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martedì 9 gennaio 2024

[Recensione] THE HOLE, di Hye-Young Pyun

Recensione di "The Hole", di Hye-Young Pyun
Titolo originale:
 
Autore: Hye-Young Pyun
Traduzione: L. Iovenitti
Edizione: Mondadori
Pagine: 175
Anno: 2017


Suggerisco per questa recensione di saltare direttamente alle conclusioni per decidere se leggerlo o meno perché qualsiasi riflessione si voglia fare su questo romanzo contiene SPOILER, e The Hole è un romanzo che a mio avviso va scoperto da sé. Altrimenti proseguite pure ma a vostro rischio.


The Hole nasce come sorta di spin off di Caring for Plants un precedente lavoro commissionato all'autrice per una rivista letteraria, spin off reso necessario dal fatto che a detta della stessa Hye-Young Pyun Oghi e sua moglie non avessero concluso il loro arco narrativo.
Così nasce The Hole, opera dal titolo la cui sfumatura va per forza di cose a perdersi nella traduzione: il termine coreano 홀 (hol) infatti non è solo la traslitterazione dell'inglese hole, che indica un buco, ma anche un prefisso coreano che significa "solo", e va ad indicare nello specifico qualcuno che è rimasto vedovo, proprio come il nostro protagonista Oghi, che ha perso la moglie a seguito di un incidente d'auto.
Nel corso dello stesso incidente Oghi, che era al volante, subisce gravi lesioni che lo lasciano quasi del tutto paralizzato, e da uomo di successo che era (professore universitario che sulla soglia dei 40 anni è riuscito a costruirsi una solida carriera accademica a dispetto degli studi in geografia e cartografia che non ti fanno piovere esattamente addosso le occasioni) diventa un vegetale: quasi totalmente incapace di muoversi (riesce a muovere, poco e male, il braccio sinistro) e comunicare se non attraverso lo sbattere delle palpebre che gli consentirà solo di rispondere sì o no alle domande che gli vengono poste, Oghi è alla completa mercé dal prossimo.
Dopo un breve soggiorno in ospedale tornerà a casa dove sarà l'unico membro della famiglia che gli è rimasto, sua suocera, a prendersi cura di lui.

Il punto di vista di Oghi, la nostra unica voce narrante, è fin dall'inizio angosciante e claustrofobico, perfetta rappresentazione di un uomo solo, incapace di comunicare i suoi pensieri al prossimo: il romanzo è una finestra su una mente intrappolata in un corpo morto e che non riconosce più come il suo, non solo perché non risponde più ai suoi comandi ma anche dal punto di vista meramente estetico dal momento che l'incidente lo ha lasciato gravemente sfigurato. 
Persino la casa in cui ha vissuto per tanti anni gli pare estranea: il giardino che sua moglie curava quasi ossessivamente è morto tranne l'odiato rampicante che ha ormai invaso tutto il lato posteriore dell'abitazione; la camera da letto, che diventerà per questo nuovo Oghi il mondo, è trasformata nella stanza di un degente.

Inizialmente non possiamo far altro che rattristarci per Oghi e per la sua situazione, biasimare chi lo circonda per averlo abbandonato nel momento di maggior bisogno o l'atteggiamento abilista di una società che abbandona i pesi morti, senonché man mano che la narrazione prosegue e il protagonista si fa scappare di bocca qualcosa che forse non era sua intenzione condividere diventa sempre più difficile fidarsi del punto di vista del narratore o anche solo simpatizzare per lui.
Scopriremo infatti che la carriera tanto faticosamente costruita si è basata su menzogne, arrivismo e piaggeria. Il matrimonio è allo sbando da tempo e lui ci si stava aggrappando solo per pigrizia, e per il testardo attaccamento all'idea di una vita pacata di stampo alto borghese dopo un'infanzia da fallito. Non si lesinano alla tanto amata moglie critiche sul modo in cui sta perdendo tempo e sprecando la vita in attività poco proficue, abbandonando (a detta sua) alle prime difficoltà ogni progetto che la vedeva inizialmente entusiasta (tranne il suo giardino), il tutto condito da paternalismo benevolo alla "ma sì che si incapricci con le piante, tanto la mantengo io".
Eppure la colpa non è mai sua.
E' la moglie ad essere strana, che non si impegna abbastanza per la loro felicità (o per la propria, dando a intendere che sia il suo modo di vivere la renda infelice e non il comportamento di un marito assente che pensa più a fare spunte sui successi della sua vita che a tenere insieme il loro rapporto), è il collega di lavoro che ha fatto delle cose per cui Oghi ha dovuto denunciarlo ai superiori, è la sua giovane studentessa che si è fatta avanti e l'ha provocato portandolo ad allacciare una breve relazione con lei, e poi è roba vecchia, e poi lui non l'ha mai confessato quindi al momento sono solo fantasie paranoiche della moglie. 
Una cosa non sapremo mai: se l'incidente sia stato davvero un incidente e chi sia il responsabile. L'unica cosa che sappiamo è che Oghi non avrebbe mai voluto essere presente a quell'incidente, affannato com'era a inseguire il sogno di una vita tranquilla e senza scossoni.

Ci si comincia a chiedere quanta acqua stia tirando al suo mulino per suscitare la nostra compassione, quanto stia omettendo volontariamente parandosi il sedere dietro l'amnesia da shock, di modo tale che la nostra percezione cambia, la simpatia fa spazio al fastidio man mano che il buco, lo hole, una vera e propria macchia nera che apre ogni capitolo del romanzo si va ingrandendo, e persino quelli che a conti fatti sono i suoi carnefici o semplicemente persone di merda che lo abbandonano non assumono più le tinte da villain abilisti ma semplicemente di persone che non sono più tenute dalle convenzioni sociali a mostrargli simpatia e rispetto.
Oghi, se ci si riflette col senno di poi, risulta anche così egocentrico che è l'unico a possedere un nome: nemmeno la moglie, quasi che fosse una figurina di cartapesta persa nei ricordi, un personaggio di poco conto esattamente come il fisioterapista, la badante o sua suocera.

La suocera, che si tiene a specificare sia di sangue misto (per metà giapponese, etnia non particolarmente simpatica ai coreani e il sentimento è reciproco visti i poco piacevoli trascorsi storici) viene inizialmente trattata come una figura affascinante, incomprensibile e misteriosa su cui Oghi si sofferma molto poco, e solo per accantonare le sue stranezze come una caratteristica di razza, manco fosse uno Shiba Inu.
E' giapponese, per forza tiene le urne dei morti in casa.
E' giapponese, per forza parla da sola nella sua lingua ed è elegante e taciturna.

La suocera di Oghi, dapprima famiglia e poi l'aguzzina che gli ruba i soldi per darli ai santoni pseudocristiani, umilia Oghi in più occasioni, gli fa terra bruciata intorno, lo isola dal mondo e trascura i suoi bisogni, è anche una persona che ha perso l'unica cosa che amava al mondo, sua figlia. Una figlia che come ultima fatica letteraria (e con la stessa costanza riservata al suo bel giardino) aveva scritto e lasciato in bella mostra nello studio un j'accuse proprio ai danni del responsabile della sua infelicità (un'infelicità in cui forse la stessa suocera si rivede, essendo stata intrappolata in un matrimonio infelice con un fedifrago che a causa del suo tradimento ha pure perso il posto di lavoro, ma non lo sapremo mai dal momento che Oghi pensa sempre e solo a Oghi, cosa che a una certa diventa anche giustificabile). Un responsabile che ora è alla sua totale mercé.
Può definirsi un comportamento eticamente giustificabile?
No, ma è umano, proprio come quello di Oghi.

IN CONCLUSIONE. . .

Shiba finale, just 'cause.
The Hole
è un romanzo dalla tensione fortemente psicologica che può lasciare delusi se ci si aspetta una conclusione fatta e finita o anche solo comprensibile, un racconto che fa della suspence e del non detto il suo punto di forza, e che va letto con calma e attenzione a dispetto della brevità per cogliere tutti i non detti. Come buona parte della narrativa orientale si appoggia all'idea che la vita sia composta in buona parte da mistero e non si debba proprio raccontare tutto-tutto, o dividere tutto in buoni e cattivi tagliati con l'accetta. 
Frustrante ma tocca accollarselo.

Richiama a Misery di Stephen King come promette la quarta di copertina? Meh... Impossibile non fare paragoni dal momento che parliamo di una persona alla totale mercé del suo carnefice, un carnefice che lo conosce intimamente (dal punto di vista professionale in King, dal punto di vista di un defunto in Hye-Young Pyun), di un orrore che nasce dall'idea di non poter disporre del proprio corpo e di non poter comunicare. Dall'essere lasciati insomma completamente soli e in mano a una persona altrettanto sola che però ha il potere di disporre di noi a suo piacimento, senza limiti legali o morali a trattenerla.
Ma The Hole è un libro che non vuole fare orrore o improntarsi sul mistero ma concentrarsi specificatamente sull'isolamento (che non è solo l'isolamento causato dalla malattia di Oghi ma da una mancanza di comunicazione endemica e generalizzata): parla soprattutto della vita, di quanto sia effimero e vuoto quello che consideriamo successo, e di quanto in ognuno di noi (anche in Oghi, anche prima del suo incidente) ci sia un buco (o una solitudine, se vogliamo far fede al termine coreano) pronto ad espandersi e a inglobare tutto se non si fa tutto il possibile per prendersene cura, proprio come la moglie di Oghi faceva col suo giardino. Oghi insomma era solo già da prima di diventare un "peso per la società" e "l'assassino di sua moglie" e tutti i successi di cui andava così fiero (a dispetto di quelli che alla sua età facevano i conti col fallimento, sua moglie compresa) erano fuffa.
Così come sua suocera era sola da prima di perdere fisicamente sua figlia, anche se la vediamo spesso parlare tra sé e sé in giapponese, una lingua che Oghi non conosce (ancora una volta, incomunicabilità), si presume coi morti: una sorta di auto-inganno, come quello dell'Oghi di successo (o nel breve momento in cui è convinto di star muovendo le gambe).

Insomma, una lettura per gli amanti dei flussi di coscienza psicologici più che per quelli dell'orrore, che taggo nel genere horror un po' a martellate. Non gli do un voto pieno perché sono una di quelle anime belle che il finale lo vuole o si sente presa per i fondelli, con buona pace dello stile della sensibilità orientale.

Giudizio finale:

mercoledì 18 gennaio 2023

[Recensione] PACHINKO - LA MOGLIE COREANA, di Min Jin Lee

Titolo originale:
 Pachinko
Autore: Min Jin Lee 
Traduzione: F. Merani
Edizione: Pickwick
Pagine: 587
Anno: 2017

Premesse:
Prima piacevole scoperta di questo sfigatissimo (dal punto di vista delle letture e delle visioni a schermo) 2023, Pachinko è l'opera seconda della scrittrice e giornalista sudcoreana (naturalizzata US) Min Jin Lee.
Il romanzo, ambientato nel Novecento, va ad abbracciare quasi un secolo di vicende e 4 generazioni di una famiglia coreana costretta ad abbandonare il proprio paese per cercare una vita migliore in Giappone.
Interessante che la Lee, proprio come uno dei personaggi di questo romanzo, dopo aver trascorso quasi tutta la sua vita in America abbia vissuto in Giappone per un breve periodo della sua vita di ragazza occidentalizzata, dal 2007 al 2011, e che quindi probabilmente abbia vissuto sulla propria pelle lo stesso shock culturale provato da Phoebe, quel senso di estraneità avvertito in presenza di altri coreani "giapponesizzati", e che abbia subito sulla propria pelle quel disprezzo e rifiuto nei confronti del diverso (per quanto questo diverso sia "arrivato", economicamente o culturalmente) che rappresenta uno dei temi principali di Pachinko.
Che parla anche di Pachinko, tranquilli.

*

TRAMA

Il Primo Libro abbraccia un periodo che va dal 1910 al 1933.
I primi personaggi che incontriamo sono i nonni di quella che sarà la "moglie coreana" che compare nel titolo nostrano e che sarà la nostra figura femminile di riferimento, anche se non la protagonista come saremmo portati erroneamente a pensare. In questo, plaudo la scelta della nuova edizione economica di tornare al titolo originale Pachinko e di usare il vecchio titolo italiano solo come sottotitolo. Ci si aspettasse un qualcosa alla Memorie di una geisha si resterebbe delusi, insomma.
Nel mio caso tiro un sospiro di sollievo.

Nel piccolo villaggio di pescatori di Yeongdo (a un tiro di traghetto da Busan) una coppia di anziani pescatori decide di arrotondare i magri guadagni convertendo la propria abitazione in locanda, un piccolo rifugio per quegli uomini troppo poveri per sperare di trovare moglie ma che non vogliano rifiutare quel tocco di comodità muliebre: pasti caldi, abiti puliti e rammendati, buona compagnia. I due hanno tre figli maschi ma solo uno, Hoonie, nato con delle vistose malformazioni (un labbro leporino e un piede storpio), arriva all'età adulta.
Per via del suo aspetto trovargli moglie sembra un'impresa disperata ma "per fortuna" nel 1910, quando il nostro Hoonie ha 27 anni, il Giappone annette la Corea e molte famiglie un tempo anche benestanti sono ridotte così alla fame che ora come marito va bene chiunque. 

Parentesina storichina:
The MOAR you know
Il trattato di annessione nippo-coreano (chiamato in Corea "trattato forzato dell'annessione coreana al Giappone") del 1910 venne stipulato tra Corea e Giappone, e prevedeva che l'imperatore della Corea cedesse al Giappone la sovranità sull'intero paese, che dal 1905 era già un protettorato nipponico.
Il valore legale del trattato nel corso della storia venne più volte messo in discussione sia dal governo coreano in esilio che dalle forze alleate che occuparono il Giappone alla fine della II guerra mondiale dal momento che portava sì il sigillo nazionale dell'impero coreano ma non la firma dell'imperatore Sunjong come avrebbe previsto la legge, il quale si rifiutò di sottoscrivere quell'umiliazione, bensì quella del primo ministro Lee Wan-Yong.

La Corea, al tempo paese povero e arretrato, subì uno sviluppo economico frettoloso e male organizzato da parte del Giappone al fine di rientrare nei gravosi costi d'annessione e fare del paese un bacino per materie prime e prodotti agricoli: le terre vennero espropriate ai proprietari (incapaci di pagare le tasse gravose che vengono loro imposte dai nuovi padroni) per garantire una produzione a ciclo annuale, più massiccia ed efficiente, che potesse garantire di sfamare una popolazione interna in rapida crescita e di esportarne l'eccedenza. Venne istituta la banca coloniale di Corea che in quegli anni impose una moneta unica, lo yen coreano, e dagli anni '30 avvennero massicci trasferimenti di zaibatsu (industrie a partecipazione mista) nel territorio al fine di industrializzare il paese e sfruttare masse di disperati come manodopera a basso costo. Alla vigilia della seconda guerra mondiale il 20% della produzione industriale giapponese arrivava dalla Corea.
Le ribellioni interne causate dagli abusi dei dominatori e dal peggioramento delle condizioni di vita causarono come ovvia reazione l'inasprirsi delle repressioni. Come conseguenza negli anni '20 furono molti i Coreani che si trasferirono in Giappone in cerca di una vita migliore: lì furono bersaglio di violente discriminazioni razziali da parte dei nipponici, che ancora oggi non hanno un'opinione molto positiva dei coreani residenti in Giappone, o di chiunque non sia Giapponese che risiede in Giappone se è per quello.
*Fine parentesina storichina*

La famiglia di Hoonie grazie ai proventi della locanda riesce a mantenere un certo grado di morigerato benessere, riuscendo in questo modo a combinare il matrimonio del figlio con Yangjin, una giovane modesta proveniente da una famiglia ridotta sul lastrico e con tre figlie da sistemare, e quindi priva di dote. Pur essendo un matrimonio combinato, tra i due si sviluppa un tenero e sincero sentimento, una placida serenità casalinga coronata qualche anno dopo dalla nascita di una bambina, Sunja. Sunja sarà la gioia e l'orgoglio di suo padre fino alla sua morte, 13 anni più tardi.
Dramatization
Sarà Yangjin a crescere da sola la bambina, che col trascorrere degli anni si fa donna. Una ragazza semplice, lavoratrice, molto devota alla madre e alla memoria dell'amato padre, che attirerà le attenzioni di un uomo molto più grande di lei, Koh Hansu, un ricco commerciante di pesce della zona, di cui col trascorrere dei giorni si innamorerà perdutamente. 
Rimasta incinta dell'uomo farà un'amara scoperta: Koh Hansu non può renderla una donna onesta perché ha già moglie e 3 figlie in Giappone, e di divorziare non se ne parla dal momento che la donna a cui è legato è la figlia del suo capo, colui a cui deve la sua fortuna. Si offre, da galantuomo qual è, di fare di Sunja la sua "moglie coreana": di comprarle un appartamento e di provvedere ad ogni bisogno economico suo e del bambino in arrivo. Sunja, col cuore spezzato, l'onore gettato ai porci e destinata ormai a una vita da donna perduta, non solo rifiuta ma per quanto lo ami ancora con passione tronca all'istante la sua relazione con Koh Hansu.
Il suo destino sarebbe segnato e noi ci ritroveremmo di fronte un mattone alla Lettera Scarlatta - Korea Edition se non facesse la sua comparsa Baek Isak, un giovane e avvenente ministro protestante in viaggio alla volta del Giappone per questioni di lavoro che deve fermarsi alla locanda per più tempo di quanto avesse preventivato a causa di un attacco di tubercolosi, aggravato dalla sua salute cagionevole.
Venuto a conoscenza della situazione, Isak a differenza di quello che ci aspetteremmo da un cristiano non offre preghiere e altre cazzate inutili ma di sposare Sunja e riconoscere come suo il bambino in arrivo (in fondo i suoi insistono da anni perché trovi moglie). I due si sposano senza particolari impedimenti a parte l'atteggiamento sassy di un vecchio prete di merda e partono alla volta del Giappone, a Osaka, dove li aspetta il fratello di Isak, Yoseb, insieme alla moglie di lui Kyunghee.
Ci aspetteremmo a questo punto, noi navigati lettori di drammoni al femminile, rancori e gelosie senza esclusioni di colpi tra la nuova arrivata di bassi natali feconda che subisce le molestie con gioviale buonumore e la nobile e bellissima signora senza figli invece no: come al solito Min Jin Lee non esagera col drama e tra le cognate nasce un'immediata simpatia.

*

Il Secondo Libro abbraccia un periodo che va dal 1939 al 1962.
Sunja, sempre ospite in casa degli amorevoli cognati, cresce insieme al marito che presta servizio nella chiesa vicina per pochi yen al mese i due figli, Noa (il figlio di Hansu) e Mozasu (figlio di Isak). Se Noa fisicamente è il ritratto di Hansu, nel carattere è mite e studioso come Isak.
Mozasu è appena neonato.
Quando Isak viene incarcerato perché considerato un coreano sedizioso (e tutti possono tranquillamente metterci una pietra sopra visto che i coreani vengono trattati a merda da liberi, figurarsi in prigione), nonostante le vive proteste di un uomo vecchio stampo come Yoseb Sunja e Kyunghee sono costrette a lavorare al mercato, dando il via a un piccolo ma abbastanza redditizio smercio di kimchi fatto in casa e, quando mancano le verdure, di caramelle.
All'arrivo della seconda guerra mondiale però le materie prime cominciano a scarseggiare: ci aspetteremmo la carestia a casa Baek, gente che mangia la terra, Mozasu che muore di stenti perché è il più piccolo e sacrificabile del branco, invece Sunja viene contattata da Kim Changho, proprietario di un ristorante della zona, con un'offerta da leccarsi le orecchie. Darà alle due le materie prime di cui hanno bisogno per produrre kimchi (recuperate ovviamente con mezzi poco leciti, tramite mercato nero), ma in via esclusiva per il suo locale e in cambio di un lauto stipendio. Un discreto salto di qualità per le due donne, che dopo aver vinto a fatica le rimostranze del solito Yoseb (anche perché insieme le due donne avrebbero guadagnato più di lui in fabbrica) cominciano la loro avventura nel mondo di Masterchef.

Con l'avanzare della guerra però le cose cominciano a farsi difficili anche al ristorante e Kim Chango è costretto a chiudere. E' a questo punto che Sunja viene avvicinata da Hansu, che si rivela essere il vero proprietario del ristorante, il quale le dice di aver sempre vegliato sulla sua famiglia dal momento del suo arrivo in Giappone.
First reaction: Shock.
Da uomo d'affari invischiato col crimine qual è, Hansu è in possesso di informazioni riservate che vanno oltre la propaganda governativa, e sa che il Giappone sta perdendo la guerra nonostante lo neghino con la consueta testardagine. Bisogna aspettarsi da un momento all'altro i bombardamenti alleati. Convince qundi Sunja e la cognata a trasferirsi con i bambini in una fattoria fuori città (dove riuscirà a portare anche la madre di Sunja), mentre Yoseb viene "promosso" con un incarico di responsabile di fabbrica e meccanico a Nagasaki.
Sopravvissuto all'esplosione, resterà menomato a vita. 

Parentesina storichina 2:
Questo è anche un luogo
di cultura.
Zitti e imparate, bastardi.
Sempre più industrializzata e dedita a un'agricoltura intensiva per adempiere al suo ruolo di granaio dell'impero, la Corea viveva in funzione delle esportazioni a scopo bellico. Nel 1938 venivano coltivati 6 milioni di ettari di terreno, principalmente a riso data la miglior resa calorica, ma il riso bianco (più pregiato e nutriente) era molto costoso e quindi riservato ai soli giapponesi.
Si assistette a un esodo di massa verso le città, che unito a un aumento demografico malthusiano (da 14 milioni del 1910 a 25 nel 1944) portò a un rifornimento pressoché illimitato di forza lavoro a basso costo nelle fabbriche giapponesi. 
Negli anni della guerra molti uomini vennero deportati in Giappone per essere impiegati nelle fabbriche e nell'esercito, e le coreane usate come "donne di conforto" in appositi bordelli per soldati (figure dimenticate dalla storia e passate agli onori della cronaca solo a partire dagli anni '90), il tutto in linea con una "politica di assimilazione totale" che mirava a rendere Corea e Giappone una cosa sola ma sempre nell'ottica della superiorità giapponese.
Diceva all'epoca il governatore generale Minami:
"I coreani sono, in base alla visione del mondo, ai rapporti umani, agli usi e alla lingua, un popolo completamente diverso. Perciò il governo giapponese deve pianificare la politica coloniale nella piena consapevolezza di questo fatto. I giapponesi, ai quali i coreani hanno guardato ogni volta, devono essere sempre qualche passo avanti. Allora i giapponesi sono chiamati a istruire e guidare sempre i coreani, e questi devono seguire con riconoscenza ed obbedienza i Giapponesi che marciano avanti.
A partire dal 1938 venne vietato l'uso anche privato della lingua coreana, e venne bandito l'hanbok
Dal 1940 i nomi coreani vennero convertiti in giapponesi (pratica a cui i residenti in Giappone erano costretti al momento dell'ingresso nel paese), senza il quale non si poteva lavorare, ricevere sussidi o recapiti postali.

Nel frattempo sul fronte cinese con la collaborazione degli Stati Uniti furono addestrate unità speciali di combattenti coreani allo scopo di riconquistare e liberare la Corea (ma al momento di passare dalle parole ai fatti di indipendenza della Corea non si parlerà manco per sbaglio) al fianco degli Alleati, a cui si unirono emigranti e disertori.

Il giorno della capitolazione del Giappone, che pose fine al periodo coloniale, circa 2 milioni e mezzo di Coreani vivevano in Giappone: più del 30% delle vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki furono lavoratori forzati: 40.000 su 140.000 morti e 30.000 vittime delle radiazioni.
Le principali compagnie giapponesi ad aver usufruito di questi immigrati, Kajima Gumi, Naji-Fujikoshi, Mistubishi e Nippon Steel Corporation, non solo non riconobbero mai i loro crimini verso i coreani ma furono addirittura risarcite dal governo per la perdita di manodopera subita dopo la partenza dei coreani alla fine della guerra.
*Fine parentesina storichina 2*

La famiglia Baek torna a Osaka, dove Noa e Mozasu riprendono gli studi: pur lavorando come contabile a tempo pieno e senza lasciarsi scoraggiare da un primo fallimento Noa supera l'esame di ammissione alla prestigiosa università Waseda a Tokyo mentre Mozasu, per il quale la scuola è più un peso che altro, finisce a lavorare per Goro, un uomo allegro e onesto che gestisce una sala pachinko vicino alla bancarella di Sunja. Si innamorerà di Yumi, una sartina di umili origini che sogna di abbandonare un paese che non sente casa e andare a vivere in America.
I due si sposano e hanno un figlio, Solomon.
Dopo qualche anno Yumi muore, investita da un pirata della strada.
Noa nel frattempo vive il tempo delle rivelazioni inaspettate: scopre infatti non solo di essere il figlio di Hansu, ma essendo un universitario studioso e molto arguto scopre anche che Hansu è un coreano che ha tanti soldi perché è invischiato con la yakuza.
Big shock.
L'idea di non essere figlio di un uomo perbene ma di avere in corpo il sangue sporco di un delinquente e di essere destinato a diventare uno di quei coreani brutti, puzzolenti e criminali tanto odiati dai giapponesi, lo sconvolge al punto da abbandonare l'università e far perdere le proprie tracce alla famiglia.

Nel Terzo Libro (1962-1989), l'ultimo, dove le cose cominciano ad avvicinarsi all'inevitabile epilogo, a farla da padrone è la generazione di Noa, che ha trovato rifugio a Nagano dove ha cominciato a farsi strada nel mondo del Pachinko e ha rinnegato le proprie origini coreane fingendosi un giapponese che lavora in un'azienda che assume solo onesti lavoratori giapponesi, trovando una bella e brava moglie giapponese che gli ha dato tre pucciosi figlioli giapponesi. Mozasu, che nel mondo del Pachinko ha fatto i soldi veri, frequenta Etsuko, una donna giapponese divorziata con un passato da accompagnatrice, e può dare a Solomon la migliore educazione possibile, una che lo porti lontano da quel paese, magari in America come desiderava sua madre, tra gente più aperta di mente.
La guerra è ormai alle spalle, ma non per i Baek.
Non per i coreani.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Pachinko è un libro che normalmente considererei una di quelle crudeli e infinite martellate alle parti basse, che di solito nel mio caso fanno il giro e diventano una comica. Se poi la "comica" che fa da contorno al drammone patetico è un tragico avvenimento storico reale se mi vede sghignazzare la gente la prende a male e mi sfancula perché crede stia ridendo della tragedia storica.
Spoiler: non mi serve un giorno dedicato o il film triste del cazzo per ricordarmi che c'è stata la tragedia storica X per cui essere triste, e non sto ridendo della tragedia storica.
Parrebbe scontato, e invece no.

Ora, fortunatamente tanto per cambiare non è questo il caso, anche se non ci troviamo nemmeno di fronte alle cose tragicomiche che di solito, visto che sono fatta a rovescio, mi scatenano la lacrima prepotente. 
Pachinko è un drama fatto e finito in cui l'infelicità regna sovrana (ma nella sigla dell'omonima serie tv tutti ridono e ballano, forse per dare una gioia allo spettatore, ma soprattutto agli attori che altrimenti si dimenticherebbero cos'è la felicità).
Ma anche se questa famiglia dovrebbe andare in pellegrinaggio a Lourdes e il rischio di esagerare con le sfighe e passare dal drama storico alla soap opera è a un passo, il grande talento di Min Jin Lee per quel che min riguarda è non superare mai quella linea. E' impietosa con i suoi personaggi (perché è la Storia ad essere impietosa con gli esuli di qualsiasi tempo ed etnia) ma mai in modo gratuito, esagerato o crudele; con un piglio alla Jane Austen la voce narrante resta sullo sfondo con una delicatezza rara, non prendendo mai posizione né giudicando i personaggi, per quanto ai nostri occhi possano comportarsi in modo più o meno abietto, amorale o essere crudeli e ingiusti.
Tranne Isak, perché Isak ha l'asticella ad altezza "odore di santità".

La narrazione è cruda ma non indulge mai nel morboso.
Anzi, a più riprese si ferma proprio al momento pruriginoso che di solito fa fare i seghini ai sensibiloni amanti del drama soap operistico lasciando al lettore il compito di tappare i buchi e di dar voce ai non detti, non lesinando lunghi e frustranti balzi temporali.
Qualcuno potrebbe trovarlo irritante.
A me piace essere trattata da essere senziente e non da bambino poco sveglio da tenere per mano per tutto il tempo spiegandogli le cose per filo e per segno.

Un altro talento dell'autrice per quel che mi riguarda è quello di riuscire a scrivere una saga familiare di quasi 600 pagine (che scivolano che è una bellezza, come Homer oleoso 👉), inzepparla di decine di personaggi, e renderli tutti indimenticabili. 
Io che sono notoriamente una persona che fatica molto a seguire i romanzi zeppi di personaggi al punto da dovermi tirar giù degli schemini per ricordare chi minchia è chi mi sono ritrovata nella felicissima situazione di ricordare da sola, senza consultare Wikipedia o maledire divinità a caso, personaggi apparsi anche 50 pagine prima.

Oltre ad essere indimenticabili, quelli tratteggiati dalla sapiente penna di Min Jin Lee sono anche personaggi a cui è estremamente facile affezionarsi. Figure umane, fallibili, né buone né cattive, animate dal desiderio di sopravvivere e di trovare un posto nel mondo, ma soprattutto di trovare un'identità, sballottati come sono tra un Giappone che li rifiuta e li tratta da stranieri nonostante alcuni come Noa, Mozasu o Solomon siano nati e cresciuti lì, e una Corea che non è più casa.
Una Corea che nemmeno esiste più.
Per quanto poi risulti difficile capire le posizioni o il modo di pensare di certi personaggi con la nostra sensibilità di lettori occidentali del XXI secolo, questa sensazione non sfocia mai nell'idea di avere davanti una macchietta desueta o ridicola, o una figura esageratamente spiacevole messa lì solo per far risaltare in positivo il protagonista di turno. Semmai mano a mano che arriviamo a conoscere il personaggio che inizialmente ci sembra odioso o scostante o testa di merda, a farla da padrone sarà un moto di profonda empatia.

Se Yoseb può risultare (e in effetti è) l'archetipo della scimmia alfa specie in confronto con quel santo di suo fratello, uno di quegli uomini che preferirebbe mantenere l'orgoglio di maschio che avere cibo in tavola, non manchiamo mai di avvertire il profondo affetto che lo lega a tutti i membri della sua famiglia (compresa la cognata Sunja e quel nipote che sa non essere figlio di suo fratello).
Ed è l'amore ad averla sempre vinta sull'orgoglio.
Mai una volta dimenticherà che la sua priorità è la felicità e il benessere della sua famiglia, ma soprattutto della sua compagna, nemmeno nei momenti di maggior abbruttimento quando sarebbe facile per l'autore indulgere in scene melodrammatiche da telenovela argentina (momenti da cui Min Jin Lee ci tiene alla larga con la consueta delicatezza). Sbuffa, si arrabbia, ma alla fine cede il passo senza mai imporre la sua autorità di capofamiglia. E quando sentiamo dire a Kyungee che brav'uomo sia suo marito e quanto l'abbia amata (lei, una donna che non è riuscita a dargli dei figli e avrebbe avuto tutto il diritto di ripudiare), non possiamo fare altro che crederle.

Dramatization
Se Hansu è un uomo della malavita che ha costruito la sua fortuna con mezzi poco leciti e incarna lo stereotipo nipponico del coreano piantagrane e disonesto, se è in effetti un marito di merda che corrompe una giovane innocente e che lo venera senza curarsi minimamente del doppio standard morale previsto per una donna perduta e un uomo "farfallone", è anche una persona piuttosto onesta con i suoi collaboratori e spinta per la maggior parte del tempo da sentimenti sinceri verso le persone che stima.
Tra lui e Sunja si sviluppa un rapporto complesso.
Sunja non dimenticherà mai il suo primo amore, ma resterà sempre fedele a Isak, l'uomo che l'ha salvata da un destino di donna perduta peggiore della morte. Hansu è un uomo sicuro di sé, pieno di risorse, autoritario ma paziente, intelligente, verso il quale una popolana di provincia non può che provare rispetto, ma al tempo stesso è una bomba pronta a esplodere sulla serenità della sua famiglia, una spada di Damocle che pende sulla sua testa ma soprattutto su quella del giovane Noa.
Dal canto suo Hansu è affascinato da Sunja, che condivide con lui un passato di privazioni e incarna tempi più poveri, forse, ma più semplici e mostra un'orgoglio e una rettitudine morale che ammira. Di sicuro prova affetto e orgoglio per Noa, il suo unico figlio maschio, un ragazzo intelligente, onesto e lavoratore. Nel corso di tutta la sua vita smuoverà mari e monti per proteggere la sua famiglia coreana e fare in modo che non manchino di nulla, rivelandosi solo quando strettamente necessario. Ma possiamo parlare di amore nel senso drama e romanzesco del termine? Vai a sapere.
Hansu è una figura a dir poco imperscrutabile.
E Min Jin Lee non è così indelicata da farci entrare così tanto nel suo cuore.

Hansu aiuterà Sanju e Noa ma anche Yoseb, Kyungee e Mozasu. Arriverà a far giungere dalla Corea la madre di Sunja durante la guerra (e sappiamo quanto costi un viaggio dalla Corea al Giappone, Yoseb aveva dovuto rivolgersi a degli strozzini per pagare il biglietto per suo fratello e la novella sposa). L'unico che non sarà oggetto dei suoi piani salvifici è proprio Isak, che guarda caso è l'incomodo: viene da chiedersi, a una certa, se con i suoi potenti mezzi avrebbe potuto tirarlo fuori dagli impicci e se non sia stata una scelta meschina e consapevole quella di farlo morire tra gli stenti in una prigione giapponese.
Difficile dare una risposta, anche in questo caso. Dove poteva arrivare la sua influenza di fronte alle autorità giapponesi, quanto poteva tirare la corda un uomo della Yakuza? Quanto lontano poteva portarlo il desiderio di proteggere Sunja e Noa? 
Mica Hansu è santo come Isak.
Di nuovo, con Hansu ci troviamo di fronte un personaggio non sempre facile da comprendere, ma complesso e affascinante. Specie a confronto con Isak, che però proprio nel suo essere un uomo sinceramente devoto e dotato di una grande forza e generosità non mi fa schifo al cazzo come la maggior parte dei personaggi buoni come il pane.

C'è poi Noa, che per onore e un cieco senso del sacrificio che lo ha guidato per tutta la vita, proprio nel momento in cui scopre di non essere figlio del pio Isak ma di un uomo di malaffare è pronto a lasciarsi alle spalle tutto, a smetterla di lottare ed eccellere perché i giapponesi finalmente lo valutino come un essere umano, e a sparire per diventare il giapponese Nobuo Boku. In questo insieme a Solomon rappresenta forse il personaggio più giapponese del romanzo. Ma, è proprio questo il punto, in quanto stranieri né lui né (come vedremo) Solomon saranno mai percepiti come giapponesi.
O come persone perbene.

Pachinko è un romanzo che non parla solo di famiglia ma anche e soprattutto di identità, di chi non ha patria e cerca un posto da chiamare casa.
Se per Noa la via dell'integrazione passa per il comportarsi due volte meglio dei giapponesi e lavorare tre volte tanto (fino a che la percezione della futilità di quegli sforzi non finisce per spezzarlo), per Mozasu, che diventa un imprenditore di successo nel settore del pachinko, l'integrazione passa per denaro e potere e conduce fuori dal Giappone.
Ritiene, proprio come Noa, che il Giappone sia irrecuperabile e la loro percezione dei coreani non cambierà mai: ma se i coreani della sua generazione non possono lasciarsi alle spalle l'unico paese che possano chiamare casa né tornare in una patria che li considera altrettanto stranieri, auspica che la strada per la felicità e l'autentica integrazione di suo figlio risieda a Occidente. Solomon brilla negli studi, frequenta le migliori scuole internazionali in Giappone, frequenta la Ivy league in America, si fidanza con una coreana nata in America, ottiene la laurea con ottimi voti e trova un posto onorevole e ben retribuito nella sezione Giapponese della British Bank, settore acquisizioni.
Ma persino tra gli stranieri resta un coreano.

Il messaggio finale però, pur non apertamente ottimistico, non è nemmeno privo di speranza. Solomon a differenza di suo zio, di suo padre e della sua fidanzata americana che non capisce perché si ostini a difendere questi stronzi di giapponesi, si rifiuta di arrendersi all'odio e al pregiudizio.
"E poi tutta quella storia che il Giappone era il male. Era pieno di stronzi, certo, ma gli stronzi c'erano dappertutto. Kazu era un fetente, e allora? Era una brutta persona ed era giapponese. Ma forse lo era diventato proprio frequentando l'università in America. Anche se su cento giapponesi cattivi ce ne fosse stato uno solo buono, Solomon si rifiutava di generalizzare. Etsuko era come una madre per lui; il suo primo amore era Hana; e anche Totoyama era come uno zio per lui. Erano giapponesi tutti e tre eppure erano brave persone.
In un certo senso pure lui era giapponese, anche se i giapponesi non lo consideravano tale. Phoebe questo non lo capiva. L'identità di una persona non dipende solo dal sangue."
In cosa credere allora? A cosa aggrapparsi se tutti perseguono i propri interessi (in tempo di guerra come in pace) e l'identità è un concetto fumoso e sfuggente, se nemmeno all'interno della propria gente o fuori dal Giappone si ha la certezza di essere al sicuro?
Alla famiglia. Al pachinko.
Il pachinko diventa, oltre che l'unica cosa concreta e via di riscatto sociale nella vita dei Baek e un fattore di identità familiare, l'unico legame concreto tra padre e figlio, una metafora della vita: una sala piena di macchinette in cui i proprietari piantano dei chiodini in grado di deviare la traiettoria delle palline a loro piacimento. In tutta la sala ci sono solo un pugno di macchinette che permettono al giocatore di vincere, e tutto sta nel ritrovarsi davanti per caso quella giusta.

Nonostante Pachinko sia un romanzo storico la Storia (quella con la s maiuscola) scorre sullo sfondo, come un fiume tranquillo, senza mai toccare i protagonisti se non di sponda (persino all'esplosione atomica di Nagasaki vengono dedicate poche righe distratte). 
A differenza di quanto accade in altri romanzetti del cazzo in cui l'autore si affanna a fare la pagina Wikipedia (quello è il mio compito) o a far interagire i suoi personaggi (di qualunque estrazione sociale essi siano) con tizio famoso di turno per far vedere che a scuola stava attento, i protagonisti di Min Jin Lee sono emeriti signori nessuno, e com'è giusto che sia a nessun personaggio storico di spicco frega nulla di loro.
Lo scopo dell'autrice è andare oltre la Storia e indagare i sentimenti umani, dando spazio all'amore, che fa da collante in un mondo allo sbando, il tutto con rispetto e delicatezza rari. Menzione di merito a questo proposito per i suoi personaggi femminili, di cui ammiriamo sempre la forza anche se relegati in ruoli secondari e posizioni sottomesse.
Donne non solo votate al sacrificio ma che solidarizzano.
Donne che sbagliano ma non vengono per forza punite dal destino (aka, dalla penna di un autore bigotto che vuole insegnare al lettore che se vai in giro a darla via non sei figlia di Maria), o di contro donne irrimediabilmente perdute ma comunque meritevoli d'amore che pagano lo scotto dei loro errori e lo accettano con pacata rassegnazione senza che l'autrice neanche per un momento ne minimizzi, giudichi o di contro santifichi con piglio paternalistico la sofferenza.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Pachinko è stata un'esperienza straordinaria, e una piacevole uscita dalla mia zona di confort. Un dramma che non è una martellata alle parti basse e non scade nel becero, un romanzo storico che non diventa un bignami del liceo e non si scatena con le forzature e le stronzate, una finestra sul razzismo che non è discalica, retorica e stronza ma nemmeno permeata di quel cinismo superficiale del cazzo che oggi vende.
C'è speranza per il futuro ma non cieco ottimismo.
E anche noi, proprio come i personaggi del romanzo, ci barcameniamo senza meta alla ricerca di un'identità (che non per forza corrisponde al sangue o alla nazione che ci ha dato i natali), ci sforziamo senza che per forza le nostre fatiche vengano ripagate o che la nostra fiducia venga ricambiata e possiamo sperare al massimo che le nostre scelte ci portino davanti alla macchinetta del pachinko vincente.

Giudizio finale:

sabato 7 gennaio 2023

[Recensione] ZUCCHERO BRUCIATO, di Avni Doshi

Titolo originale:
 Burnt Sugar
Autore: Avni Doshi 
Traduzione: F. Martucci
Edizione: Nord
Pagine: 384
Anno: 2019
Euro: 19,00

Esistono libri, anche ben scritti, così sapientemente studiati per stimolare la commozione del borghese medio che se per qualunque motivo non li si apprezza si viene bollati come individui insensibili a dir bene, e come persone che non capiscono proprio un cazzo a dir male. Più spesso la seconda, nel mio caso.
Zucchero bruciato, una volta grattata la superficie finto-trasgry con quel tocco esotico che ha commosso il mondo, appartiene un po' a questa categoria di Harmony che ci hanno creduto.

Zucchero Bruciato è la storia di una madre e una figlia.
Tara ha crudelmente condizionato e plasmato per tutta la vita l'esistenza di sua figlia Antara (che inutilmente cerca di sottrarsi alla sua influenza nefasta, dal momento che alla fine dei giochi è proprio Tara la persona che più riesce a comprenderla - altrimenti non sarebbe in grado di ferirla tanto - e a cui si sente più legata nel bene e nel male), fino all'ultima delle beffe: una diagnosi di Alzheimer che porterà lentamente ma inesorabilmente sua madre a trovare la pace dell'oblio, mentre Antara rimarrà sola a ricordare tutto il male subito, e sarà quindi incapace di pareggiare i conti con lei. 
E' la rabbia e non la tristezza a spingerla a studiare ogni cura (per quanto strampalata) che possa portare sua madre a mantenere il più a lungo possibile se stessa, è una codipendenza tossica e non l'amore a spingerla a tenere vicino questa persona che anche nella malattia trova quegli sprazzi di lucidità crudeli, anche a costo di mettere a rischio la sua serenità, la sua sanità, e tutto quel poco che è riuscita a costruire lontano da lei.
Fin qui tutto ok.

Il mio primo problema con Zucchero bruciato è che nonostante rappresenti a conti fatti una variatio relativamente interessante sul tema dei rapporti conflittuali madre-figlia con quel pizzico di esotismo che è la morte sua (anche se tutto ruota immancabilmente attorno alla classica invidia generazionale tra una donna che un po' odia se stessa e vuole che la figlia non segua le sue orme al punto da chiamarla Un-Tara, cioè una non-Tara, e un po' non accetta l'idea di essere messa da parte che vede nella figlia una rivale dotata dell'ingiusto vantaggio della giovinezza le cui uniche qualità positive sono limitate alla giovinezza), a una certa il drama si fa così eccessivo tra sette di santoni scopaioli, suore violente, amanti passati di mano in mano, incendi e continui riferimenti ai fluidi corporei che manco nei cinepanettoni per dare quel senso di crudezza malata e viscerale, che il libro fa il giro e diventa una comica.
Anche meno, Avni.
Il secondo problema che ho riscontrato in corso di lettura è il fatto che il profondo dissidio interiore di Antara nei confronti di sua madre su cui è costruito l'intero romanzo, quel suo barcamentarsi tra un amore filiare incontrollabile e un odio bruciante nei confronti di una persona che è cattiva in special modo con le persone che ama, a una certa ha rotto il cazzo. 
Antara non fa che frignare e rompere i coglioni per situazioni in cui si è ficcata lei coscientemente: insiste per avere la madre demente in casa nonostante lei stessa sappia che non è questa grande ideona e nonostante il marito la sconsigli in merito e non si avverta nessuna pressione sociale da parte degli estranei che la circondano, poi passa il tempo a menarci i coglioni su quanto sua madre sia cattiva.
Tuo marito, quello che ti aveva fortemente sconsigliata dal mettersi in casa tua madre per il tuo bene (visto che lui è una pasta d'uomo e andrebbe d'accordo pure con David Duke, voleva tornare in America e te no, devo stare con mamma, devo stare in India, e poi a parte disegnare cazzate tutto il giorno chiamandolo progetto artistico (che non porterà da nessuna parte perché anche il suo progetto artistico è stupido) via a lamentarsi dell'umido, dello sporco, delle domestiche che non sanno fare il loro lavoro e ti rubano i soldi.
Ma fino a questo punto ci potevo anche stare e farmi andare bene le lagne.
Persino qui dove le introspezioni
psicologiche non abbondavano
il rapporto di odio amore
tra una madre ingombrante e una figlia
costretta a vivere nella sua ombra
è reso meglio.
Più sfumato, meno soap operistico.
 
Mi va meno bene nel momento in cui questa testa di merda degna figlia di sua madre, per tenersi caro il marito (anche se segnali di crisi a parte essersi messa in casa una persona con cui tu vai meno d'accordo di lui non se ne vedono all'orizzonte)
, decide di fare un figlio così de botto senza senso, salvo poi rendersi conto una volta nata questa bambina che forse un bambino è più una rottura di cazzo che altro, specie se in casa hai anche una vecchia che non ci sta più con la testa.
Ma dai, genio.
Ci aspetteranno ovviamente pagine e pagine di deliri in cui lei, esattamente come sua madre (ma almeno sua madre non ci ha martoriato le palle per 300 pagine con i suoi flussi di coscienza di merda), ama ma odia sua figlia, una pagina non può toccarla nessuno se non lei e quella dopo è stanca e nessuno la capisce, e questa bambina vuole solo buttarla dal balcone; un secondo prima decide di lasciar scegliere il nome della bambina alla suocera e al figlio perché tanto non gliene frega niente e quello dopo dice che quel nome le fa schifo.
Ma a questo punto la mia empatia nei confronti di Antara era pari a zero e speravo solo in un finale alla Anna Karenina perché nel momento in cui sai di avere determinate problematiche legate (tra l'altro!) alla maternità con cui fare i conti e decidi di mettere al mondo un figlio per dei motivi discutibili ed egoistici da bimbaminkia la finisci con le cazzate e ti rimetti in sesto perché tu sei una persona adulta, almeno su carta, e non l'ha chiesto tua figlia di nascere.
Fai schifo al cazzo, buttati te dal balcone.

Terzo problema riscontrato con la lettura di questo romanzo riguarda la parte che su carta sarebbe stata la più intrigante, ovvero l'ambientazione indiana. 
Leggo che l'autrice Avni Doshi è nata in New Jersey e ha studiato storia dell'arte a New York e Londra prima di trasferirsi a Dubai, e la cosa non mi sorprende, onestamente. 
Zucchero bruciato infatti è un romanzo che sembra scritto proprio da una tipa altoborghese privilegiata che l'India l'ha vista solo attraverso i film di Bollywood e forse in qualche aneddoto sentito a casa dei parenti. A parte l'umido, i sari, i risciò e il piscio di cane per strada di India in questo libro non c'è un piffero. La protagonista passa il tempo a casa sua (che non è manco descritta, se escludiamo il fatto che sappiamo che il suo studio è pieno di roba che prende fuoco), negli orfanotrofi cattolici, in dei country club indiani in cui non si capisce cosa fanno e in una casa in cui fa caldo e hanno le tende pesanti che lava ogni settimana (così come le lenzuola perché suo marito suda - lei invece ci tiene a farci sapere che finché non partorisce non suda e la sua passera sa di ananas - io boh). Poteva essere ambientato a Bologna o nelle Paludi Morte e sarebbe cambiato poco.
Non a caso il personaggio un pelo più interessante (ma a conti fatti una figurina sullo sfondo perché tutto il libro ruota attorno a quella frignona di Antara e alla personalità titanica di Tara) è Dilip, il marito di Antara, che non a caso è un indiano che arriva dall'America (proprio come l'autrice), ma anche in questo caso non si avverte mai la profonda differenza culturale che dovrebbe esserci tra lui e la moglie.
D'altronde se sei passata da New York a Londra e poi a Dubai e non sei capace a scrivere come fai a entrare nella testa di una persona che a dispetto delle esperienze strane al limite del fantozziano subite è comunque una donna nata e cresciuta in India che deve interagire con altre persone nate e cresciute in India?

In conclusione Zucchero Bruciato è un romanzo che con la scusa di essere un flusso di coscienza di una persona che scivola lentamente e inesorabilmente verso la follia non va da nessuna parte, che cerca di alzare l'asticella del trasgry mostrando punizioni corporali e violenze psicologiche, facendo continui e non richiesti riferimenti agli umori corporei e al sesso promiscuo, ma che poi strigni strigni è la solita cacata borghese che fa commuovere la gente che questi problemi, proprio come fa l'autrice con l'India, li avrà visti giusto in cartolina e avrà limitato il conflitto con l'autorità materna alla fase ribellina adolescenziale, quando mamma non ti faceva andare al cinema con il compagnuccio che ti faceva battere il cuoricino.
Insomma, a conti fatti conflitti generazionali a misura di casalinghe orfane di Grey's Anatomy e poco altro, non stupisce che a livello di premiazioni un mucchio di bianchi etero benestanti occidentali lo abbiano abbastanza gradito facendolo arrivare alla finale del Booker Prize.

Giudizio finale:

sabato 31 dicembre 2022

[Recensione] IL QUINTO FIGLIO, di Doris Lessing

Titolo originale:
 The fifth Child
Autore: Doris Lessing 
Traduzione: M. Castagnone
Edizione: NUniversale Economica Feltrinelli
Pagine: 168
Anno: 1988
Euro: 9,00

Doris Lessing nasce nel 1919 da un reduce della prima guerra mondiale (trasferitosi poi in Persia, l'attuale iran, nel ruolo di impiegato di banca) e da un'infermiera che covava nel cuore il sogno romantico tipicamente vittoriano delle "terre selvagge".
Proprio questo desiderio spinge la famiglia a trasferirsi nella Rhodesia del Sud (attuale Zimbabwe) per dedicarsi alla coltivazione del mais. Il progetto però non va a buon fine: i mille acri di bush africano non produrranno abbastanza per far vivere loro il sogno coloniale.
Doris Lessing frequenta una scuola cattolica (sebbene la famiglia non lo fosse), abbandonata a 15 anni anche come atto di ribellione alla severità materna per dedicarsi allo studio da autodidatta, cosa che la rende una figura atipica (insieme alle sue radici coloniali e alle simpatie di sinistra) nel panorama letterario del Novecento.
In seguito si trasferisce a Londra, dove inizia la sua prolifica carriera artistica che spazia dal realismo alla fantascienza passando per il sufismo: curiosamente, dal momento che l'autrice non si è mai etichettata come tale e ha sempre rifuggito l'idea con veemenza, viene dai più considerata una delle più importanti rappresentanti della letteratura femminista.

DUE RIGHE DI TRAMA

Il quinto figlio è un breve romanzo dai tratti scarni e impietosi che narra di un piccolo sogno familiare che si tramuta in un incubo sotto gli occhi impotenti degli attori in gioco: Harriet e David, spiriti affini dall'animo tradizionale che sognano una famiglia felice e numerosa ("almeno sei figli", dichiarano al primo appuntamento, e visto che l'altro non scappa in preda al panico capiscono che è la persona giusta), si incontrano per caso a una festa aziendale ed è subito fiori d'arancio.
I due si sposano e sembrano animati da una frenesia di felicità inestinguibile che li porta a bruciare le tappe nel segno di quella che chiunque li circondi (nonché chi legge) bolla come incoscienza.
Nonostante non possano permetterselo con i loro stipendi i due comprano un'enorme villa vittoriana su tre piani in un paesello sfigato abbastanza servito dai mezzi, perché di case a Londra abbastanza grandi per contenere la conigliata di figli che hanno in mente non ce ne sono, e poi il loro sogno familiare deve svolgersi necessariamente in campagna, tra i fiori e i fantasmi di Jane Austen.
Nonostante abbiano un mutuo trentennale abbastanza importante sulle spalle (strano visto che sono diventati i padroni di Downton Abbey) e siano ancora molto giovani decidono di mettere al bando qualsiasi metodo contraccettivo dalla loro alcova d'amore e di dare subito forma al loro nido sfornando uno dietro l'altro 4 figli splendidi, belli come il sole e amabili. Attorno a questo tranquillo quadro di felicità e armonia ad ogni festività comandata si raccoglie, come gente smarrita nel deserto attorno a un'oasi, una seconda conigliata di parenti che cercano da Harriet e David quella serenità che manca nel mondo "reale", anche se al tempo stesso non si lesinano le critiche verso scelte percepite come incoscienti.
"Forse, ma dico forse, hai un po' sbagliato a comprare Pemberley e a scodellare 4 figli prima dei trent'anni senza poter mantenere questo stile di vita visto che ora lavora solo tuo marito, non sei mica un Labrador"
"Forse invece l'intera società è sbagliata e tutti farebbero come noi se i poteri forti non ci condizionassero a pensare a cose aride come i soldi che servono a mantenerli e al tempo da dedicare loro come individui." replica Harriet.
Scacco matto, coppie monofiglio.

Questo quadretto idilliaco va però a infrangersi contro lo scoglio della quinta gravidanza di Harriet, che avviene proprio nel momento in cui la donna avrebbe voluto fare effettivamente una pausa.
La gravidanza si rivela da subito diversa dalle altre: un attimo Harriet è incupita e immalinconita, quello dopo è furiosa e atterrita; avverte dentro di sé una creatura aliena, forte e violenta, che cresce in modo anomalo e la aggredisce dall'interno con calci e pugni animaleschi fin dal secondo mese. Per tutta risposta la famiglia le fa terra bruciata intorno (a.k.a le lascia il suo spazio) e persino David le appare più distante. In fondo quella casa si frequenta perché è un'oasi di pace e serenità, le lacrime e la rabbia non sono nei patti, quelle in fondo possono trovarle pure a Londra.

All'arrivo del nuovo nato, che Harriet decide di chiamare Ben, le cose non migliorano né per lei né per tutti gli altri membri della famiglia. 
Il bambino è strano e brutto, descritto dalla stessa Harriet come bestiale, anormale e violento, affetto da chissà che ritardo cognitivo o, addirittura, proveniente da chissà che epoca primitiva o mondo alieno ostile, cosa che a un certo punto porterà la donna non solo a temere ed evitare con un piglio alla Victor Frankenstein questa sua progenie mostruosa ma a invidiare addirittura la sorella, che ha dato alla luce Amy, una bambina con la sindrome di Down e che fino alla nascita di Ben compativa poco velatamente.
Nulla di nuovo sotto al sole borghese.

La nascita di Ben corrisponde alla disgregazione del sogno romantico borghese di Harriet e David: i due vengono messi di fronte all'incoscienza della loro scelta e alla loro assoluta inadeguatezza come genitori, totalmente incapaci come sono sia di gestire una creatura atipica come Ben che di occuparsi del benessere e della serenità degli altri 4 figli, che uno dopo l'altro abbandoneranno il nido familiare per rifugiarsi altrove.
E a quel punto persino la casa dei sogni diventa una prigione, un luogo da cui stare lontani più che si può, un peso di cui non ci si può liberare: proprio come Ben.

IMPRESSIONI SPARSE

Il quinto figlio è un breve romanzo che svela in maniera cruda le ipocrisie e l'egoismo della classe media borghese: per Harriet e David avere la famiglia numerosa e la villa di campagna è bellissimo, ma solo finché il papà ricco di David paga i conti del mutuo e delle scuole private dei figli e la mamma vedova di Harriet fa da governante.
Un benessere effimero, insomma, sostenuto da altri.
Il loro nido utopistico funziona solo finché qualcosa non va storto, che sia Ben con le sue mostruose stranezze e le sue tendenze violente o il loro quartogenito, che la presenza del fratello minore rende infelice, apatico e isterico (un figlio che Harriet arriva a concepire come l'ennesimo fardello fastidioso, da smollare alla prima occasione alla famiglia dello psichiatra che lo prenderà in cura - sempre, s'intende, coi soldi del suocero). Di Paul non sapremo nulla della sua vita al di fuori delle mura domestiche.
Ad Harriet, la nostra voce narrante a questo punto talmente assorbita da Ben da lasciar crollare tutto il resto attorno a sé, non sembra nemmeno interessare.

I parenti che ogni anno affollavano la casa di Harriet e David quando tutti si divertivano sono i più lesti a tagliare la corda quando i problemi della vita reale vanno a colpire anche quel nido di pace. La soluzione più facile e comoda sembra essere sempre la preferibile.
Allontanarsi dai problemi ma anche liberarsi del diverso.
Di comune accordo, ma coinvolgendo Harriet solo a cose fatte, la famiglia decide di mandare via Ben rinchiudendolo in un istituto per gente come lui: la soluzione borghese per antonomasia, nascondere il motivo di imbarazzo e l'elemento alieno per poi rimenticarlo e tornare alla propria vita di sempre, relegarlo in un posto in cui, se non fosse per l'intervento di Harriet che non riesce a lasciar andare quella sua progenie, per quanto inamabile, morirebbe in poche settimane stordito dai farmaci. Sacrificare il diverso sull'altare della serenità della parte normale della famiglia, insomma: una lezione che hanno imparato persino i bambini, al punto che il ritorno di Ben segna la condanna definitiva di Harriet, che a questa regola si ribella. Ritenuta a questo punto unica colpevole di quella situazione (anche se i germi della condanna si avvertivano fin dalla gravidanza), resterà sola a occuparsi di questa creatura.

Impara Disney: se chiudi un
povero stronzo in camera per 20 anni
non diventa una Moira Orfei
piagnona con lo stacco di coscia
di Jessica Rabbit.
Ben, la figura mostruosa attorno a cui si incentra il raccondo, richiama molto al Mostro della Shelley, ma qui la Lessing non dà risposta alla domanda che sorge spontanea: il mostro è nato così o è stato reso tale sia dalle convenzioni borghesi che identificano la diversità come un pericolo e un fardello di cui liberarsi che dall'ostilità, dalla mancanza d'amore e dall'isolamento a cui l'hanno sottoposto le persone che aveva intorno, a cominciare dalla sua stessa madre, che quella gravidanza nemmeno l'aveva voluta?

E Ben, un mostro, lo è davvero?
Nemmeno a questo il romanzo dà risposta: c'è sicuramente qualcosa che non va dal momento che un ragazzo come gli altri non va in giro ad ammazzare gli animali domestici, ma il punto di vista di Harriet non trova nessuna conferma esterna. Per la preside della scuola e gli specialisti che consulta non è diverso da qualsiasi ragazzo problematico, non ha nulla di primitivo, animalesco o alieno. Ben è semplicemente una presenza straniera che va a disturbare un idillio borghese ancora molto presente nell'Inghilterra di quegli anni, un imbarazzo che Harriet decide di non nascondere, diventando essa stessa una presenza scomoda da allontanare per mantenere la normalità. Madre e figlio diventano quindi due facce speculari della stessa diversità: Ben che nasce con qualcosa fuori posto che incrina la serenità familiare, Harriet che decide di amare qualcosa che non può essere amato condannando la propria famiglia all'infelicità.

Insomma, strigni strigni la solita retorica nauseante della madre coraggio ma con il bambino mostruoso, tra l'altro una figurina irritante e incostante che un secondo prima chiude il figlio a chiave in camera e lo minaccia di riportarlo nell'istituto (perché per calmarlo funziona solo la paura, ci tiene a specificare) e quello dopo proprio non può lasciarlo andare; che un secondo prima gli legge una malvagità d'animo intrinseca e quello dopo dice che sì, lei può cambiarlo con l'amore. 
Le madri salveranno il mondo e blablabla.
Anche se in questo romanzo è tutto talmente asciutto e asettico, causa anche la brevità del testo, che sembra più la curiosità di dipanare un mistero insondabile e il desiderio di trovare qualcuno che confermi le sue teorie paranormali che l'amore materno a smuovere questa donna per buona parte del tempo. A questo punto preferisco Frankenstein che alla vista del suo mostro fugge via in preda all'orrore per non guardarsi più indietro se non una volta messo forzatamente di fronte alle conseguenze della sua tracotanza. Tra l'altro Victor a differenza di Harriet non aveva abbandonato 4 creature belle e paffutelle per star dietro al mostro psicopatico. Che poi è il motivo per cui la gente generalmente 5 figli non li fa, perché o sei Wonder Woman o non può star dietro a tutti e dar loro le attenzioni e l'amore che meriterebbero.

IN CONCLUSIONE. . .

Il quinto figlio è un romanzo troppo breve per colpire duro, nonostante le tematiche che mette sul fuoco non siano nemmeno male. Offre spunti interessanti (anche se stantii sul fronte dell'analisi della figura femminile e della diversità, per ovvi motivi anagrafici) che negli anni '80 devono aver causato un certo turbamento ma non va a fondo quanto mi sarebbe servito per trovarlo più soddisfacente. 
Gli elementi fantascientifici (se possiamo chiamarli così dal momento che tutti i deliri di Harriet non trovano conferme esterne se non nei parenti che potrebbero semplicemente liberarsi di un bambino brutto e disturbato, come si è fatto per buona parte della storia dell'umanità) e quelli realistici stridono tra loro e sembrano buttati lì a caso invece che essere ben amalgamati come in un Rosemary's Baby.

Il personaggio di Harriet è l'unico di cui riusciamo a percepire i pensieri e a parte la noia assoluta delle cose che le passano per la testa è incomprensibile quanto Ben nel suo mix di sacrificio materno, retorica borghese alla "tutti farebbero una conigliata di figli se non fossimo condizionati altrimenti" e cazzate similari. Nella scena in cui riporta a casa Ben con un'incoscienza rara l'avrei presa a calci nel culo e onestamente mi sono sentita più solidale col resto della famiglia: non è possibile che nell'Inghilterra degli anni '60 non esistesse una via di mezzo tra lasciare un povero infelice all'Arkham Asylum e riportare un violento psicopatico in una casa dove ci sono altri 4 bambini, che grazie al cazzo poi decidono di scappare il più lontano possibile. 
Dramatization di tipici studenti
dell'istituto professionale
Non è possibile farle compiere questo gesto di pietà suprema (che si traduce nella rovina per tutto il resto della famiglia) e poi farla diventare la prima che terrà a bada il figlio 
con la paura di riportarlo in quell'inferno e togliendoselo dai piedi per più ore possibili al giorno, arrivando a lasciarlo in balia di giovani sfaccendati motociclisti e gang di delinquenti mezzi disturbati che arrivano dall'istituto professionale (noto covo di punk criminali), con cui Ben finirà a compiere stupri e rapine, nella totale indifferenza di Harriet, che però è brava perché lo ha salvato dall'istituto
Ma vai a cagare.

Il fatto che sia un romanzo molto psicologico e intimista lo rende dal mio punto di vista anche molto noioso dal momento che non succede nulla a parte "Harriet che fa cose che mi fanno girare gli ammennicoli": può essere interessante per chi è intrigato dalle figure materne, ma io che materna non lo sono nemmeno per sbaglio mi sono fatta due palle che non finivano più, anche perché da come me lo avevano descritto mi aspettavo una visione della maternità molto diversa e caustica, una madre che per una volta il frutto dei propri lombi lo rifiutasse e odiasse per davvero. 
Non c'è speranza né redenzione, non c'è condanna se non per un modello di famiglia che ormai è disgregato da almeno mezzo secolo, non c'è risoluzione del mistero legato alla nascita di Ben o una crescita, non ci sono conferme alle teorie strampalate di Harriet; manca un avvenimento risolutivo che metta una parola fine soddisfacente o di contro un qualcosa di vagamente conclusivo che ci faccia capire cosa voglia fare la Lessing a parte decostruire un modello borghese stantio. 

Un libro che a mio avviso non regge alla prova del tempo. Se non altro è breve, ma 'ste 168 pagine mi son sembrate 1000.

Giudizio finale: