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venerdì 30 aprile 2021

[Recensione] E' ARRIVATA LA FELICITA' (1936)

Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Titolo originale:
 Mr Deeds goes to town
Anno: 1936
Regia: Frank Capra
Soggetto: Clarence Budington Kelland
Sceneggiatura: Robert Riskin
Cast: Gary Cooper, Jean Arthur

Premesse:
Abbiamo già analizzato in breve il background socioeconomico dell'America in seguito alla Grande Depressione e alle politiche di New Deal durante l'analisi del film L'Impareggiabile Godfrey, che tra l'altro è dello stesso anno, ma si offre comunque un ripasso per i meno attenti o per chi si fosse sintonizzato su questi lidi solo in questo momento: c'èccrisi, la gente muore di fame, Franklin D. Roosevelt attua un piano di ripresa economica che prevede il sostegno non solo economico ma anche morale della gente stremata dalla miseria: il popolo americano deve riacquistare la fiducia nel suo paese e fare la propria parte per il bene della comunità, ma come singoli, senza abbracciare quelle sporche idee comuniste. Hollywood si fa attiva ed entusiasta portavoce di questo pensiero: La vita in fondo è bella e la gente è buona se dai il buon esempio. Impegnati, lavora sodo, consuma e produci, sviluppa caparbietà e ambizione e sarai premiato.
Inserire altri cliché.
Il Paperon De Paperoni di
Don Rosa, che incarna appieno
lo spirito del self-made duck:
partito come povero immigrato
scozzese, sale la vetta onestamente.
Frank Capra, passato da figlio di immigrati siciliani 
analfabeti a regista tra i più pagati e influenti di Hollywood, sarà uno dei più convinti ed entusiastici promotori di questa politica del self-made man, l'uomo che si è realizzato con le sue sole forze, che prospera mantenendosi onesto, integro e senza perdere di vista i valori veri (quelli che hanno reso grande il paese: spirito di frontiera, forte legame con la terra, solido spirito comunitario). 
Capra va oltre e fa quel passettino in più, nel pieno dello spirito del tempo: il suo eroe non pensa solo alla realizzazione personale ma lotta per il benessere della comunità. 
In un mondo in cui l'egoismo di pochi ha portato fame e sofferenza per molti chi ne ha la possibilità deve alzare la testa e combattere per ciò che è giusto.
Ed eventualmente tirar su per il coppino Hitler e Hirohito, perché no?
(Superman #17, 1942)

DUE RIGHE DI TRAMA
Il magnate Martin W. Semple perde la vita in Italia in seguito a un tragico incidente d'auto. L'unico erede della sua enorme fortuna (20 milioni di dollari, ad oggi circa 370 milioni) è un lontano nipote di nome Longfellow Deeds (Gary Cooper), che si rivela essere fin da subito un tipo piuttosto singolare: persona molto amata all'interno della piccola comunità rurale di Mandrake Fall, è co-proprietario di una piccola fabbrica di candele di sego che non gli rende granché ma gli permette comunque di vivere agiatamente, arrotonda scrivendo poesie su commissione e si diletta suonando la tuba; non beve, non fuma, non è un donnaiolo.
Insomma, l'anima della festa.
John Cedar (Douglass Dumbrille), avvocato dello studio "Cedar, Cedar, Cedar e Budington" e curatore degli affari del defunto signor Semple, rintraccia il giovane e lo mette al corrente della bella notizia.
L'entusiasmo di Longfellow è incontenibile.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Cedar è accompagnato da Cornelius Cobb (Lionel Stander), un cinico collaboratore di lungo corso e ex giornalista che gli starà accanto una volta giunto a New York per occuparsi dei suoi affari: sarà incaricato di tenere alla larga i seccatori. 
Si scoprirà quasi subito che New York non è abitata da brave persone oneste come quelle che Longfellow ha lasciato al paesino: il signor Cedar e i suoi illustri colleghi altro non vogliono che far firmare a quello che ritengono soltanto uno stupido campagnolo una delega per far amministrare loro il denaro ("gratis", quale generosità!) proprio come erano riusciti a fare con lo zio, che pensava solo alle donne, ai viaggi e alla bella vita; parenti e presunte amanti con prole vogliono una fetta della torta e sono disposti a ottenerla sguinzagliandogli addosso gli avvocati; i consiglieri del teatro dell'Opera vorrebbero importanti finanziamenti per rientrare nelle forti perdite della stagione precedente e cercano di lusingarlo offrendogli la carica di presidente-fantoccio.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Longfellow però dopo un primo momento di smarrimento non si rivelerà poi così fantoccio come lo credevano tutti. Egli è un vero americano di buonsensoⓒ: e tutto il blablabla di questi fighettini di città con gli abiti tagliati su misura e le loro idee astruse sulla cultura che non porta guadagno nulla possono contro l'onesta e sincera concretezza di campagna.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Cobb apprezza.
Come se non bastasse contro il povero Longfellow ci si mettono pure i giornali, bramosi di dare il nuovo magnate venuto dalla campagna in pasto al loro pubblico goloso di pettegolezzi e scandali: un'astuta giornalista d'assalto, Louise "Babe" Bennett (Jean Arthur") riesce ad avvicinare il signor Deeds fingendosi stanca morta per "aver cercato lavoro per tutto il giorno" senza mettere nulla sotto ai denti. 
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Il nostro eroe, che da bravo americano non potrebbe mai dire di no a una donzella in difficoltà, la invita a cena in un bel ristorante chic dove ancora una volta ci dimostrerà che la gente di cultura fa schifo quando il suo cammino incrocerà quello di un gruppo di famosi letterati della città, uomini che lui in quanto poeta a cottimo ammira molto ma che si mostrano amichevoli solo per prenderlo per i fondelli.
L'unica cosa da fare ovviamente è prenderli a cazzotti.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Mentre "l'amicizia" tra Longfellow e la sua nuova amica, il cui padre come gli rivelerà a una certa gli somiglia molto (criiiinge), si approfondisce sui giornali appaiono una serie di articoli imbarazzanti sulle ridicole stravaganze di questo nuovo ricco venuto dalla campagna, che lo fanno diventare lo zimbello della città.
Gli viene appioppato pure il nomignolo di Cinderella Man.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Mentre tutta New York ride di lui, il nostro protagonista sente di potersi fidare solo della sua nuova amica e comincia a sentire il forte desiderio di tornare al suo paesino dove la vita è semplice e la gente è amichevole. 
Nel frattempo le cose si complicano ulteriormente: Cobb scopre la vera identità di Babe proprio nel momento in cui la ragazza, e quando te sbagli, in preda ai rimorsi aveva dato le dimissioni al giornale (dando un bacio d'addio a una carriera di successo e alla possibilità di riparare a tutto il male commesso con una serie di articoli lusinghieri) ed era pronta a confessare tutto a Longfellow, l'uomo che ha scoperto di amare...
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
... ma soprattutto Cedar cerca di ottenere la procura sul suo denaro appoggiando la causa di un presunto signor Semple, parente alla lontana del defunto, facendo dichiarare Longfellow incapace di intendere e volere. La prova della sua pazzia?Usare il suo denaro per fare del bene: ovvero, comprare 18 milioni di dollari di terra per dividerla in appezzamenti da 100 acri (circa 450 m2) da regalare a migliaia di disoccupati volenterosi a patto di lavorare la terra per 3 anni. 
Disoccupati di cui comunque ha scoperto l'esistenza giusto perché un povero cristo armato di pistola con moglie e 5 figli a carico è andato a piangere a casa sua perché voleva vedere che faccia aveva una persona che andava a far lo scemo alle feste mentre la gente muore di fame.
... Io boh.
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A questo punto il film si trasforma a caso in un dramma giudiziario: Longfellow rischia di finire in un ospedale psichiatrico, ma i ripetuti tradimenti ne hanno minato lo spirito. 
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Ha perso la voglia di combattere, non spiccica nemmeno una parola, non si fida nemmeno più di quelli che ormai gli sono sinceramente amici come Cobb, Babe e migliaia di poveri cristi di New York; rifiuta di difendersi davanti ai giudici e replicare alle accuse che gli vengono rivolte dai testimoni delle sue piccole follie quotidiane, da sedicenti professionisti della psichiatria e persino da due sue affittuarie del paesello, che lo definiscono un "picchiatello" (pixilated in inglese, cioè parla con le fatine).
E' Babe alla fine a risolvere la situa:
"E' così perché da quando è arrivato non ha conosciuto che gente cattiva, cominciando da me. E' stato vittima di tutti i più grandi imbroglioni della città. I giornali lo hanno bersagliato, preso in giro col loro stupido umorismo. Io fui la più molesta, penetrai nella sua vita per conoscere tutto di lui. E sapete perché non parla più? Perché di ogni sua parola se ne è alterato il senso per farlo passare per un imbecille. Colpa mia anche questo: di ogni sua frase, di ogni suo gesto me ne servivo per far ridere il pubblico. Sì, quegli articoli li ho scritti io e lo confesso, per interesse, per un mese di licenza, ma non li scrissi più non appena potei conoscere il fondo dell'animo suo, quando potei capire chi è. Egli è un uomo che non può adattarsi al nostro cinico modo di vivere, perché è onesto, sincero e buono. Se lui è pazzo, eccellenza, per noi allora ci vuole una camicia di forza!"  
Ma è quando alla fine di questa accorata difesa confessa sotto giuramento di provare qualcosa per lui che Longfellow spinto da ciò che di più vero e sincero esiste nell'universo (la figa l'amore) trova la forza di reagire, perché prima chi se ne fregava di tutti quei poveri cristi: risponde punto per punto grazie al suo ormai collaudato senso comune della brava gente di campagna alle accuse ingiuriose rivoltegli fino a quel momento e vince la causa come "uomo più sano che abbia mai messo piede in questo tribunale", anche se presumo che ci ritornerà il giorno dopo a rispondere alle accuse di aggressione visto che termina l'arringa tirando un papagno memorabile a Cedar.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
IMPRESSIONI SPARSE
Prima pellicola della "trilogia sociale" insieme a Mr Smith va a Washington (1939) e Arriva John Doe (1941), E' arrivata la felicità getta le basi di quello che sarà l'eroe del New Deal secondo Capra: il bravo e ingenuo ragazzo di campagna vs. la città brutta cattiva ipocrita e corrotta di New York che trionferà grazie ai suoi valori di altruismo, onestà e senso pratico. E' il trionfo dell'uomo comune sul male, anche quando il male è rappresentato dal ceto benestante, dalla giustizia e dall'informazione.

L'America che salta fuori da questo film è tutt'altro che quel Grande Paese di libertà e giustizia che vive solo nei sogni deliranti di qualche suprematista bianco: in questo, anche se ancorato giocoforza al lieto fine romantico attaccato con lo sputo (il famigerato codice Hays non perdonava in questo senso), Capra appare tutt'altro che il regista smielato e reazionario che forse può sembrare agli occhi di un cinico spettatore di oggi nutrito a pane e GoT. Non sorprende quindi che quando il regista tirò in ballo esplicitamente la politica nel successivo Mr. Smith (film apprezzato anche da quel bontempone di Hitler) per portare avanti il suo messaggio al Senato degli Stati Uniti un pochetto il cazzo è girato.

L'AMERICA DI CAPRA E' UNA PLUTOCRAZIA
Non dimentichiamo che il Venerdì Nero del 1929 fu causato da speculazioni finanziarie senza controllo e il ricordo di queste responsabilità nel 1936 era ancora dolorosamente fresco nella mente e nel cuore delle masse disperate. Masse disperate che comunque affollavano i cinema.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
A Capra, figlio di poveri immigrati analfabeti, questo non sfugge e ci mostra un paese messo sotto scacco dai ricchi e dai potenti; un paese in cui sono gli avidi, i falsi e gli arroganti a farla da padrone, in cui si gozzoviglia senza ritegno e si produce cultura per pochi (l'opera, che certo non è intrattenimento popolare) in perdita con la convinzione che qualcun altro pagherà il conto. 
Chi più ha più vuole, chi è furbo si rivale sullo sciocco e chi ha denaro se lo tiene e si guarda bene dal dare una mano ai meno fortunati.
Tutta questa apparente opulenza è tale che persino noi spettatori ci dimentichiamo dell'esistenza dei poveri finché questi non vengono direttamente a bussare alla porta di Longfellow con una pistola in mano (a quel punto le strade le affollano, sono migliaia, di tutte le età, e tutti vogliono un pezzo di terra da coltivare): perché nel paesino di Mandrake Fall c'è una realtà rurale sì molto semplice e umile ma poveri non ne vediamo, e dopo è tutto sarti, avvocati, parenti benestanti, donne che si fingono bisognose e ristoranti bazzicati da poeti fighettini.
Siamo ben lontani da quei ricchi teneri, ingenui e simpaticoni con cui ci si poteva sposare in Accadde una notte col benestare di papà, e da quella pellicola sono passati solo un paio d'anni: da questa prospettiva non sorprende che dilapidare un patrimonio di 20 milioni di dollari per aiutare i disperati sia considerato sintomo di pazzia. 
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Longfellow però ci rimetterà nella giusta prospettiva nella sua arringa finale, facendoci capire come non ci sia assolutamente nulla di folle nel suo agire: "Secondo me da che mondo e mondo ci sarà sempre quello che è forte e quello che è debole. Succede come sulla strada che è dirimpetto a casa mia. C'è una salita dove passano delle automobili: certe la fanno in quarta, altre devono ingranare per forza la seconda, sbuffano, smorzano e poi devono tornare indietro. Le stesse auto, la stessa benzina, ma qualcuna ce la fa e altre no. Ora io penso che quelle che possono fare la salita devono aiutare quelli che non riescono a farla. Ed ecco quello che voglio fare col mio denaro, aiutare chi non riesce a salire."
Fermo restando che a questo punto non dobbiamo cominciare a chiamare il buon Frank Compagno Capra: naturalmente il discorso di Longfellow ruota attorno all'aiutare della gente a lavorare per guadagnarsi la pagnotta col sudore della fronte contribuendo allo sforzo produttivo del paese: non si parla di sussidi a sostegno di qualche povero o qualche vecchio che, dio non voglia, sia stato privato della capacità di lavorare a causa delle privazioni. Quelli si attaccano al cazzo.
Non esistono.

 LA GIUSTIZIA E' UNA FARSA
L'intero processo è montato ad arte dal nulla contro un povero cristo qualunque colpevole solo di avere qualche strana e innocua mania: manie che vengono spiattellate sistematicamente e con precisione chirurgica sui giornali e di cui tutta la città, giudici compresi, ha riso fino al momento in cui una di queste stranezze non è andata a intaccare gli interessi dei ricchi. Longfellow viene dichiarato pazzo solo nel momento in cui vuole utilizzare il suo denaro per fare del bene a chi ha più bisogno.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Il nemico principale del protagonista sono gli avvocati
, che all'inizio sembrano interessati a fare solo il loro (ben remunerato) lavoro di difensori degli interessi economici e legali del protagonista. 
Fanno la fatica di andare a recuperare il legittimo erede del loro ex cliente fino a un paesino in culo ai lupi, si assicurano che sia protetto dai seccatori offrendogli uno dei loro uomini più fidati e si offrono di aiutarlo a destreggiarsi nel complicato mondo della riccanza cittadina senza chiedere un dollaro extra in cambio. La realtà è ben diversa, ed è quella dei privilegiati di cultura che invece di agire per il bene di chi non ha avuto gli stessi vantaggi nella vita con il loro incessante blabla cercano di rivalersi legalmente sugli sprovveduti.
Il processo avrà luogo nonostante Longfellow sia nel suo momento più fragile e vulnerabile: tradito dalla donna che ama e dalle persone di cui si fidava non parla, non reagisce; si sta ponderando di metterlo in una casa di cura perché incapace di intendere ma al tempo stesso pare che sia talmente sano di mente da dover richiedere esplicitamente i servigi di un avvocato. Cobb, che si è sinceramente affezionato a lui ed è un uomo di mondo cerca di farlo ragionare: in quell'aula non troverà giustizia se non ci mette del suo.
"Che pensate di fare? Che vi caschi la manna dal cielo? Vi hanno combinato il più bell'imbroglio che si potesse immaginare... Lasciate almeno che chiami un avvocato! Non potete andare in tribunale senza essere preparato a difendervi. Cedar è una volpe: con le prove che sarà riuscito a scovar fuori lui siete fritto. Sapete quello che voglion fare? Vogliono provare che voi siete un pazzo, se vincono vi rinchiudono in manicomio e se possono far nascere un solo sospetto siete rovinato, dovete reagire!"
Insomma basta un sospetto, un avvocato abbastanza furbo da mettere insieme qualche prova, e un uomo perfettamente sano, onesto e altruista può passare legalmente per pazzo.
Ma nel mondo di Capra non tutto è perduto e questo pessimismo nei confronti delle istituzioni americane non può andare fino in fondo (un po' per convinzione personale e un po' perché altrimenti politici e dirigenti di Hollywood gli avrebbero fatto un culo del diametro della torcia della Statua della Libertà): siamo pur sempre nel periodo del New Deal.
Il bene deve trionfare grazie al coraggio di un eroe che lotta per la comunità, ma mai davvero da solo. Perché il mondo di per sé non è giusto ma le persone giuste possono far fronte comune e rimediare a qualche torto, ogni tanto.
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La bontà e l'onesta di Deeds conquisterà il cuore di molti in corso di pellicola: non solo la cinica Babe e l'ancor più cinico Cobb, ma anche il redattore capo MacWade (George Bancroft), i poveri a cui ha cercato di fare del bene che affollano l'aula di tribunale per infondergli coraggio e i giudici della corte di New York, che sembrano gli unici davvero interessati a far funzionare ammodo la macchina della giustizia (cionondimeno vedono il male incarnato da Cider e non agiscono, e in questo diventano colpevoli quanto gli altri).
Fin dal primo momento in cui entrano in scena li vediamo sinceramente preoccupati del fatto che Longfellow abbia deciso di rinunciare a un avvocato, sono disposti a rimandare il processo se ha intenzione di cambiare idea e mentre Cedar elenca facendo il sympa le prove a sostegno della pazzia dell'imputato e molti in sala ridono, il presidente si volta con sincera apprensione in direzione di Longfellow, senza che ci sia l'ombra di un sorriso sul suo volto. In tutta questa situazione, sembra ricordarci Capra, nonostante io ve la stia buttando in merda c'è un uomo innocente che sta subendo un'ingiustizia e non c'è proprio un cazzo da ridere.

 L'INFORMAZIONE NON INFORMA
Il cosiddetto "quarto potere" è una presenza costante nella filmografia di Capra: per Capra il giornalismo ha, o dovrebbe avere, il compito di informare l'opinione pubblica, farsi portavoce della verità, tenere in riga i potenti, guidare le masse.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Ha insomma precise responsabilità politiche che qui (ma anche in Mr. Smith va a Washington dove rincarando la dose si affronterà il tema della corruzione dei media) vengono sistematicamente disattese.
I giornalisti di E' arrivata la felicità sono pettegoli che scrivono, o per meglio dire inventano articoli a uso e consumo di altri pettegoli con l'unico scopo di vendere copie (una sferzata neanche troppo sottile del regista a quel giornalismo scandalistico alla William Hearst che andava per la maggiore all'epoca), e persino la nostra eroina Louise comincerà a seguire il "caso Longfellow" per motivazioni tutt'altro che nobili: un mese di ferie pagate (e ha vinto un pulitzer, non è la responsabile della rubrica culinaria).
Le buffe imprese di Longfellow riempiranno i rotocalchi per SETTIMANE, e parliamo di una città come New York in cui qualcosa di più importante di sicuro dovrà accadere, ma a quanto pare no.
Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Sembra che alla fine anche la dura scorza di MacWade ceda sotto lo sguardo da cucciolo bastonato di Mr Deeds (lo ritroveremo al processo a tifare attivamente per il nostro eroe), ma è più un finale apparentemente moraleggiante quello che riguarda il burbero direttore editoriale: si ha più l'idea che, come al solito, tutto ruoti più intorno alla sottotrama romantica che ai temi sociali, e MacWade quando avrà il suo momento di umanità sembrerà maggiormente interessato a consolare una sua ex dipendente (la quale nonostante si sia ravveduta ha concluso che era meglio smettere col giornalismo e tornare al paesello con i 2 milioni rimasti che restare per fare la professionista seria) che a diventare un giornalista migliore. 
Lieto fine fino al prossimo scandalo, insomma...

*

IN CONCLUSIONE...
E' arrivata la felicità è un "primo capitolo" con inevitabili limiti che getta le basi del mito dell'eroe americano del New Deal secondo Frank Capra, un uomo comune che crede nella bontà intrinseca della gente e lotta fino in fondo per gli ideali in cui crede e per il bene della comunità (specie di chi non sa difendersi, anche a causa di una classe politica debole e impotente quando va bene e avida e corrotta fino al midollo quando va male che non adempie al proprio compito di custode del popolo) ma ha un enorme problema di fondo: una trama romantica scontata e stronza si mangia praticamente tutto il resto, specie sul finale quando in teoria il messaggio sociale dovrebbe farsi più forte
In più le loro scene pucci pucci sono proprio noiose.

Recensione del film "E' arrivata la felicità (Mr Deeds goes to town, 1936) con Gary Cooper e Jean Arthur
Inserire cliché sulla gente che lavora
 troppo
e dopo mezz'ora risolvere i problemi
dei poveri facendo zappare la terra a tutti.
Risulta difficile ritenere Mr. Deeds un paladino delle masse oppresse quando si accorge dell'esistenza dei poveri solo una volta che Louise esce temporaneamente di scena (e giusto perché entra in casa sua un povero scalciando e urlando), e a spingerlo a difendersi in tribunale e a lottare per ciò che ritiene giusto non è il pensiero di tutte quelle persone che dipendono da lui ma il fatto che Babe abbia confessato di amarlo; allo stesso modo risulta difficile credere al sincero ravvedimento di Louise o del suo capo se lei sempre per amore alla carriera ci rinuncia e perde l'occasione di diventare una vera giornalista.

In più, ultimo ma non ultimo, mi risulta onestamente indigesto che l'eroe a più riprese sminuisca un certo tipo di cultura che non porta con sé un guadagno economico (lui è un poeta che scrive roba su commissione, quindi è buono, e ammira altri scrittori che guadagnano con la loro arte ma non i responsabili del teatro dell'opera che vengono derisi perché lavorano in perdita): un tipo di pensiero squisitamente capitalista: la cultura non porta guadagno, quindi perché investirci? Son stronzi quelli che credono nel potere elevante della cultura e dell'arte, chiaramente.
Per inciso mi darebbe molto meno fastidio se potessi considerare questo messaggio come desueto, figlio del suo tempo, invece è un modo di pensare ributtante e squallido ancora dolorosamente attuale.

Insomma, il messaggio di fondo è buono ma per vari motivi si perde per strada e puzza un po' di stantio, con tutto il bene che si vuole sempre a Frank Capra.

Giudizio finale:

domenica 29 novembre 2020

[Recensione] CIAO CHARLIE (1964)

Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Titolo originale:
Goodbye Charlie
Anno: 1964
Regia: Vincente Minnelli
Soggetto: Geroge Axelrod
Sceneggiatura: Harry Kurnitz
Cast: Tony Curtis, 
Debbie Reynolds, Pat Boone, Walter Matthau

Premesse:
All'inizio degli anni '60 la carriera di Vincente Minnelli aveva incontrato una battuta d'arresto e non riusciva a trovare un progetto che lo soddisfacesse: la MGM lo aveva incoraggiato a guardarsi altrove, valutando anche offerte da altri studios, e l'occasione arrivò dalla Fox che gli propose Ciao Charlie, una commedia dai risvolti pruriginosetti, tra uomini che cambiano sesso, seduzione, ipocrisie e ingiustizie sullo sfondo di una Hollywood corrotta e decadente.
Film tratto da una commedia teatrale di modesto successo dove il ruolo di Charlie era interpretato da un'esordiente Lauren Bacall (attrice dall'indubbio fascino androgino), nelle intenzioni della produzione avrebbe dovuto essere interpretato da Marilyn Monroe, scomparsa in circostanze tragiche l'anno precedente, quindi si ripiegò su Debbie Reynolds (madre di Carrie Fisher), attrice non particolarmente amata da Minnelli che la riteneva troppo volgare e priva di fascino e di finezza.
La Fox fu però irremovibile.
A Minnelli, che aveva bisogno di lavorare, toccò abbozzare.
Il risultato, complice una sceneggiatura priva di veri guizzi di genio, è un film che il potenziale forse ce lo avrebbe pure per resistere al passare degli anni, ma che niente, non ce la fa, non decolla, e a tratti fa pure girare un po' i coglioni.

*

DUE RIGHE DI TRAMA
Charlie Sorrel (Harry Madden) è uno sceneggiatore di Hollywood nonché notorio dongiovanni che nel corso di una festa organizzata dal produttore ungherese Sir Leopold Sartori (Walter Matthau) viene ucciso a colpi di pistola proprio dal padrone di casa, a cui Charlie aveva sedotto la moglie Rusty (Laura Devon).
Intuiamo che Sir Leopold non deve essere stato l'unico nome attivo a Hollywood che Charlie si è inimicato a causa delle sue doti amatorie perché alla funzione funebre tenuta nella lussuosa villa di Malibou del morto sono presenti solo il suo agente, un paio di vecchie conoscenze e il suo migliore, nonché unico, amico, lo scrittore George Tracy (Tony Curtis), a cui viene sbolognata l'incombenza di sciorinare un paio di parole alla funzione. Tutti hanno l'aria incredibilmente devastata, specie quella che per ingannare l'attesa si mette a sferruzzare. Seguono a ruota quella che fuma e quello che ha fretta perché dopo deve presenziare a una festa.
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
George, l'unico a sentire sinceramente la mancanza di quel mascalzone, scopre di essere anche l'esecutore testamentario del patrimonio di Charlie, o per essere più precisi dei suoi pochi averi semi-pignorati o ipotecati: casa, auto, qualche abito. Deve quindi rimanere per qualche tempo a casa di Charlie, a sistemare i suoi affari.
La notte, rimasto solo, qualcuno entra dalla porta a vetri del balcone.
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
E' un uomo vestito tutto da fighettino, il ricco rampollo 
Bruce Minton III (Pat Boone) accompagnato a una ragazza completamente nuda e in evidente stato confusionale: afferma di averla trovata in mezzo all'autostrada mentre si stava recando al compleanno della madre e di averla condotta lì su sua richiesta, poi scappa lasciando che sia George a sobbarcarsi la bega. 
La ragazza a malapena parla, non sa chi sia nè da dove venga, sa solo che deve restare lì, in quel posto si sente al sicuro. George accetta di farle passare la notte alla villa.
Gli argomenti della Reynolds sono inattaccabili, del resto.

La mattina dopo George è svegliato da un urlo disumano: la ragazza finalmente ricorda tutto, ma quanto ha da dirgli risulta difficile da credere. Afferma infatti di essere il suo amico defunto, Charlie Sorrel, che per qualche motivo (probabilmente contrappasso data la sua natura libertina) si è reincarnato nel corpo di questa bella donna bionda: è forte la tentazione di prenderla per una pazza mitomane e cacciarla di casa a calci nel culo, ma lei oltre a conoscere il nome di George conosce talmente tanti particolari intimi su di lui e la loro amicizia da non poter essere che la verità. Charlie Sorrell è ancora vivo ed è diventato una donna.
George la prende bene.
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Charlie, superato il primo momento di sconvolgimento decide di trarre vantaggio dalla cosa: da bravo ex-donnaiolo è convinto di aver fatto bingo dal momento che ora può vedersi le tette tutte le volte che vuole e ha dalla sua tutta una serie di vantaggi e armi squisitamente femminili da sfruttare a proprio vantaggio per risollevare le sue finanze.
Spacciandosi per la vedova di Charlie cercherà prima di ricattare le due ex amanti presenti al funerale, Franny Salzman (Ellen Burstyn) e Janine Highland (Joanna Barnes), per farsi dare dei soldi in cambio della promessa di non rendere pubblici i diari del marito, poi di avvicinarsi al suo assassino approfittando di uno dei suoi numerosi party mondani, e infine di sedurre il ricco Bruce Minton III per farsi sposare e avere in questo modo dei documenti d'identità che per ovvi motivi non possiede. 
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Tutti i piani di Charlie però vanno in frantumi.
Scoperto del suo tentativo di ricattare due tra le poche persone che si potevano considerare pseudo-amiche  per qualche assurdo credito che pensa di avere nei confronti delle donne George minaccia di ripudiarlo come amico e di abbandonarlo, costringendolo a dar fuoco agli assegni; quando Bruce le aprirà il suo cuore Charlie avrà pietà dei suoi sentimenti sinceri e gli restituirà l'anello di fidanzamento a cose praticamente fatte (siamo negli anni '60 e avrebbe potuto far dare di matto gli spettatori vedere un uomo, anche se diventato donna, provare sentimenti d'amore per un altro uomo); e sarà Sir Leopold a darle la caccia da buon amatore quale lui era nella vita precedente.
Ironicamente, le parti si invertono.
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Charlie capisce che essere una donna è tutt'altro che un vantaggio, e che il sesso femminile non è il branco di mostri velenosi che era convinto fossero a inizio pellicola: sfuggirà a Sir Leopold che si presenta a casa sua e la insegue per tutto l'appartamento per farla sua (e non sembra intenzionato ad accettare un no come risposta), e quando sarà a un passo dal riuscirci entrerà in scena Rusty, folle di gelosia, che sparerà alla donna con la pistola del marito. 
Charlie muore di nuovo precipitando nell'oceano sotto lo sguardo impotente di George, che non solo si tufferà dietro l'amico cercando inutilmente il suo cadavere, ma dovrà sobbarcarsi la responsabilità di tutto dal momento che ufficialmente "la vedova di Charlie" non esiste e non possono coinvolgere la polizia. Sir Leopold, equivocando totalmente il gesto del povero George, gli promette eterna gratitudine.

Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
George, ormai rimasto solo, sente una voce di donna in lontananza chiamare il nome di Charlie: a questo giro sul suo terrazzo compaiono un alano di nome Charlie e una donna di nome Virginia Mason (interpretata dalla stessa Debbie Reynolds), una vicina di casa.
Vedendolo solo e visibilmente ubriaco Virginia decide di fermarsi qualche momento per prendersi cura di lui, meravigliata del fatto che il suo Charlie sembri così affezionato all'uomo. Tra la ragazza e George nasce un'istintiva simpatia mentre la telecamera segue il grosso cane che si reca verso la libreria del Charlie umano, spacca la bottiglia di vodka nascosta dietro un volume di Guerra e Pace e inizia a lappare tutto contento.

*

IMPRESSIONI SPARSE
Un film di quasi 60 anni fa che affronta la storia di un personaggio che si ritrova a dover fare i conti con un corpo che non sente suo non potrebbe diventare un manifesto della disforia di genere nemmeno impegnandosi, quindi ignorerò volutamente la questione e prenderò la trama della storia per quello che è, un uomo etero che per magia si reincarna in una donna asessuata visto che l'unico uomo che bacia è uno che n'altro po' la stupra e di baciare o interessarsi alle donne a parte una pacchetta al culo data a una commessa in segno di apprezzamento nemmeno se ne parla.
Ma anche presa senza vederci sotto chissà cosa la storia della trasformazione di un impenitente casanova che pur di andare a caccia di figa è stato crivellato di pallottole su uno yatch in una donna che capisce che trovarsi dall'altro lato e diventare la preda invece del predatore non è questa gran festa, risulta solo un superficiale, gretto e confuso pretesto comico.
Intendiamoci, la Reynolds è adorabile e fa del suo meglio.
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Tanto è affascinante, elegante e seducente quando mette il naso fuori casa e deve recitare il ruolo della non-tanto-affranta vedova Sorrel tanto è grezza e volgare nell'intimità della sua casa, quando interagisce con Curtis, l'unico che conosce la sua vera identità e con cui si può comportare in modo spontaneo: le sue prime interazioni con George sono veramente deliziose
Questa nuova Charlie tiene le gambe larghe, la schiena curva, lo sguardo torvo e fisso in segno di sfida e nel suo bel pigiamone sformato tiene il tono della voce basso. Beve e fuma come un camionista, impreca (il giusto, fino al 1968 ufficialmente si deve tenere ancora conto del codice Hays), ogni parola che pronuncia è una condanna contro il sesso femminile causa della sua rovina, da bravo maschilista di merda qual è.
Mantenere questo contrasto fino alla fine sarebbe stato geniale, un modo di mostrare come l'affettazione femminile, quel modo languido e fragile di sedurre altro non fosse che qualcosa di talmente artificiale e artefatto da poter essere imitato da chiunque.
Invece il film ci tiene da subito a dirci proprio il contrario.

Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Basta che Charlie indossi un completo pantalone bello scollato e già si adagia tra i cuscini del divano come una languida panterona: 
"Che Dio mi benedica, mi sento talmente femminile... Di là ho avuto un desiderio improvviso, prepotente, di tingermi le unghie dei piedi... La mia è la mente di Charlie Sorrel, non occorre che  ti dica com'è, ma è turbatissima da un non so che di morbido e tenero e aderente" 
Quando poi va a farsi i capelli e le unghie al salone di bellezza Charlie è ormai una donna perduta: per tutto il resto del film sa cosa valorizza il suo corpo, come pettinarsi, come truccarsi, sa che ti devi mettere una vestaglia mentre mangi in cucina se no ti sporchi i vestiti (la prima preoccupazione di un uomo scapolo dell'epoca) e entro fine pellicola piange come una fontana per farsi consolare dal suo migliore amico e corre sui tacchi come un fottuto maratoneta. Come se l'essere femmine di classe fosse un pacchetto unico con le tette e l'utero. 
Fosse stato almeno un uomo di classe prima della sua trasformazione la cosa si sarebbe potuta giustificare in qualche modo, invece Charlie dovrebbe essere una scimmia grezza e violenta, un buzzurro che pensa solo alla figa e alle feste. Questo in teoria, ci dobbiamo arrivare dai dialoghi, ma per venire incontro ai gusti di Minnelli (che di fare 'sto film non aveva voglia e si vede) il suo appartamento è elegante ed opulento invece che pacchiano e volgare, sembra una cazzo di galleria d'arte.
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Si avverte un flebile sprazzo di vita, qualcosa dell'antico piglio alla Minnelli, giusto nei pochi momenti in cui invece di concentrarsi sulle noiose paturnie di un uomo etero che non riesce a diventare nemmeno una donna lesbica la storia preferisce occuparsi dello sporco e decadente mondo di Hollywood, con i suoi scandali, i pettegolezzi e le ipocrisie di un mondo amorale che promuove la moralità.
Curiosità: Le modalità dell'omicidio di Charlie a inizio film, ucciso sullo yatch di Sir Leopold "nell'adempimento del dovere" richiamano a quelle dello scandalo Ince (1924) che coinvolse il magnate della stampa William Randolph Hearst, la sua amante Marion Davies, Charlie Chaplin che pare avesse una storia con lei e il regista Thomas H. Ince, che si vocifera si beccò un proiettile destinato al famoso comico (ma sulla storia non venne mai fatta piena luce)Che il presunto colpevole fosse il capo di quelli che dovevano dare la notizia non aiutò.
Sir Leopold Sartori invece parrebbe ispirato a Sir Alexander Korda, famoso produttore inglese-ungherese dell'epoca. 
Sir Leopold, che domina la scena col suo ironico gigioneggiare e quel piglio da mafioncello russo dei film di James Bond, è il personaggio che più ci fa immergere in questo marciume: ha ucciso un uomo per motivi futili, un non meglio specificato onore di una moglie che scalda abitualmente i letti altrui, nonostante lui per primo ipocritamente corteggi tutti i bei visini che vede e la moglie Rusty, altrettanto ipocritamente, faccia la gelosilla per onore piantando un proiettile nella schiena di una donna che il marito sta aggredendo.
Sir Leopold se l'è cavata con una cauzione di 50.000 dollari, un totò sulle manine e pubblicità gratuita: se il funerale di Charlie era un deserto, dall'incidente le sue feste sono un'esplosione di vivacità mai vista e figa e lavoro gli piovono addosso come non mai. E' il vero cattivo della storia e non solo non viene punito, ma è addirittura premiato.
Lui la farà franca impunemente.
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Je suis l'ispettor Closeau!
L'omicidio della moglie verrà addirittura insabbiato, ma visto come sono andate le cose prima sarebbe stato comunque inutile coinvolgere la polizia, che o è corrotta o completamente deficiente: l'unico rappresentante delle forze dell'ordine che vediamo in corso di pellicola è un tipo che interroga e pedina George per aggiungere inutile tensione nei momenti morti visto che non si capisce perché lo dovrebbero sospettare di alcunché: 
1) Sartori ha confessato il suo crimine
2) George era in Francia al momento dell'omicidio
3) Charlie ha tutte le proprietà ipotecate o pignorate, era sul lastrico
A fine film 'sto detective, che non è servito a nulla finora, continua a non servire a nulla e scompare proprio: nonostante gli stesse sempre attaccato al culo fino a 10 minuti prima non lo vediamo più quando George torna alla villa di Charlie per assistere al suo secondo omicidio, tanto per rendere l'insabbiamento meno complicato e non distrarci dall'entrata in scena della bella Virginia.
Sarebbe stato imbarazzante...

Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
"L'incidente" di Charlie è per Sartori qualcosa di cui ridere con gli amici a un party (e su cui ironizzare persino con quella che crede la sua vedova, per corteggiarla), così come l'omicidio compiuto da sua moglie ai danni di una donna verso cui sembrava provare perlomeno del desiderio sessuale è minimizzato, trattato come qualcosa che accade fin troppo spesso. 
C'è una generale assenza di morale che a confronto fa sembrare Charlie uno stinco di santo (santo al punto da farsi perdonare per aver rubato la donna che amava al suo migliore amico quando ancora era uomo - ma solo perché non era la donna giusta per lui, s'intende - da reincarnarsi in un cane per fargli conoscere una brava ragazza con cui accasarsi). Insomma il film sembra suggerire che visto che lui fa schifo ma gli altri di più Charlie alla fine dei giochi non faceva poi così schifo nemmeno a inizio pellicola ma era semplicemente un prodotto di quel mondo.

*

IN CONCLUSIONE...
Ciao Charlie è un film profondo come una pozzanghera.
Vuole dichiaratamente solo offrire un paio d'ore di puro divertimento, ma con tematiche invecchiate molto male e molto in fretta. E' anche abbastanza carino, offre qualche sporadico spunto di riflessione ma non riesce ad essere davvero ironico, non è caustico, e non riesce nemmeno a spiccare con la vivacità dei suoi dialoghi o l'erotismo.
Non fa schifo, ma non è memorabile.

La Reynolds sembra andare avanti col freno a mano tirato (sembra che Minnelli la tenesse continuamente a guinzaglio corto sul set), Curtis non è male ma per metà del tempo fa delle faccette stranite per portare avanti la linea comica e si fa pure fregare il ruolo da Walter Matthau che ruba la scena a chiunque non appena mette piede nell'inquadratura.
Chiude in bellezza la carrellata Pat Boone, che nel ruolo di spasimante di Charlie è chiaramente un omosessuale non dichiarato, con quell'ossessione malsana per la madre e il fatto che cominci a interessarsi davvero a Charlie solo quando lei comincia a parlare di motori come un vecchio bro del vicolo.

La storia non decolla mai e il finale è un mix di confusione e cringe, tra lo stupro comico e l'arrivo a caso di una sosia di Charlie con cui Curtis può finalmente limonare senza che il pubblico pensi ad eventuali ripercussioni gay, e quella spruzzata di moralismo spicciolo che non guasta mai.
Minnelli era alla frutta, e penso se ne siano accorti anche i contemporanei.
Recensione del film "Ciao Charlie" (1964) di Vincent Minnelli con Tony Curtis e Debbie Reynolds
Giudizio Finale:
Un brutto film di Minnelli è comunque
un film che la sufficienza la raggiunge.

giovedì 26 novembre 2020

[Recensione] ACCADDE UNA NOTTE (1934)

Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Titolo originale:
It happened one night
Anno: 1934
Regia: Frank Capra
Soggetto: Samuel Hopkins Adams
Sceneggiatura: Robert Riskin
Cast: Clark Gable, Claudette Colbert

Premessa:
Accadde una notte è uno degli ultimi rigurgiti di relativa libertà cinematografica che precedette l'introduzione ufficiale del codice Hays, il 1 luglio 1934.
Pur presentando il tocco delicato di Frank Capra, che suggerisce più che mostrare e punta ad emozionare più che a sconvolgere, in questa pellicola troviamo ancora  cose che per le decadi successive verranno viste molto meno di buon occhio come corteggiamenti molesti insistenti e sfacciati, nudità, convivenza promiscua, riferimenti al sesso e alla povertà.
Siamo ben lontani dalle pellicole zuccherose che hanno come protagonista il feticcio d'America della seconda metà degli anni '30, quella Shirley Temple che con i suoi 56 riccioli biondissimi portò speranza e ottimismo in un'America stremata dalla Depressione (attitudine che ad Hollywood venne incoraggiata dallo stesso Franklin D. Roosevelt, promotore delle politiche di New Deal).
E a noi piace così.

Accadde una notte è un film che deve aver messo a dura prova la pazienza di Frank Capra e fa capire un po' di più perché artisti del calibro di Ernst Lubish a una certa abbiano sentito il bisogno di prendere per il culo i capricci delle star dell'epoca (Vogliamo vivere, 1942): Gable e Colbert furono infatti due vere dita nel culo. 
Frank Capra accarezza l'arma
mentre pondera sul da farsi
con le sue riottose star

Offerto dalla MGM al modico prezzo di 2500 dollari a settimana (di cui 500 pagati dalla stessa MGM) come compensazione per il rifiuto di Robert Montgomery (star di Il signore e la signora Smith, fatica hitchcockiana già analizzata su questi lidi) dir interpretare il ruolo del burbero giornalista, Clark Gable mostrò il suo entusiasmo e la sua professionalità presentandosi al primo incontro con Capra sbronzo marcio.
Comunque un signore in confronto a Claudette Colbert.
La sceneggiatura originale non doveva essere un granché: tutta una serie di star del momento (Myrna Loy, Miriam Hopkins, Margaret Sullavan, Constance Bennet, Loretta Young) avevano rifiutato il ruolo trovando la storia poco interessante; Bette Davis e Carole Lombard si mostrarono disponibili, ma la prima era legata alla Warner Bros e la seconda era impegnata in un altro progetto, Bolero.
La Colbert aveva già lavorato precedentemente con Capra in un film muto del 1927, Per l'amore di Mike: un tale disastro di botteghino che la Colbert aveva giurato di non lavorare mai più col regista. Accettò il ruolo ma solo in cambio di un compenso di 50.000 dollari e della promessa di non sforare oltre le quattro settimane nei tempi di ripresa, per non dover rinunciare alle vacanze. Dovette essere minacciata da Capra di usare controfigure col fisico migliore del suo per convincerla a girare le scene più birbanti.

Successo "di seconda ondata" salito alla ribalta grazie al passaparola popolare, nonostante una certa riottosità da parte della critica "sofisticata" l'anno successivo si sarebbe portato a casa ben 5 premi oscar: miglior film, miglior regista, miglior attore e attrice protagonista, miglior sceneggiatura non originale
Claudette Colbert continuò a odiare quel film a vita.

*

DUE RIGHE DI TRAMA
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Ellen "Ellie" Andrews
(Claudette Colbert), viziata rampolla di buona famiglia, ha intenzione di sposare il pilota d'aerei e noto cacciatore di dote King Westley (Jameson Thomas) con cui è già ufficiosamente fidanzata e nemmeno la ferma opposizione del padre, il miliardario Alexander Andrew (Walter Connolly), che conosce fin troppo bene sia le gesta che le mire di questo cicisbeo, sembra fermarla.
Fuggita a nuoto dalla sua nave prenderà un bus che la porterà a New York dal suo amato, convinta che viaggiare su un mezzo così popolare la terrà lontana dagli occhi dei riflettori e del suo volitivo padre.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Qui incontrerà/si scontrerà con il giornalista Peter Warne (Clark Gable), che di recente ha perso il lavoro a causa del suo atteggiamento infantile e poco professionale. Gli occhi però li ha ancora buoni e ha riconosciuto praticamente subito la giovane erede Andrews, alla quale propone un patto. Visto che lei sembra incapace di cavarsela nella vita vera, e prospettandole di denunciarla a suo padre se non accetterà, si offre di accompagnarla fino a New York per farla incontrare col suo amato in cambio di un'intervista esclusiva.
Ellie ha poca scelta: accetta.
L'antipatia tra i due è pressoché istantanea:
"Devo arrivare a New York in ogni modo, è importante per me! Vi pagherei subito ma non posso perché ho dovuto impegnare tutto per partire, gioielli, vestiti... Vi darò il mio indirizzo e avrete tutto quello che volete non appena sarò giunta a New York!"
"Non vi incomodate... Non voglio quattrini, vi ho capita subito: siete viziata da un padre imbecille. Non so cosa farmene del vostro denaro. Crede che conti solo il denaro... Dite un po' ragazza, sapete cosa vuol dire modestia? No, vero? Non sapete, eh? Avreste fatto meglio a dirmi: Scusate signore, sono nei guai... No, mi sbattete in faccia il vostro denaro per non umiliarvi a chiedermi un favore."
Il viaggio prosegue con una serie di intoppi
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
E senza canotta, mica come un
Bruce Willis qualunque!
Giunta la notte ai due tocca dormire insieme in motel fingendo di essere una coppia sposata, con la virtù è garantita solo da una coperta appesa a una corda chiamata da Peter "Le mura di Gerico, quelle che caddero quando Giosuè suonò la tromba"Gable ne approfitta lo stesso per dare una lezione a Ellie su come ci si spoglia per il solo gusto di metterla in imbarazzo quando lei, caparbia, per timore e pudicizia rifiuta di andare dall'altra parte della stanza per prepararsi per la notte.
Indosserà il pigiama di lui lasciandoci intravvedere le sue spalle nude, ma nulla di sconveniente accade.
Le ricerche della bella ereditiera scomparsa intanto continuano.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Dopo un guasto al bus, i due restano a piedi e senza un soldo dal momento che hanno dato il poco denaro che gli restava a una povera donna che viaggiava insieme a loro, svenuta per la fame. Tocca fare l'autostop e a questo giro è Ellie a togliere entrambi d'impaccio col suo metodo brevettato, ovvero mostrando le gambe a bordo strada. Li raccatta un baffuto uomo canterino di nome Danker (Alan Hale): questi risulta essere in realtà un imbroglione che deruba gli autostoppisti dei loro averi ma Peter riesce a inseguirlo a piedi, acciuffarlo, caricarlo di mazzate e rubargli la macchia.
Per comprare la benzina a Peter tocca vendere tutto quello che ha, compreso il cappello, e i due arrivano in un motel nei pressi della città (in cui Ellie ha insistito per rimanere per non dover dire addio a Peter troppo presto) senza che si sappia come pagare.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Durante la notte Peter si allontana con la macchina mentre mentre Ellie dorme e si reca al giornale, dove chiede 1000 dollari di anticipo per la storia in esclusiva del matrimonio tra una ricca rampolla e un giornalista sfaccendato a cui servono i soldi per cominciare una nuova vita insieme. Nel frattempo la proprietaria della pigione, credendo che l'uomo sia voluto fuggire senza pagare, sveglia Ellie e pretende da lei il pagamento del conto.
Non avendo denaro e sentendosi abbandonata e tradita, Ellie chiamerà suo padre, che nel frattempo ha accettato di far sposare sua figlia anche a un avido sfaccendato pur di farla contenta, per farsi venire a prendere. Ellie è profondamente infelice e non ama più quel cicisbeo di King Westley ma non vuole più dare dispiaceri a suo padre con i suoi capricci e in più è convinta che Peter l'abbia abbandonata solo per riscuotere il premio di 10.000 dollari che l'uomo aveva promesso a chi gli avrebbe riportato la figlia.
E in effetti Peter pretende di vedere il signor Andrews per discutere di denaro.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Desidera però solo avere un rimborso dei 40 dollari di beni impegnati per pagare la benzina, la ricompensa non la vuole (e ha pure restituito i 1000 dollari al caporedattore avendo perso lo scoop). Quando Andrews insiste per sapere il motivo per cui stia rinunciando a una fortuna Peter confessa di amare Ellie ma non è che ci possa fare granché visto che sta per diventare la moglie di un altro. 
Il signor Andrews capisce la situazione: confida tutto alla figlia al momento di portarla all'altare assicurandole che lui a questo matrimonio non tiene, che Westley comunque gli è sempre stato sui maroni quindi non sta facendo un favore a lui sposandolo e che l'importante è che lei scelga un brav'uomo uomo che la renda felice. Ellie non ha dubbi in proposito e al momento del grande sì Ellie scappa e raggiunto il suo amato Peter, e ottenuta una regolare licenza matrimoniale, le mura di Gerico possono finalmente crollare al suono di una trombetta giocattolo.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
IMPRESSIONI SPARSE
Ci sono pochi film iconici come Accadde una notte.
Pochi film che abbiano ispirato l'immaginario popolare come la scena dell'autostop in cui la Colbert mostra le gambe e la telecamera vi indugia con piglio da voyeur, lo strip tease di Gable o il vederlo parlare a bocca piena con una carota (scena che ha ispirato nientemeno che il personaggio di Bugs Bunny - true story); poche scene diventate così impresse a fuoco nell'immaginario occidentale da venir omaggiate a più riprese da pellicole di generi anche molto diversi tra loro come la fuga di Ellie (Spaceballs, Se scappi ti sposo).
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable spaceballs
Esistono anche poche commedie romantiche che non mi facciano venir voglia di cavarmi gli occhi a mani nude di fronte a un lieto fine inevitabile come la morte e le tasse: Accadde una notte è una vera delizia, un film romantico ma mai lezioso, privo di punti morti o dialoghi noiosi e forzati, con protagonisti che interagiscono tra loro in modo così spontaneo e naturale da farmi dimenticare la finzione cinematografica e il mio odio mal sopito per il cliché della povera ragazza riccaⓒ, e mai un personaggio secondario che sembri buttato via o messo lì tanto per far minutaggio, compreso il molesto corteggiatore Oscar Shapeley (Roscoe Karns) e il capo-redattore Joe Gordon (Charles C. Wilson), che partito come antagonista di Peter mostra in chiusa il suo lato umano: comprende ciò che è accaduto tra lui e Ellie forse più dello stesso Peter, e ne è sinceramente dispiaciuto.
Che poi è lo stesso percorso che compie il padre di Ellie.

Frank Capra si riconferma, come se ce ne fosse bisogno, regista di straordinaria sensibilità (oltre che di gran pazienza) e talento, in grado di coniugare i temi classici del road movie (il viaggio come occasione di crescita personale) alla commedia romantica sofisticata, e di mostrare l'ottimismo tipico del New Deal senza ignorare la miseria in cui vessava il paese reale
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
"Ma voi come farete?"
"Aah... Sono milionario!"
La scena più emblematica a riguardo è quella della donna e del suo bambino in autobus. In mezzo ai canti e ai lazzi degli altri passeggeri si leva un grido: è un bambino che piange disperato perché sua madre è svenuta per la fame. 
E' Gable a prenderlo sulle ginocchia e a consolarlo mentre la Colbert si occupa della donna: il bambino gli racconterà che i due non hanno soldi per mangiare perché hanno speso tutto per i biglietti del bus ed erano diretti a New York dove la madre sperava di trovare un lavoro (una bella differenza rispetto alle prime scene del film in cui Ellie in preda alla collera rovescia in terra il vassoio col pranzo solo perché il padre non vuole assecondare i suoi capricci, prendendosi in cambio un meritato ceffone). Gable si rovista in tasca e tira fuori una banconota.
Sono gli ultimi soldi che gli sono rimasti, e il viaggio è ancora lungo.
Gable li contempla tra le dita, indeciso sul da farsi finché non è la Colbert a toglierlo d'impaccio strappandogli di mano la banconota con naturalezza e regalandola al bambino perché compri alla madre qualcosa da mangiare. Alla fine, ed è un classico del cinema di Capra, sono l'umanità e la compassione a farla da padrone: anche nei momenti più bui si può contare su una mano amica e un aiuto disinteressato.
La stessa Ellie in corso di pellicola imparerà a sue spese cosa voglia dire avere davvero fame, arrivando a mangiare uno dei cibi che più odia in assoluto, le carote. E quando si ritrova ad addentarne un pezzo Peter ha persino il buongusto di non commentare nonostante l'ironia proprio non gli manchi e il fatto che la ragazza fino a poco prima aveva fatto la schizzinosa per tutto il tempo. Capisce.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Sono due tra le mie scene preferite del film, dove il drama (sociale e personale) si lega a un umorismo davvero delicato che non ha bisogno di parole: tutto viene affidato agli sguardi, ai gesti. Perché, e forse è una cosa che Hollywood oggi dovrebbe ricordare più spesso, non serve farti due palle come un cocomero per mostrare i grandi drammi sociali.
Il messaggio arriva lo stesso, e forse arriva meglio.

Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Il regista sfrutta al meglio anche le recenti migliorie tecniche: in una scena davvero impressionante per l'epoca la telecamera segue la Colbert in una lunga carrellata mentre si reca alle docce comuni del motel, una sequenza i cui Capra ci offre uno stralcio di vita piccolo borghese dell'epoca: bambini che giocano in mezzo alla strada, persone pronte a rimettersi in viaggio, chiacchiere, risate e quel senso di comunità tanto caro a Capra (e che ritroveremo anche subito dopo, nella scena dell'autobus in cui tutti i passeggeri a dispetto delle differenze d'età, sesso e ceto si ritrovano a cantare lo stesso brano, The Daring Young Man on the Flying Trapeze). Non manca il solito tocco di ironia con Ellie che imparerà a proprie spese che nel mondo reale la gente fa la fila.

La pellicola riesce ad essere sensuale o comunque sessualmente esplicita in più occasioni (visto che ancora Hollywood lo permetteva) ma senza mai scadere nel volgare: sono anzi tra i momenti più divertenti della pellicola, o di contro i più significativi nella costruzione del rapporto tra Ellie e Peter nel corso del viaggio. 
E' a causa di un corteggiamento insistente e fastidioso da parte di un commesso viaggiatore che si trova sull'autobus che i protagonisti (spacciandosi per marito e moglie e condividendo addirittura la stessa camera, scandaloso per l'epoca) diventano ufficialmente "complici" in questa fuga per amore.
Si perde in italiano per ovvi motivi, ma uno dei complimenti che Sharpley rivolgerà a Ellie sarà: "It looks like you’ve got class, yessir, with a capital A!”
Cioè clAss... Delicatissimo.
In barba alle future disposizioni del codice Hays poi il nostro simpatico Casanova americano affermerà di avere moglie e figli ad aspettarlo a casa, eppure non si pone il problema di provarci spudoratamente con le giovani sconosciute. Solo qualche mese più tardi, Hollywood lo riterrà un comportamento inaccettabile da mostrare al pubblico.
 Il simpatico strip tease di Gable spinge Ellie a smettere quell'aria da signorina di buona famiglia (e a renderci molto più simpatica una ricca principessina viziata che manco mezz'ora prima ha buttato per terra del filetto) e a fidarsi per davvero di quello che è sostanzialmente un affascinante ma poco galante sconosciuto con cui ha battibeccato durante tutto il viaggio al punto da indossare il suo pigiama e dormire nel letto accanto al suo (pur con la flebile protezione offerta dalle "mura di Gerico"). Sempre nella stessa scena, la telecamera puntata sulla spalla nuda ne sottolinea la purezza e pudicizia, non vuole essere nulla di morboso.
 Una passionale scenata di gelosia tra coniugi li salva dalla polizia.
 Una delle scene in cui i due si avvicinano per davvero prevede una sculacciata e un'inquadratura della Colbert distesa su un mucchio di paglia con l'aria languida mentre Gable distoglie lo sguardo, la tensione e l'imbarazzo evidenti sul suo volto mentre stringe la sigaretta tra le mani.
 Lo stacco di coscia chilometrico della Colbert intenta a fare l'autostop è funzionale a trovare un passaggio ed è inserito all'interno di un contesto in cui Gable viene ridicolizzato e il suo personaggio smette la maschera dell'arrogante so tutto che vuole insegnare alla giovane ricca le vie del mondo. In fondo anche lui prima di conoscerla non è che fosse un faro di maturità e decenza e sono entrambi a dover crescere prima di far chiarezza nei loro sentimenti.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
► 
E quando nel corso della loro ultima notte insieme in motel la Colbert si spoglia ci mostra a lungo, leziosamente, la schiena seminuda è nel suo momento più delicato e vulnerabile, mentre fissa impotente l'ombra di Gable che si staglia oltre il lenzuolo che continua a separarli e pensa al momento in cui lo perderà per sempre, una volta arrivata a New York e diventata la signora Westley.
► La vera tensione erotica del film, la sintonia crescente tra i due protagonisti è portata avanti da Capra mediante l'uso di un lenzuolo, quelle mura di Gerico che separano i due protagonisti senza separarli davvero: inizialmente ripresa di fronte come una barriera insormontabile tra i due, uno scudo per preservare la virtù di una ricca bambina viziata dalle mire di un bruto della strada, poi ripresa di profilo quando la loro complicità aumenta a rivelarci la sua natura di fragile pezzo di stoffa e infine torna ad essere un muro, mentre i due immaginano di amarsi a vicenda ma non osano dar voce al sentimento.
E non è con alte fanfare di strumenti divini come nel mito biblico ma con una trombetta giocattolo che il muro alla fine si sgretola, a rivelarne ancora una volta, con ironia, la natura fragile. Capra, molto signorilmente, inquadrerà solo la finestra della camera di motel il cui lumino alla fine si spegne, ma non potrebbe essere più esplicito di così.

*

IN CONCLUSIONE
Accadde una notte è un film che mi ha stregata e intenerita, la prima commedia degli equivoci che non mi ha messo di fronte a due pirla che non si parlano per egoismo o per allungare forzatamente il brodo. Peter e Ellie hanno motivazioni valide per non chiarirsi prima della sua fuga, motivazioni che non sono legate all'orgoglio o all'egoismo ma alla paura.
Peter non è all'altezza di Ellie, che a dispetto di tutta la simpatia che gli dimostra resta la rampolla di un ricco industriale: immagina che anche lui non le sia indifferente, ma questo non cambia il fatto che non possa garantirle il futuro che merita. Non osa neppure confessarle i propri sentimenti se prima non ha in tasca i 1000 dollari spillati al suo capo in cambio di uno scoop, e preferisce fuggire alla chetichella nel cuore della notte sperando di tornare prima che si svegli che dirle quali sono le sue intenzioni (in questo vediamo quanto sia maturato rispetto allo sciagurato di inizio pellicola). Dopo che Ellie chiama suo padre per farsi venire a prendere si sente abbandonato e tradito, e mentre lei è pronta a sposare l'uomo per cui è fuggita fino a New York non si può mettere certo a fare sperticate dichiarazioni d'amore.
Anche Ellie dall'altro lato è cresciuta molto nel corso del suo viaggio e ha paura di passare per una sciocca con le idee poco chiare con l'uomo che ama. In fondo ha combinato un casino di livelli epici per sposare quel pirla di King Westley, che in pochi giorni le piaccia un altro potrebbe non andare a suo favore e farla sembrare facile, poco seria. Dopo sono il dolore e il tradimento a prendere il sopravvento, la convinzione di essere stata presa in giro per denaro.
Ma a restare comunque più impresso nel cuore di chi guarda, a restare il punto focale della storia in questo pregevole lavoro di Frank Capra, non è il drama degli equivoci o l'immancabile lieto fine, e neppure le cosce della Colbert o il notevole torace di Gable, ma il viaggio.
Recensione del film Accadde una notte (1934, Frank Capra), con Clark Gable
Giudizio finale:
Frank Capra, signori, di che parliamo?