sabato 26 marzo 2022

[Recensione] NIENTE DI VERO, di Veronica Raimo

Autore: 
Veronica Raimo 
Edizione: Einaudi, copertina flessibile
Pagine: 176
Anno: 2022
Euro: 18,00 | Ebook: 6,99

Premesse:
Visto che da un po' di tempo, ma specialmente da quando Strappare lungo i bordi ha visto la luce su Netflix, ZeroCalcare va bene su tutto come il caffè, ecco comparire una sua citazione non solo nella fascetta che possiamo trovare in libreria, ma pure nell'anteprima di copertina su Amazon.
Cominciamo male male male.
Adoro Zero, non metto in dubbio l'onestà della sua opinione e che con questo libro si sia onestamente divertito (dal momento che qualche punto di contatto tra le narrazioni dei due ogni tanto si nota, specie nel raccontare i disagi e le speranze frustrate di quella generazione che ormai cavalca gli "anta", anche se la Raimo a differenza di Michele Rech parla dalla parte di una che alla fine "ce l'ha fatta"), ma avrei fatto a meno di questa ennesima mossa di marketing beduina.
Non ce n'era bisogno.
Bastava farsi i soliti pat-pat sulle spalle tra colleghi dell'intellighenzia culturale.

*

DUE RIGHE DI TRAMA

Questo romanzo nelle recensioni professionali lette in giro viene spacciato come un memoir dell'autrice. In una sorta di flusso di coscienza la voce narrante (la stessa Raimo) ci racconta della sua infanzia ed educazione medio borghese nell'Italia degli anni '80, inframezzandola di riflessioni portate avanti da una donna ormai matura che di mestiere racconta, e si racconta storie.
Svolgimento: Italia medio-borghese dell'epoca vista attraverso gli occhi di cinepanettoni e canali Mediaset. 
I ragazzi del muretto vibes,
ma in salsa ironica e finto trasgry per
i canoni odierni.


Il padre è un maniaco del lavoro (cosa che secondo me risulta più facile quando sei capo del personale in una grossa azienda e fuori dalle mura domestiche puoi fregiarti di una certa aria di importanza), volitivo e pure ipocondriaco convinto che per lavarsi basti disinfettarsi ovunque con l'alcool etilico e una doccia a settimana. Il suo hobby e attitudine di vita è costruire muri nel tempo libero, sia di cartongesso che emotivi.

La madre fa la maestra, all'epoca una delle poche strade percorribili dalle donne di cultura limitata o scarse disponibilità economiche, e come da programma, immancabile come le risate registrate nelle sit-com brutte, al di là di quelle due o tre nozioni imparate tra i banchi di scuole e le cose da insegnare ai bambini è di una pochezza intellettuale e caratteriale talmente estesa che ci si potrebbe riempire un silos: ovviamente è il figlio maschio, luce della sua vita, a rappresentare il centro del suo universo di mamma, mentre alla figlia tocca sorbirsi lamentele, controlli e cacate di cazzo. 
E le cacate di cazzo non sono neanche poche e limitate all'infanzia, dal momento che alle storie d'infanzia si inframezza nella prosa una quotidianità in cui una donna adulta deve ritrovarsi telefonate su telefonate di una madre convinta che il fratello sia morto perché non risponde al telefono per un paio d'ore, che pretende attenzioni continue, che mina continuamente la privacy della figlia, giudica le sue scelte di vita e la imbarazza in pubblico in più riprese. Solo che invece di approfittarne per parlare della depressione di cui probabilmente soffre questa donna glissa sulle parti più funny, regalandoci l'immagina di una donna bambina ossessiva e vittimista, che quando la sgridi "fa il broncio contrito di una dodicenne. E anche la voce di una dodicenne. Come si fa a prendersela con una bambina?"
Onestamente? Se la bambina è in età da pensione non è che si possa prendersela, si DEVE prendersela, ce la si deve proprio mandare, e si deve anche staccare il telefono, cambiare numero e trasferirsi in Patagonia, dove la posta arriva solo a dorso di mulo. Ma in questo romanzo è tutto talmente trasgry che l'eroina per mantenere il suo contatto empatico con il lettore italiano e borghese benestante quanto lei non si può permettere di mettere in discussione il cappio ombelicale. In fondo abbiamo già parlato di aborto, molestie sessuali e stitichezza.

A completare il quadro di questo teatrino di fenomeni un fratello maggiore perfetto, intelligente e destinato a fare grandi cose, che oltre ad essere scrittore come lei si è anche buttato con successo in politica.
Insomma, anche volendo non se ne potrebbe comunque parlar male.
Quindi al limite la madre lo invita a far pace con gli avversari politici contro cui si scontra o i due fratelli battibeccano durante il gioco, o perché lui vuole scrivere un libro autobiografico come lei, o perché la ricatta e pretende un sacco di soldi per scrivere al posto suo articoli e recensioni quando lei non ha voglia, che sympa!💙
"Abbiamo passato l'infanzia chiusi dentro casa a romperci le palle. Era un'attività talmente intensa che presto divenne una posa esistenziale. Sapevamo annoiarci come nessun altro."
Che è un po' l'approccio di vita che mi ha portata alla fine di questo libro

*

IMPRESSIONI SPARSE

Questo libro non è un memoir.
Il che probabilmente significa che la gente che lo recensisce con toni così entusiastici o non lo ha mai letto (ma al massimo ha pagato qualcuno per recensirlo al posto suo, come racconta la Raimo in uno degli ultimi capitoli del libro) o se l'ha letto non l'ha capito.
Eppure si parte dal titolo, che è bello chiaro.
Niente-Di-Vero, che non è solo un riferimento al suo nome ma al fatto che tra queste pagine non si troverà nulla di reale su di lei, perché in fondo è questa la stessa essenza dello scrivere. 
Per i più disattenti nelle ultime pagine è la stessa Raimo a rendere ancora più chiaro il concetto al lettore, con uno spiegone autocelebrativo dal momento che il lettore a cui puntano le nostre case editrici è vecchio, e quante cose ti sto spiegando (cit):
"Pochi giorni fa, una mia amica mi ha chiesto di cosa parlasse il mio nuovo libro, questo libro. Non sapevo che dire, ogni frase contraddiceva quella di prima, ogni sintesi mi pareva inefficace. Mi sembrava di affastellare alibi, giustificarmi per un misfatto di cui nessuno mi aveva accusato.
- Sì, ma perché lo stai scrivendo? - ha detto, come se questa domanda potesse invece tranquillizzarmi.
Il senso di tutte le cose tende ad assomigliarsi appena ti viene richiesto di esprimerlo, e sembra che la verità possa esistere solo nella reticenza. Un tempo scrivevo il diario per mentire a mia madre, ma adesso che stavo facendo?"
Ah, se non lo sai te...
In pratica lo stesso mettersi a nudo da parte di Veronica (o Verika come la chiama sua madre, o Oca come la chiama suo padre, in una sorta di moderna maschera Pirandelliana al ribasso in cui l'identità della protagonista va a perdersi a seconda di come la vede il mondo - madre mancata, figlia di ripiego, sorella scapestrata, autrice che ce l'ha fatta) deve darci la certezza, o almeno queste sono le intenzioni dell'autrice (perché magari quello che racconta qui è anche vero o appena infiocchettato ma il suo scopo è convincerci dell'esatto contrario) che le cose qui narrate non sono oneste. Il suo è uno stile ambiguo e frustrante, per sua stessa ammissione, e quindi non dobbiamo prendere sul serio neppure le cose interessanti che esulano dal suo percorso biografico, come i retroscena più torbidi e ipocriti del mondo dell'editoria. L'idea è che su questo punto la Raimo abbia voluto semplicemente lanciare il sasso e nascondere la mano. Dico cose che si sa un po' tutti ma no, mica è vero, io la realtà la nascondo dietro il mio stile ambiguo e frustrante.
Ma vai a cagare...

Infatti, a proposito di ipocrisia, nonostante questo libro voglia sembrare una messa a nudo totale che mette nel piatto tematiche disturbanti come l'aborto, la depressione, le molestie sessuali proprio come alle cene di natale tra parenti vengono lasciati fuori religione e politica.
Perché ok trasgry, ma un conto è parlare di merda o della nonna che la umilia in continuazione davanti a tutti per il fatto di non avere tette (che ridere, il bodyshaming!), un conto è fare una critica seria seppur trattata in modo ironico, che poi qualcuno di influente si può infastidire sul serio e gli scrittori con le pubbliche relazioni ci mangiano.
Don Zauker unica via...
E quindi ecco che la religione diventa al massimo un modo simpa del fratello per chiudere le conversazioni in cui non vuole farsi invischiare o per le quali non ha semplicemente tempo (invitando la sorella a riflettere su parabole citate a caso), o letterine che la nonna manda al Papa per metterlo al corrente della sua quotidianità, note di colore e costume, mentre quando si tratta di tirare in ballo lo scandalo del cimitero dei feti abortiti di Roma si limita a laconici "quando sono andata ad abortire il medico mi ha messo in guardia sulle ultime occasioni perché sono vecchia" (haha, che burla! Un po' come il bodyshaming e il vecchio che mostra le parti intime a una bambina di prima) e
 "non so come mi possa sentire al pensiero che il feto che ho abortito abbia una tomba dal momento che non ho desiderio di essere madre (forse perché sei già madre di quella bambina di 12 anni di tua madre, ma dio non voglia che si faccia anche solo per sbaglio questo collegamento, così come ok parlarci di lutto ma mai si tira in ballo nemmeno come riflessione fine a se stessa l'eutanasia), è brutto ma sì, boh, parliamo del mio editor o del fatto che da ragazzina ho fatto sesso senza saperlo perché mi mancavano pure le basi, che fa ridere".

Idem per la politica.
Il fratello di Veronica, quel ragazzo bravo e intelligente (a cui non è mai stato richiesto di avere un seno florido, di "pettinare" membri maschili in giovane età o portare degli eredi al casato con fastidiosa insistenza) su cui fin dall'infanzia si concentravano tutte le speranze e l'amore della famiglia, non solo è diventato uno scrittore come lei, ma ha pure intrapreso una carriera in politica. 
Ovviamente sia lui che i suoi colleghi che i suoi rivali non possono che essere integerrimi e incorruttibili animi puri servi della Res publica, arrivato dove stanno solo ed esclusivamente grazie al loro ingegno e al duro lavoro dal momento che è l'unico argomento (escludendo la religione, ma in questo caso c'è ancora più reticenza proprio nel trattare l'argomento) su cui la Raimo ci risparmia qualsiasi osservazione simpa o aneddoto trasgry.
Le poche parti che toccano l'argomento diventano al massimo uno spunto per gag in cui a essere ridicolizzata non è la politica ma la madre di Veronica, o momenti di pura piaggeria in cui ci si tiene a far sapere in quanti progetti superfighi e utili per la comunità venga coinvolto quest'uomo e quanto sia dedito alla sua missione, al punto da scrivere lunghi e intelligenti post improvvisandoli durante le cene con lei in cui la conversazione langue e quindi derubandola anche di un po' di tempo insieme per il bene dei cittadini. 
Che luce...

*

Cosa resta quindi in Niente di Vero?
Sostanzialmente una martellata ai maroni di 176 pagine in cui una signora borghese di mezza età proveniente da un contesto borghese (che è talmente esagerato e al tempo stesso banale che fa il giro e da reale diventa un cliché in negativo) cerca di accaparrarsi la simpatia del lettore facendogli vedere con uno sguardo fasullo, impacciato, vuoto, forzatamente ironico quanto è brava a scrivere e quanto la riesca a prendere a ridere nonostante la sua vita sia (tecnicamente, dal momento che non dobbiamo dimenticarci del fatto che potrebbe non esserci nulla di vero tra queste pagine) costellata di lutti, delusioni, molestie e una famiglia fortemente disfunzionale alla fine ce l'abbia fatta nonostante i first world problems che ancora l'attanagliano

Ho un odio profondo per la letteratura italiana borghese proprio perché, a differenza di quanto accada davanti a un'opera di ZeroCalcare che senza mai perdere le sue radici borgatare di periferia parla del disagio e della confusione di una generazione di falliti, non riesco ad apprezzare quest'ironia paternalistica fatta con traumi che la signora Raimo ha il lusso di poter vedere e giudicare da lontano, al sicuro di una carriera che le dà sicurezza economica e prestigio, né a rivedermi neanche sforzandomi in una tipa che va a Berlino a scrivere i suoi libri, ovviamente a scrocco.
Poi vuole che empatizzi con lei quando mi viene a raccontare di come prima dovesse accontentarsi di posti più alternativi coi gay maschi vegani (!!!) mentre ora pure le case si sono imborghesite ("L'ultimo romanzo l'ho cominciato nell'attico di un giornalista di RadioEINS, con una collezione di vinili da cinquantamila euro e una macchina del caffè vintage quasi introvabile", scrive nelle prime pagine del libro. Povera stellina senza cielo); o di come da ragazzina abbia finto di essere indigente e abbia venduto sciarpe di scarsa qualità e chiesto l'elemosina per pagarsi il viaggetto in Messico con l'amica.
Giusto le mazzate nei denti...

*

IN CONCLUSIONE. . .

Niente di Vero è un libro che mi ha lasciato poco, e che mi è risultato molto difficile da finire nonostante la brevità e la relativa scorrevolezza e ironia dello stile della Raimo.
Rara immagine di Iriza che cerca
di finire questo libro
Non mi ha toccata nei punti in cui l'autrice voleva mi muovessi a commozione perché non riesco a rivedermi in buona parte delle problematiche borghesi che porta avanti (a parte certe riflessioni sul lutto, non tutte che ho trovato delicatissime, sporadiche oasi in mezzo a un deserto di rovi); non mi ha divertita nei punti in cui mi avrebbe dovuto strappare un sorriso perché l'autrice vorrebbe portarmi a ridicolizzare cose molto serie per cui la gente soffre e si suicida se non riesce a farcela (in certi punti è come trovarsi di fronte a un lungo sketch di Pio e Amedeo, e che Einaudi me l'abbia voluto spacciare come una spassosa commedia la dice lunga sulla sensibilità che ha questo paese nel 2022 verso certe tematiche), mentre l'autrice dal canto suo glissa convenientemente sulle parti che andrebbero a crearle problemi professionali in un sistema come quello italico in cui nel piatto in cui mangi non puoi sputare. A quel punto la scrittura diventa un grosso esercizio di occultamento del vero.
Sì, addio.

Giudizio finale:

Nessun commento:

Posta un commento

La tua opinione è importante anche se non sei d'accordo con quello che ho scritto e mi fa sempre piacere scambiare due parole con chi si prende la briga di leggere quello che scrivo.