono in piedi stupite e, mentre gli occhi di entrambe erano fissi su di lui con evidente meraviglia e segreta ammirazione, egli si scusò per l'intrusione raccontandone il motivo in una maniera così aperta e simpatica che la sua persona, già di una bellezza non comune, ne acquistò ulteriore fascino. 
Anche se fosse stato vecchio, brutto e volgare, la signora Dashwood non gli avrebbe negato la propria gratitudine per un atto premuroso compiuto verso la figlia, ma l'influenza della giovinezza, della bellezza e dell'eleganza aumentò l'interesse per quel gesto e colpì dritto al cuore la signora."
In pratica la madre s'è arrapata prima di Marianne.
Solo a questo punto Marianne, superato lo spavento e l'imbarazzo iniziali ma soprattutto sulla scia dell'entusiasmo generale (quindi come già detto tutto parte dall'impressione fatta da Willoughby sugli altri), comincia fare delle considerazioni sul suo salvatore, in un crescendo che rasenta il delirio. 
Il giovane corrispondeva in tutto all'immagine che nella sua fantasia si era fatta dell'eroe di una bella storia, e in quel trasportarla a casa così, senza badare troppo alle forme, si notava una capacità di spirito tale da renderle ancor più gradito quel gesto [quindi anche lei, come sua madre, ha notato che è fico, in più è rapido d'azione come un vero maschio]
Ogni questione che lo riguardasse era affascinante. Il suo nome era bello, la sua casa si trovava nel nel loro villaggio preferito, e presto ella scoprì come fra tutti gli abiti maschili una giacca da cacciatore fosse il più seducente. La fantasia di Marianne era tutta presa.
In seguito (ovvero nel corso di una mattina) scopriamo che Willoughby non solo è bello e maschio con il giubbetto da cacciatore più sexy del Sussex ma ha anche gli stessi gusti di lei. Lui e Marianne, leggiamo, hanno le stesse opinioni su tutto, amano gli stessi libri (qui possiamo solo immaginarle le conversazioni intellettuali portate avanti da questi due), condividono la stessa passione per la musica. Ma, aggiunge la voce narrante, "se sorgeva un'obiezione non sopravviveva alla forza delle argomentazioni e allo splendore degli occhi di lei". In pratica fin dall'inizio di questa travolgente storia d'amore che Harry e Meghan levete proprio l'autrice cerca di lanciarci un forte segnale d'allarme: Willoughby più che uno spirito affine sembra da subito un paraculo che asseconda per interesse l'entusiasmo di un bel fighino passionale come Marianne.
Marianne, accecata dal Sentimento, non se ne avvede.
Elinor invece se ne accorge pure (o per meglio dire, sospetta che qualcosa non vada dal momento che non vede tracce esplicite di impegni sentimentali ufficiali tra i due, condizione imprescindibile per un impegno onorevole) ma, come sempre accade quando la logica cerca di far breccia nella fede cieca, non solo non riesce a far valere i suoi dubbi e le sue preoccupazioni ma è lei stessa a diventare oggetto di biasimo perché, secondo la prospettiva di Marianne è lei ad essere (per usare un francesismo) un frigido dito nel culo.

Anche Elinor infatti ha un corteggiatore, o qualcosa che gli somiglia.
Ragione e Sentimento
in a nutshell
E se l'oggetto d'amore di Marianne è un irresistibile spiantato sexy, col cavaliere di Elinor ci troviamo davanti a un personaggio totalmente diverso, e forse a confronto più insipido, perlomeno nelle descrizioni iniziali.
Ma questo, del resto, passa il convento.
*Sembra* infatti che ci sia della simpatia tra la maggiore delle sorelle Dashwood e tal Edward Ferrars, fratello di quella stronza di sua cognata, ma per affermarlo tocca fidarsi di quello che dicono Marianne e sua madre perché Elinor, ovviamente, non si espone.
Lo rispetta, certo, lo stima, si capisce, è un giovane assennato e di buona famiglia, non dubita nemmeno dei suoi sentimenti, ma finché non vede un anello lei le mani avanti non le mette e si rifiuta di dare un nome a sentimenti che, in assenza di corteggiamenti formali, non sta bene provare.

Edward è il primogenito di una famiglia molto facoltosa, ma il mettere o meno le mani su questa fantomatica fortuna dipende esclusivamente dalla volontà della volitiva madre. Non si distingue per meriti particolari: non è bello, è di buone maniere e discreta cultura ma troppo timido per risultare piacevole in una compagnia se non dopo un'approfondita conoscenza, o per perseguire una carriera in politica, destino che auspicherebbero per lui in famiglia. Le sue ambizioni invece sono concentrate verso sogni di tranquilla felicità domestica, o una carriera ecclesiastica.
Insomma, parrebbe perfetto per la razionale Elinor.
E invece no, perché, come scopriremo (e come scoprirà la stessa Elinor, che come al solito nasconderà sotto al tappeto il dolore dando l'impressione che tutto vada bene), Edward si rivelerà essere legato da anni a una certa Lucy Steele, una giovane molto graziosa ma priva di mezzi propri, di educazione, e di maniere che trasudano volgarità sotto la patina di cortese piaggeria. Difficilmente una persona di questa risma, principalmente perché povera, incontrerebbe i favori della futura suocera, ed ecco perché hanno dovuto fare le cose di nascosto.
Elinor, che non è priva di sentimenti così come Marianne non è priva di assennatezza (anche se il percorso di crescita di questo romanzo prevede che le due sorelle debbano arrivare a questa consapevolezza per prove, errori e tentativi), soffre.
Soffre ma non può abbandonarsi alla disperazione.
I rampolli della famiglia Ferrars:
Edward, Fanny
e il vanitoso Robert


Questo perché razionalmente non ha motivo di essere disperata: pur non dubitando dei sentimenti di Edward, e pienamente consapevole della stima e dell'affetto che prova per lui, di fatto non c'è nessun impegno formale tra loro
.
Paradossalmente è la stessa situazione sentimentalmente fumosa che viene a crearsi tra Willoughby e Marianne, la quale a differenza della sorella si sente impegnata eccome dal momento che dal suo punto di vista è proprio il sentimento a rendere l'impegno tra loro vincolante.
Lucy però è arrivata prima.
Elinor non può accampare alcun diritto.
Non solo. Intrappolata com'è in una gabbia d'assennatezza e convenzioni sociali borghesi Elinor tiene tutto dentro impedendo persino a chi le vuole bene di capire che qualcosa non va e sostenerla; non può mai replicare alle giocose impertinenze degli amici o alla cattiveria gratuita dei Ferrars, abbandonarsi a repliche argute né rispondere alle provocazioni portate avanti da Lucy, la quale col solo scopo di fare la pipì sul suo albero e ribadire con fare meschino i propri diritti sul giovane Ferrars elegge la "nuova amica" a confidente esclusiva delle sue pene d'amore segrete.

Di contro Marianne avverte sempre il dovere di alimentare ed esternare ciò che prova, purché ovviamente questi sentimenti assumano la forma più consona, ovvero dal suo punto di vista quella più passionale, tragicamente romantica e romanzesca. 
Ad un certo punto infatti Willoughby si congeda dai Dashwood, senza preavviso o spiegazioni che vadano oltre vaghe necessità di essere altrove. Non sa neanche quando tornerà. Marianne, ovviamente, è triste.
La differenza con la quieta e razionale tristezza di Elinor è abissale.
"Marianne si sarebbe considerata veramente imperdonabile se fosse riuscita a dormire la prima notte dopo l'addio di Willoughby. Se non si fosse alzata più bsognosa di riposo di quanto non lo fosse quand'era andata a letto, si sarebbe vergognata, la mattina dopo, di guardare in faccia gli altri membri della famiglia. Ma non corse il rischio d'incorrere nel disonore di una simile compostezza. Rimase sveglia tutta la notte e quasi sempre a piangere. Si alzò col mal di testa, era incapace di parlare e rifiutò di toccar cibo, addolorando di continuo la madre e le sorelle, e impedendo loro ogni tentativo di consolazione. La sua sensibilità era davvero grande!"
Le pacatissime reazioni di Marianne
Come sempre si preoccupa dell'impressione che farà sugli altri se non mostra di amare abbastanza e di non soffrire nel modo giusto.
Di nuovo, Marianne non è spontanea nelle sue esternazioni drammatiche ma fa quello che ci si aspetta dal personaggio.

E se reagisce con una tale calma dignità e classe a quello che credeva essere un temporaneo allontanamento dall'amato, il dolore e le privazioni sia mentali che fisiche con cui *tocca* si mortifichi alla scoperta che Willoughby ha tagliato i ponti con lei perché ha deciso di sposare una donna ricca per risollevare lo stato delle sue finanze (Willoughby infatti, scopriremo, era stato diseredato da una ricca parente dopo aver disonorato un'altra pirlina romantica) quasi la uccidono.
E nel caso fosse davvero morta, si renderà conto una volta scampato il pericolo, avrebbe potuto incolpare solo sé stessa: non Willoughby, che non biasimerà mai per quanto alla fine si riveli una persona gretta mossa solo dall'egoismo e dal perseguimento della propria felicità. Gli unici responsabili delle sfortune di Marianne sono l'eccesso di ingenuità e l'abbandono al Sentimento.

A questo punto Marianne finalmente toglie la testa dal sedere, si guarda intorno e scopre che toh, anche Elinor soffre.
Il giovane Ferrars infatti sembra perduto per sempre.
E che cambiamento dalla descrizione impietosa che di lui ci aveva fornito la Austen nei primi capitoli! Il giovane timido e passivo che conoscevamo ha lasciato il posto a un uomo deciso, che ha finalmente deciso di prendere in mano le redini della propria vita e di tener testa alla volitiva madre e alla sorella: messo alle strette dalla famiglia che gli chiede di rinunciare a un'unione indegna in favore di una fanciulla con una dote cospicua, Edward rinuncia ai suoi diritti di primogenito e all'eredità di famiglia in favore di Lucy.
A questo punto Elinor ci riflette su e pensa che sì, ora può chiamare quello che provava amore.
Buongiornissimo caffè a Elinor.
Proprio il coraggio e l'abnegazione mostrati dall'amata sorella maggiore (che non ha mai parlato dei propri sentimenti per non angosciare le più sensibili parenti) però diventano nel momento più disperato lo sprono di cui Marianne ha bisogno per attuare un lento ma inesorabile percorso di maturazione che la porterà non a inaridirsi, ma a trovare un equilibrio (dividendo a metà il tempo tra musica e istruzione e prendendosi più cura di sé). Insomma, Marianne si lascerà alle spalle gli eccessi di quel Sentimento che l'ha quasi portata alla rovina per poi trovare il suo lieto fine.
Ovvero l'immancabile matrimonio con il colonnello Brandon.

Il colonnello Brandon è una nuova conoscenza della famiglia Dashwood: un uomo maturo (ha ben 35 anni, praticamente una mummia, usa addirittura il panciotto di flanella per proteggersi dall'umido. E per quanto Marianne debba ficcarsi un calzino in bocca sulla questione età ok, il panciotto di flanella è effettivamente un po' antisesso), con una cospicua rendita, di indole sì generosa e sensibile ma anche riservata e schiva.
Un uomo inamabile secondo i canoni romantici di Marianne.
Willoughby, a cui Brandon sta sulle balle perché a differenza sua i soldi sa gestirli e sa tenerselo nei pantaloni, ovviamente le dà man forte in quella che diventerà un'antipatia del tutto ingiusta. Il colonnello Brandon si rivelerà ovviamente essere una persona non solo molto fidata e un amico leale, ma anche (per la gioia di Marianne, una volta ripresasi dalla delusione causata da Willoughby) molto romantica, in quanto ancora legato al ricordo di un amore del passato. Brandon è talmente legato a questo tragico ricordo che non solo non si è mai sposato all'età dei panciotti di flanella ma la sua infatuazione per Marianne nasce proprio a causa della somiglianza tra le due fanciulle, perlomeno nell'indole.

Deve passarne di acqua sotto i ponti perché Marianne accantoni le regole del Sentimento (secondo le quali avrebbe dovuto vivere per sempre in funzione del ricordo di un amore infelice - proprio come stava facendo Brandon. Come cantava Cesare Cremonini, Gli uomini e le donne sono uguali) e 
decida di accettare la mano di un uomo per il quale prova sentimenti che non vanno oltre la profonda stima e la viva amicizia.
Proprio i sentimenti per cui biasimava Elinor.
Insomma, alla fine del romanzo le parti sembrano rovesciarsi: la sorella razionale sposa il vero amore (abbandonato dalla cara Lucy che gli ha preferito il ricco fratello minore), la sorella emotiva trova una felicità concreta con un uomo soddisfacente e ragionevole. 
Il segreto della felicità insomma è perseguire l'amore con moderazione.
Il che non significa che chiunque si sposi per interesse sia infelice, a patto di esserne consapevoli: lo dimostrano Lucy e Robert, che se la cavano una crema ottenendo il patrimonio e il perdono della madre di lui - che rimarrà sempre relativamente fredda nei confronti di Edward e Elinor), mentre Willoughby invece, un passionale convinto di essere intelligente a preferire i soldi all'amore, la piglia in culo due volte. 
Intanto perde Marianne, che amava davvero.
In più a seguito del suo matrimonio con la ricca signorina Grey riceve dalla ricca zia l'eredità che credeva perduta, come premio per aver messo giudizio sposando una brava ragazza. In pratica se avesse scelto Marianne e si fosse comportato da persona decente Willoughby avrebbe avuto l'amore e i soldi della zia ricca. Pity.

IN CONCLUSIONE. . .

Ragione e Sentimento è un romanzo scorrevole costruito su dialoghi vivaci (anche se Elinor, per forza di cose, manca della fresca vivacità e della risposta pronta di una Elizabeth Bennet e in questo mi risulta un po' indigesta) e che dietro il piglio superficiale da commedia degli equivoci settecentesca indaga con arguzia la complessità dell'animo umano e si scaglia contro i costumi, gli interessi ma soprattutto le ipocrisie dell'epoca.
Ipocrisie che coinvolgono in egual misura entrambi i sessi.
Anzi, i più interessati a soldi e status sociale sembrano quasi essere i maschietti.
Leggero e divertente, quasi satirico, tocca di sponda diversi temi tragici senza mai indulgervi: a più riprese il comportamento incauto delle sorelle Dashwood (nello specifico quello di Marianne) potrebbe portarle alla completa rovina sociale delle malcapitate troppo leste nel donare il proprio cuore e ciocche di capelli al primo che passa, a invitare i giovanotti in casa propria quando la madre è assente, ad abbandonarsi con troppo trasporto e senza remore al sentimento in assenza di promesse ufficiali. 
Nel libro del resto ne vediamo proprio un esempio.
Dramatization: la gioia
dell'isolamento di Eliza
Si tratta di Eliza, la figlia adottiva del colonnello Brandon (figlia di suo fratello e del suo defunto amore), che come nelle migliori telenovele sudamericane
è rimasta incinta proprio a causa di Willoughby, che sembra avere per vizio quello di sedurre giovani ingenue in mezzo paese. 
Eliza è una presenza vaga e lontana, una tipa che boh, sta in campagna e forse aspetta di partorire, forse ha già partorito, non la vedremo mai più, chi se ne frega. E' un aneddoto impacciato raccontato ad Elinor dallo stesso Brandon (che ha tante qualità ma non quelle dell'oratore): e ringraziasse il cielo che almeno lei ha il sostegno di un parente ricco e non le è toccato morire per consuzione in galera come la madre.
I problemi economici toccano le Dashwood, ma da lontano.
La loro rendita non è faraonica, ma è dignitosa a patto di fare un po' di economie e un lontano parente (il simpatico e socievole sir John Middleton) ha affittato loro un cottage piccolo ma confortevole non lontano dalla propria casa padronale, e a un buon prezzo. Le ragazze sono giovani e carine, non hanno l'assillo di trovare un marito nell'immediato e possono guardarsi intorno senza angosce. Attorno, nonostante il comportamento delle ragazze non sia sempre irreprensibile e specie Marianne sia a più riprese un enorme dito nel culo, trovano solo amicizia, sostegno e simpatia. Sono gli altri ad essere biasimati e allontanati dalla cerchia sociale. 
Per poco, ovviamente.
Le colpe, per quanto gravi, sono facilmente perdonate, le parenti ricche arrivano come la fata madrina di Cenerentola a sistemare tutto, c'è sempre una parrocchia provvidenzialmente vacante dove mandare un amico in difficoltà che casualmente giusto il prete voleva fare. Nessuno dei presenti muore, la bellezza sfiorita può rinascere, il rancore di un parente volitivo non dura per sempre (basta mettere giudizio e chiedere scusa per finta). E va bene così: se volevo rompermi i coglioni con del ridicolo drama in costume mi guardavo Bridgerton.

Giudizio finale:

venerdì 30 aprile 2021

[Recensione] E' ARRIVATA LA FELICITA' (1936)

Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Titolo originale:
 Mr Deeds goes to town
Anno: 1936
Regia: Frank Capra
Soggetto: Clarence Budington Kelland
Sceneggiatura: Robert Riskin
Cast: Gary Cooper, Jean Arthur

Premesse:
Abbiamo già analizzato in breve il background socioeconomico dell'America in seguito alla Grande Depressione e alle politiche di New Deal durante l'analisi del film L'Impareggiabile Godfrey, che tra l'altro è dello stesso anno, ma si offre comunque un ripasso per i meno attenti o per chi si fosse sintonizzato su questi lidi solo in questo momento: c'èccrisi, la gente muore di fame, Franklin D. Roosevelt attua un piano di ripresa economica che prevede il sostegno non solo economico ma anche morale della gente stremata dalla miseria: il popolo americano deve riacquistare la fiducia nel suo paese e fare la propria parte per il bene della comunità, ma come singoli, senza abbracciare quelle sporche idee comuniste. Hollywood si fa attiva ed entusiasta portavoce di questo pensiero: La vita in fondo è bella e la gente è buona se dai il buon esempio. Impegnati, lavora sodo, consuma e produci, sviluppa caparbietà e ambizione e sarai premiato.
Inserire altri cliché.
Il Paperon De Paperoni di
Don Rosa, che incarna appieno
lo spirito del self-made duck:
partito come povero immigrato
scozzese, sale la vetta onestamente.
Frank Capra, passato da figlio di immigrati siciliani 
analfabeti a regista tra i più pagati e influenti di Hollywood, sarà uno dei più convinti ed entusiastici promotori di questa politica del self-made man, l'uomo che si è realizzato con le sue sole forze, che prospera mantenendosi onesto, integro e senza perdere di vista i valori veri (quelli che hanno reso grande il paese: spirito di frontiera, forte legame con la terra, solido spirito comunitario). 
Capra va oltre e fa quel passettino in più, nel pieno dello spirito del tempo: il suo eroe non pensa solo alla realizzazione personale ma lotta per il benessere della comunità. 
In un mondo in cui l'egoismo di pochi ha portato fame e sofferenza per molti chi ne ha la possibilità deve alzare la testa e combattere per ciò che è giusto.
Ed eventualmente tirar su per il coppino Hitler e Hirohito, perché no?
(Superman #17, 1942)

DUE RIGHE DI TRAMA
Il magnate Martin W. Semple perde la vita in Italia in seguito a un tragico incidente d'auto. L'unico erede della sua enorme fortuna (20 milioni di dollari, ad oggi circa 370 milioni) è un lontano nipote di nome Longfellow Deeds (Gary Cooper), che si rivela essere fin da subito un tipo piuttosto singolare: persona molto amata all'interno della piccola comunità rurale di Mandrake Fall, è co-proprietario di una piccola fabbrica di candele di sego che non gli rende granché ma gli permette comunque di vivere agiatamente, arrotonda scrivendo poesie su commissione e si diletta suonando la tuba; non beve, non fuma, non è un donnaiolo.
Insomma, l'anima della festa.
John Cedar (Douglass Dumbrille), avvocato dello studio "Cedar, Cedar, Cedar e Budington" e curatore degli affari del defunto signor Semple, rintraccia il giovane e lo mette al corrente della bella notizia.
L'entusiasmo di Longfellow è incontenibile.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Cedar è accompagnato da Cornelius Cobb (Lionel Stander), un cinico collaboratore di lungo corso e ex giornalista che gli starà accanto una volta giunto a New York per occuparsi dei suoi affari: sarà incaricato di tenere alla larga i seccatori. 
Si scoprirà quasi subito che New York non è abitata da brave persone oneste come quelle che Longfellow ha lasciato al paesino: il signor Cedar e i suoi illustri colleghi altro non vogliono che far firmare a quello che ritengono soltanto uno stupido campagnolo una delega per far amministrare loro il denaro ("gratis", quale generosità!) proprio come erano riusciti a fare con lo zio, che pensava solo alle donne, ai viaggi e alla bella vita; parenti e presunte amanti con prole vogliono una fetta della torta e sono disposti a ottenerla sguinzagliandogli addosso gli avvocati; i consiglieri del teatro dell'Opera vorrebbero importanti finanziamenti per rientrare nelle forti perdite della stagione precedente e cercano di lusingarlo offrendogli la carica di presidente-fantoccio.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Longfellow però dopo un primo momento di smarrimento non si rivelerà poi così fantoccio come lo credevano tutti. Egli è un vero americano di buonsensoⓒ: e tutto il blablabla di questi fighettini di città con gli abiti tagliati su misura e le loro idee astruse sulla cultura che non porta guadagno nulla possono contro l'onesta e sincera concretezza di campagna.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Cobb apprezza.
Come se non bastasse contro il povero Longfellow ci si mettono pure i giornali, bramosi di dare il nuovo magnate venuto dalla campagna in pasto al loro pubblico goloso di pettegolezzi e scandali: un'astuta giornalista d'assalto, Louise "Babe" Bennett (Jean Arthur") riesce ad avvicinare il signor Deeds fingendosi stanca morta per "aver cercato lavoro per tutto il giorno" senza mettere nulla sotto ai denti. 
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Il nostro eroe, che da bravo americano non potrebbe mai dire di no a una donzella in difficoltà, la invita a cena in un bel ristorante chic dove ancora una volta ci dimostrerà che la gente di cultura fa schifo quando il suo cammino incrocerà quello di un gruppo di famosi letterati della città, uomini che lui in quanto poeta a cottimo ammira molto ma che si mostrano amichevoli solo per prenderlo per i fondelli.
L'unica cosa da fare ovviamente è prenderli a cazzotti.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Mentre "l'amicizia" tra Longfellow e la sua nuova amica, il cui padre come gli rivelerà a una certa gli somiglia molto (criiiinge), si approfondisce sui giornali appaiono una serie di articoli imbarazzanti sulle ridicole stravaganze di questo nuovo ricco venuto dalla campagna, che lo fanno diventare lo zimbello della città.
Gli viene appioppato pure il nomignolo di Cinderella Man.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Mentre tutta New York ride di lui, il nostro protagonista sente di potersi fidare solo della sua nuova amica e comincia a sentire il forte desiderio di tornare al suo paesino dove la vita è semplice e la gente è amichevole. 
Nel frattempo le cose si complicano ulteriormente: Cobb scopre la vera identità di Babe proprio nel momento in cui la ragazza, e quando te sbagli, in preda ai rimorsi aveva dato le dimissioni al giornale (dando un bacio d'addio a una carriera di successo e alla possibilità di riparare a tutto il male commesso con una serie di articoli lusinghieri) ed era pronta a confessare tutto a Longfellow, l'uomo che ha scoperto di amare...
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
... ma soprattutto Cedar cerca di ottenere la procura sul suo denaro appoggiando la causa di un presunto signor Semple, parente alla lontana del defunto, facendo dichiarare Longfellow incapace di intendere e volere. La prova della sua pazzia?Usare il suo denaro per fare del bene: ovvero, comprare 18 milioni di dollari di terra per dividerla in appezzamenti da 100 acri (circa 450 m2) da regalare a migliaia di disoccupati volenterosi a patto di lavorare la terra per 3 anni. 
Disoccupati di cui comunque ha scoperto l'esistenza giusto perché un povero cristo armato di pistola con moglie e 5 figli a carico è andato a piangere a casa sua perché voleva vedere che faccia aveva una persona che andava a far lo scemo alle feste mentre la gente muore di fame.
... Io boh.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
A questo punto il film si trasforma a caso in un dramma giudiziario: Longfellow rischia di finire in un ospedale psichiatrico, ma i ripetuti tradimenti ne hanno minato lo spirito. 
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Ha perso la voglia di combattere, non spiccica nemmeno una parola, non si fida nemmeno più di quelli che ormai gli sono sinceramente amici come Cobb, Babe e migliaia di poveri cristi di New York; rifiuta di difendersi davanti ai giudici e replicare alle accuse che gli vengono rivolte dai testimoni delle sue piccole follie quotidiane, da sedicenti professionisti della psichiatria e persino da due sue affittuarie del paesello, che lo definiscono un "picchiatello" (pixilated in inglese, cioè parla con le fatine).
E' Babe alla fine a risolvere la situa:
"E' così perché da quando è arrivato non ha conosciuto che gente cattiva, cominciando da me. E' stato vittima di tutti i più grandi imbroglioni della città. I giornali lo hanno bersagliato, preso in giro col loro stupido umorismo. Io fui la più molesta, penetrai nella sua vita per conoscere tutto di lui. E sapete perché non parla più? Perché di ogni sua parola se ne è alterato il senso per farlo passare per un imbecille. Colpa mia anche questo: di ogni sua frase, di ogni suo gesto me ne servivo per far ridere il pubblico. Sì, quegli articoli li ho scritti io e lo confesso, per interesse, per un mese di licenza, ma non li scrissi più non appena potei conoscere il fondo dell'animo suo, quando potei capire chi è. Egli è un uomo che non può adattarsi al nostro cinico modo di vivere, perché è onesto, sincero e buono. Se lui è pazzo, eccellenza, per noi allora ci vuole una camicia di forza!"  
Ma è quando alla fine di questa accorata difesa confessa sotto giuramento di provare qualcosa per lui che Longfellow spinto da ciò che di più vero e sincero esiste nell'universo (la figa l'amore) trova la forza di reagire, perché prima chi se ne fregava di tutti quei poveri cristi: risponde punto per punto grazie al suo ormai collaudato senso comune della brava gente di campagna alle accuse ingiuriose rivoltegli fino a quel momento e vince la causa come "uomo più sano che abbia mai messo piede in questo tribunale", anche se presumo che ci ritornerà il giorno dopo a rispondere alle accuse di aggressione visto che termina l'arringa tirando un papagno memorabile a Cedar.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
IMPRESSIONI SPARSE
Prima pellicola della "trilogia sociale" insieme a Mr Smith va a Washington (1939) e Arriva John Doe (1941), E' arrivata la felicità getta le basi di quello che sarà l'eroe del New Deal secondo Capra: il bravo e ingenuo ragazzo di campagna vs. la città brutta cattiva ipocrita e corrotta di New York che trionferà grazie ai suoi valori di altruismo, onestà e senso pratico. E' il trionfo dell'uomo comune sul male, anche quando il male è rappresentato dal ceto benestante, dalla giustizia e dall'informazione.

L'America che salta fuori da questo film è tutt'altro che quel Grande Paese di libertà e giustizia che vive solo nei sogni deliranti di qualche suprematista bianco: in questo, anche se ancorato giocoforza al lieto fine romantico attaccato con lo sputo (il famigerato codice Hays non perdonava in questo senso), Capra appare tutt'altro che il regista smielato e reazionario che forse può sembrare agli occhi di un cinico spettatore di oggi nutrito a pane e GoT. Non sorprende quindi che quando il regista tirò in ballo esplicitamente la politica nel successivo Mr. Smith (film apprezzato anche da quel bontempone di Hitler) per portare avanti il suo messaggio al Senato degli Stati Uniti un pochetto il cazzo è girato.

L'AMERICA DI CAPRA E' UNA PLUTOCRAZIA
Non dimentichiamo che il Venerdì Nero del 1929 fu causato da speculazioni finanziarie senza controllo e il ricordo di queste responsabilità nel 1936 era ancora dolorosamente fresco nella mente e nel cuore delle masse disperate. Masse disperate che comunque affollavano i cinema.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
A Capra, figlio di poveri immigrati analfabeti, questo non sfugge e ci mostra un paese messo sotto scacco dai ricchi e dai potenti; un paese in cui sono gli avidi, i falsi e gli arroganti a farla da padrone, in cui si gozzoviglia senza ritegno e si produce cultura per pochi (l'opera, che certo non è intrattenimento popolare) in perdita con la convinzione che qualcun altro pagherà il conto. 
Chi più ha più vuole, chi è furbo si rivale sullo sciocco e chi ha denaro se lo tiene e si guarda bene dal dare una mano ai meno fortunati.
Tutta questa apparente opulenza è tale che persino noi spettatori ci dimentichiamo dell'esistenza dei poveri finché questi non vengono direttamente a bussare alla porta di Longfellow con una pistola in mano (a quel punto le strade le affollano, sono migliaia, di tutte le età, e tutti vogliono un pezzo di terra da coltivare): perché nel paesino di Mandrake Fall c'è una realtà rurale sì molto semplice e umile ma poveri non ne vediamo, e dopo è tutto sarti, avvocati, parenti benestanti, donne che si fingono bisognose e ristoranti bazzicati da poeti fighettini.
Siamo ben lontani da quei ricchi teneri, ingenui e simpaticoni con cui ci si poteva sposare in Accadde una notte col benestare di papà, e da quella pellicola sono passati solo un paio d'anni: da questa prospettiva non sorprende che dilapidare un patrimonio di 20 milioni di dollari per aiutare i disperati sia considerato sintomo di pazzia. 
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Longfellow però ci rimetterà nella giusta prospettiva nella sua arringa finale, facendoci capire come non ci sia assolutamente nulla di folle nel suo agire: "Secondo me da che mondo e mondo ci sarà sempre quello che è forte e quello che è debole. Succede come sulla strada che è dirimpetto a casa mia. C'è una salita dove passano delle automobili: certe la fanno in quarta, altre devono ingranare per forza la seconda, sbuffano, smorzano e poi devono tornare indietro. Le stesse auto, la stessa benzina, ma qualcuna ce la fa e altre no. Ora io penso che quelle che possono fare la salita devono aiutare quelli che non riescono a farla. Ed ecco quello che voglio fare col mio denaro, aiutare chi non riesce a salire."
Fermo restando che a questo punto non dobbiamo cominciare a chiamare il buon Frank Compagno Capra: naturalmente il discorso di Longfellow ruota attorno all'aiutare della gente a lavorare per guadagnarsi la pagnotta col sudore della fronte contribuendo allo sforzo produttivo del paese: non si parla di sussidi a sostegno di qualche povero o qualche vecchio che, dio non voglia, sia stato privato della capacità di lavorare a causa delle privazioni. Quelli si attaccano al cazzo.
Non esistono.

 LA GIUSTIZIA E' UNA FARSA
L'intero processo è montato ad arte dal nulla contro un povero cristo qualunque colpevole solo di avere qualche strana e innocua mania: manie che vengono spiattellate sistematicamente e con precisione chirurgica sui giornali e di cui tutta la città, giudici compresi, ha riso fino al momento in cui una di queste stranezze non è andata a intaccare gli interessi dei ricchi. Longfellow viene dichiarato pazzo solo nel momento in cui vuole utilizzare il suo denaro per fare del bene a chi ha più bisogno.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Il nemico principale del protagonista sono gli avvocati
, che all'inizio sembrano interessati a fare solo il loro (ben remunerato) lavoro di difensori degli interessi economici e legali del protagonista. 
Fanno la fatica di andare a recuperare il legittimo erede del loro ex cliente fino a un paesino in culo ai lupi, si assicurano che sia protetto dai seccatori offrendogli uno dei loro uomini più fidati e si offrono di aiutarlo a destreggiarsi nel complicato mondo della riccanza cittadina senza chiedere un dollaro extra in cambio. La realtà è ben diversa, ed è quella dei privilegiati di cultura che invece di agire per il bene di chi non ha avuto gli stessi vantaggi nella vita con il loro incessante blabla cercano di rivalersi legalmente sugli sprovveduti.
Il processo avrà luogo nonostante Longfellow sia nel suo momento più fragile e vulnerabile: tradito dalla donna che ama e dalle persone di cui si fidava non parla, non reagisce; si sta ponderando di metterlo in una casa di cura perché incapace di intendere ma al tempo stesso pare che sia talmente sano di mente da dover richiedere esplicitamente i servigi di un avvocato. Cobb, che si è sinceramente affezionato a lui ed è un uomo di mondo cerca di farlo ragionare: in quell'aula non troverà giustizia se non ci mette del suo.
"Che pensate di fare? Che vi caschi la manna dal cielo? Vi hanno combinato il più bell'imbroglio che si potesse immaginare... Lasciate almeno che chiami un avvocato! Non potete andare in tribunale senza essere preparato a difendervi. Cedar è una volpe: con le prove che sarà riuscito a scovar fuori lui siete fritto. Sapete quello che voglion fare? Vogliono provare che voi siete un pazzo, se vincono vi rinchiudono in manicomio e se possono far nascere un solo sospetto siete rovinato, dovete reagire!"
Insomma basta un sospetto, un avvocato abbastanza furbo da mettere insieme qualche prova, e un uomo perfettamente sano, onesto e altruista può passare legalmente per pazzo.
Ma nel mondo di Capra non tutto è perduto e questo pessimismo nei confronti delle istituzioni americane non può andare fino in fondo (un po' per convinzione personale e un po' perché altrimenti politici e dirigenti di Hollywood gli avrebbero fatto un culo del diametro della torcia della Statua della Libertà): siamo pur sempre nel periodo del New Deal.
Il bene deve trionfare grazie al coraggio di un eroe che lotta per la comunità, ma mai davvero da solo. Perché il mondo di per sé non è giusto ma le persone giuste possono far fronte comune e rimediare a qualche torto, ogni tanto.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
La bontà e l'onesta di Deeds conquisterà il cuore di molti in corso di pellicola: non solo la cinica Babe e l'ancor più cinico Cobb, ma anche il redattore capo MacWade (George Bancroft), i poveri a cui ha cercato di fare del bene che affollano l'aula di tribunale per infondergli coraggio e i giudici della corte di New York, che sembrano gli unici davvero interessati a far funzionare ammodo la macchina della giustizia (cionondimeno vedono il male incarnato da Cider e non agiscono, e in questo diventano colpevoli quanto gli altri).
Fin dal primo momento in cui entrano in scena li vediamo sinceramente preoccupati del fatto che Longfellow abbia deciso di rinunciare a un avvocato, sono disposti a rimandare il processo se ha intenzione di cambiare idea e mentre Cedar elenca facendo il sympa le prove a sostegno della pazzia dell'imputato e molti in sala ridono, il presidente si volta con sincera apprensione in direzione di Longfellow, senza che ci sia l'ombra di un sorriso sul suo volto. In tutta questa situazione, sembra ricordarci Capra, nonostante io ve la stia buttando in merda c'è un uomo innocente che sta subendo un'ingiustizia e non c'è proprio un cazzo da ridere.

 L'INFORMAZIONE NON INFORMA
Il cosiddetto "quarto potere" è una presenza costante nella filmografia di Capra: per Capra il giornalismo ha, o dovrebbe avere, il compito di informare l'opinione pubblica, farsi portavoce della verità, tenere in riga i potenti, guidare le masse.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Ha insomma precise responsabilità politiche che qui (ma anche in Mr. Smith va a Washington dove rincarando la dose si affronterà il tema della corruzione dei media) vengono sistematicamente disattese.
I giornalisti di E' arrivata la felicità sono pettegoli che scrivono, o per meglio dire inventano articoli a uso e consumo di altri pettegoli con l'unico scopo di vendere copie (una sferzata neanche troppo sottile del regista a quel giornalismo scandalistico alla William Hearst che andava per la maggiore all'epoca), e persino la nostra eroina Louise comincerà a seguire il "caso Longfellow" per motivazioni tutt'altro che nobili: un mese di ferie pagate (e ha vinto un pulitzer, non è la responsabile della rubrica culinaria).
Le buffe imprese di Longfellow riempiranno i rotocalchi per SETTIMANE, e parliamo di una città come New York in cui qualcosa di più importante di sicuro dovrà accadere, ma a quanto pare no.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Sembra che alla fine anche la dura scorza di MacWade ceda sotto lo sguardo da cucciolo bastonato di Mr Deeds (lo ritroveremo al processo a tifare attivamente per il nostro eroe), ma è più un finale apparentemente moraleggiante quello che riguarda il burbero direttore editoriale: si ha più l'idea che, come al solito, tutto ruoti più intorno alla sottotrama romantica che ai temi sociali, e MacWade quando avrà il suo momento di umanità sembrerà maggiormente interessato a consolare una sua ex dipendente (la quale nonostante si sia ravveduta ha concluso che era meglio smettere col giornalismo e tornare al paesello con i 2 milioni rimasti che restare per fare la professionista seria) che a diventare un giornalista migliore. 
Lieto fine fino al prossimo scandalo, insomma...

*

IN CONCLUSIONE...
E' arrivata la felicità è un "primo capitolo" con inevitabili limiti che getta le basi del mito dell'eroe americano del New Deal secondo Frank Capra, un uomo comune che crede nella bontà intrinseca della gente e lotta fino in fondo per gli ideali in cui crede e per il bene della comunità (specie di chi non sa difendersi, anche a causa di una classe politica debole e impotente quando va bene e avida e corrotta fino al midollo quando va male che non adempie al proprio compito di custode del popolo) ma ha un enorme problema di fondo: una trama romantica scontata e stronza si mangia praticamente tutto il resto, specie sul finale quando in teoria il messaggio sociale dovrebbe farsi più forte
In più le loro scene pucci pucci sono proprio noiose.

Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Inserire cliché sulla gente che lavora
 troppo
e dopo mezz'ora risolvere i problemi
dei poveri facendo zappare la terra a tutti.
Risulta difficile ritenere Mr. Deeds un paladino delle masse oppresse quando si accorge dell'esistenza dei poveri solo una volta che Louise esce temporaneamente di scena (e giusto perché entra in casa sua un povero scalciando e urlando), e a spingerlo a difendersi in tribunale e a lottare per ciò che ritiene giusto non è il pensiero di tutte quelle persone che dipendono da lui ma il fatto che Babe abbia confessato di amarlo; allo stesso modo risulta difficile credere al sincero ravvedimento di Louise o del suo capo se lei sempre per amore alla carriera ci rinuncia e perde l'occasione di diventare una vera giornalista.

In più, ultimo ma non ultimo, mi risulta onestamente indigesto che l'eroe a più riprese sminuisca un certo tipo di cultura che non porta con sé un guadagno economico (lui è un poeta che scrive roba su commissione, quindi è buono, e ammira altri scrittori che guadagnano con la loro arte ma non i responsabili del teatro dell'opera che vengono derisi perché lavorano in perdita): un tipo di pensiero squisitamente capitalista: la cultura non porta guadagno, quindi perché investirci? Son stronzi quelli che credono nel potere elevante della cultura e dell'arte, chiaramente.
Per inciso mi darebbe molto meno fastidio se potessi considerare questo messaggio come desueto, figlio del suo tempo, invece è un modo di pensare ributtante e squallido ancora dolorosamente attuale.

Insomma, il messaggio di fondo è buono ma per vari motivi si perde per strada e puzza un po' di stantio, con tutto il bene che si vuole sempre a Frank Capra.

Giudizio finale: