martedì 19 gennaio 2021

[Recensione] FIAMME NELLA PALUDE

Recensione del libro "Fiamme nella palude" (Highfire) di Eoin Colfer
Titolo originale:
 Highfire
Autore: Eoin Colfer
Traduttore: G. M. Brescia
Edizione: Mondadori, copertina flessibile, 372 pagine
Anno: 2020
Euro: 19,00 | Ebook: 9,99

Premesse:
Come molti, ho imparato ad amare il buon Colfer tra le pagine della saga di Artemis Fowl, che raccontava le avventure del più giovane e talentuoso ladro del mondo la cui vita veniva sconvolta e il cui ego veniva ridimensionato dall'esistenza di fatine ipertecnologiche e per certi aspetti molto più sveglie di lui.
Un libro per ragazzi, dall'umorismo a tratti infantile e personaggi che perdevano a più riprese la dignità con osservazioni fuori luogo, ma in cui non è mai mancato, di fondo, l'amore di Colfer per la sua dolce Irlanda terra natia.
A questo giro l'ambientazione è americana.
E se qualcuno tra voi amabili lettori è un pelo pelo pratico della storica rivalità tra Inglesi e Americani, non stupirà che a mettere in mano a un autore irlandese una storia ambientata nel il profondo sud dei Redneck che sposano le proprie cugine e degli alligatori che ti escono dal water il risultato finale sia qualcosa di molto vicino allo sceriffo J.W. Pepper di jamesbondiana memoria (007 - Vivi e lascia Morire), già analizzato su questi lidi come prototipo dell'americano becero, ignorante, sudato, razzista e masticatabacco che vuole rendere di nuovo l'America grande.
Tra l'altro anche lui abitava in Louisiana.

DUE RIGHE DI TRAMA

Vern, diminutivo di Wyvern, è l'ultimo drago rimasto al mondo: un tempo signore di Highfire, oggi costretto a nascondersi in una catapecchia sul fiume nei pressi di Petit Bateau, tra le paludi del Bayou in Louisiana: qui passa il tempo a sfondarsi di vodka e a guardare reality e vecchi film alla tv, con una fascinazione particolare verso il film FlashdanceIl suo unico amico, se così lo si può definire dal momento che è più un factotum e un occasionale signor Wolf delle paludi, è Waxman, un vecchio e bisbetico mogway (progenie ibrida di draghi e umani), che l'età ha reso più filosofico e incline a rispettare la vita in ogni sua forma, senza farsi accecare dai rancori del passato.
Un'anima è un'anima, ci ripeterà almeno 80 volte in corso di narrazione. L'ho odiato.

La situazione cambia nel momento in cui nella vita dei due entra di prepotenza Everett "Miccetta" Moreau, un adolescente del posto: un giovane scapestrato che vive con la madre Elodie, che fa l'infermiera nell'ospedale del luogo a due dollari in più del minimo sindacale, e fino a poco tempo prima insieme a un buzzurro violento e alcolizzato che li ha abbandonati dopo averli sommersi di debiti fino al collo.
La vita di Everett non è facile.
Dopo un passato burrascoso con un papà biologico morto suicida e il coglione adottivo di cui sopra ha deciso di mettere (relativamente) la testa a posto per il bene di sua madre e di diventare l'uomo di casa. Lavoricchia per conto di Bodi Irwin, il proprietario del bar di Petit Bateau, e fa commissioni per il vecchio Waxman, ma sembra che per lui non ci sia pace per colpa di un ausiliario di polizia, Regence Hooke, un disturbato mentale con la pistola che lo ha preso di mira per infilarsi nelle mutande della madre. Regence ci metterà a corrente di ogni pensiero disgustoso gli passi per la mente su quella povera donna, e non so se sia stato peggio questo o sentir parlare per metà libro dei coglioni retrattili di un drago.

Frustrato dalla situazione insostenibile, desideroso di mettere da parte al più presto un piccolo gruzzo che gli consenta di allontanare lui e Elodie dalle grinfie dell'ausiliario Hooke, Miccetta si mette d'accordo per cominciare a lavorare anche per conto di un contrabbandiere del posto, Willard Carnahan e potrebbe essere anche un'idea come un'altra se una notte non assistesse all'omicidio dello stesso Carnahan per mano della sua nemesi, Hooke.
Scoperto dall'omicida, che per tutta risposta pensa bene di tirargli addosso delle granate, per una disattenzione tirata fuori dai peggiori cliché polizieschi, Miccetta viene salvato per il rotto della cuffia proprio da Vern, che lungi dall'aver compiuto un gesto di buon cuore ha inizialmente intenzione di estorcergli delle informazioni su tutto quel trambusto e, una volta appurato che non sia opera di qualche cacciatore sulle sue tracce, ucciderlo nella maniera più pietosa e tornare alla sua routine.
Ovviamente le cose non vanno come previsto.
Costretti a collaborare, tra Miccetta e Vern si creerà un sodalizio uomo-drago abbastanza insolito, con il giovane scapestrato del bayou che grazie anche all'intervento del filosofo confuciano Waxman che interverrà in sua difesa farà da vero e proprio fattorino al drago, portandogli il beveraggio, il porno per draghi e facendo tutta una serie di commissioni per la creatura. Poco alla volta tra i due andrà creandosi una virile amicizia da scimmie alpha fatta di umorismo fecale e confidenze da spogliatoio. 
Ma Hooke non è tipo da mollare l'osso così facilmente, soprattutto considerando che in corso di narrazione si rivelerà essere un cazzo di Highlander, altro che Highfire...

IMPRESSIONI SPARSE

Highfire è un libro estremamente difficile da inquadrare (e per quel che mi riguarda da apprezzare: nonostante non sia una lettura così ostica, anzi, ho fatto molta fatica ad arrivare alla fine e a trovare la voglia di leggere) a causa della linea editoriale che si è deciso di portare avanti in merito al target di destinazione: questo romanzo infatti è considerato il primo passo di Colfer verso l'adult fantasy, ovvero come si può facilmente intuire la letteratura fantastica riservata a un pubblico adulto.
Ora, io non so che razza di adulti avessero in mente alla casa editrice: forse quelli che anche in Inghilterra si ammazzano dal ridere con la gente che fa i peti nello spazio, visto che dal punto di vista umoristico andiamo poco più in là: non vengono lesinate battute sulla merda, sul piscio e sulle parti anatomiche in mostra (non si contano le volte in cui si fa cenno ai genitali retrattili di Vern. Il libro termina letteralmente con un riferimento ai suoi coglioni). Battute grezze per far ridere i bambini di cinque anni accanto a situazioni considerate meno adatte ai ragazzini, come:
Tizi che perdono parti anatomiche...
... Suicidi...
... Situazioni familiari disagiate...
... Ossessioni sentimentali malsane.
Insomma, Colfer (o la casa editrice più probabilmente) dà l'idea di non aver ben chiaro cosa sia una lettura destinata a un pubblico adulto, o anche solo il piglio che vuole dare a questo libro, che più che adult si rivela essere nulla più di quello che su carta dovrebbe essere un romanzo Young Adult, cioè una lettura destinata a dei lettori adolescenti o al massimo tardo-adolescenti.
Una storia che contiene tematiche che forse non si vogliono ancora far vedere a un bambino piccolo ma che mantiene comunque quel piglio ironico e giovanile che a un adulto che si aspetta di avere davanti roba adulta stride come le unghie sulla lavagna. Piglio ironico e giovanile che onestamente risulta la parte debole del romanzo: Colfer sembra si sforzi di fare il simpatico a tutti i costi quando a mio modesto avviso le parti più belle sono proprio quelle in cui la butta un po' meno di fuori, diventa più agrodolce e ironico e lascia in pace per due secondi il cazzo e i coglioni dei draghi.
Miccetta poteva ammettere che gli mancava avere un papà, anche solo uno finto, a patto di tenere quel pensiero nella propria testa.
Anche se quel papà beveva birra come se quella lo tenesse in vita, anziché ammazzarlo. Anche se rovistava in cerca di spiccioli nel barattolo del caffè della Mamma per poi spenderli in gratta e vinci.
Anche se gli metteva le mani addosso ogni volta che era ubriaco. 
Miccetta pensava di aver voluto bene a suo papà, almeno un pochino. Come si fa a non voler bene ai famigliari? Ma questo non significava che non potesse anche odiarlo. E quando Papà Finto aveva lasciato sua mamma, Elodie, con un barattolo del caffè vuoto e una sfilza di debiti di gioco che andava da qui a New Orleans, e che, tra parentesi, i creditori non ebbero nessun problema a trasferire alla sua convivente. Miccetta si mise a odiare quel papà finto con un'intensità e una concentrazione a dir poco estreme per un ragazzino che non aveva neanche un'ombra di peluria sul mento.
Sullo sfondo di una Louisiana parecchio cliché con le sue paludi, le sue catapecchie, i suoi redneck semplici ma honesti, i suoi poliziotti inutili, i suoi coccodrilli e i suoi meravigliosi misteri e tesori nascosti nel fondo del bayou, si muovono personaggi che non sono tremendi ma che nemmeno mi hanno toccato il cuore. Forse perché in generale maltollero la volgarità a caso, o forse perché le suddette volgarità sono inserite in una vera e propria sagra della salsiccia dove tutto è virile e testosteronico, nessuno confida all'altro i propri sentimenti neanche se ne va della vita (letteralmente) e l'unico personaggio femminile degno di nota è una madre single che subisce le avances di un pericoloso coglione nel disinteresse generale, salvo poi trovare l'ammore vero con lo spasimante timido che l'ha sempre rimirata da lontano.
Che palle...
Ma se lo scapestrato dal cuore buono Miccetta e il drago Vern interagiscono tutto sommato in maniera simpatica e interessante, con dialoghi spontanei e una costruzione del loro rapporto non forzata come sembrerebbe (se capita che i due  a un certo punto della storia superino la reciproca diffidenza e decidano di diventare amici-ma-non-è-virile-dire-amici-quindi-non-diciamolo è solo perché Miccetta è comunque un ragazzino che si ritrova ad avere a che fare con una creatura del mito che lo strappa a una routine soffocante e Vern, senza girarci attorno, è solo e depresso), i problemi veri sorgono coi personaggi di contorno che o sono praticamente macchiette bidimensionali, come Bodi o Elodie, o dei cliché di genere costruiti col culo e sviluppati peggio.

► Waxman il mogway non ha senso di esistere se non come forzatissimo Deus ex Machina che intercede per il giovane umano con Vern e consente a Miccetta di non diventare carne morta nella prima metà del romanzo, nonché come irritante quota-Confucio del libro: per tutta la prima metà del romanzo ci fanno letteralmente due palle così sul fatto che Waxman sia una creatura centenaria pericolosissima, il Mr Wolfe della situa, il sicario del drago dotato di strumenti di morte che persino Vern arriva a temere, e poi ti tira fuori due stronzate sul fatto che siamo tutte anime e volemosebbene, si fa seppellire nudo nella merda con una fetta di pizza appoggiata sulle pubenda e si fa ammazzare a mani nude da Hooke, che lo fa letteralmente a brandelli.
Pensa se non ti ci impegnavi con sto personaggio, Colfer...

► 
Il vero cattivo della situa, l'ausiliario Regence Hooke, invece è un supervillain da cinecomic o un assassino immortale uscito da uno slasher che niente, non muore.
Ci vuole un branco di coccodrilli alla fine.
La sua biografia ha pure degli spunti interessanti (fa parte di quei momenti in cui Colfer smette di parlare di cazzi e merda e diventa più ironico e cinico) ma dopo poco diventa così cliché mmerecana da diventare un episodio di Criminal minds: figlio di un predicatore più santo di Gesù e abbandonato da una madre che evidentemente aveva già visto in lui i semi della follia ma si è ben guardata dall'allertare qualcuno se non altro per far portare in salvo il figlio dalla tutela minori, uccide il padre, si arruola nell'esercito dove impara a diventare una macchina di morte e torna in America per entrare tra i ragazzi in blu di un paesino di merda della Louisiana, dove la legge non è così ligia e lo sguardo di Madama Giustizia è velato dalla cataratta.
Qui inizia a chiedere il pizzo ai negozianti, a lavorare per Mr. Ivory, un signore della malavita locale che sembra uscito dal Padrino e a molestare vedove a salario minimo e minorenni nella più totale impunità: mira a diventare a sua volta un boss della malavita anche se ancora non ha capito cosa vuole smerciare (la droga no perché non c'è più mercato, probabilmente armi ma boh, poi vediamo): l'importante è aver pronta la logistica, dirà, ecco perché a inizio racconto, per mettere Miccetta nella situazione compromettente che gli permetterà di conoscere Vern e dare il via alla storia vera, uccide uno dei corrieri più bravi della zona, di quelli che conoscono ogni anfratto delle paludi, senza nemmeno preoccuparsi di prendere in anticipo un rimpiazzo. Lo scopo di questa trovata geniale sarebbe entrare nelle grazie di un tizio di cui ha comunque intenzione di prendere il posto entro breve.
Dramatization:
l'agente Hooke mentre pondera uno
dei suoi piani geniali
I suoi piani stronzi da Will E. Coyote comprendono:
Raccontarci per pagine e pagine quanto e come gli piacerebbe infilarsi nelle mutande non consenzienti di una madre single con le sue tattiche brillanti da disturbato mentale senza arrivare mai al dunque (quanto è adult tutto ciò);
Non liberarsi subito dell'unico testimone di un crimine che potrebbe rovinargli la vita e la carriera per amor di trama ma aspettare il momento propizio (in effetti sto ragazzino meglio farlo girare per il fiume per settimane per poi scoprire che il suo lavoretto estivo prevede essere il fattorino di un drago, e credere all'esistenza dei draghi come se niente fosse)
Far incazzare a morte un drago uccidendogli l'unico amico di vecchia data che gli è rimasto e menomando il suo nuovo compare umano con lo scopo di dominarlo e fargli capire chi è il maschio alfa.
Spoiler: è quello con le zanne e la superfiammata, pirla.
Per tutto il libro 'sto stronzo sopra le righe finisce in mezzo a tornadi, sparatorie, bombardamenti, morsi di serpenti velenosi, esplosioni, grinfie di Mogwai immortali col fattore rigenerante a cui strappa la gamba dalla sede preposta a mani nude, fiammate al plasma... Niente, si ripropone sempre come il cinepanettone a Natale almeno finché Vern non chiama a comando perché arrivino a salvarlo creature che fino a due secondi prima volevano spodestarlo e riprendere possesso della palude.

IN CONCLUSIONE. . .

Highfire vuole cicciare insieme in maniera non riuscitissima il mondo reale con il fantastico: lo faceva, relativamente parlando, anche con Artemis Fowl, dove però la parte di realismo era coperta da un supergenio criminale di 12 anni che si accompagna a una macchina di morte di 2 metri. Non parliamo esattamente di storie di vita vera.
Qui Colfer va a toccare corde più mature, quelle che dovrebbero giustificare la parte adult di questo fantasy, scomodando un ragazzino disagiato immerso in una realtà di provincia all'interno di un paese degli USA che quelli come lui li calpestano sistematicamente: un padre suicida e un padre adottivo abusante, una madre amorevole che porella si impegna ma non ce la fa proprio a non attirare casi umani, un poliziotto corrotto che l'ha preso di mira e rompe sistematicamente i coglioni. Un po' troppo sulla graticola per ritrovarsi a parlare due minuti dopo del cazzo dei draghi.

Non mi dispiacciono i riferimenti pop che in questo caso diventano non letterari ma cinematografici (una cosa che detesto e che sono arrivata a identificare con la cattiva letteratura è quando in un libro mediocre citano i libri belli: non fatelo, il paragone sarà inevitabile e impietoso): sono quasi sempre non scontati, ma nemmeno campati per aria. Si cita per ovvi motivi GoT, di cui Vern non è un fan, Netflix (perché un drago ha ben bisogno di intrattenersi durante le sue giornate solitarie nella palude), Il padrino, e persino l'ossessione di Vern per Flashdance ha un senso.
Non mi dispiace nemmeno che Vern sia un drago dal punto di vista visivo e caratteriale piuttosto atipico nel panorama di genere: poco imponente (una cosa che lo ha sempre distinto, in negativo, dal resto della sua famiglia) al punto da poter vivere in una baracca, indossare t-shirt e riposare su un materasso di memory foam o in una vasca da bagno.
Non si capisce benissimo come sia il suo aspetto però, vediamo solo che viene scambiato a più riprese per un Gargoyle. 
E' inoltre non un possente signore del male ma un geek solo, emozionalmente stitico e, scopriremo ben presto, incredibilmente depresso, una cosa che sarebbe stata molto più interessante da approfondire dedicandogli il dovuto spazio invece di relegarla a un'unica scena tirata fuori da un teen drama in cui Miccetta gli fa vomitare un veleno per draghi preso dalla borsa da lavoro di Waxman. Magari si poteva mettere qualche dialogo in più tra i due che almeno analizzasse la cosa al posto delle domande sui bigfoot, il cazzo retrattile, il fratello di Vern o meglio ancora al posto degli infiniti deliri da maniaco sessuale di Hooke.

Purtroppo il libro pecca sul fattore personaggi, troppo macchiettistici, sul fattore umorismo, troppo forzato e infantile specie visto che tecnicamente staremmo parlando di adult fantasy, ma soprattutto sul fattore thriller-noir-gangster: il piano di Hooke per diventare il signore del fiume è stupido e da rincoglioniti; le indagini che dovrebbero portarlo a scoprire chi sia il misterioso testimone che lo ha visto seccare un corriere della droga si riduce a due domande stronze rivolte a uno sgherro di Ivory e allo scoprire Miccetta al primo tentativo in una rosa di sospettati (gli altri manco sappiamo chi sono); Miccetta dal canto suo starebbe rischiando la vita (sua e di sua madre visto che si è reso conto quanto sia disturbato il pretendente di Elodie) ma passa le giornate a stronzeggiare da solo sul fiume come se niente fosse e a una certa rischia di farsi seccare pure da un cinghiale. L'azione è relegata quasi tutta alla fine, quando compaiono addirittura cecchini che non fanno i cecchini e stronzoli veterani di guerra che si tengono in mano le bombe senza linguetta senza sapere cosa farne. Sono scene che è meglio rimuovere.
Manca del tutto la suspense.
Insomma, robetta da niente, in un thriller...
In soldoni Highfire è uno Young Adult sboccato carino ma che non si applica.
Giudizio finale:
Recensione del libro "Fiamme nella palude" (Highfire) di Eoin Colfer

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