sabato 7 gennaio 2023

[Recensione] ZUCCHERO BRUCIATO, di Avni Doshi

Titolo originale:
 Burnt Sugar
Autore: Avni Doshi 
Traduzione: F. Martucci
Edizione: Nord
Pagine: 384
Anno: 2019
Euro: 19,00

Esistono libri, anche ben scritti, così sapientemente studiati per stimolare la commozione del borghese medio che se per qualunque motivo non li si apprezza si viene bollati come individui insensibili a dir bene, e come persone che non capiscono proprio un cazzo a dir male. Più spesso la seconda, nel mio caso.
Zucchero bruciato, una volta grattata la superficie finto-trasgry con quel tocco esotico che ha commosso il mondo, appartiene un po' a questa categoria di Harmony che ci hanno creduto.

Zucchero Bruciato è la storia di una madre e una figlia.
Tara ha crudelmente condizionato e plasmato per tutta la vita l'esistenza di sua figlia Antara (che inutilmente cerca di sottrarsi alla sua influenza nefasta, dal momento che alla fine dei giochi è proprio Tara la persona che più riesce a comprenderla - altrimenti non sarebbe in grado di ferirla tanto - e a cui si sente più legata nel bene e nel male), fino all'ultima delle beffe: una diagnosi di Alzheimer che porterà lentamente ma inesorabilmente sua madre a trovare la pace dell'oblio, mentre Antara rimarrà sola a ricordare tutto il male subito, e sarà quindi incapace di pareggiare i conti con lei. 
E' la rabbia e non la tristezza a spingerla a studiare ogni cura (per quanto strampalata) che possa portare sua madre a mantenere il più a lungo possibile se stessa, è una codipendenza tossica e non l'amore a spingerla a tenere vicino questa persona che anche nella malattia trova quegli sprazzi di lucidità crudeli, anche a costo di mettere a rischio la sua serenità, la sua sanità, e tutto quel poco che è riuscita a costruire lontano da lei.
Fin qui tutto ok.

Il mio primo problema con Zucchero bruciato è che nonostante rappresenti a conti fatti una variatio relativamente interessante sul tema dei rapporti conflittuali madre-figlia con quel pizzico di esotismo che è la morte sua (anche se tutto ruota immancabilmente attorno alla classica invidia generazionale tra una donna che un po' odia se stessa e vuole che la figlia non segua le sue orme al punto da chiamarla Un-Tara, cioè una non-Tara, e un po' non accetta l'idea di essere messa da parte che vede nella figlia una rivale dotata dell'ingiusto vantaggio della giovinezza le cui uniche qualità positive sono limitate alla giovinezza), a una certa il drama si fa così eccessivo tra sette di santoni scopaioli, suore violente, amanti passati di mano in mano, incendi e continui riferimenti ai fluidi corporei che manco nei cinepanettoni per dare quel senso di crudezza malata e viscerale, che il libro fa il giro e diventa una comica.
Anche meno, Avni.
Il secondo problema che ho riscontrato in corso di lettura è il fatto che il profondo dissidio interiore di Antara nei confronti di sua madre su cui è costruito l'intero romanzo, quel suo barcamentarsi tra un amore filiare incontrollabile e un odio bruciante nei confronti di una persona che è cattiva in special modo con le persone che ama, a una certa ha rotto il cazzo. 
Antara non fa che frignare e rompere i coglioni per situazioni in cui si è ficcata lei coscientemente: insiste per avere la madre demente in casa nonostante lei stessa sappia che non è questa grande ideona e nonostante il marito la sconsigli in merito e non si avverta nessuna pressione sociale da parte degli estranei che la circondano, poi passa il tempo a menarci i coglioni su quanto sua madre sia cattiva.
Tuo marito, quello che ti aveva fortemente sconsigliata dal mettersi in casa tua madre per il tuo bene (visto che lui è una pasta d'uomo e andrebbe d'accordo pure con David Duke, voleva tornare in America e te no, devo stare con mamma, devo stare in India, e poi a parte disegnare cazzate tutto il giorno chiamandolo progetto artistico (che non porterà da nessuna parte perché anche il suo progetto artistico è stupido) via a lamentarsi dell'umido, dello sporco, delle domestiche che non sanno fare il loro lavoro e ti rubano i soldi.
Ma fino a questo punto ci potevo anche stare e farmi andare bene le lagne.
Persino qui dove le introspezioni
psicologiche non abbondavano
il rapporto di odio amore
tra una madre ingombrante e una figlia
costretta a vivere nella sua ombra
è reso meglio.
Più sfumato, meno soap operistico.
 
Mi va meno bene nel momento in cui questa testa di merda degna figlia di sua madre, per tenersi caro il marito (anche se segnali di crisi a parte essersi messa in casa una persona con cui tu vai meno d'accordo di lui non se ne vedono all'orizzonte)
, decide di fare un figlio così de botto senza senso, salvo poi rendersi conto una volta nata questa bambina che forse un bambino è più una rottura di cazzo che altro, specie se in casa hai anche una vecchia che non ci sta più con la testa.
Ma dai, genio.
Ci aspetteranno ovviamente pagine e pagine di deliri in cui lei, esattamente come sua madre (ma almeno sua madre non ci ha martoriato le palle per 300 pagine con i suoi flussi di coscienza di merda), ama ma odia sua figlia, una pagina non può toccarla nessuno se non lei e quella dopo è stanca e nessuno la capisce, e questa bambina vuole solo buttarla dal balcone; un secondo prima decide di lasciar scegliere il nome della bambina alla suocera e al figlio perché tanto non gliene frega niente e quello dopo dice che quel nome le fa schifo.
Ma a questo punto la mia empatia nei confronti di Antara era pari a zero e speravo solo in un finale alla Anna Karenina perché nel momento in cui sai di avere determinate problematiche legate (tra l'altro!) alla maternità con cui fare i conti e decidi di mettere al mondo un figlio per dei motivi discutibili ed egoistici da bimbaminkia la finisci con le cazzate e ti rimetti in sesto perché tu sei una persona adulta, almeno su carta, e non l'ha chiesto tua figlia di nascere.
Fai schifo al cazzo, buttati te dal balcone.

Terzo problema riscontrato con la lettura di questo romanzo riguarda la parte che su carta sarebbe stata la più intrigante, ovvero l'ambientazione indiana. 
Leggo che l'autrice Avni Doshi è nata in New Jersey e ha studiato storia dell'arte a New York e Londra prima di trasferirsi a Dubai, e la cosa non mi sorprende, onestamente. 
Zucchero bruciato infatti è un romanzo che sembra scritto proprio da una tipa altoborghese privilegiata che l'India l'ha vista solo attraverso i film di Bollywood e forse in qualche aneddoto sentito a casa dei parenti. A parte l'umido, i sari, i risciò e il piscio di cane per strada di India in questo libro non c'è un piffero. La protagonista passa il tempo a casa sua (che non è manco descritta, se escludiamo il fatto che sappiamo che il suo studio è pieno di roba che prende fuoco), negli orfanotrofi cattolici, in dei country club indiani in cui non si capisce cosa fanno e in una casa in cui fa caldo e hanno le tende pesanti che lava ogni settimana (così come le lenzuola perché suo marito suda - lei invece ci tiene a farci sapere che finché non partorisce non suda e la sua passera sa di ananas - io boh). Poteva essere ambientato a Bologna o nelle Paludi Morte e sarebbe cambiato poco.
Non a caso il personaggio un pelo più interessante (ma a conti fatti una figurina sullo sfondo perché tutto il libro ruota attorno a quella frignona di Antara e alla personalità titanica di Tara) è Dilip, il marito di Antara, che non a caso è un indiano che arriva dall'America (proprio come l'autrice), ma anche in questo caso non si avverte mai la profonda differenza culturale che dovrebbe esserci tra lui e la moglie.
D'altronde se sei passata da New York a Londra e poi a Dubai e non sei capace a scrivere come fai a entrare nella testa di una persona che a dispetto delle esperienze strane al limite del fantozziano subite è comunque una donna nata e cresciuta in India che deve interagire con altre persone nate e cresciute in India?

In conclusione Zucchero Bruciato è un romanzo che con la scusa di essere un flusso di coscienza di una persona che scivola lentamente e inesorabilmente verso la follia non va da nessuna parte, che cerca di alzare l'asticella del trasgry mostrando punizioni corporali e violenze psicologiche, facendo continui e non richiesti riferimenti agli umori corporei e al sesso promiscuo, ma che poi strigni strigni è la solita cacata borghese che fa commuovere la gente che questi problemi, proprio come fa l'autrice con l'India, li avrà visti giusto in cartolina e avrà limitato il conflitto con l'autorità materna alla fase ribellina adolescenziale, quando mamma non ti faceva andare al cinema con il compagnuccio che ti faceva battere il cuoricino.
Insomma, a conti fatti conflitti generazionali a misura di casalinghe orfane di Grey's Anatomy e poco altro, non stupisce che a livello di premiazioni un mucchio di bianchi etero benestanti occidentali lo abbiano abbastanza gradito facendolo arrivare alla finale del Booker Prize.

Giudizio finale:

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