Visualizzazione post con etichetta Saggistica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Saggistica. Mostra tutti i post

domenica 29 maggio 2022

[Recensione] LA CITTA' DEI VIVI di Nicola Lagioia

Autore: 
Nicola Lagioia 
Edizione: Einaudi, copertina flessibile
Pagine: 472
Anno: 2020
Euro: 22,00 | Ebook: 10,99


Si può essere boomer senza essere nati per forza negli anni del boom economico? Sembra impossibile ma Lagioia ci dimostra che sì, si può. Così come si può vincere un premio Strega con un volume in cui l'autore, con rara empatia e rispetto, usa la cornice di un delitto efferato per, sostanzialmente, autoincensarsi, ma anche per guardare dall'alto in basso questi giovani pigri, senza valori, a cui se gli dici che vincendo un concorso nella pubblica amministrazione guadagneranno 1800 euro al mese rispondono sprezzanti "E io che ci faccio con 1800 euro?".
Ovviamente non sono parole sue ma di un suo interlocutore, Francesco Scavo. Ma Lagioia ci tiene comunque a ribadire che questi giovani debosciati Scavo, da persona intelligente, non si sognava di disprezzarli. Provava pena e dispiacere, un dispiacere profondo. Però poi due pagine dopo questa persona intelligente deve fare uno sforzo per non sentirsi offeso se questi ragazzetti ricchi e annoiati chiamano trascinapoveri i mezzi pubblici che lui umilmente, come uno di noi, prende ancora. Ma quale sarebbe esattamente la cosa per cui offendersi, viene da chiedersi, essere accomunato ai poveri? Rimarrà un interrogativo inevaso.
Magari può rispondermi qualche boomer altoborghese.

*

La città dei vivi vorrebbe essere una cronaca romanzata dell'omicidio Varani, e già da queste premesse immaginiamo che il cattivo gusto regnerà sovrano perché cosa ci sia da romanzare in una storia del genere lo sanno solo Barbara D'Urso e i pari suoi. 
La vicenda è nota.
Roma, 2016. In un anonimo appartamento del quartiere Collatino, in via Iginio Giordani, due ragazzi di buona famiglia dediti a uno spasmodico uso di alcolici e sostanze stupefacenti, Marco Prato e Manuel Foffo, torturano per ore e poi uccidono con più di 100 martellate e coltellate (nessuna delle quali mortale, risultandone in una lenta e agonizzante dipartita per dissanguamento) Luca Varani, un meccanico di 23 anni che i due conoscevano a malapena. 
Non c'è nemmeno un movente, quindi. 
Sostanzialmente la vittima è stata scelta a caso per provare il brivido dell'omicidio. Se a questo aggiungiamo l'immancabile provenienza alto-borghese dei criminali, il fatto che i due fossero legati all'ambiente gay e g-g-giovane della capitale e che la stessa vittima ricorresse occasionalmente alla prostituzione con gli uomini per denaro se ne conclude che il giornalismo italiano non poteva proprio esimersi dal farne uno show mediatico imbarazzante, sviscerando per settimane, mesi, anni ogni sordido e morboso particolare della vicenda. Visto che non ci facciamo mancare nulla oltre a questo libro di fiction-non-fiction pare sia in progetto pure una serie tv prodotta da Sky.
E avanti così.

Giornalismo italiano davanti
all'omicidio Varani.
 
Lanciatosi nella mischia come un paperotto nello stagno, Lagioia dall'alto della sua superiorità intellettuale ci tiene a specificare che lui non lo fa spinto dall'interesse morboso che muove gli altri o dalla voglia di lucrare sul morboso e rimestare nel torbido come una Barbara d'Urso qualunque.
Lui è diverso.
E' speciale perché ci tiene a dipanare il mistero per mero amor di cronaca, o forse (ci dice in altri punti del romanzo) è più un qualcosa che lo colpisce nel profondo perché legato al suo passato da scavezzacollo in cerca di limiti da superare proprio come i due assassini (e che ha rischiato di finire a prostituirsi come Varani, una cosa che sarebbe stata profondamente degradante ma per fortuna ha trovato lavoro pochi giorni dopo arrivare alla vera disperazione e non ci ha pensato più. E beato te...), o forse ancora si tratta solo di motivazioni puramente intellettuali, legate alla sua voglia di interrogarsi sulla banalità del male, con riflessioni di questa profondità:
"L'omicidio getta su vittima e carnefice la sua luce, ed è sempre una luce parziale, una luce perversa, l'omicidio è il male e il male è il narratore della storia. L'omicidio getta luce su se stesso pere lasciare in ombra il resto, affinché vittima e carnefice si confondano nell'eccezionalità dell'accaduto."
Quindi non è che per 500 pagine sarai incapace di trattare la vittima da vittima e il carnefice da carnefice indulgendo nella solita apologia stronza del killer, è la natura dell'omicidio a sfumare i contorni.
Profondo zi', fate organizzare un salone del libro a quest'uomo...

Cosa ne risulta?
'Na cacata, sostanzialmente.
E non saprei come altro metterla visto che nel corso di queste quasi 500 pagine Lagioia riesce a farmi sperimentare tutte le 50 sfumature del cringe, non solo per il fatto che mi tocca constatare quanto si possa pensare e agire da boomer a 45 anni ma anche perché con un cattivo gusto raro l'autore si inserisce nell'indagine di un omicidio brutale togliendo a più riprese la scena ai protagonisti del racconto al punto che a una certa pare un memoir sul suo addio ai colli de Roma. Persino Sherlock Holmes restava umile e gli serviva Watson come cronachista.

La cosiddetta cronaca dell'omicidio, rigorosa quanto si vuole visto che non metto in dubbio che l'autore i compiti a casa li abbia fatti ma filtrata attraverso il solito patetismo paternalista di un servizio di Pomeriggio Cinque, si risolve a conti fatti nel solito elogio del mostro tanto caro alla stampa nostrana piena di "illustri professori", "padri di famiglia", "goliardi", "giganti buoni" in preda all'immancabile "raptus", con pagine e pagine in cui Lagioia con la scusa del non fare l'errore di ridurre in maniera semplicistica l'assassino a un mostro si spertica nel trovare attenuanti, motivazioni freudiane e giustificazioni su giustificazioni per l'omicidio perpetrato da Foffo e Prato.
Si incomincia con una descrizione di Prato da parte di chi lo conosceva da vicino stile "salutava sempre": era un tipo eccentrico, un affabulatore brillante (la parola manipolatore compare saltuariamente, verso la fine, bontà sua) e persuasivo, in generale benvoluto e intelligente che lavorava nel mondo delle PR. Foffo invece risulta una persona tranquilla, umile, con tanti sogni nel cassetto irrealizzati a causa di varie vicissitudini della vita.
L'unica critica che gli si può muovere è che un fuoricorso.
Ma perché il volitivo papy lo aveva costretto a fare giurisprudenza, secondo lui più utile per l'azienda di famiglia, mentre la vera passione di Foffo era l'economia: questo bravo guaglione legge tante riviste di economia, ha tante idee geniali che nessuno prende sul serio al punto che a una certa viene allontanato anche dall'attività di famiglia, e last but not least ha pure l'intenzione di svoltare con una app di calcio.
Si continua nel territorio del "povero ragazzo ricco".
Prato era gay (ma soffriva anche per una condizione di disforia di genere, parrebbe) ma la mamma non lo aveva mai accettato e questo lo aveva fatto tanto soffrire. Nulla avevano potuto i viaggi, le esperienze di studio nelle università private, gli erasmus, per curare questa profonda insoddisfazione interiore e il male di vivere che sentiva dentro, e che lo portava a manipolare il prossimo e sfondarsi di coca, alcolici e canzoni di Dalida. 
Idem Foffo, che al di là di ipotetiche pulsioni perlomeno bisessuali represse si ipotizza sia spinto agli eccessi dal rancore nei confronti del padre, che a un certo punto aveva regalato il suo motorino a un dipendente del ristorante di sua proprietà e si era persino rifiutato allo scoccare dei 18 anni di comprargli una macchina umile.
"Mi ero fatto un programma su come avrei dovuto vivere. Per esempio, avrei dovuto avere una macchina tranquilla. La Yaris era perfetta. Comoda, piccoletta, adatta a uno che ha appena preso la patente. Mio padre invece diceva che serviva una macchina robusta, in caso di incidente. Mi ha comprato un Maggiolone. Questo maggiolone mi ha causato un sacco di problemi, subito dopo averlo avuto ho cominciato a bere, ho cominciato a drogarmi, sono stato costretto a lasciare il calcio, ho rotto con la ragazza."
Dannate macchine senza umiltè...
Ma qual è la colpa di questo Maggiolone poco umile a differenza della Yaris,  nota auto amica del proletariato?
"Molti ragazzi, specie quelli che vengono da famiglie benestanti, è meglio che non abbiano da subito una macchina grossa, perché le donne... le ragazze, a quell'età, non vanno appresso ai soldi... ci pensano dopo ai soldi... da giovane le ragazze le conquisti invece in altro modo.... così, se hai la macchina grossa, fai la figura di quello pieno di soldi che però i soldi non se li ì fatti da sé. Capito come?"
Cristallino, giovane, per forza poi sbrocchi e ti metti a dare coltellate ai meccanici.

Ora, intendiamoci, anche se la storia dell'umile Yaris mi ha fatto ridere due ore non è che voglia sminuire questo malessere solo perché questa è gente che i soldi li caga e si può permettere quei 250-500 euro di cocaina a sera senza battere ciglio, ma vorrei capire in che modo avere questi problemi dovrebbe avere un qualche tipo di peso nel momento in cui prendi a martellate e coltellate un povero stronzo che conosci a malapena e quando ti beccano non sei nemmeno in grado di spiegare razionalmente il perché senza metterti a frignare sul fatto che hai i problemi e il male di vivere e poi ti ha costretto l'altro perché tu sei solo una fragile fogliolina nel vento. Ma allora capiamoci, tutta la gente che vive quotidianamente questi malesseri e non ammazza nessuno è fessa? Lagioia non poteva raccontare i fatti nudi e crudi invece di scrivere una soap opera di 500 pagine?
Glielo ha vietato il dottore?

E sulla vittima, che si dice?
Tanto per cambiare, salta fuori un ritratto molto meno apologetico.
Come da manuale infatti l'attenzione pruriginosetta di Lagioia e del giornalismo nostrano (che a detta di questo libro appare serio e rigoroso e non rincorre assolutamente il facile scoop morboso a differenza dei social brutti e cattivi), la sua simpatia, sono praticamente tutte rivolte ai poveri ragazzi ricchi gay repressi e impasticcati con i genitori e le macchine poco umili che gli hanno rovinato la vita. D'altronde Varani è morto e non è che si possa giustificare più di tanto tra le lacrime di coccodrillo.
Qualche cosa però Lagioia ce la dice, sempre per amor di cronaca.
Un breve memento
che potrebbe tornare utile a Lagioia
nel corso della sua prossima fatica editoriale
E non importa che a questo giro quello massacrato non sia una donna e il carnefice non sia il suo compagno, il
victim blaming sottile come un tronco di Baobab non può mancare. 
Varani, ci segnala l'autore col solito piglio da giornalista integro e per nulla interessato allo scandalo, era un ragazzo dalla natura un po' schiva che poteva sparire anche per giorni facendo preoccupare a morte la ragazza. Beveva e si drogava con amichetti che alla fidanzata non piacevano e che lui giurava di non frequentare. Conduceva una vera e propria doppia vita all'insaputa della famiglia (venditori ambulanti di dolciumi) ma soprattutto all'insaputa di questa figura angelicata a cui Lagioia regala un po' di spazio, ovvero la fidanzata Marta Gaia, ingenuamente convinta che il fidanzato non avesse nessuno scheletro nell'armadio.
Anche se i fatti dicono tutt'altro, piccola anciola dal cuore innoZiente.
Luca Varani infatti non disdegnava di prostituirsi con gli uomini in cambio di denaro, spiccioli che comunque si sputtanava puntualmente alle slot machines e in occasionali cene e regaletti per Marta Gaia.

Non lo si dice mai apertamente perché farebbe brutto, anzi a un certo punto Lagioia, bontà sua, si premura anche di dirci che il fatto che la vita di Luca non fosse irreprensibile non giustifica in alcun modo quanto subito (e meno male),  ma nemmeno troppo tra le righe aleggia sempre quel senso irritante e giudicante di "però un po' se l'è cercata" (lui e il suo padre facile agli scoppi di rabbia - strano visto che gli hanno massacrato male il figliolo e i giornalisti fanno a gara a dire che persone infelici fossero i suoi carnefici, chissà perché è così incazzato. Forse perché non è alto borghese e si sa quanto siano incazzati, poco obiettivi e rancorosi i poveri). Perché se fosse stato a casa sua, non avesse detto le bugie, se avesse studiato diligentemente, non avesse giocato alle macchinette e non si fosse prostituito non si sarebbe trovato lì.
Capito, bimbi?

Per non farci mancare nulla Lagioia ci dice pure che il profilo social di Luca era pieno di citazioni e foto del Duce, da cui trasparivano spiccate simpatie di destra (e guai da parte di Lagioia, che diceva di voler fare delle analisi sulla natura del male, provare a indagare almeno per sbaglio sul perché una persona di classe popolare avesse questo tipo di simpatie, no, toh, eccovi una vittima fascia. Brutto che sia stato massacrato così eh, però ti butto lì che era fascio, poi fai te), cosa che secondo la sua fine analisi di esperto potrebbe aver triggerato il Prato, che in quanto gay dichiarato odiava profondamente gli omofobi. Ma se per mezzo libro mi dici che la vittima è stata praticamente scelta a caso, cosa minchia mi giustifichi per l'ennesima volta le presunte motivazioni di un malato di mente tirando in ballo l'omofobia?

Ancora una volta questo libro si fa portavoce delle tipiche preoccupazioni dei boomer agiati di sinistra con il filtro parental control perennemente settato sulla realtà che forse rappresentano il pubblico di riferimento dell'autore e gli abituali frequentatori del salone del libro, senza preoccuparsi di scavare oltre una superficie fatta di giovani scapestrati che rifuggono i problemi nell'alcool e nella droga, social brutti e cattivi e amministrazioni comunali inette che provocano invasioni di cinghiali per le strade e incendi di autobus di linea dovuti all'incuria. Tra parentesi, davvero molto coraggioso e serio da parte di Lagioia non fare mai esplicitamente il nome di Virginiona e del suo partito di riferimento (forse per evitare beghe legali) ma ritenerli poco tra le righe gli unici responsabili dello sfascio di Roma.
Non pago della filippica politica a caso, nel mezzo della cronaca noir Mr. Coraggio ficca pure due parolette autoincensanti che mirano a scatenare in chi legge simpatia nei suoi confronti: anche lui da giovane ha fatto il matto (ma senza mai superare i limiti, forse per coscienza, forse per culo) ma ora ci tiene a prendere le distanze da quel mondo che proprio non riesce a capire manco se ci si impegna, mannaggia ai pescetti. Ora è un tipo a posto, le sue amicizie sono tipi a posto, niente a che vedere con il giro di Foffo, Prato e Varani (tutti mischiati nello stesso calderone debosciato). "Il giro di Stefano e di Marco Prato, a differenza del mio, così prudente e castigato, era composto da persone che provavano  a giocare almeno un po' d'azzardo."
Anche meno dai, non sei a un comizio di Italia Viva.

La piaggeria alto borghese che trasuda dietro la finta umiltà dell'autore raggiunge le vette del meme nel momento in cui parla di Porta a Porta, il talk show più noto del paese
"A Porta a porta succedevano cose che non erano possibili altrove. Era lì che Silvio Berlusconi aveva firmato il suo patto con gli italiani. Era a Porta a porta che - spiazzando persino il suo navigato conduttore - il papa in persona aveva deciso di intervenire in diretta telefonica. Sempre lì erano stati ospitati i parenti del boss Vittorio Casamonica, così come, nel giro di poche settimane, sarebbe arrivato il figlio di Totò Riina per raccontare la storia della famiglia."
Un curriculum in cui si possono vantare Berlusconi, il Papa e la Mafia, mentre poi in seguito poco ci manca che definisca la Franca Leosini la Me contro Te del giornalismo italiano, una tipa che fa cose non meglio precisate con una schiera di fedelissimi groupie esagitati.
Che dire? 
Visto che il libro si riproponeva anche di fare delle analisi più ampie rispetto alla vicenda di cronaca io mi sarei come minimo chiesta il perché certi personaggi vadano lì a dire cagate senza timore del contradditorio, tra una leccata di terga e l'altra, ma a me non affidano il salone del libro più importante d'Italia quindi che ne so?
A farmi parlare così sarà senza dubbio la stessa invidia sociale che trasuda da quella che Lagioia identifica come la massa animalesca con la bava alla bocca che infesta le strade ma soprattutto i social (il luogo in cui immancabilmente la disapprovazione diventa una slavina). 
Gente cattiva, ignorante, che da un lato fa a gare per avere quei due sparuti minuti di notorietà facendo a gara per chi aveva più amici in comune con Foffo e Prato, dall'altro si abbandona alle peggio bestialità ai danni dei carnefici e delle loro famiglie.
E i genitori li hanno educati male.
E gli dovrebbero dare la sedia elettrica a questi fetenti.
Maledetti radical chic figli di papà che la faranno sicuramente franca perché in Italia funziona così e se hai le amicizie giuste non ti fai un giorno di galera.
Inserire altre frasi cliché
In tutto questo continuo dire peste e corna dei social (vero postribolo di nefandezze, non dico di no) non una parola contro il giornalismo morboso, i talk show più importanti del paese e certa letteratura che macina premi che di questa rabbiosa indignazione popolare letteralmente ci campa, ovviamente. Livello dell'analisi dei mezzi di comunicazione in questo libro: meme.
Giornalismo = buono
Social = cattivo
Nel mezzo di questo capolavoro di indagine sociologica e criminologica, così de botto senza senso, Lagioia non ci fa mancare nemmeno la parentesi di un non meglio precisato turista olandese che, scopriremo verso la fine di questa avvincente opera di letteratura crime, viene apposta in italia per trombarsi i minorenni.
La domanda sorge spontanea: ma perché?
Serve a qualcosa a livello narrativo o cronachistico? Spoiler: No.

*

IN CONCLUSIONE. . .

Questo libro dovrebbe essere una cronaca di un omicidio efferato sullo sfondo di una città unica, nel bene e nel male, piena di ombre e contraddizioni. Risulta a voler essere gentili una cronaca dell'onanismo intellettuale di Lagioia, che indulge sì nell'orrore ma con un piglio che rimesta nel morboso e comunque da fuori, al sicuro nel suo guscio alto borghese e intellettuale, con la pietas tipica del boomer rivolta a queste tristi anime sole mentre ci racconta quanto è bravo, bello e splendente.
Si parla genericamente di giovani con la crisi dei valori.
Ci fosse anche per sbaglio una critica seria delle responsabilità politiche, generazionali, economiche che hanno portato a questa fantomatica crisi dei valori dei giovani, a questo deragliamento a destra delle classi più disagiate, alla generale sfiducia nella giustizia. No, che schifo i social e l'amministrazione di Roma, maledetti giovani senza valori che disdegnano il posto fisso a 1800 euro al mese e i mezzi pubblici, per fortuna che io non mi sono ridotto a prostituirmi con gli uomini, se no chissà che fine avrebbe fatto la mia autostima (sic!).

Il culmine di questa prosa inutilmente pruriginosa e fuori dalla grazia divina forse si raggiunge nel momento in cui l'autore cerca, ahinoi, di descrivere il raptus (aridaje) che avrebbe colto Foffo e Prato poco prima dell'arrivo di Varani, il momento in cui avrebbe cominciato a prendere sostanza il piano di porre fine a una vita umana. Il magnetismo, lo chiama. E lo descrive come un'onda bianca e luninosa durante la quale si capirono di nuovoE giù di nuovo a bere e pippare come se non ci fosse un domani.
In pratica a una certa questo libro diventa uno yaoi.
Questo piglio pruriginosetto e morboso è forse ancora più divertente se arriva da una persona che, con l'umiltà che lo contraddistingue, anni addietro invitò la collega Melissa Panarello a infilarsi nel sedere pagine del Lolita di Nabokov per aver osato scrivere "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire", che a differenza di questa sinfonia di percosse alle gonadi almeno aveva dalla sua una schietta semplicità. 
Qui invece si va poco oltre i luoghi comuni e brutte frasi a effetto, con l'aggravante di una certa spocchia intellettuale. E se questa è la letteratura italiana contemporanea pregiata che macina i premi prestigiosi, figurarsi quella nella media che monnezzaio deve essere.

Giudizio finale:
Una stella in più rispetto a quanto avrei voluto dargli solo per
rispetto verso l'impegno documentaristico

venerdì 18 febbraio 2022

[Recensione] IL METODO RIVOLUZIONARIO PER PULIRE LA TUA CASA IN SOLI 10 MINUTI AL GIORNO, di Becky Rapinchuck

Titolo originale: Simply Clean: The Proven Method for Keeping Your Home Organized, Clean, and Beautiful in Just 10 Minutes a Day
Autore: Becky Rapinchuck
Genere: Manuale
Traduzione: C. De Pascale
Edizione: Newton Compton, copertina flessibile
Pagine: 315
Anno: 2019
Euro: 5,90 | Ebook:3,99

Becky Rapinchuck, vengo a sapere dal sito ufficiale della Newton Compton dopo aver letto questo libro, è un’esperta del pulito, una moglie e una mamma, oltre che un’insegnante. Perché scrivere in termini imprenditoriali del suo lavoro all'interno del sito Clean Mama che conta milioni di iscritti, sito che la signora si pubblicizza in uno degli ultimi capitoli del libro tra l'altro, faceva troppo 2000.
I nostri lungimiranti, moderni e inclusivi editori italiani preferiscono aggiungere che il suo lavoro consiste nell'offrire consulenze su come sistemare piccoli o grandi disastri casalinghi e che recensisce detersivi e prodotti per la casa. Normalmente mi incazzerei molto per questa cosa, ma visto che anche il piglio generale di questo manuale è quello di un imbarazzante rigurgito di anni '50, la presentazione della Newton Compton è perfettamente in linea col personaggio e, presumo, con le sue simpatizzanti.

Il manuale offre una serie di consigli e suggerimenti che promettono di riuscire a tenere in ordine la casa (casa messa in disordine non solo da noi stessi, ci tiene a specificare l'autrice, ma pure dalle persone che amiamo, le quali evidentemente non hanno piedi funzionanti o il pollice opponibile con cui tenere in mano una ramazza) trasformando la fatica e la rottura di coglioni in abitudini automatiche e con un'impegno di 10 minuti al giorno, senza lasciarsi sopraffare dalla sporcizia e dalle faccende lasciate in arretrato.
A la Basta un poco di zucchero e la pillola va giù.
Però facendoti un culo così con il bicarbonato di sodio e l'aceto bianco.

Rapinchuck vs. polvere
Ma soprattutto organizzando dei piani d'azione incrociati che prevedono (in 10 minuti?) pulizie quotidiane in cui devi pure ispezionare i pavimenti in cerca della macchiolina galeotta, settimanali, mensili, e occasionali (nonché suddivise per stanza ma anche generiche) che manco durante la Guerra Fredda. Tanto basta prepararsi un carrellino delle pulizie che ti faccia venir voglia di pulire (serio? Se avevo voglia di pulire non ero qui a leggere il tuo libro) e impostare i timer per darti la carica, così mentre ti Cenerentolizzi ti viene pure l'assillo del tik tok dei secondi che passano, tipo Capitan Uncino col coccodrillo.
Si tratta tra l'altro di piani che anche a volerli prendere singolarmente prevedono liste di roba infinite che o vivi solo in un monolocale o non la fai nemmeno in 10 ore.

Ma se lavori tutto il giorno?
Non ti preoccupare amica, la Rapinchuck pensa anche a te, povera stronza costretta a guadagnare i soldi senza blog che ti vendono le agendine a 40 pippi e i detersivi a base di alcol e bicarbonato 30, donna schiacciata dalle mille responsabilità della vita moderna che sperava di trovare qualcosa che la tenesse effettivamente impegnata non più di 10 minuti al giorno per tenere una casa non dico pulita ma in cui non si coltivassero specie biologiche mortali. In quel caso infatti, ti dice la Rapinchuck, puoi precettare i tuoi figli purché si usino i prodottini biologici che casualmente vende lei sul suo sito e ricorrere senza vergogna a una collaboratrice domestica.
In pratica:
1) Continua a non pervenire, timido come gli Hobbit, un compagno maggiorenne con cui sobbarcarsi alla pari il lavoro domestico nel caso in cui una persona abbia altro da fare fuori casa e le manchi il tempo di dedicarsi ammodo alle pulizie. Immagino che nella testa della Rapinchuck gli uomini adulti che entrano in contatto con le sostanze pulenti esplodano.
2) Praticamente insieme a 'sto Inception che è diventato il tuo piano delle pulizie che doveva durare 10 minuti al giorno ora devi pure pensare a organizzare pure il lavoro di minorenni e dipendenti.
3) Se la risposta alla mancanza di tempo è la collaboratrice domestica si può sapere 'sto libro a che cazzo ti serve?

Va un po' meglio invece se lavori da casa, perché puoi usare le pause dal lavoro per fare qualche faccendina. Perché a quello serve staccare dal lavoro, per fare altro lavoro.
Serviva il libro per arrivarci.
Meno male che la Rapinchuck, gloria a lei e al bicarbonato di sodio, permette alla lavoratrice in smartworking (e anche a quella che passa le giornate in casa e potrebbe trovare difficile trovare il momento giusto di dedicarsi a decalcificare la tazza del water) di decidere il timing ideale per dedicarsi alle pulizie e non la mette a pecora a dare lo straccio rigorosamente il giorno dopo aver dato l'aspirapolvere (perché si sa che la schifezza se ne sta buona in attesa che lavi tutto prima di riformarsi - giusto un'americana poteva partorire questa cazzata in mezzo alle altre) tra una call su zoom e un'acquisizione aziendale.

*

La parte più interessante sarebbe quella dedicata alle ricette dei detersivi naturali suddivise per utilizzo (economici e non tossici, oltre che un'ottima scelta amica dell'ambiente), se non fosse che sono soluzioni decisamente banali a base di aceto bianco, alcool e un paio di olii essenziali tanto per gradire (a questo proposito, al traduttore faccio notare che il cosiddetto albero del tè anche in italiano si trova col nome di Tea Tree Oil, che per inciso è un olio balsamico e un disinfettante abbastanza caustico se usato puro, non da usare come aroma profumato come lascia intendere l'autrice). Ricette che tra l'altro è possibile trovare gratis su un qualsiasi canale di youtube, senza scomodare l'autrice, il suo blog che ti fa pagare due troiate a peso d'oro e il suo metodo rivoluzionario che ti fa pulire casa in 10 minuti ma anche no.
Più di 1/3 del libro, infine, fa volume con le checklist infinite.

*

Questo metodo rivoluzionario per pulire la casa non ha nulla di rivoluzionario e soprattutto non è fattibile in 10 minuti come millanta: è un programma delirante e decisamente eccessivo da mantenere proprio per quelle persone che avendo comprato il libro evidentemente hanno bisogno di ridurre al minimo il tempo dedicato alla cura della casa, causa impegni lavorativi o di vita, o semplice voglia di preferire dedicare il tempo libero alla cura di loro stesse e al coltivare un hobby che a lucidare i battiscopa con le salviettine umide.

Benché, in chiusa, alla Rapinchuck piaccia dare l'idea (per motivi di marketing) di una casalinga felice e appagata dai suoi pomelli lucidi e del suo arrosto succoso degli anni '50, che guarda con irritazione bonaria ai giocattoli lasciati in giro dai figli discoli, va ricordato che pure quelle signore con la messa in piega perfetta, le gonne ampie e il Martini pronto alle 18 ricorrevano alla coca e agli ansiolitici per arrivare a fine giornata, e manco dovevano pensare alla carriera.

Giudizio finale:

venerdì 24 dicembre 2021

[Recensione] LA RAGAZZA CHE SCRISSE FRANKENSTEIN, di Fiona Sampson

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Titolo originale:
  Mary Shelley: The Girl Who Wrote Frankenstein
Autore: Fiona Sampson
Genere: Biografia, Letteratura inglese
Traduzione: E. Gallitelli
Edizione: UTET (De Agostini)
Pagine: 436
Anno: 2018
Euro: 25,00 | Ebook: 9,99


Fiona Sampson non è esattamente l'ultima delle scappate di casa. Scrittrice e poetessa inglese molto apprezzata oltralpe, è tra le autrici più importanti del nostro tempo ed è stata una delle prime figure intellettuali a sostenere con forza l'uso della scrittura creativa all'interno dei programmi di healthcare nazionale. 
Tradotta in 37 lingue, colleziona come figurine premi letterari nazionali e internazionali sia per l'impegno nella ricerca che per il suo lavoro letterario.
Ovviamente la wikipedia italiana non le dedica nemmeno due righe e dei 29 libri che ha dato alle stampe in 20 anni ci si è presi la briga di tradurre solo questo, e giusto perché nemmeno la Shelley è proprio l'ultima delle stronze. 
Ma avanti così, editoria italiana...

*

A 200 anni dalla pubblicazione della prima edizione del Frankenstein, la Sampson dedica alla sua geniale autrice un omaggio biografico che svela le luci e le ombre, ma soprattutto le fragilità umane di una scrittrice che troppo spesso viene sminuita dal punto di vista professionale e relegata al ruolo di moglie e custode della memoria di Percy Bysshe Shelley o al contrario messa su un piedistallo come una figura algida, lontana, smarrita nei meandri del tempo e da adorare in maniera vuota e reverenziale.
La Sampson invece ce ne dona un ritratto umanissimo e commovente. Perché se la storia è piena di figure di donne geniali messe in ombra dalla famiglia, dai mariti, dagli amici, dal periodo e dal luogo in cui si ritrovano a vivere o dal loro stesso lavoro, si può dire che Mary nel corso della sua vita abbia avuto la sfortuna si ritrovarsi contro tutti questi elementi.

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Mary è figlia di Mary Wollstonecraft, filosofa antesignana del femminismo liberale, la quale muore per complicazioni dovute al parto poco dopo la sua nascita, e William Godwin, filosofo e scrittore considerato uno dei primissimi teorici dell'anarchismo. E' Godwin a crescere con un coinvolgimento insolito per l'epoca la figliastra Fanny (nata da una precedente relazione della Wollstonecraft) e Mary, la cui educazione e viva intelligenza si sviluppano con straordinaria precocità in casa, al n. 29 del Polygon, all'interno di un salotto frequentato dai più fini intellettuali del tempo. 
Questo per 4 anni, finché suo padre non convola in seconde nozze con la dirimpettaia Mary Jane Clairmont (anche lei un personaggio dai costumi piuttosto libertini per i canoni dell'epoca), che nella più fiabesca delle tradizioni si rivelerà essere una matrigna fredda e piuttosto insofferente nei confronti delle figlie di primo letto del consorte. A questo proposito però la Sampton, pur riconoscendo alla seconda signora Godwin una certa dose di furbizia femminile, in qualche occasione sembra insinuare nella mente del lettore il dubbio che sia piuttosto Mary a proiettare sulla matrigna il fastidio e la tristezza che le provocano l'improvvisa indifferenza paterna. Ma le lettere e i diari di Mary parlano chiaro e, da brava biografa, la Sampson vi si attiene senza partire (troppo) per la tangente.
Ma la nota riservatezza della Shelley sulla sua vita privata e la scarna corrispondenza può indurre a fare ipotesi sul fatto che non tutto sia come appare a un primo sguardo.

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Non stupisce che una ragazza giovane e intelligente lasciata a se stessa e allontanata per lunghi periodi in Scozia per "irrobustirne il fisico e il carattere", specie se figlia di genitori che hanno dato il buon esempio seguendo un ideale romantico che lasciava poco spazio alle convenzioni sociali borghesi, a soli 16 anni prenda e organizzi una fuga d'amore con il giovane 
Percy Bysshe Shelley, assiduo frequentatore dei salotti intellettuali paterni, più grande di lei di 5 anni e tra l'altro noto viveur già sposato con una figlia. 
Shelley sarà il grande amore della sua vita.
Di contro, lui la tratterà praticamente da subito come un'incudine appesa ai coglioni, ma questo non stupisce: come accade un po' a tutte le donne di rara intelligenza e cultura, Mary latita sul fronte del senso comune e fa schifo a valutare le persone. La Sampson ovviamente non cede alla tentazione di trasformare il volume in un attacco incondizionato a Percy Shelley, che sia uno stronzo è una mia conclusione personale.
Senza nulla togliere all'artista.
Il viaggio dei due giovani innamorati da Dover a Calais è breve, forse nemmeno consumato, ma tanto basta a rovinare la reputazione "onesta e immacolata" di Mary e delle altre figlie di Godwin, Fanny e Jane, la figlia di primo letto della Clairmont. Non saremo ancora immersi fino alla gola nella rigida ipocrisia moralista dell'epoca vittoriana, ma in soldoni per una giovane dell'epoca priva di grandi doti o titoli e amicizie influenti cambia poco: le Godwin non sono più "materiale da matrimonio".

Per tutta la vita di Mary la sua situazione sociale e sentimentale non migliorerà mai davvero dal momento che prima del matrimonio i due vivranno un lungo periodo di convivenza a tre, con la sorella Jane (che ora si fa chiamare Claire) a fare da "piacevole distrazione" a Percy nei momenti in cui la compagna incinta rompe troppo i coglioni e impedendo ai due di avere anche la minima possibilità di costruire qualcosa di solido (se non altro a livello intellettuale). Persino quando convoleranno a nozze la sua vita matrimoniale sarà costellata di continui tradimenti e lutti (non solo quattro dei cinque figli che avrà da Shelley ma anche la sorella Fanny, morta suicida nel 1816).
Mary sembra la classica donna che ama troppo:

Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
"L'amore di Shelley è talmente libero che di fatto imprigiona la sua compagna, perché è totalmente condizionato. Eppure Mary, cresciuta alla scuola di approvazione condizionata del padre, interiorizza questo modo di fare e vi obbedisce."

Questo però non ne va a sminuire la figura professionale e la sensibilità intellettuale, semmai l'arricchisce. 
La Sampson ci svela una donna dall'indole malinconica (troppo persino per i canoni romantici, al punto da risultare una compagnia che ispira mediamente poca simpatia), spesso incline alla depressione.
A contribuire a buona parte delle sue sfortune (anche dopo che Shelley trova la morte in un tragico incidente in mare) c'è un carattere poco socievole e molto riflessivo che non aiuta ad accattivarsi le simpatie del prossimo nemmeno quando è priva del sostegno del marito prima, dell'amico di vecchia data Byron e del padre poi, ovvero nel momento di massima vulnerabilità. Mai l'anima della festa, mai ad imporsi nella conversazione, sempre a subire il giro di amicizie e i desideri degli uomini della sua vita e con sporadiche amicizie femminili coltivate rigorosamente una alla volta (abitudine che fa ipotizzare alla Sampson che la Shelley potrebbe avere tendenze saffiche, o perlomeno bisessuali). Rimasta sola con l'unico figlio sopravvissuto, Percy Florence Shelley, si ritroverà in balia di sguardi ostili e vittima delle maldicenze diffuse dalla sorella, dalle amanti del marito e dallo stesso Shelley, che a più riprese nel corso del loro matrimonio si lamenterà di lei con gli amici per la sua freddezza.

*

La Sampson scandisce questo incredibile resoconto della vita di Mary Shelley per immagini, come se il libro si costruisse su una serie di dipinti: piedi di vita e luce i primi (le grandi finestre di Skinner street, un vestitino di tartan acquistato in Scozia, i libri di filastrocche che deve aver presumibilmente sfogliato da bambina), malinconici, fumosi e cupi man mano che s'avanza.
Giochi infantili, sogni e vestiti acquistati d'impulso lasciano spazio a una notte tempestosa a Villa Diodati, il luogo in cui quasi per gioco e un po' per noia si diede vita a due dei lavori più importanti dell'Ottocento, Il Vampiro di Polidori e ovviamente Frankenstein; all'articolo di giornale che riporta la morte della povera Fanny (che si impicca nella solitudine della sua stanza a differenza di Harriet, la prima moglie di Shelley, che si getterà nel Tamigi causando grande scandalo); un ritratto malinconico in cui sfoggia un sorriso triste e appena accennato che la ritrae nella piena maturità. Tutto va ad arricchire il ritratto della scrittrice e della donna, che a più riprese si confondono.
"Sono stata cresciuta ed educata alla sete di gloria. Diventare una persona grande e buona, questo era il precetto di mio padre, e Shelley l'ha ribadito. Ma Shelley è morto e io sono rimasta sola. Mio padre, per l'età e le circostanze domestiche, non è riuscito a "me fair valoir". La mia totale assenza di amicizie, il mio orrore per l'insistenza e l'incapacità di propormi senza qualcuno che mi guidi, mi apprezzi e mi sostenga - tutto questo mi ha affondata."
Mary troverà sempre difficile, ma a maggior ragione quando l'Inghilterra entrerà ufficialmente nell'epoca vittoriana e diventerà ancora più duro per un'autrice affermarsi professionalmente, nascondersi dietro l'anonimato o a pseudonimi maschili. 
Se poi per scrittrici come Jane Austen è stato comunque relativamente semplice proporre al mondo i suoi romanzi firmandosi pudicamente come "a lady", diventa quasi impossibile per la Shelley farsi prendere sul serio dai contemporanei quando la sua ambizione è scrivere senza nascondersi opere filosofiche, biografie e trattati in cui la condizione imprescindibile è argomentare su prove certe ed essere autorevole. 
Non vuol dire che non ci provi, e che non riesca a costruirsi a fatica uno spazio all'interno di quella sagra della salsiccia che è il modo intellettuale "serio". Ma forse ci si mette la vita, forse l'età, forse la malattia, forse ha semplicemente deciso così: se dopo il 1838 smette con la narrativa dal 1844 la sua incredibile vena creativa si esaurisce del tutto. 
Il racconto della sua vita si chiude con l'immagine del sepolcro di Mary a Bournemouth, oggi chiuso da un sistema di superstrade e sovrastato da un centro commerciale e da un pub che porta il suo nome. Se l'immagine può apparire irrispettosa, è possibile che la Shelley avrebbe apprezzato l'ironia.

*

Fiona Sampton ci regala una biografia a tutto tondo corredata di fotografie, incisioni e ritratti che è al tempo stesso un lavoro di ricerca mastodontico sulla donna Mary Shelley, sul background storico, filosofico e politico in cui si muove e un'acuta analisi del suo lavoro che mira non a riportare un compitino sterile in previsione del bicentenario del Frankenstein, ma a far emergere tutta la potenza di una figura straordinaria che per sopravvivere e farsi spazio all'interno di un mondo (familiare e intellettuale) che non la voleva in quanto donna si è inventata e reinventata all'infinito.
Un'intellettuale di rara intelligenza e sensibilità che si rivela anche molto umana e fragile, incapace di restituire fino alla fine gli infiniti colpi che le ha riservato il destino. Arriverà a rinunciare alla grandezza letteraria relegando se stessa al ruolo ancellare di custode della memoria del marito perché il figlio non dovesse soffrire del biasimo sociale dei suoi contemporanei come era accaduto a lei e alle sue sorelle. 

Questo libro parla di come Mary è diventata chi è e di quanto di sé a livello intimo e personale abbia impresso nel suo mostro, ma è anche un'acuta riflessione sul contemporaneo, su quanto oggi come allora alle donne di talento venga richiesto di sacrificare in virtù del proprio sesso.
Recensione del saggio "Mary Shelley - La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson
Giudizio finale:

lunedì 15 novembre 2021

[Recensione] 101 MOTIVI PER NON VIVERE IN GIAPPONE, di Mattia Butta

Titolo originale:
 101 motivi per non vivere in Giappone
Autore: Mattia Butta
Genere: Guide di viaggio
Edizione: CreateSpace Independent Publishing Platform
Pagine: 144
Anno: 2012
Euro: 6,76


Non sono mai stata una gran fanatica del Giappone.
Curiosa, molto, ma non fanatica.
Pur essendo una persona che non fa la guerra sulla carbonara e non va in giro a sbandierare fieramente la sua cultura di pizza, spaghetti e mandolino non ho mai vissuto la vergogna e la profonda inferiorità culturale che molti giovani compaesani provano nei confronti del magico e mistico paese del Sol Levante.
Con questo atteggiamento mi sono avvicinata al libro di Mattia Butta (nonostante io non sia nemmeno questa gran fanatica di tomi autopubblicati), spinta proprio da un titolo che prometteva di risparmiarci la solita piaggeria reverenziale. La gente spesso parla del Giappone in punta di piedi, dando l'idea di non averci mai vissuto o comunque di aver vissuto la vita e l'esperienza in Giappone in modo molto superficiale: questa è principalmente gente che ha il timore di indisporre quei fanatici del Giappone col prosciutto kawaii sugli occhi che rappresentano il 95% del loro pubblico.
Nel libro di Butta questo problema non lo troviamo.
Se proprio, spesso si presenta quello opposto, ovvero un continuo rimarcare aggratis la superiorità del pensiero occidentale, nella fattispecie Europeo (il nostro alfabeto è migliore, le nostre posate sono migliori, ma soprattutto noi alla gente non rifiutiamo di affittare le case a causa del colore della pelle e le nostre donne hanno le tette - sic!). Questo porta il libro a fare il giro e diventare qui e lì non divertente e impietoso ma provinciale, ottuso, irrispettoso, presuntuoso e a presentare punte di razzismo, caratteristiche che l'autore vorrebbe riservare solo ai giapponesi giusto perché per una volta quello oggetto di razzismo sarà stato lui.

*

L'autore, come da titolo, elenca 101 motivi per cui ritiene che non si dovrebbe considerare neanche per sbaglio l'idea di vivere in Giappone (chiaramente, in modo ironico - lui ci è andato ad abitare per lavoro e non è che ci sia morto, anche se ha incontrato molte difficoltà come qualsiasi persona si ritrovi a dover vivere lontano dal proprio paese d'origine e dalla propria cultura). Ovviamente questo lo porta a scrivere diversi punti molto simili, e qualcuno proprio superfluo, o comunque non così grave da giustificare il titolo del libro (che comunque, lo ripeto, non va preso alla lettera: non è che il Butta vuole far fede al suo cognome buttando tutti i gaijin fuori dal Giappone).

Riassumendo:
- I Giapponesi sono schiavi delle convenzioni sociali al punto che le loro commesse sono obbligate a far finta di provare grande simpatia per te anche se in realtà gli stai sui coglioni (che strana cosa orientale questa, da noi invece ai commessi viene imposto di essere sempre scoglionati e bestemmiare come camionisti) e da preferire rimanere al lavoro fino a tardi anche se c'è da girarsi i pollici i tre quarti del tempo di modo da non apparire come quelli pigri. In più sono molto lenti e poco produttivi.
Ovviamente sulla questione lentezza e produttività influisce una questione culturale: dal momento che siamo noi occidentali quelli con in corpo un dildo anale grosso come l'arnese di John Holmes chiamato Capitalismo è chiaro che abbiamo un'ossessione malsana per la fretta e la produttività che ci porta a ritenere fuori dal mondo nonché molto snervante la pacatezza giapponese. Ci sta però che dia fastidio allo straniero che si trova in Giappone per lavoro ed è giusto far presenti queste differenze culturali.

- La forma è più importante della sostanza in ogni aspetto della vita: bisogna  vestirsi in un certo modo, frequentare certe scuole, frequentare certe amicizie, mai uscire dai circoli sociali giusti, rispettare le regole ma solo se sai che non ti controllano. Anche qui, cose molto poco esclusive dei giapponesi ma che magari sono utili a rendere gli orientali un po' più umani ai nostri occhi e a togliere un po' di patina jappomagica dagli occhi dei fan acritici fermi agli shojo manga e qualche saggio di parte.

- Sono profondamente diffidenti e guardinghi nei confronti degli stranieri al punto che per quanto si sia persone perfettamente inserite nel mondo sociale e lavorativo giapponese certe cose siano abbastanza difficili da ottenere senza un garante autoctono, come avere in affitto un appartamento o farsi intestare un conto bancario. 
Questa cosa ovviamente riempie il Butta di sdegno.
Locandina promozionale giapponese
di Into the Spiderverse:
si noti il naso meno pronunciato e il
colore di pelle più chiaro di Miles.
Ora, io capisco che questo possa dare molto fastidio, e non fingerò che siano cose che mi stupiscono o false dal momento che i giapponesi in effetti sono razzisti nei confronti degli occidentali: non è una cosa nuova scoperta da Butta (si pensi ad esempio alle amare considerazioni di Hiro Tanaka in Dio odia il Giappone di Douglas Coupland, già analizzato su questi ameni lidi, o alle recenti discriminazioni subite dagli stranieri nel corso della pandemia Covid - i fan del Giappone se ne facciano una ragione e ne siano consapevoli, se vanno a vivere lì saranno sempre trattati come cittadini di serie B). M
a il fatto che in Italia e in generale in Europa nessuno faccia caso al colore della tua pelle se hai i soldi non significa che noi si sia bravi e aperti di mente mentre i mangiasushi sono stronzi razzisti, vuol dire semplicemente che a noi fanno schifo le persone solo se sono povere. 
Che non è mica tanto meglio. 
Nelle parole dell'autore poi non posso fare a meno di notare tra le righe la sorpresa e l'indignazione di un maschio bianco etero che per la prima volta in vita sua si ritrova ad essere per davvero dall'altra parte della discriminazione e si accorge che non è bello (anche se poi si premura di dirci che lui non è mica uno di quelli che propaganda stupidaggini come lo ius soli o la cittadinanza data via un tanto al chilo, per carità contessa). E questo forse potrebbe essere uno dei 101 motivi per mandare in Giappone certi sovranisti a farsi una doccia di realtà.

- Il loro sistema penale è fortemente punitivo e discriminatorio, specie contro gli stranieri per i motivi di cui sopra (al punto che l'autore ammette che non potrebbe nemmeno intervenire nel caso in cui assistesse a un episodio di molestie o violenza per paura delle ripercussioni con la legge). 
Questo punto pare abbia triggerato parecchi lettori quindi mi permetto di aggiungere i miei due cent alla discussione: so che gli anime e i manga mostrano al limite il buon poliziottino di quartiere in bicicletta che fa le ramanzine ai monelli che marinano la scuola ma posso assicurare a tutti i jappofan là fuori che quelle riportate da Butta non sono cavolate e non sono i timori campati per aria di un Occidentale che vuole a tutti i costi fare le pulci a una cultura diversa, da bravo provincialotto italico. La situazione delle carceri giapponesi è fortemente punitiva, poco trasparente, viola da decenni parecchi diritti umani e nonostante i ripetuti rapporti alla corte dei diritti umani dell'ONU poco o nulla sembra essere intenzionato a cambiare.
Qui gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda.

*

Quindi, i Jappofan si triggerano a caso e questo libro è una fine e simpatica analisi di un popolo che non è così perfetto come propagandano? Non proprio. Se non mancano le critiche sensate è anche vero che spesso e volentieri nel tentativo di rendere la lettura simpatica secondo i suoi canoni l'autore ficca nel mezzo commenti umoristici da redpillato con cui darsi di gomito con gli amici del baretto (e se erano queste il tipo di battute che proponeva agli amici e colleghi giapponesi forse è per questo che nel libro gli tocca riportare la loro mancanza di ironia), perché lui è maschio bianco etero occidentale e quindi l'intero mondo deve girare intorno al suo punto di vista.
Quindi vediamo Mattia Butta andare in crisi perché:


- In Giappone non vendono carne di coniglio dal momento che considerano il coniglio un animale domestico, alla stregua dei nostri cani. 
Ora, visto che penso che noi non prenderemmo di buon occhio un coreano che pretendesse di trovare carne di cane in vendita alla Conad penso che Butta (che si vanta di essere cittadino del mondo che ha viaggiato e non un italiano provinciale di primo pelo) potesse sopravvivere qualche anno senza perdere la testa, se non altro per una questione di rispetto nei confronti del paese ospite. Ma anche per una questione di coerenza visto che poco tempo prima si vantava di non essere uno di quegli italiani fissati con la cucina migliore del mondo.

- I Giapponesi non festeggiano il natale.
Davvero peculiare dal momento che non sono cattolici.

- I Giapponesi hanno il pisello piccolo.
Che è più una scusa per l'autore per imbrodarsi facendoci capire che in Giappone fa fatica a trovare preservativi della sua taglia (cala, Merlino, cala). In effetti tra i 101 motivi per non vivere in Giappone questo è proprio il più problematico, me lo vedo il povero europeo maschio disperato perché non trova i preservativi jumbo per il suo pitone in un paese che a quanto pare non ha né l'e-commerce né i porno shop.

- I Giapponesi sono maschilisti.
Non come lui che si premura di dirci che un motivo per non vivere in Giappone è che le donne non hanno le tette, non si depilano il pube, non sanno truccarsi (al punto da diventare patetiche secondo Butta) e si vestono da beghina di scuola cattolica. In chiusa del capitolo sui loro discutibili gusti in fatto di moda poi per fortuna si premura di specificare che accanto alle educande ci sono le vacche che vanno in giro con la minigonna inguinale. Mai una volta che trovAno una via di mezzo
E che in Giappone avere la stessa grazia ed eleganza di una battona è considerata eleganza.
Grazie Mattia per averci mostrato il rispetto vero vero le donne col tuo stile impeccabile. Magari per la tua prossima fatica letteraria non dico un corso di studi di genere ma almeno recuperare un beta reader.

*

IN CONCLUSIONE. . .

101 motivi per non vivere in Giappone è un libricino abbastanza sopra la media nell'oceano melmoso che è l'autopubblicazione nostrana, ma questo non ne fa un buon libro. 
Non lo boccio in toto perché pur essendo un tomo scorrevole e non per addetti ai lavori su certe cose apre gli occhi e scava più a fondo rispetto all'immagine patinata che il Giappone vuole esportare di sé stesso, ma è scritto malino (per essere gentile), la necessità di arrivare a 101 motivi porta a quelli che sono nulla più di inutili e sfacciati riempitivi o ripetizioni, e a più riprese butta dentro opinioni non richieste e confonde la simpatia con dei giudizi che più che a mostrarci un volto diverso e più realistico dei giapponesi mirano a mostrare quanto le cose che non incontrano il suo gusto siano volgari e incomprensibili o quanto sia superiore, efficiente, sensata, aperta (ma soprattutto dotata) la civiltà occidentale.
Ma anche no.

Giudizio finale: