lunedì 3 ottobre 2022

[Recensione] MORS TUA, di Danila Comastri Montanari

Recensione del romanzo "Mors tua" (le indagini di Publio Aurelio Stazio) di Danila Comastri Montanari
Autore: 
Danila Comastri Montanari
Edizione: Mondadori
Pagine: 203
Anno: 2018
Euro: 12,00 | Ebook: 7,99


Ogni tanto, vuoi il patriottismo o più probabilmente vuoi il masochismo, mi va di sfidare la sorte e dare una chance a un romanzo nostrano. Ma non quelli ingenuotti scritti dalla star di youtube di turno contro cui si scaglia l'intellighenzia che chiosa contro i mala tempora dagli inserti culturali dei giornali (quelli che leggono in 3: chi scrive, le loro mamme e un collega critico blasonato che vuole che si ricambi il favore), no no.
Io vado a rimestare nei classicini.
Sguazzo come un maialotto nella proverbiale via di mezzo, tra la letteratura di genere che sì, è mera evasione, ma qualche riconoscimento da parte di una cricca intellettuale lo ha comunque ricevuto. Proprio andando a spulciare tra i vincitori del Premio Tedeschi vedo che spicca un'autrice donna che questo premio lo ha vinto nel 1990 con questo romanzo, tal Danila Comastri Montanari.
Bolognese, classe 1948, insegnante e romanziera.
Il doppio cognome mi fa un po' stringere le chiappette per le vibrazioni di alta borghesia che emana, ma decido di ignorare la cosa ed essere un po' più aperta di mente: la signora in fondo è studiata, questo mi dà fiducia. Certo è laureata in scienze della formazione e in scienze politiche, quindi l'analisi delle fonti storiche e i dibattiti storiografici non sa dove stiano di casa, ma sto per approcciarmi a un giallo ambientato nell'antica Roma imperiale, mica a un saggio di Giovanni Brizzi, pure ci fosse qualche svarione qui e lì chisenefrega, no? E infatti a fine lettura mi ritrovo a pensare che la verosimiglianza storica è veramente l'ultimo dei problemi di questo ennesimo best seller nostrano scritto e concepito a misura di boomer.

*
DUE RIGHE DI TRAMA

Roma, anno 42 d.C.
Seguiamo le vicende di Publio Aurelio Stazio, giovane e scaltro senatore romano che si ritrova a indagare, senza che nessuno glielo chieda, come Topolino (che almeno ogni tanto una richiesta di aiuto dall'ispettore Basettoni la riceveva), sulla morte di una bella e giovane liberta con la passione per i soldi guadagnati attraverso la prostituzione di nome Corinna.
Stazio aveva conosciuto Corinna alle corse proprio il giorno della sua morte: tra i due scatta un'immediata simpatia dovuta al fatto che Stazio aveva soldi da buttar via e Corinna era un topone. La cortigiana gli aveva dato appuntamento nei suoi appartamenti per quella sera, ma al suo arrivo Stazio la trova esanime, pugnalata al cuore da una lama d'avorio.
A questo punto Stazio, che chiameremo 'U Leone e che ha passato tutto il romanzo a farci sapere quanto è ricco e affascinante, si defila alla chetichella in modo davvero poco sospetto invece di chiedere aiuto, per non lasciarsi coinvolgere dalla cosa e non farsi accusare dell'omicidio della ragazza, ci dice.
Motivazioni forzate e che non hanno senso.
Servono solo ad aggiungere alla trama gialla tensione inutile.
Siamo nella Roma imperiale e nessuno condannerebbe mai un senatore coi soldi veri per la morte di una liberta, pure lo beccassero con una fiaccola in mano mentre dà fuoco alla sua casa ghignando come un cattivo dei fumetti. E questa cosa ce la dice pure lui tipo 2 pagine dopo. Subito dopo la sua preoccupazione è che qualcuno possa averlo visto in casa di una cortigiana visto che la prostituzione a Roma è vietata. I famosi romani del I secolo che condannavano frotte di ricchi che andavano a zoccole, certo.
Poi non si vuole far coinvolgere, e due righe dopo vuole risolvere il mistero più per tedio che per venire a capo della morte di quella poveretta (della cui morte dispiace, certo, ma giusto perché era giovane e topa). Stazio, siamo a pagina 10 e già mi stai sulle palle.

'U Leone quindi si dà alle indagini per sport.
Peccato che pure come detective faccia cagare.
Eccolo quindi a portare avanti le indagini per via indiretta, limitandosi a raccogliere informazioni prese da altri e avvalendosi per tutto il tempo delle capacità di uomo laureato all'università della strada del suo schiavo alessandrino Castore (che dovrebbe essere uno schiavo e lo ritrovo a battibeccare alla pari con Stazio tutto il tempo, io boh) e delle doti da pettegola pro della matrona Pomponia (immancabile cliché della chiacchierona grassa e buffa che freghi con due moine e che sa sempre i cazzi di tutti in città), moglie del suo migliore amico Servilio.

Ovviamente i sospettati abbonderanno.
C'è Clelia, l'integerrima sorella cristiana di Corinna che preferisce fare la lavandaia alla Suburra bruciandosi le mani che accettare i soldi del peccato; il fidanzatino e amico d'infanzia povero ma bello Ennio, falegname cristiano ma in modo selettivo che rispetta l'integerrima Clelia per le sue scelte coraggiose ma poi le preferisce la sorella figa che si prostituisce (e che a più riprese cerca di venire alle mani con Stazio senza che nessuno prenda e lo appenda per gli alluci sopra a un formicaio, io boh 2); il rigido e integerrimo senatore Marco Furio Rufo e la sua famiglia, i figli Gaio e Marzia; la spregiudicata Lollia Antonina, il cui marito era abituale frequentatore della casa della morta...
Ecc, ecc. 

Per agguingere altro drama persino Publio Aurelio a una certa rischierà la ghirba, quando a un passo dalla risoluzione del mistero verrà accusato di un secondo omicidio che va a insanguinare le strade di Roma, quello del genero di Marco Furio Rufo, Quintilio Gellio.
La giustizia di Roma infatti non va tanto per il sottile.
Volendo attuare a questo punto una notevole sospensione dell'incredulità e dando per buono il fatto che i prefetti romani del I d.C attuerebbero effettivamente una giustizia così rapida e sommaria contro un buon cittadino (tra l'altro, scopriremo in un libro successivo, vecchio amico dell'imperatore Claudio) accusato della morte, sì, di un suo pari, ma un personaggio dai noti costumi licenziosi costretto a sottostare alla potestas del suocero dopo aver dilapidato l'intera dote della moglie, diciamo che a Stazio non resta molto tempo per trovare il vero colpevole e fare giustizia prima di essere costretto a suicidarsi per morire con onore, da vero romano.

*

IMPRESSIONI SPARSE

Mors tua è non solo il titolo di questo libro ma anche l'unico commento che mi veniva in mente in corso di lettura di fronte a questo ennesimo delirio a misura di boomer.
Mortacci tua.
Le ingenuità storiche, lo dico subito, sono perdonabili anche perché si tratta di un libro d'evasione a cui non richiedo certo la precisione di un saggio universitario, e al più mi infastidiscono i battibecchi tra Stazio e Castore giusto perché odio queste interazioni un po' bromance e un po' mean girl tra maschi adulti (specie se poi il rapporto tra i due dovrebbe presentare dinamiche di potere molto più nette, pure se Stazio fosse il dominus più simpa dell'impero). Che la trama gialla non sia il massimo e che pur non essendo la più sveglia delle lettrici avessi sgamato il colpevole quasi al momento della sua entrata in scena non è nemmeno così grave dato che a me della trama gialla frega il giusto e mi interessa più il metodo investigativo in sé e la filosofia portata avanti dal detective di turno per portare il colpevole a palesarsi che giocare a chi è il marrano (non a caso a me per esempio non dà fastidio che negli episodi di Colombo il colpevole te lo dicano a inizio episodio). 

Stazio però non ha un metodo investigativo.
E' un detective wannabe che non fa nemmeno lo sbatti di andare in giro a cercare indizi da sé. Manda avanti gli altri (schiavi scoglionati e matrone pettegole nello specifico) a chiedere informazioni, come se poi fosse facile fare le domande giuste e notare le cose importanti per prendere in castagna un colpevole di omicidio, poi forse lui si degna di controllare e ogni tanto di mettere insieme i pezzi per metterci al corrente di cose a cui il lettore era già arrivato 20 pagine prima.

A livello di caratterizzazione nonostante questo sia una romanzo scritto da una donna Stazio è il cazzo di cliché del protagonista dipanatore di misteri dei romanzi e fiction nostrani che fa bagnare le mutandine dei borghesi, che potrebbe muoversi tra le strade di Roma come nella New York del 2000 e non cambierebbe molto. Egli infatti è: 

✔ Bello bello in modo assurdo, al punto da catturare l'attenzione non solo delle cortigiane ma anche di matrone romane giovani e prosperose dai modi provocanti e dalle tuniche (ovviamente) attillate che non mancano mai di fargli fare pensieri peccaminosi, come a un morto di figa qualunque.  

A questo proposito nonostante la Comastri Montanari ci tenga a tirare fuori fin dalle prime pagine la solita lagna mbeb sul fatto che ora queste donne romane moderne tengono gli uomini per le palle e possono fare tutto quello che vogliono di fatto vediamo che le uniche donne degne di rispetto e attenzione da parte del protagonista sono quelle fighe che si ingraziano i maschi con la seduzione. Se sei grassa e ridicola come Pomponia o devota e amareggiata da una vita di stenti come Clelia niente, al più fai sorridere. 

✔ Virile ma anche ben curato: personalmente ho smesso di contare le volte in cui Stazio ci teneva a metterci al corrente che sì, lui si depila tutto come da costume romano però non alla maniera degli effeminati. Pensavo solo al fatto che di solito la gallina che canta ha fatto l'ovo.

✔ Democratico e alla mano con gli schiavi e i plebei ma come al cavaliere nero nun je devi rompe er ca' e se serve ti mette a cuccia un armadio a due ante incazzato come un toro che vuole riempirlo di ceffoni per aver detto cose decisamente poco carine sulla fidanzata morta con la sola imposizione dello sguardo altero o sollevando una mano come se stesse chiedendo il permesso di andare al cesso.

✔ Compagnone vizioso che abbraccia con entusiasmo la filosofia dei greci, ma solo finché non si arriva alla parte sull'omosessualità, 'ché quella ovviamente non gli va mica tanto bene.

A coronamento di questo quadretto edificante e assolutamente nuovo nel panorama nostrano Stazio in corso d'indagine compie pure miracoli come Gesù Cristo, e riesce a restituire la voce e la fiducia nell'umanità a una piccola schiava muta che apparteneva alla defunta Corinna, Pseca, con qualche panino e un bagno caldo.
Lei, ormai devota al suo nuovo dominus, cerca di ricompensarlo.
Stazio, bontà sua, si lusinga ma rifiuta cercando pure le parole giuste per non ferire l'amor proprio della bambina. Poi una bestemmia e la multano per blasfemia.
La scusa addotta dall'autrice per giustificare questa scenetta del cazzo è che tanto lei (Pseca) è cresciuta in un bordello e ha sempre visto le persone comportarsi così quindi per lei è normale offrirsi per mostrare la sua gratitudine e il suo affetto. 

Danila Comastri Montanari deve essere una di quelle menti brillanti convinte che nel romanzo di Nabokov la vera vittima sia Humbert. Non funziona proprio così, è un po' più complesso, e questa scena fa particolarmente schifo in un contesto che già non brilla per sensibilità femminista (anche perché non serve a niente e non porterà a nessuno sviluppo narrativo o di caratterizzazione di questa bambina che sembra stia offrendo un fazzoletto per soffiarsi al naso invece della sua verginità), ma perché mi stupisco di un tema delicato come la pedofilia buttato ai maiali se tutte le donne di questo romanzo sono solo o grassone da ridicolizzare o meri pretesti narrativi per far vedere quanto è desiderabile ma anche integerrimo l'eroe?

Misoginia e paternalismo borghese a fiumi, quindi, ma anche una bella dose di omofobia per non farsi mancare nulla (e non farlo mancare alla giuria di maschi bianchi col papillon del Premio Tedeschi soprattutto), laddove il personaggio gay della situazione, Gaio (sic!), viene descritto da subito come un misogino incazzato con l'intera razza femminile foriera di tutte le sciagure del mondo, con tanto di invettiva accoratissima (un po' isterica, ci dice Stazio) davanti a uno stuolo di aristocratici stoici riuniti a casa del filosofo Anneo Cornuto in cui prima dice che fanno bene i greci a tenerle chiuse in casa visto che la loro unica funzione è far figli e servire il maschio e poi chiama l'imperatrice baldracca senza scrupoli.
E una persona come la sottoscritta che per amor di narrazione vuole pure giustificare questo oceano di cazzate pensa ok, chissà che traumi avrà subito dalle donne questo tipo per giustificare questo tipo di discorsi che fanno sollevare pure un sopracciglio anche tra i contemporanei. Specie la parte dove chiama puttana l'imperatrice.
Spoiler: assolutamente nessuno. 
Però è gay quindi deve odiare le donne. E' gay quindi deve essere un debole piagnucolone viziato troppo dalla mamma e alla sua morte tenuto sotto una campana di vetro pure dalla sorella minore. Un debole e viziato coglione che si è innamorato della persona sbagliata, come una donna che ama troppo qualunque.
Ma vaffanculo, va'...

*

IN CONCLUSIONE. . .

Mors tua è il classico romanzetto che piace tanto nei circoli che contano buono solo a titillare il perineo dei boomer borghesi, nato già vecchio nel 1990. Un campionario di cliché (dalla costruzione del protagonista all'immancabile scena in cui il detective raduna tutti dentro una stanza per svelare il colpevole), moralismo, omofobia e sessismo sullo sfondo di una Roma antica e decadente, altro sogno bagnato dei nostalgici degli anni '20. Livello di analisi storica della Roma imperiale: S.P.Q.R dei Vanzina.
Non mi stupisce che in Italia questa serie sia un best seller.

Giudizio finale:

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